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martedì 17 febbraio 2026

Viaggiare. L'insostenibile mancanza di rispetto ed eleganza



Da un po’ di anni a questa parte noto nei viaggiatori, ossia nei turisti (categoria cui seppur controvoglia appartengo), una certa sciatteria che mi infastidisce. E’ dovuta in parte a come è cambiato il modo di vestirsi in questi ultimi 
anni soprattutto tra gli occidentali: felpe, magliette  e scarpe da ginnastica in un unisex normalizzante e senza fantasia, accompagnato da tatuaggi diffusi e tagli di capelli, che fanno prediligere (soprattutto tra ai maschietti) la rasatura totale. 


Nelle donne va un po’ meglio, c’è più attenzione. Ma tirando le somme, il più delle volte mi sembra di stare sul metrò, sull’autobus o lungo il marciapiedi in compagnia di gente che sta andando in palestra. E fin qui, ognuno avrà pure il diritto di omologarsi, di rinnegare mode e fantasia, di vestirsi insomma e radersi come gli pare. Ma quando si viaggia, la cosa cambia e si arricchisce di un altro elemento: il rispetto. Che sembra valere solo a casa nostra. Andreste a un matrimonio in pigiama? Scegliereste dei bermuda sdruciti per andare al battesimo di vostro nipote? Andreste in ufficio in short o in costume da bagno? In poche parole, andreste in giro nella vostra città – Berlino, Roma, Parigi – come se foste sul punto di andare in spiaggia? No, non lo fareste ma quando si è in vacanza…



Nella foto che vedete qui sopra, due ameni turisti camminano spensierati per le vie di una cittadini laotiana. Sono, come tutti gli altri, in tenuta da spiaggia anche se siamo – pur in una tiepida calura – a circa 350 metri sopra il livello del mare. A parte l’omologazione e l’ineleganza (che, in fondo, chi se ne frega) a me pare una mancanza di rispetto. Non dico che uno/a si debba mettere il blazer o la gonna a pieghe, ma se ci si guarda intorno, di laotiani in costume da bagno non se ne vedono. Sarò bacchettone? Si, forse, ma amo il rispetto e la bellezza. Una volta noi italiani eravamo famosi proprio perché avevamo una certa cura nel vestire. Ora son tutte magliette, ciabatte (in plastica o ecofriendly), scarpe da ginnastica, bermuda e costumi da bagno. Tutti uguali, tutti normalizzati e magari con la firma del produttore ben in vista… Ma buttiamola sul ridere che è meglio.

Se si osserva la gran parte dei viaggiatori odierni – ricchi o poveri, vecchi o giovani, muniti di valigia a rotelle o di sacco con spallacci – noterete che la maggior parte delle persone si accoppia con dei contenitori da decine di litri: valige enormi, zaini lunghi stracolmi e articolati, borse e sacchetti perché non si sa mai. Ma, mi chiedo io, se poi uno si mette solo costumi e magliette che bisogno c’è? Capirei se ci fosse un capo di lino, un vestito da sera, una giacca per le grandi occasioni ma per un paio di bermuda serve tutto quello spazio? Sarò bacchettone ma mi viene da ridere (e son anche certo che qualcuno starà ridendo delle mie elucubrazioni e forse anche dei miei vestiti e delle mie valige).

Iddio – comunque - benedica gli anni Settanta (quello scorcio troppo breve del Secolo Breve) quando era obbligo (non scritto) vestirsi come gli abitanti del luogo. Eri in Marocco? Allora la jellaba. In Afghanistan? Il waistcoat. In Pakistan? La shalwar kamiz. In India? La kurta. In Indonesia? Senza bisogno di indossare il topi, il fez tradizionale, una camicia batik o un sarong. Non si tratta di scimmiottare ma di rispettare. Di adattarsi e dunque di “sparire”. Essere un po’ meno turisti e più, si diceva un tempo, cittadini del mondo. Chissà poi se io ci riesco...

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