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sabato 17 gennaio 2009

UNA GIORNATA DA DIMENTICARE



Il botto arriva alle 9.30 circa. All'incrocio maledetto, tra l'ambasciata tedesca e una grande caserma americana, un kamikaze si fa esplodere. L'incertezza sul numero dei morti continua per tutto il giorno e poi si ferma a tre, tra cui un americano. Ventitré i feriti ma forse qualcuno di loro potrebbe non farcela (in seguito il bilancio è salito a quattro civili morti e un soldato americano ma i numeri potrebberop salire). Se alcuni soldati americani e parte del personale d'ambasciata sono stati colpiti da schegge, un pulmino carico di afgani ha preso fuoco. Anche un bambino è stato ucciso da questo attentato che rompe una tregua invernale imposta, evidentemente, più dalla neve che da altri sentimenti. Un portavoce dei talebani rivendica e fa anche il nome del suicida: Shumse Rahman, della provincia di Kabul, dice il resoconto di Cnn. Era lui al volante dell'auto e si è fatto esplodere (o lo hanno fatto esplodere) vicino a un'autobotte piena di gasolio. Fosse stata benzina i danni sarebbero stati enormi. Molta più gente sarebbe morta.
Mi colpisce questa storia di fare i nomi, di dare un'identità a questo inutile martirio sanguinario. Mi chiedo cosa ne pensa la gente di qui del fatto che queste incursioni magari colpiscono anche l'obiettivo, ma alla fine massacrano sempre degli innocenti. Sempre degli afgani, spesso dei bambini. A Kabul i talebani non piacciono, non sono mai piaciuti. Questa è una città che, nonostante tutto, guarda avanti anche se alle tradizioni ci tiene. “Questa gente legge il Corano ma non lo applica – mi dice un residente – perché non si uccidono altri musulmani. Eppoi siamo stanchi di guerra”. Fa spallucce: “ormai siamo abituati, non è la prima volta”. Non sarà l'ultima.
Ed è anche questo senso dell'abitudine che fa masticare amaro. Il fatto che via, in fondo è andata bene a chi non passava da quelle parti. E domani è un altro giorno. Ma vien voglia che venga sera presto per andare a letto e dimenticare.

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