Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

sabato 17 gennaio 2026

Piccole notizie, grandi segnali. Come la Cina avanza nel Sudest (e gli Usa perdono colpi)

A volte piccole cose ne rivelano di grandi. E notizie (apparentemente) minori la dicono più lunga di grandi proclami illuminati acriticamente dalle luci mediatiche. Dall’osservatorio privilegiato in cui mi trovo, mi è più facile capire come si muovono le cose in Asia che non standomene a casa. Così che vedo come sull’Intelligenza artificiale si sia aperta una sfida tra Cina e Giappone per chi si conquisterà il cuore e le menti, ma soprattutto gli smartphone e i pc, dei 700 milioni di abitanti dell’Asia sudorientale. Non proprio noccioline: l’8,5% della popolazione mondiale. Quello che mi ha colpito è che gli americani sembrano assolutamente assenti. Non parliamo dell’Europa. 

Eppure, sia per cinesi sia per giapponesi, la sfida è grossa: nel Sudest asiatico non ci sono lingue affini al cinese (se non per una distante parentela in alcuni rari casi) anche se la Cina può contare su una diaspora importante. Per i giapponesi è ancora peggio e infatti leggo che per Tokio le prime difficoltà sono nate col Khmer, in Cambogia. Paradossalmente la sfida linguistica, in alcuni casi, potrebbero vincerla più semplicemente gli americani o persino gli italiani, per esempio col malese e l’indonesiano (che poi sono quasi lo stesso idioma), scritti in caratteri latini e senza grandi problemi di pronuncia. La Cina e il Giappone si danno da fare. Occidentali non pervenuti.

Un’altra notizia ha riscosso il mio interesse anche se l’ho letta su un giornale locale e non su quella dei Paesi interessati. Dice che a gennaio Michael DeSombre, alto funzionario del Dipartimento di Stato per l’Asia orienatle, ha promesso durante il suo viaggio in Thailandia e Cambogia, 45 milioni di dollari (una miseria in un certo senso) per sostenere il processo di pace e il cessate il fuoco. Quello che Trump aveva decantato come la sua ultima vittoria da grande negoziatore di pace (dopo Ucraina, Gaza, India-Pakistan e così via)… Velo pietoso.

Nessuno ha dato grande risalto a questa notizia, rimasta confinata in poche note sulla stampa locale del Sudest, ma a me pare dica molte cose. La prima è che, dopo la figuraccia del cessate il fuco tra i due Paesi a fine anno – dopo che era fallito l’accordo firmato a Kuala Lumpur sotto l’egida di Trump  in ottobre – gli americani corrono ai ripari e sperano di comprare con due spiccioli il salvataggio della loro faccia. Persa davanti a Pechino, vera mediatrice dell’ultimo cessate il fuoco (che ancora regge). La seconda è che non solo i media americani ma nemmeno quelli thai hanno dato rilievo all’obolo. Lo ha fatto solo la Cambogia, sempre in cerca di bastoni cui appoggiarsi. Non l’orgogliosa Thailandia (e tantomeno la Cina) che già dopo l’accordo di Kuala Lumpur ne aveva preso subito le distanze.

Le due notiziole, mettiamola così, rivelano presenze e assenze economiche, politiche, diplomatiche. Non di primo piano, certo. Rivelano però quello che in tanto sono restii a vedere e ad ammettere anche perché in fondo il Sudest asiatico è così lontano e le luci di Bangkok sono buone solo come apripista per far notte sulle sue spiagge. Ma se lo si vuole vedere, in questi due piccoli flash c’è molto. La lontananza da un modello che ha sempre più perso il suo appeal.

Nessun commento: