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martedì 13 agosto 2019

Indonesia: com'è dura esser donna

Questo articolo è uscito sabato scorso su Alias
Le illustrazioni di Marie Cécile corredano il libro di Feby Indirani
"Non è mica la Vergina Maria" (Add 2019 trad. A Sorriente)

Baiq Nuril Maknun è un’amministratrice scolastica di Lombok, la capitale della provincia omonima, una delle tante realtà insulari dell’Indonesia. Ma lei e quanto le è successo sono diventati prima un caso nazionale e adesso una vicenda che ha cominciato a diffondersi anche sulla grande stampa internazionale. Nuril sopportava da un pezzo le avance anche molto spinte del suo superiore finché non ha deciso di registrare una delle tante telefonate dove il suo molestatore le diceva frasi oscene. E’ il 2015 e Nuril sopporta le pressioni da ormai due anni. Quando però la registrazione finisce sui social – anche se lei nega di averla diffusa – il suo molestatore la denuncia per diffamazione. E li inizia il suo calvario. Messa in galera per quasi quattro mesi nel 2017, Nuril era poi stata assolta da un tribunale locale che l’avevano giudicata innocente. Ma la pubblica accusa impugna la sentenza che è finita in Cassazione dove i giudici l’hanno invece ritenuta colpevole. Esauriti i gradi di giudizio Nuril dovrebbe ora tornare in carcere per altri due mesi e pagare circa 36mila dollari al suo molestatore, una cifra esorbitante in Indonesia.

Senza darsi per vinta, questa madre di tre figli (cui si trova a dove spiegare perché) si è allora rivolta al neo presidente Joko “Jokowi” Widodo chiedendo la grazia. Jokowi ha accolto la richiesta e dunque ha scritto al parlamento perché esamini una proposta di amnistia, un modo per chiudere il caso. Ma la strada è irta di ostacoli. La proposta di Jokowi è già stata discussa dalla III Commissione della Camera ma l’iter rischia di essere lungo. La vicenda è ormai un caso che travalica i confini dei tribunali e anche quelli geografici. Una lettera firmata da nove gruppi, tra cui la Fondazione indonesiana di assistenza legale con sede a Giacarta ma anche il Forum asiatico per i diritti umani e lo sviluppo la cui sede sta a Bangkok, afferma che la sentenza avrebbe solo "perpetuato la cultura della colpa delle vittime". Per molti invece Nuril ha torto e basta.

Quello di Nuril per altro – che gode anche della simpatia di politici locali influenti come la ministra Yasonna Hamonangan Laoly (Giustizia e diritti umani) – è un caso che va oltre la battaglia fatta al rigorismo dei giudici da gruppi femministi e di tutela dei diritti umani: sotto tiro c’è infatti anche la controversa legge che regola l’informazione per via tecnologica, varata nel 2008 e considerata liberticida. Specie per le donne.

La legge, dicono i suoi critici, è vaga e lascia alla polizia un'ampia discrezionalità per decidere quali tipi di contenuti in circolazione possano o meno essere considerati diffamatori e indecenti. Dal 2008 in poi la legge ha già fatto molte vittime anche se nel 2016 sono stati ridotti i massimali delle pene (da 12 a 4 anni di prigione): c’è una donna a Bandung imprigionata per cinque mesi nel 2015 dopo che il suo ex marito aveva hackerato il suo account o il caso di un’altra donna incriminata per aver condiviso un post che prendeva in giro il tentativo di un politico di dribblare investigatori anti-corruzione. E ancora, quello che è successo a un musicista, messo in galera per aver dato degli "idioti" in un video a un gruppo di sostenitori di Jokowi.

L'anno scorso - riferisce il South China Morning Post - il Paese ha registrato 292 casi che interessano la legge rispetto ai 140 del 2017: diffamazione e incitamento all'odio sono le accuse più comuni. La Commissione nazionale sulla violenza contro le donne ha rilevato che lo scorso anno sono stati segnalati almeno 97 casi di violenza cibernetica contro le donne rispetto ai i 65 del 2017: casi che vanno dalla diffamazione online alle molestie, dall’hackeraggio alle violazioni della privacy. Spesso inoltre le molestie informatiche non vengono nemmeno denunciate (forse per via della discrezionalità garantita dalla legge alla polizia) anche se si sta diffondendo la coscienza che denunciare è giusto. Internet (oltre il 47 % delle donne lo usa e l’Indonesia è come numero di utenti di Fb il quarto Paese al mondo con 130 milioni di utenti ) è comunque solo una parte del tutto: complessivamente, lo scorso anno sono stati registrati oltre 406mila casi di violenza contro le donne in Indonesia. Erano oltre 348mila nel 2017, sempre secondo i dati della Commissione. Ma, riferisce la Bbc, un terzo delle donne indonesiane ha subito violenze fisiche o sessuali, secondo un sondaggio del governo pubblicato nel 2017.

C’è anche altro a bollire in pentola. Bisogna trasferirsi però nella parte più occidentale e settentrionale dell’arcipelago: nell’Aceh, provincia devastata dallo tsunami del 2004 e nota per una lunga guerriglia separatista (1976-2005) connotata da un forte accento islamista, all’origine dello statuto speciale che già dai tempi di Sukarno era stato garantito alla provincia.
Adesso è in discussione una legge che vorrebbe legalizzare la poligamia, finora regolata non da una legge provinciale ma da una consuetudine abbastanza radicata. L'Indonesia, Paese musulmano ma non islamico radicale, non consente la poligamia poiché la legge nazionale definisce legalmente il matrimonio come l'unione tra due adulti di sesso opposto ma vengono però prese in considerazione norme religiose e tradizionali che magari consentono indirettamente la poligamia specie nelle aree dove è forte l’interpretazione rigorista del Corano, come nell’Aceh (ossia più registrazioni di matrimonio “tradizionale”). Il paradosso è che i fautori della legge sulla poligamia (che consentirebbe sino a quattro mogli) la difendono sostenendo che è innovativa e pensata a protezione proprio delle donne. Un modo, dicono, per render illegali i cosiddetti matrimoni nikah siri (ossia quelli che soddisfano i requisiti religiosi ma non sono legalmente riconosciuti né registrati). I matrimoni nikah siri, che sono normalmente condotti in semi segreto, sono un fenomeno pare abbastanza comune. Uno studio del 2012 condotto in 111 villaggi in 17 province dal programma Empowerment of Female Heads of Households (Pekka) ha scoperto che un abitante su quattro del villaggio era vincolato da un matrimonio non registrato.

“Dal punto di vista dell'islam – scriveva il Jakarta Post in un editoriale - (il matrimonio nikah siri) è lecito grazie alla presenza del penghulu (persona in grado di officiarlo), sebbene non autorizzata dal ministero degli Affari religiosi” e nel contempo “la legge sul matrimonio del 1974 stabilisce che un matrimonio è legittimo se soddisfa le formalità religiose e viene registrato”. Su questa “ambivalenza” condotta sul confine sottile tra diritto dello Stato, religione e pratiche tradizionali, registrazione o meno, si gioca una partita sulla pelle delle donne anche se in molti comprenderebbero “le conseguenze legali e sociali del matrimonio non ufficiale, inclusa l'assenza di diritto da parte della moglie e dei figli sull'eredità o sui documenti ufficiali”. Lo Stato però, che pure bolla il nikah siri come illegale “non riesce a vietarlo esplicitamente o a criminalizzare chiunque lo pratichi”. Una bella confusione insomma.

Confusione, avvisava l’editorialista, peggiorata da che “il Consiglio Ulema indonesiano (Mui) ha emesso una fatwa nel 2006, in cui si afferma che il matrimonio non registrato è halal (consentito dalla legge islamica), purché soddisfi tutti i requisiti stabiliti dalla sharia”.

La legge sulla poligamia questa volta ha però suscitato un tale vespaio da poter essere considerata non solo un campanello d’allarme sui diritti delle donne ma anche il segno di una società civile che, dal basso, reagisce e pone la questione in termini pubblici impedendo, come avveniva in passato, che le norme più oscurantiste passino quasi inosservate e imposte dall’altro.

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