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sabato 17 novembre 2018

La parola genocidio


Pol Pot

La Corte straordinaria della Cambogia, un organismo giuridico misto creato dall’Onu, ha condannato ieri a Phnom Penh per genocidio Nuon Chea e Khieu Samphan, gli ultimi due capi khmer rossi al vertice della Kampuchea Democratica di Pol Pot, artefice di uno dei maggiori stermini di massa della seconda metà del secolo scorso. I due vecchi sono già stati condannati all’ergastolo per crimini contro l’umanità ma la rilevanza della notizia sta nell’uso di quella parola: “genocidio”. Che, finora, non era mai stata usata ufficialmente e legalmente nelle sentenze di una corte che non prevede la pena capitale e che dunque non ha potuto che reiterare la condanna già in essere alla catena perpetua.
Vittoria del diritto? La parola fine a uno degli episodi più bui del secolo breve? O, come qualcuno dice, una beffa che arriva a quarant’anni – e con milioni di dollari spesi - dalla fine del breve regime del terrore istituito da Pol Pot e dai suoi sodali in Cambogia tra il 1975 e il 1979? Per dirla tutta la condanna di genocidio non riguarda effettivamente quell’oltre milione e mezzo di cambogiani (le stime variano tra 1,5 e 2 milioni) che perirono per fame e stenti o che finirono nella macchina delle epurazioni che aveva nella prigione di Tuol Sleng, ora museo dell’orrore, la sua icona nella quale si entrava vivi e si usciva solo da morti. La condanna riguarda quanto i khmer rossi fecero alla minoranza musulmana dei Cham (un’antica popolazione migrata a Nord dall’Indonesia in epoca remota) e a quella vietnamita in onore a una frase di Pol Pot che voleva anche l’ “ultimo seme” di quella comunità spazzato via dalla sua nuova Cambogia che aveva ricominciato dall’anno zero. Per quel milione e mezzo di cambogiani uccisi, la parola genocidio non è stata formulata dalle legge internazionale che dal 1997 è rappresentata dalla corte straordinaria (Eccc) concordata dall’Onu con l’allora reame cambogiano. Per quei crimini, sia Nuon Chea sia Khieu Samphan sono già stati condannati alla prigione a vita quattro anni fa; eppure le loro vittime, dicono i critici del concetto di genocidio che regola l’azione delle nazioni Unite, furono l’oggetto di un’azione genocidaria seppur i carnefici appartenessero alla loro stessa comunità.
Infine non si può nemmeno dire che la partita khmer rossi sia definitivamente chiusa. Ci sono almeno altri quattro responsabili già individuati e che meriterebbero di essere giudicati dalla corte speciale. Ma chi si oppone è Hun Sen, premier d’acciaio e dittatore tollerato: ex khmer rosso poi passato al Vietnam, fu tra coloro che guidarono l’invasione vietnamita e che da Hanoi fu posto a comandare la nuova Cambogia filovietnamita. Hun Sen