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sabato 15 gennaio 2022

Giallo alla frontiera: la morte di un mediatore talebano


C'
è un giallo nato qualche giorno nella provincia afgana di Nangarhar lungo la Durand Line, la frontiera maledetta tra Pakistan e Afghanistan. Riguarda l’uccisione di uomo che rischia di complicare la già fragilissima trattativa tra i cosiddetti “talebani pachistani” e il governo di Islamabad, in stallo ormai dalla fine della tregua il 9 dicembre scorso. Un giallo e uno stallo cui stanno cercando di rimediare proprio i Talebani con la t maiuscola, i fratelli pashtun che ormai comandano a Kabul (è di lingua pashto la comunità di riferimento dei talebani sia in Afghanistan sia in Pakistan, dove sono chiamati pathan).

Il giallo comincia il 10 gennaio quando inizia a circolare la notizia dell’assassinio di  Khalid Balti, meglio conosciuto come  Mohammad Khorasani e già portavoce del Tehreek-e-Taleban Pakistan (Ttp), cartello di gruppi jihadisti pashtun a geometria variabile. Khalid Balti, che sarebbe stato ucciso da uno sconosciuto almeno il giorno prima, non è un personaggio qualunque: tanto per cominciare, come dice il nome, viene da un’area non pashtun e dove la maggioranza non è omogenea, con un mix di culture religiose tra le più diverse in Pakistan, tra cui  sciiti e ismaeliti. Ma l’uomo del Gilgit Baltistan viene probabilmente accettato perché è un mufti, ossia un giurista cui compete anche emanare fatwa, pareri non vincolanti ma di rilievo in materia di sharia. Tra l’altro, benché la regione non sia turbolenta, confina pur sempre con l’Azad Kashmir, zona di guerra e base di attività guerrigliere.

Khalid Balti diviene portavoce del Ttp in sostituzione di Shahidullah Shahid (nel 2014 espulso per le sue simpatie con lo Stato islamico e poi ucciso), ruolo in seguito attribuito ad altri. Il 2014 è anche l’anno dell’operazione Zarb e Azb, che l’esercito di Islamabad scatena in giugno nel Waziristan, e Balti se ne deve andare. Passa in Afghanistan da dove svolge un ruolo di coordinamento delle azioni in Pakistan ma presumibilmente anche un lavoro importante di relazioni con i Talebani afgani.
Sulla sua morte hanno aperto un’inchiesta sia il governo sia il Ttp (che  l’ha confermata e aveva già chiarito che il portavoce attuale, pur sempre con nome de guerre Khorasani, è vivo e vegeto). Non sapendo chi lo ha ucciso ci si domanda a chi possa servire la sua morte in un momento tanto delicato: la trattativa tra Ttp e Islamabad, favorita da Kabul.

Non è la prima volta che il Ttp parla col governo ma la trattativa del febbraio 2014 si arena presto. L’operazione Zarb e Azb fa il resto (a luglio ha già creato un milione di sfollati). A sorpresa, nell’ottobre scorso i colloqui riprendono e arrivano a una tregua che scatta l’8 novembre per scadere dopo un mese ma senza essere rinnovata. Le accuse reciproche si sprecano e le armi tornano a cantare. Ma gli artefici del negoziato, i Talebani afgani,  non restano con le mani in mano. Per Kabul una tregua tra Ttp e Islamabad significa guadagnare punti e restituire favori. Ma anche controllare un movimento pachistano ancora più eterogeneo di quello afgano, con schegge impazzite alcune delle quali passate allo Stato islamico mentre altre si sono associate al progetto di Al Bagdadi per poi far ritorno nel Ttp. Non è un dietro le quinte: l’'inviato di Kabul per il Pakistan, sardar Ahmed Khan Shakib, ha appena dichiarato che i Talebani stanno facendo il possibile per riattivare il tavolo negoziale in uno stallo pericoloso. Della vicenda si occupano commissioni paritetiche dei due governi che, oltre al dialogo col Ttp, hanno sul tavolo anche l’annoso contenzioso sulla frontiera. E sul loro territorio, i Talebani sono stati chiari, non permetteranno santuari esterni che possano mettere in difficoltà Kabul.