vuole chiudere la partita che dunque lascia solo alla Storia un giudizio non solo sui criminali di guerra ma sugli attori esterni – da Pechino a Washington, da Londra ad Hanoi - che, più o meno direttamente, appoggiarono i khmer rossi oppure li combatterono in un “Grande Gioco” asiatico dove la Cambogia fece la fine dell’Afghanistan e dove i khmer rossi furono assassini ma anche eroi, burattini i cui fili venivano tirati fuori dal Paese. Una brutta vicenda che in tribunale non è mai entrata.
Nuon Chea, 92 anni, la pelle incartapecorita e slavata, era il “fratello numero due”, l’ideologo che con Pol Pot, al secolo Saloth Sar, ideò la Cambogia pura dell’anno zero. Khieu Samphan, 87 anni, era invece l’ex capo di Stato. Entrambi ebbero la condanna del carcere a vita nel 2014. Non da soli. Kaing Guek Eav, meglio noto come “Duch”, l’uomo che reggeva le sorti di Tuol Sleng – l’ex liceo della capitale conosciuto anche come S-21 – ha lui pure avuto l’ergastolo: condannato a trent’anni del 2010 si è visto commutare la pena nel carcere a vita due anni dopo. Ma ha scampato l’accusa di genocidio proprio perché S-21 era la galera dedicata ai cambogiani ribelli. Lui però in prigione non c’è: la malattia lo ha fatto ricoverare in un ospedale a Phnom Penh dove deve aver visto il processo in tv. E’ andata bene anche al “fratello numero tre”, al secolo Ieng Sary, che l’ergastolo lo aveva già avuto nel 2007: membro del Comitato centrale e ministro degli Esteri, è morto nel 2013 scampando così al processo per genocidio. A sua moglie Ieng Thirith, ministro e sorella della prima moglie di Pol Pot, è andata ancora meglio. E’ deceduta nel 2015 senza mai esser giudicata: ormai arteriosclerotica non era in grado, si disse, di affrontare il processo.
Scamparono il processo anche Ta Mok, il “macellaio”, morto in carcere nel 2006 e Son Sen, il capo dell’esercito cambogiano, morto nel 1997. Ma l’imputato per eccellenza, che non ha mai visto né un giudice né un carceriere e che è morto nel suo letto di guerrigliero nelle montagne del Nord, è il “fratello numero uno”, Pol Pot, passato a miglior vita nel 1998.
La morte di Pol Pot, primo ministro della Cambogia dal 25 ottobre 1976 al 7 gennaio 1979 (i suoi vice erano Ieng Sary, Son Sen e Vorn Vet, ucciso a S-21 nel 1978) è un piccolo giallo. Le cronache dicono che sia morto di un attacco di cuore mentre aspettava la macchina che avrebbe dovuto consegnarlo alle autorità cambogiane secondo un piano concordato da alcuni del vertici khmer rosso, tra cui Ta Mok. Ma secondo il giornalista Nate Thaye, che lavorava per la Far Eastern Economic Review, si sarebbe ucciso con una dose eccessiva di Valium e clorochina. Proprio per sfuggire l’onta di un processo. Per genocidio o altro, probabilmente per lui non avrebbe fatto differenza.

venerdì 16 novembre 2018

Il freddo autunno del contribuente

La pace fiscale gialloverde che salva i ricchi e dà una manina ai poveri e cambia tutto senza cambiare nulla. UN'inchiesta a quattro mani con Veniero Rossi uscita su il manifesto del 13 novembre

Per sapere esattamente cos’è la cosiddetta “pace fiscale” varata dal governo si dovrà attendere la pubblicazione del testo definitivo del decreto fiscale collegato alla Legge di Bilancio 2019. Il provvedimento strombazzato da Lega e M5S, ancora al centro di emendamenti e polemiche su “manine” e condoni ai grandi evasori, comprende diverse misure: lo stralcio dei debiti con Equitalia fino a 1000 euro e una rottamazione per importi sopra i 1000, ossia il pagamento della somma più gli interessi ma senza sanzioni per cartelle affidate a Equitalia e Agenzia Entrate Riscossione tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2017 (si può pagare con rateazioni diverse); infine la dichiarazione dei redditi integrativa speciale al 20% fino a 100.000 euro e la definizione agevolata delle controversie tra contribuenti e fisco.

Posto, come si capisce, che la legge aiuta il grande debitore, vale la pena di concentrarsi sul piccolo, quello che – prima del decreto - usava già assai raramente l’“autotutela”, procedimento di protezione dell’Amministrazione che in caso di errori amministrativi e formali può sollevare il cittadino dal pagamento di cartelle errate: tuttavia, per applicarla, l’Agenzia aspetta che sia il cittadino a presentare ricorso per poi riconoscere l’abbaglio e annullare l’atto. In realtà l’autotutela conferisce un grande potere discrezionale al funzionario interno che decide se la contestazione sussiste o no, anche se un’amministrazione efficiente dovrebbe provvedere da sola a eliminare le cartelle viziate o errate, rendendosi così “equa” con tutti anziché apparire carente così come appare carente il roboante provvedimento di “pace fiscale” che promette in parte ciò che già è nel pieno diritto del contribuente. Ricordiamo infatti che la cancellazione dei ruoli fino a 1000 euro riguarda il periodo 2000-2010, atti dunque con anzianità anche di 18 anni! Documenti soggetti a prescrizione o a dubbi di nullità a prescindere dal provvedimento varato. Posto che l’“autotutela” è comunque un sistema complesso che conviene usare con l’ausilio di un professionista, cosa riserva adesso al contribuente medio piccolo il nuovo provvedimento?

L’enorme carico di lavoro nelle case comunali dove si ritirano gli atti di notifica può far sorgere il dubbio che un’ennesima “manina” - in previsione delle richieste - stia materialmente “accorpando” le cartelle, facendo di fatto superare la soglia. In questo modo l’attesa legge “annacquerebbe” la pax per tutti quei contribuenti che potrebbero accorgersi poi che nulla o poco è cambiato. Il decreto infatti non si propone di cancellare le cartelle errate per le quali nulla sarebbe dovuto, ma piuttosto di chiudere contestazioni vetuste o limitate ad atti che si sarebbero dovuti mandare al macero da tempo per tutta una serie di ragioni. La prima è indubbiamente il costo dell’attività di recupero. La seconda è che erano nate in una Italia diversa, con una diversa capacità fiscale e più tolleranza verso i meno abbienti mentre al contempo sfuggivano molti più contribuenti per via del più carente sistema di controllo. Di fatto il provvedimento offre adesso la possibilità di sanare con una lunga rateizzazione anche perché le misure più recenti erano divenute eccessivamente strette e anche il più volenteroso, non riusciva a stare al passo con le rate previste. Quel che la legge però non fa – oltre a cancellare motu proprio le cartelle controverse - è comunque ridimensionare il potere dell’Agenzia alla quale è permesso entrare nei conti bancari, nei luoghi di lavoro, nelle reti familiari allo scopo – certamente - di svolgere meglio il compito, ma che può finire per rendere troppo autonomo e autoritario un’ente dove paletti democratici e liberali ridotti salvaguardano solo funzionari e organi di controllo. Un rischio per il potere democratico di ritrovarsi una spina nel centro nevralgico delle risorse economiche indispensabili all’equilibrio contabile e agli obiettivi europei.

Non a caso, nella sua più recente relazione in parlamento, l’Agenzia ha lamentato lacci e lacciuoli che le impediscono di agire: “... debiti, per i quali, in ragione delle norme a favore dei contribuenti – quali la soglia minima per l’iscrizione ipotecaria, l’impignorabilità della prima casa, i limiti di pignorabilità dei beni strumentali nonché la limitazione alla pignorabilità di stipendi, salari e indennità relative al rapporto di lavoro e di impiego – sono inibite, o limitate, per l’Agente della riscossione le azioni di recupero”. La relazione dimentica i grandi vantaggi che già le sono riservati sia per modalità pratiche di notifica, sia per costi ribassati o nulli delle azioni di pignoramento e intimazione, oltre all’invidiabile possibilità di poter “sbirciare” sulle giacenze dei conti bancari e sul posto di lavoro. Sbrigarsela da soli, distinguendo tra cartella e cartella, è quasi impossibile e dunque rimane solo pagare. Inoltre spesso accade che l’ente eluda gli obblighi di informazione consegnando copie di documenti che non hanno valenza legale. Cosicché una volta dall’avvocato, si deve tornare sui propri passi per richiedere altri documenti assistendo al dilatamento dei tempi e al crescere dello sconforto assieme alla fila agli sportelli. Gentilezza e cordialità inculcati ai funzionari con corsi specifici di formazione, inducono lo sprovveduto a fidarsi tanto da creare un rapporto in cui le vittime finiscono a proteggere il carnefice.

E’ bene ricordare che l’80% del portafoglio è costituito da debiti creati da circa l’8% dei contribuenti che alle verifiche successive risultano essere nulla tenenti, falliti, defunti, o all’estero. A ben guardare, ne esce un Paese fatto di contribuenti virtuosi e per nulla evasori. Ma che alla fine, per 1000 euro, devono ricorrere a figure professionali capaci di mediare con l’Agenzia con un ampliamento dei costi che non faranno comunque dormire tranquillo il contribuente miracolato dalla pax gialloverde.

Stop al rimpatrio dei rohingya

Il ponte dell'amicizia in una foto pubblicata
 dal Daily Star di Dacca
"Ponti dell'amicizia". I manufatti sui fiumi che separano due Paesi molto spesso li chiamano ponti dell’amicizia. Non fa eccezione quello che congiunge a Ghumdhum il distretto bangladese di Bandarban dallo stato birmano del Rakhine dove ieri 150 Rohingya, ossia una trentina di famiglie, avrebbero dovuto iniziare un rimpatrio che, in teoria, dovrebbe segnare l’inizio del ritorno a casa di quasi un milione di persone scappate negli anni dalle maglie della repressione birmana. Ma ieri, a sorpresa ma non senza forti pressioni internazionali, il rimpatrio è stato cancellato. Quel ponte è del resto un posto davvero sinistro se solo otto mesi fa i poliziotti birmani spararono a un gruppo di rohingya che protestavano per i parenti intrappolati nella terra di nessuno tra Myanmar e Bangladesh. Quei colpi di mitraglia segnalavano quanto è certo: il rimpatrio non è sicuro. Non ci sono le condizioni di sicurezza perché le famiglie rohingya, che hanno per altro espresso a più riprese i loro timori, possano tornare senza paura. E dove poi se almeno 1500 villaggi rohingya sono stati dati alle fiamme quando 700mila persone, un anno e mezzo fa, furono costretto a chiedere rifugio a Dacca?


La notizia della cancellazione è stata data nel pomeriggio di ieri dal capo della diplomazia bangladese Mahmood Ali perché Dacca è contraria a rimpatri forzati. Ali ha spiegato, tra l’altro, chi invece spalleggia Naypydaw facendo così capire il destino dei rimpatriandi: India e Cina stanno costruendo rispettivamente 250 e 100 abitazioni per chi torna ma senza servizi, scuole, garanzie. Ecco dove dovrebbe andare chi torna a casa. A casa si, ma non nella “sua”.

A mettere in guardia sui rischi di un rimpatrio non sicuro era stata martedi l'Alto commissario dell’Onu per i diritti umani Michelle Bachelet, che aveva infatti chiesto al Bangladesh di sospendere i piani per il rientro di 2.260 rifugiati considerati dall’Unhcr i possibili soggetti dei primi rimpatri. Bachelet inoltre ha detto di continuare a ricevere segnalazioni di violazioni dei diritti dei rohingya rimasti nel Nord del Rakhine, loro territorio d’origine: "Circa 130mila sfollati interni (Idp), molti dei quali sono rohingya, rimangono nei campi del centro del Rakhine. Altri 5mila sfollati restano nella terra di nessuno tra Myanmar e Bangladesh, mentre oltre 4mila si trovano a Sittwe (Myanmar), dove sono soggetti a una vasta gamma di restrizioni. Centinaia di migliaia di persone in altre parti del Rakhine sono private dei loro diritti alla libertà di movimento, all’accesso ai servizi di base e ai mezzi di sostentamento – concludeva l’Alto commissario - così come sono private del loro diritto a una nazionalità ". Ieri mattina Amnesty ha rincarato la dose definendo i rientri organizzati, in attuazione dell’accordo raggiunto il 30 ottobre tra Dacca e Naypyidaw, “un piano sconsiderato che mette vite a rischio. Donne, uomini e bambini verrebbero ricacciati nelle mani delle forze armate birmane, privi di garanzie sulla loro protezione, per vivere fianco a fianco con chi bruciò le loro case e alle cui pallottole riuscirono a scampare”.