sabato 8 gennaio 2022

Il flop diplomatico di Hun Sen in Myanmar

Non è cominciata bene ieri la visita di due giorni in Myanmar del premier
cambogiano Hun Sen, il cui Paese presiede da gennaio anche l’associazione regionale di dieci nazioni del Sudest asiatico (Asean) di cui entrambi i Paesi fanno parte. 273 organizzazioni riunite nel General Strike Coordination Body lo hanno accusato di “trascurare la volontà del popolo birmano e la rivoluzione di primavera” e Amnesty International gli aveva chiesto di annullare il  viaggio e ”condurre l'Asean in un'azione forte per affrontare la terribile situazione dei diritti umani nel Paese”. Ma assai peggio delle messe in guardia, delle dichiarazioni e delle firme è stato il fatto che Hun Sen ha trovato un Paese risolutamente schierato contro la sua visita. 

Preceduto da una serie di esplosioni nei pressi dell'ambasciata cambogiana a Yangon, l’uomo forte di Phnom Penh, atterrato nella capitale Naypyidaw ieri mattina dove, ricevuto col tappeto rosso, ha  incontrato  il capo del golpe generale Min Aung Hlaing, è stato raggiunto da una serie di cattive notizie: in diverse aree del Paese la gente ha organizzato proteste come ha potuto contro la sua visita: bruciando la sua immagine o mostrando cartelli con la scritta "Non abbiamo bisogno di te" e "Non sei il benvenuto in Myanmar". Foto di piedi che ne calpestano il ritratto e bombardamenti di critiche sulla sua pagina FB hanno fatto il resto. Uno per tutti:  “Vergognati Samdech Hun Sen…. siamo preoccupati per il tuo futuro politico. Sei davvero un dittatore. Non hai mai rispettato la volontà del tuo popolo e sostieni la giunta degli assassini”.

Convinto che la sua “comboy diplomacy”, di stile berlusconiantrumpiano, possa fare meglio dei riti della diplomazia formale, Hun Sen pensa di poter e dover riportare il Myanmar nell’alveo della “famiglia Asean” da cui il Paese è stato escluso negli ultimi summit. Prima di partire, conscio probabilmente che il suo gesto correva il rischio di rompere un’omogeneità di vedute sul golpe raggiunta a fatica (Vietnam, Laos, Thailandia e Cambogia son sempre stati più teneri col nuovo regime che non gli altri membri), il premier ha chiamato il presidente indonesiano Jokowi, a capo del Paese più importante del gruppo. Ma anziché ricevere un avvallo alla sua spericolata e controversa missione, alla fine della chiamata, Jokowi, da gennaio anche presidente del G20, ha twittato che “se non ci saranno progressi significativi nel piano di pace”, solo i rappresentanti non politici del Myanmar saranno ammessi alle riunioni dell'Asean. Come già ora avviene. 

Jokowi si riferisce al piano in 5 punti approvato dall’associazione in aprile e subito fallito visto che l’inviato speciale del gruppo non ha mai potuto incontrare Aung San Suu Kyi. A meno di colpi di scena dell’ultima ora anche il vecchio dittatore cambogiano non potrà vederla, così che anziché guadagnarci in prestigio Hun Sen dovrà probabilmente far ritorno a casa con le pive nel sacco.
                                                                                                                            Isolata dal punto di vista internazionale, con pochi amici tra cui una  Russia
entusiasta e una Cina che da segnali ambigui, la giunta sembra voler procedere sul suo camminano, ignorando le proteste e il diffuso  sciopero dell’apparato sanitario che continua ad attanagliare un Paese morso dal Covid (la scelta è tata giustificata dai medici con una lettera al giornale scientifico Lancet). Continuano le violenze di cui la strage di Natale (decine uccisi e carbonizzati) è solo un esempio recente. 

Quello di Hun Sen non è comunque l’unico passo falso. Lo ha fatto anche il cardinale Bo, presidente birmano della Conferenza episcopale asiatica, che il 23 dicembre si è fatto fotografare con Min Aung Hlaing. Bo ha poi cercato di aggiustare. Ma la frittata, con grande imbarazzo a Roma, era fatta. 


Questo articolo è uscito questa mattina su ilmanifesto 

In copertina il tappeto rosso in onore di Hun Sen da un fotogramma di un video di Al Jazeera su Youtube. Nel testo, Bo col dittatore in uno scatto riprodotto dal quotidiano birmano di opposizione Irrawaddy 

 

venerdì 17 dicembre 2021

Talebani: cos'erano e come sono cambiati

Nel 2001 Giovanni Bensi pubblicò un dotto saggio sulle radici ideologiche dei Talebani
che non ebbe sfortunatamente una grande eco. Quel libro, valido vent’anni fa come oggi, spiegava bene quel che molti ignorarono, a cominciare dalle differenze profonde tra Al Qaeda e il movimento di ispirazione Deobandi, una scuola di pensiero islamista e fortemente anticoloniale nata verso la fine dell’Ottocento nell’India britannica. L’editore Luni lo ha adesso ripubblicato, a cura di Isabella Doniselli, nella collana Biblioteca Icoo grazie alla collaborazione con la Biblioteca-Archivio del Csseo di Levico diretto da Fernando Orlandi che ne ha scritto l’introduzione restituendo a Bensi la statura che merita. Luni ha affidato a Giuliano Battiston ed Emanuele Giordana una lunga postfazione che aggiorna il libro di Bensi al 15 agosto 2021, alla conquista o meglio riconquista del potere in Afghanistan da parte del movimento fondato da mullah Omar alla fine del Novecento. Pubblichiamo qui il primo capitolo della parte curata dai due giornalisti che conoscono bene l’Afghanistan su cui hanno già scritto diversi saggi e numerosi articoli per il manifesto e cui si devono gli aggiornamenti annuali della scheda Afghanistan sull’Atlante delle guerre e dei conflitti nel Mondo.

di Giuliano Battiston ed Emanuele Giordana

“Con l’aiuto di Allah la vittoria è vicina”. “Nasr-u min-Allah wa fath-u qarîb”. Il testo di Giovanni Bensi dedicato ai Talebani si apre con un motto – parafrasi di un’espressione riportata in molti versi del Corano – che figura sui ritratti di Osama bin Laden durante alcune dimostrazioni in Pakistan dell’ottobre 2001. Sono i giorni in cui, al di là della Linea Durand, il primo Emirato islamico d’Afghanistan viene rovesciato militarmente dagli Stati Uniti. Venti anni dopo, sull’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, sventola una bandiera bianca con scritte nere. Le scritte recitano la shahada, la professione di fede islamica. La bandiera è quella dei Talebani. Tornati al potere dopo venti anni di jihad e una rapida offensiva militare sui centri urbani culminata il 15 agosto 2021 con la caduta senza spargimento di sangue della capitale e la conquista del palazzo a lungo occupato da Ashraf Ghani. Venticinque anni all’estero tra l’insegnamento in prestigiose università e il lavoro alla Banca mondiale, l’accademico e tecnocrate Ghani è rientrato nel suo Paese natale con l’ambizione di governare seguendo il modello di ingegneria istituzionale descritto in Fixing Failed States (Come ricostruire gli Stati falliti), come recita il titolo di un suo libro scritto nel 2009 insieme a Clare Lockhart. È fuggito da Kabul e dall’Afghanistan il 15 agosto 2021, dopo aver più volte assicurato che avrebbe resistito fino alla morte, che non sarebbe finito in esilio come Amanullah Khan, il re riformatore che, giunto al potere a soli 27 anni, nel 1919 ha ottenuto l’indipendenza dagli inglesi. Per poi perdere il potere dieci anni dopo, dietro la spinta dei mullah, i quali lo ritenevano troppo liberale. Ghazi Amanullah Khan ha trovato rifugio a Roma, dove è morto nel 1960. Ha lasciato un’eredità politica e intellettuale ancora oggi viva nel Paese. Dietro di lui, Ashraf Ghani lascia uno Stato-rentier, dipendente dalle risorse esterne, tutt’altro che ricostruito. In mano ai Talebani.

La bandiera dei Talebani è stata issata l’11 settembre 2021, in occasione del ventennale dagli attentati alle Torri gemelle di New York e al Pentagono a cui Washington ha risposto con una rappresaglia che ha rovesciato il primo Emirato, parte di una più ampia strategia muscolare, la War on terror, il più importante paradigma della politica estera statunitense dalla fine della Guerra fredda. I seguaci di mullah Omar erano responsabili di ospitare al-Qaeda, ospite ingombrante “ereditato” nel 1996 quando assumono il controllo del Paese. Secondo le ricostruzioni storiografiche più attendibili1, non solo non erano responsabili dell’attentato, ma non ne erano neanche a conoscenza. L’invasione del 2001 si è fatta poi occupazione militare, garantendo la longevità dei Talebani e consegnando loro un obiettivo legittimo per condurre il jihad: le forze di occupazione contro le quali reclutare, fare propaganda, rivendicare sovranità. I crimini di guerra delle forze internazionali, il sostegno a una classe politica-rentier corrotta, simbolo di istituzioni fragili e predatorie chiamate democratiche, ha ampliato la distanza tra governo e popolazione.
Senza consenso, legittimità e radicamento sociale, la Repubblica islamica d’Afghanistan è implosa in pochi giorni, dopo un’attenta strategia diplomatica con cui i Talebani hanno siglato patti interni di non belligeranza e accordi regionali di non ostilità. La velocità del collasso istituzionale, sorprendente perfino per i Talebani, ha avuto l’effetto di un cataclisma per istituzioni, politica, economia, società. Gli effetti di questa repentina conquista del potere si depositeranno negli anni a venire. Come per il crollo delle Torri gemelle, occorrerà rimuovere le macerie prima di comprendere la portata dei danni e delle conseguenze, che non riguardano soltanto le macerie materiali di venti anni di duro conflitto, tra i più letali al mondo.

Intanto i Talebani sono al potere e provano a governare. Il 7 settembre 2021 hanno annunciato il nuovo esecutivo, a interim. Senza Costituzione, senza cerimonia ufficiale di insediamento, a dispetto di alcune nomine il governo del nuovo Emirato riflette una concezione monopolistica del potere e, innanzitutto, la preoccupazione di cementare il movimento nella difficile transizione da gruppo armato a soggetto politico-istituzionale. Venuto meno l’obiettivo comune, la lotta contro le truppe d’occupazione e l’amministrazione di Kabul mai riconosciuta come legittima, adempiuto il sacro dovere del jihad che porta ricompense religiose e guadagni materiali, la leadership politica della Rabhari shura, il “Politburo” dei Talebani, pensa a mantenere la coesione e a ricompensare gli sforzi di quanti hanno combattuto in questi anni, sul fronte militare come su quello diplomatico, logistico, finanziario.

Quello dei Talebani è un governo teocratico, a prevalenza pashtun, emblema di continuità e “resilienza” del movimento e della sua leadership. La vittoria dei Talebani è netta e coincide con il fallimento della War on terror degli Stati Uniti e con l’idea di esportare la democrazia con le armi. Ma è una vittoria che nel lungo termine potrebbe rivelarsi fragile. La “fine della guerra” e la stabilità annunciata dal portavoce del movimento Zabihullah Mujahed, ora vice-ministro dell’Informazione, potrebbero essere una parentesi. Al fondo, restano infatti troppi nodi irrisolti.
Il primo è un nodo “interno”. Un dilemma esistenziale. Se vogliono sopravvivere come movimento, i Talebani devono mantenere purezza ideologica e ortodossia. Se vogliono che sopravviva il sistema politico-istituzionale che governano, devono farsi flessibili, pragmatici, accettare compromessi. La repentina conquista militare del Paese, che ha sostituito il graduale trasferimento di potere promesso ai partner regionali e che potrebbe essere recuperato in futuro con un ampliamento della compagine governativa, ha evidenziato il paradosso da affrontare. I Talebani rivendicano sovranità, ma per uno Stato-rentier. I servizi fondamentali del Paese, a partire da istruzione e sanità, dipendono dai donatori internazionali, l’economia è strutturalmente dipendente dall’esterno, le risorse informali con cui il movimento è sopravvissuto finora sono insufficienti a soddisfare i bisogni statuali. Servono soldi. E i soldi passano per il riconoscimento da parte della comunità internazionale, sopratutto del blocco euro-atlantico che ha le redini del sistema degli aiuti. I Talebani sono consapevoli di aver pagato l’isolamento diplomatico al tempo del primo Emirato, ma non è detto che ne traggano le dovute conclusioni, oggi.