mercoledì 14 novembre 2018

Aung San Suu Kyi sempre più isolata (aggiornato)

Per Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e de facto premier birmana, quello di ieri è stato forse uno dei suoi giorni peggiori. Ieri infatti le hanno chiuso la porta in faccia  un primo ministro, un Alto commissariato Onu e Amnesty International. Proprio la più famosa organizzazione di difesa dei diritti umani e della libertà di espressione – che per anni ha battagliato per farla uscire dagli arresti domiciliari – ha deciso di revocarle il premio “Ambasciatore della coscienza”, conferitole nel 2009. Un quarto schiaffo è arrivato oggi dal vice presidente americano Mike Pence che le ha detto, a margine del summit internazionale in corso a Singapore, che la sua condotta sulla questione rohingya  "non è scusabile". Pence ha chiesto anche che i due giornalisti della Reuters vengano perdonati.

La decisione di AI è stata presa alla luce – spiega un  comunicato della sezione italiana - “del suo vergognoso tradimento dei valori per i quali una volta si era battuta”. “Come ‘Ambasciatrice della coscienza’ ci aspettavamo da Lei che continuasse a usare la sua autorità morale per prendere posizione contro le ingiustizie ovunque le scorgesse, a iniziare dal Suo paese. Oggi – sostiene il segretario generale di Amnesty Kumi Naidoo - proviamo profondo sconcerto per il fatto che Lei non rappresenti più un simbolo di coraggio, di speranza e di imperitura difesa dei diritti umani. Amnesty International non può più valutare il Suo comportamento come coerente al riconoscimento assegnatole ed è pertanto con grande tristezza che ci accingiamo a revocarlo”. In sostanza Amnesty le rimprovera il fatto che, a metà del suo mandato e otto anni dopo la fine degli arresti domiciliari, la Nobel non abbia usato la sua autorità politica e morale per salvaguardare i diritti umani, la giustizia, l’uguaglianza e la libertà di espressione in Myanmar. Il riferimento ovvio è sia alla questione delle minoranze, tra cui quella musulmana dei Rohingya, espulsi in massa nell’agosto scorso in Bangladesh, sia all’arresto e alla condanna di due reporter locali della Reuters, attirati in una trappola dai militari per impedire loro di divulgare le notizie relative agli eccidi commessi dall’esercito contro i Rohingya.


Nello stesso giorno in cui Amnesty decide di levare il riconoscimento – seguendo una strada già intrapresa da altri ma non ancora dal Comitato dei Nobel – la de facto premier birmana riceve un altro schiaffo politico da un suo omologo nel Sudest asiatico. Si tratta di Mahathir Mohamad, l'inossidabile protagonista della vita politica malaysiana tornato a essere nuovamente primo ministro all’età di 93 anni. Ieri i due si sono visti alla 33esima sessione dell’Asean Summit a Singapore. Mahathir ha scelto quella platea (che riunisce la maggior parte dei Paesi dell'area) per dire come la pensa. Rispondendo a una domanda sulla questione rohingya il vecchio politico malese ha detto che Suu Kyi starebbe “cercando di difendere l’indifendibile”. "In realtà – ha aggiunto - stanno opprimendo questa gente al punto da ammazzarla in uccisioni di massa". Fu del resto il suo predecessore, Najib Razak, il primo a usare la parola “genocidio”. L’Asean ha una lunga tradizione di “non ingerenza” negli affari interni dei partner ma questa volta sta facendo pressioni perché si faccia luce sulle responsabilità degli eccidi commessi nel Rakhine, il territorio della paura da cui i Rohingya sono stati espulsi ma dove hanno paura di tornare.