Attraversato da dissidi interni, finora sempre ricondotti a principi di coesione, il movimento dei Talebani dovrà affrontare poi un’altra sfida, non meno importante. Non più – almeno nel breve termine – il conflitto militare, ma il conflitto sociale. Le misure repressive potrebbero rivelarsi insufficienti a tenere a bada una società demograficamente giovane, consapevole di ciò che accade nel resto del mondo, con aspettative e ambizioni diverse dal passato. Il monopolio della violenza potrebbe non bastare per riequilibrare il deficit di consenso e legittimità. Il contratto sociale offerto dai Talebani alla popolazione mima troppo pedissequamente il precedente degli anni Novanta. Sicurezza collettiva in cambio della rinuncia alle libertà personali. Oggi potrebbe non funzionare. E a ben guardare quel contratto sociale che immaginiamo monolitico non funzionava del tutto neanche negli anni Novanta, come abbiamo potuto osservare di persona. Per questo facciamo un passo indietro. Vi portiamo a Kandahar, nel profondo Sud del Paese. Al tempo del primo Emirato.

Giovanni Bensi
I Talebani
prefazione di F. Orlandi
postfazione di G. Battiston ed E. Giordana
Luni Editore
pp 80
euro 14,00

 

Le immagini a corredo del testo: la copertina del libro, una mappa (Onu) dell’Afghanistan, uno scatto di G. Battiston a Ghazni nel novembre scorso, la bandiera dei Talebani e oggi dell’Emirato, i due autori durante una presentazione in Sicilia

mercoledì 15 dicembre 2021

L'Afghanistan e l'agenda del governo italiano

Dove si trova l’Afghanistan nell’agenda politica del governo italiano? Qual è la strategia della
cooperazione italiana e come verranno scelte le persone che potranno accedere ai corridoi umanitari? Cosa fanno le università italiane e, soprattutto, cosa pensa del suo futuro la società civile afgana? Per rispondere a queste domande “Afgana” e l’associazione trentina “46mo Parallelo” hanno costruito un incontro a Trento il 14 dicembre tra la Viceministra agli Esteri e alla Cooperazione Marina Sereni e i principali protagonisti della società civile italiana, impegnati dal 15 di agosto su un dossier esploso con il ritorno dei Talebani e il rapido abbandono di un conflitto durato vent’anni e costato almeno 250mila vittime, in maggioranza civili. 

Incontro “costruito” perché alimentato da una serie di webinar preliminari online in cui le due associazioni organizzatrici hanno sentito i responsabili delle realtà impegnate sul fronte umanitario (Ong, organizzazioni religiose, attivisti afgani, accademici) per porre una serie di domande alla Viceministra. Domande in realtà già note al nostro ministero ma ancora non oggetto di un dibattito pubblico. L’iniziativa di Trento ha dunque in animo, non solo di non far spegnere i riflettori sulla crisi afgana ma anche di informare i cittadini su quella che è ancora una nebulosa: la nostra strategia-Paese verso l’Afghanistan.

Per parte loro Afgana e 46mo Parallelo intendono sottolineare alcuni aspetti che, oltre all’azione umanitaria, riguardano la politica in senso lato: i conti col passato, i diritti nel futuro afgano, il ruolo e il sostegno alla società civile afgana attraverso la società civile italiana. 