Che non possano tornare perché non ci sono le condizioni di sicurezza adeguate per un rimpatrio
Mahatir. Sopra a sn
M. Bachelet. Sopra a dx
Aung San Suu Kyi
sicuro lo ha detto ieri l'Alto commissario dell’Onu per i diritti umani Michelle Bachelet, che ha chiesto al Bangladesh di sospendere i piani per il rimpatrio di oltre 2.200 rifugiati rohingya: rimpatri che violerebbero il diritto internazionale per i rischi che correrebbero i rimpatriati che infatti temono per la loro incolumità se dovessero ora far ritorno nel Myanmar.

I rifugiati a Cox's Bazar, in Bangladesh, vittime di stupri, incendi e uccisioni nelle violenze esplose nell'agosto 2017 che hanno portato alla fuga di circa 730mila persone – spesso testimoni del killeraggio di membri delle loro famiglie e della distruzione dei loro villaggi - sono terrorizzati dall’idea di tornare in Myanmar. L'Alto commissario delle Nazioni Unite inoltre ha detto di continuare a ricevere segnalazioni di violazioni dei diritti dei Rohingya rimasti nel Nord del Rakhine, il loro territorio d’origine.

"Circa 130mila sfollati interni (Idp), molti dei quali sono Rohingya, rimangono nei campi del centro del Rakhine. Altri 5mila sfollati interni rimangono nella terra di nessuno tra il Myanmar e il Bangladesh, mentre oltre 4mila si trovano a Sittwe, dove sono soggetti a una vasta gamma di restrizioni. Centinaia di migliaia di persone in altre parti del Rakhine sono private dei loro diritti alla libertà di movimento, all’accesso ai servizi di base e ai mezzi di sostentamento - sostiene Bachelet - così come sono private del loro diritto a una nazionalità ".

martedì 13 novembre 2018

Sconfinamenti a Book City

Presentazione del volume

"Sconfinate"

Milano Book City

Sabato 17 novembre 2018

ore 12

 Fondazione Giangiacomo Feltrinelli - Sala Lettura
Viale Pasubio 5





Guarda tutto a Programma 

domenica 11 novembre 2018

Quanto costa la guerra al terrore

Fort Snelling National Cemetery Usa. Costruito
nel 1939. Quanti ne continuano a seguire?
Quanti morti è costata e sta costando la guerra al terrore scatenata dopo l’11 settembre? Se il dolore ha un numero, nel novembre del 2018 questo numero ha superato quota 500mila. E solo in Afghanistan, Pakistan e Irak, i luoghi ormai iconici della guerra infinita. Lo dice un progetto della Brown University, università privata americana, che studia il costo umano delle guerre scatenate contro il terrore. Guerre iniziate e mai finite come se il crollo delle Torri gemelle avesse generato un mostro a più teste. Tra 480 e 507.000 persone – dice l’aggiornamento del novembre di quest’anno - sono state uccise dalle guerre scatenate dopo quella data fatidica in tre soli Paesi: Irak, Pakistan e Afghanistan (147mila nel Paese dell'Hindukush come già riferivamo ieri). Human Cost of the Post-9/11 Wars, curato da Neta C. Crawford, docente del Department of Political Science della Boston University and Co-Director del Costs of War Project della Brown University, non tiene infatti conto delle stime dei decessi della guerra in Siria (oltre 500mila) o di altre guerre (Yemen) o conflitti minori. Il documento, che si basa su fonti aperte, guarda a quanto fatto dagli Stati Uniti nelle sue guerre, per così dire, ufficiali. Cifre che in realtà hanno a che vedere anche con i loro alleati, dunque con l’Italia, ancora partecipe a pieno titolo della guerra afgana con il terzo contingente più importante presente in Afghanistan.