I conti col passato ancora non si sono fatti e non c’è stato un dibattito parlamentare pubblico su una guerra persa: perché l’abbiamo fatta? Chi ancora crede andasse fatta, dove ha sbagliato?  Aveva e ha forse ragione, anche per il futuro, l’art 11 della Costituzione che ripudia le guerre di aggressione? Come giustifichiamo un contributo alla missione Nato di circa 9 mld di euro di cui solo tra il 5 e il 7 % investiti in sviluppo e il resto in spesa militare in un Paese in cui abbiamo lasciato 7 afgani su 10 sotto la soglia di povertà? Che lezione ne traiamo in vista di altre missioni militari italiane all’estero?

I diritti: è giusto difenderli e sostenerli. Ma come farlo senza un’ambasciata né un ufficio di cooperazione? Come garantire gli italiani che operano in Afghanistan senza nemmeno un ufficio di tutela degli interessi nazionali? Come verificare dove e come saranno spesi i milioni che abbiamo scelto di destinare all’aiuto umanitario attraverso le grandi agenzie internazionali? Si muove l’ipotesi di un’ “ambasciata Ue” e il nostro ambasciatore a Doha Sandalli ha incontrato in Qatar, con altri omologhi europei, i Talebani. Non ci appare sufficiente anche perché non è chiaro l’atteggiamento italiano verso l’emirato: totale chiusura o possibile negoziato? 

Il ruolo della società civile italiana è stato fondamentale nelle evacuazioni passate e dovrà esserlo in quelle future. Inoltre  è ancora  forte  una presenza di diverse organizzazioni non governative italiane in Afghanistan. Chi c’era rimane e altri sono disposti a partire. Ma sono presenze che andranno tutelate e sostenute finanziariamente perché possano davvero difendere i diritti degli afgani. Anche in una trattativa inevitabile col regime talebano che per molti è già in corso laddove la realtà del terreno vince sui dubbi – pur legittimi – sui possibili impegni che l’emirato potrebbe prendersi. Del resto, come sostenere la società civile afgana senza rafforzare la nostra che è attiva da anni in quel Paese? 

Il titolo del primo incontro pubblico in presenza sul dossier afgano, che si deve anche al sostegno della Provincia autonoma e del Forum trentino per la pace, è significativamente: “Afghanistan, il futuro negato”. C’è da augurarsi che da Trento di snebbi la nebulosa o, quantomeno, parta un percorso virtuoso e trasparente sulla strategia italiana nel Paese dell’Hindukush. A cominciare dalle regole che consentiranno l’ingresso in Italia ad altri 1200 afgani – un numero che speriamo venga accresciuto – per avere le tutele che ci chiedono prima che il loro futuro sia negato una volta per tutte.

Questo articolo è uscito ieri su ilmanifesto

domenica 12 dicembre 2021

Afghanistan, il futuro negato. Martedi 14 dicembre a Trento

Il primo incontro pubblico nazionale e in presenza sul futuro del Paese asiatico. La strategia italiana e la società civile afgana, la cooperazione e l'asilo. Organizzato da Afgana e 46mo Parallelo col sostegno della Provincia Autonoma

È necessario scrivere a info@atlanteguerre.it per assistere in presenza (necessario Green Pass)

Diretta Facebook qui


sabato 11 dicembre 2021

G20 all'Indonesia. La scommessa di Jokowi dipinta di verde

A
ll’inizio di novembre il presidente indonesiano Jokowi volava a Glasgow per la Cop 26 dopo aver appena ricevuto da Mario Draghi il passaggio di consegne dall’Italia all’Indonesia per la presidenza del G20. Formalmente la presidenza indonesiana è scattata in dicembre e per Joko «Jokowi» Widodo, al suo secondo mandato come capo di Stato di uno dei più popolosi Paesi del pianeta, il G20 è una bella scommessa nonostante i grattacapi di casa: dall’emergenza senza fine Covid-19 a una legge «omnibus» di liberalizzazione dell’economia che il presidente ha firmato proprio durante i giorni di Glasgow ma che poi è stata in parte rigettata dalla Corte costituzionale che, il 25 novembre, l’ha rinviata al parlamento dando ai deputati due anni di tempo per emendarla.