Nelle tre guerre citate i civili conquistano un triste primato: tra 244 e 266mila. Seguono - entrambi con oltre 100mila caduti - militari e forze di polizia locali assieme agli “Opposition Fighters” (per una volta non si usa l’odioso termine “insurgent”). Ma un dato abbastanza impressionante riguarda le forze statunitensi: a fronte di 6.951 caduti con la divisa stellestrisce, 7.820 sono i paramilitari (contractor) uccisi durante l’ingaggio per combattere o lavorare a fianco dei soldati “regolari”. Una novantina sono morti in Pakistan (dove formalmente la guerra non c’è) mentre quasi 4mila sono morti sia in Irak sia in Afghanistan, un Paese dove le compagnie private vorrebbero ora addirittura in appalto tutte le operazioni militari, uno scenario ricorrente e tenuto molto sotto traccia dall’Amministrazione. Gli alleati degli Usa hanno perso 1.464 uomini (tra cui oltre 50 sono soldati italiani) ma un tributo importante è stato pagato anche da operatori umanitari di Onu e Ong: 566 (di cui 409 in Afghanistan) e giornalisti: 362 (di cui 245 nel solo Irak).

Accanto alla fredda e drammatica aritmetica della guerra, non vanno dimenticati gli effetti dei conflitti sugli spostamenti di popolazione: al 2017, risultavano 4 milioni e 780mila gli afgani sfollati interni o con lo status di rifugiati. Tre milioni e 250mila gli iracheni e 12 milioni i siriani per un totale di 20 milioni di individui. Un bilancio inevitabilmente per difetto perché non tiene conto delle migliaia di “clandestini”, senza alcuno status, fuggiti dai conflitti per tentare il viaggio della speranza sulle rotte verso l’Europa.

Vedi le schede coi numeri sull'Atlante delle guerre

sabato 10 novembre 2018

Il fotografo che pettinava i tori

"Allora la data deve essere su per giù 93 /94... siamo partiti da Parigi per raggiungere Udine con un furgone di un amico e, naturalmente, almeno la Francia, fuori autostrada. Non ricordo quanto tempo ci abbiamo messo... credo decine di ore... Con Mario in ogni angolo c'era un qualcosa da scoprire per cui era d'obbligo la parata". Me lo racconta Danilo De Marco, fotografo come Mario e di Mario grande amico. E' sua questa bella fotografia dove Mario... mette in posa il toro e gli aggiusta il ciuffo. E che diamine, vorrai ben far bella figura!?!



"Tra i tori e le mucche ci siamo fermati almeno un paio d'ore..... e Mario ha ceduto solo al mio ricatto che la sera gli avrei tolto il vino come accompagnamento e lo avrei messo ad astinenza alcolica. Ci ha pensato - continua Danilo - e poi ha detto che il vino ci voleva altrimenti non avremmo avuto nessuna sollecitazione dell'immaginario".

Mario e Danilo in una foto dei primi
anni Novanta di Paola Castellani
Devo ringraziare Danilo De Marco (che ho conosciuto a Pordenone sette mesi fa a Dedica Festival durante una sua bella mostra di 150 ritratti)  per questo scatto umano stupendo e inedito con cui avrei potuto ricattare forse Mario dicendogli che non era vero che la sua foto sarebbe stata spontanea perché aveva... pettinato il toro. Penso che ne avremmo riso.

 Devo mostrarla al mio amico Erminio, esimio macellaio cremasco, che nel suo negozio ha appesa una fotografia autografa di Mario - che gliela regalò durante un'incursione cremasca -  di un pazzesco esemplare di razza chianina più alto del contadino che tiene la bestia alla corda. Una foto famosissima quanto introvabile che Erminio aveva già visto sulle riviste specializzate di macelleria. Mi chiedo adesso: aveva pettinato anche quell'animale? Sacranunt d'un Mario! Diavolo d'un Dondero!