Nondimeno, Jokowi si vuole giocare la partita: alla viglia del suo insediamento ufficiale ha promesso una «crescita inclusiva, centrata sulle persone, rispettosa dell’ambiente e sostenibile» come impegno principale dell’Indonesia per la sua leadership nel G20. E ha affermato che il G20 dovrebbe essere il motore per lo sviluppo di un ecosistema che guidi la collaborazione e l’innovazione. Per Jokowi l’Indonesia «vuole che il G20 dia l’esempio e guidi il mondo nella gestione cooperativa dei cambiamenti climatici e dell’ambiente in modo sostenibile eseguendo azioni concrete». Jokowi vorrebbe un G20 catalizzatore di una ripresa verde con una «gestione del cambiamento climatico che dovrebbe essere all’interno di un quadro di sviluppo sostenibile». Ma al di là delle belle parole, quali sono i nodi che il presidente deve affrontare? Cominciamo da casa dove lavoratori e ambientalisti sono sul piede di guerra.

La sua «legge omnibus» che dovrebbe dare una svolta all’economia ha fatto infuriare il sindacato ma anche gli ambientalisti che questa estate avevano già fatto ricorso su una controversa legislazione sulle miniere approvata lo scorso anno e considerata una violazione della protezione ambientale a vantaggio delle compagnie minerarie. Anche la «legge omnibus», superliberista, avrebbe le sue ricadute sull’ambiente in un Paese che è ancora una grande riserva naturale del pianeta. Tutti grattacapi da sistemare se l’Indonesia dovrà dar l’esempio di una svolta verde. Sul piano internazionale le sfide sono tante: la baldanzosa avanzata statunitense in Asia condita dalle schermaglie con la Cina, attore che nella regione ha un certo peso.

E, ancor più vicino a casa, la presidenza dell’Asean, l’associazione di dieci nazioni del Sudest asiatico, passata dal Brunei nelle mani del cambogiano Hun Sen: premier autoritario, fedele alleato dei cinesi ma, soprattutto, aperturista nei confronti della giunta birmana con cui Giacarta è ai ferri corti anche perché i golpisti hanno fatto fallire una prima mediazione indonesiana affidata alla ministra Retno Marsudi.

Ma c’è anche un dossier che Jokowi potrebbe sfruttare meglio di come ha fatto Mario Draghi, inventore del G20 Afghanistan, una buona idea con gambe corte a cominciare dal mancato invito a Pakistan e Iran. Jokowi ha buoni rapporti con tutti i Paesi musulmani, radicali o moderati che siano, e può contare su due organizzazioni islamiche del suo Paese che assieme contano una settantina di milioni di aderenti. L’Indonesia ha già lavorato sul tema «Talebani» e potrebbe farne un dossier forte proponendosi come mediatore nell’intricata vicenda del riconoscimento, delle garanzie sull’aiuto umanitario, nella protezione dei diritti della società civile. Più che il verde in economia, che al momento non è il suo forte, il presidente indonesiano potrebbe puntare sul verde islam, il colore preferito dai musulmani.

lunedì 22 novembre 2021

Vent'anni di guerra afgana

Un articolo scritto per la Fondazione Feltrinelli con altri testi di Bidussa, Mannocchi e Marotta
ricordando Maria Grazia Cutuli

Un bilancio degli ultimi vent’anni di guerra afgana, conclusasi a sorpresa il 15 agosto 2021, andrebbe tentato da almeno due angoli visuali. Uno posto ad Ovest, con gli occhi della coalizione occidentale che ha investito nel conflitto – tra Europa e Stati Uniti – le maggiori risorse sia finanziarie sia nel comparto militare sia nel sostegno agli esecutivi Karzai e Ghani. L’altro posto a Est, come se osservassimo la fine della guerra dalla catena dei monti Suleiman, che segnano il confine col Pakistan, dalle pianure desertiche dell’Afghanistan o da quelle alluvionali dell’India e del Paese dei puri....(continua su Fondazione Feltrinelli)