Il libro sarà nelle librerie agli inizi di aprile. Sono molto grato alle edizioni Add per averci guidato nella stesura e aver accettato il progetto su questo popolo, è il caso di dirlo, davvero dimenticato dopo la fiammata di attenzione tra il 2016 e l'agosto del 2017 quando oltre 800mila rohingya si rifugiarono in Bangladesh. Avevo seguito la vicenda allora e ho continuato a seguirla negli anni con un viaggio a Sittwe poco prima che le autorità sigillassero il Rakhine nel 2020 per il Covid. Un sigillo cui ne seguì un altro ben più tragico: il golpe militare del 2021 e, adesso, la morsa dell'Arakan Army cui manca solo la conquista di Sittwe e del porto di Kyaukpyu.
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lunedì 6 aprile 2026
Sui due lati del confine: 9 aprile la presentazione a Roma
Il libro sarà nelle librerie agli inizi di aprile. Sono molto grato alle edizioni Add per averci guidato nella stesura e aver accettato il progetto su questo popolo, è il caso di dirlo, davvero dimenticato dopo la fiammata di attenzione tra il 2016 e l'agosto del 2017 quando oltre 800mila rohingya si rifugiarono in Bangladesh. Avevo seguito la vicenda allora e ho continuato a seguirla negli anni con un viaggio a Sittwe poco prima che le autorità sigillassero il Rakhine nel 2020 per il Covid. Un sigillo cui ne seguì un altro ben più tragico: il golpe militare del 2021 e, adesso, la morsa dell'Arakan Army cui manca solo la conquista di Sittwe e del porto di Kyaukpyu.
mercoledì 1 aprile 2026
La Cina vince la guerra Usa Iran
Guangzhou – Quello che colpisce la mattina qui a Canton, mentre si prende il caffè leggendo sul tablet i giornali, è l'assenza di rumore nel traffico di questa città da 15 milioni di abitanti. E' perché, a parte qualche clacson, auto, moto e motorini sono elettrici. La Cina, un miliardo e passa di residenti, non ha il problema della benzina in un Paese che la svolta elettrica (pur se dominata dal fossile) l'ha fatta anni fa investendo sulle rinnovabili e limitando benzina e gasolio e sempre meno mezzi. Con riserve energetiche stimate a sei mesi, è l'unico Paese dell'Asia che per la guerra in Iran registra solo qualche turbolenza. Una cosa ben diversa dalla vicina Thailandia dove eravamo a inizio settimana quando, in previsione del rincaro di mercoledi scorso, che ha aumentato il costo del litro del 18%, la gente è accorsa con taniche e bidoni e nelle province i rubinetti dei benzinai sono stati sigillati. Ben diverso dal Myanmar o dalle Filippine che, dipendendo per il 90% dell'energia dal Golfo, ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. O ancora dalla Corea del Sud, come il Giappone affamata di energia, che sta correndo ai ripari. Paesi che non hanno solo un problema di costi ma che rischiano di rimanere a secco.
L'Asia è in termini globali il continente più penalizzato dalla chiusura di Hormuz e se il pieno dal benzinaio è solo uno dei sintomi di malessere, visto che aumenta tutto dagli alimentari ai fertilizzanti, la Cina tiene. E anzi, se uno volesse chiedersi chi sta vincendo la guerra in Iran – a parte Israele che non vuole mollare l'osso libanese – verrebbe da dire che l'unica capitale che ne esce vittoriosa è Pechino. L'America, che continua rinviare la promessa resa dei conti, è visibilmente impantanata e l'Iran, comunque vadano le cose, dovrà fare i conti con un Paese a pezzi. Ma gli effetti collaterali, i detriti dei missili, piovono ovunque. Molto poco al The Wheele of History, una bettola del quartiere centrale di Canton sempre affollata di giovani e classe media che succhiano da pentoloni di brodo di pollo le prelibate zampe di gallina. Ci sono arrivati col motorino elettrico....
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martedì 24 marzo 2026
Su due lati del confine. Rohingya, cronache di un popolo perseguitato
Myanmar e Bangladesh sono divisi da un confine di poco più di 250 chilometri, segnati per buona parte da un fiume e da una piccola catena montuosa. Argine al mescolamento e allo stesso tempo membrana porosa tra i due Paesi, la frontiera è teatro di conflitti e stravolgimenti politici che riguardano soprattutto la minoranza etnica dei Rohingya, perseguitata sistematicamente da anni e priva di cittadinanza. Questo libro, un reportage inchiesta che si dipana sui due lati di quel confine, è un lavoro a quattro mani con un caro amico e collega, Giuliano Battiston, che vede la prefazione della nostra cara sorellina di Lettera22, Paola Caridi.
Il libro sarà nelle librerie agli inizi di aprile. Sono molto grato alle edizioni Add per averci guidato nella stesura e aver accettato il progetto su questo popolo, è il caso di dirlo, davvero dimenticato dopo la fiammata di attenzione tra il 2016 e l'agosto del 2017 quando oltre 800mila rohingya si rifugiarono in Bangladesh. Avevo seguito la vicenda allora e ho continuato a seguirla negli anni con un viaggio a Sittwe poco prima che le autorità sigillassero il Rakhine nel 2020 per il Covid. Un sigillo cui ne seguì un altro ben più tragico: il golpe militare del 2021 e, adesso, la morsa dell'Arakan Army cui manca solo la conquista di Sittwe e del porto di Kyaukpyu.
lunedì 16 marzo 2026
La Storia la raccontano i vincitori. Ma solo alcuni
Forse, quasi inevitabilmente - visto che sono stati soprattutto australiani, inglesi e olandesi a metterci i denari - i musei che ricordano il famoso ponte sul fiume Kwai e la tragedia sofferta da migliaia di esseri umani costretti ai lavori forzati per completare la ferrovia, celebrano il martirio dei soldati occidentali: impiegati come spaccapietre e posatori dei binari attraverso montagne impervie e una foresta rigogliosa per il caldo e le piogge ne morirono a migliaia. Di stenti, fame, malattie. Non furono i soli.
domenica 22 febbraio 2026
Quando la guerra viene trasformata dall'arte
martedì 17 febbraio 2026
Viaggiare. L'insostenibile mancanza di rispetto ed eleganza
Da un po’ di anni a questa parte noto nei viaggiatori, ossia nei turisti (categoria cui seppur controvoglia appartengo), una certa sciatteria che mi infastidisce. E’ dovuta in parte a come è cambiato il modo di vestirsi in questi ultimi anni soprattutto tra gli occidentali: felpe, magliette e scarpe da ginnastica in un unisex normalizzante e senza fantasia, accompagnato da tatuaggi diffusi e tagli di capelli, che fanno prediligere (soprattutto tra ai maschietti) la rasatura totale.
Nelle donne va un po’ meglio, c’è più attenzione. Ma tirando le somme, il più delle volte mi sembra di stare sul metrò, sull’autobus o lungo il marciapiedi in compagnia di gente che sta andando in palestra. E fin qui, ognuno avrà pure il diritto di omologarsi, di rinnegare mode e fantasia, di vestirsi insomma e radersi come gli pare. Ma quando si viaggia, la cosa cambia e si arricchisce di un altro elemento: il rispetto. Che sembra valere solo a casa nostra. Andreste a un matrimonio in pigiama? Scegliereste dei bermuda sdruciti per andare al battesimo di vostro nipote? Andreste in ufficio in short o in costume da bagno? In poche parole, andreste in giro nella vostra città – Berlino, Roma, Parigi – come se foste sul punto di andare in spiaggia? No, non lo fareste ma quando si è in vacanza…
Nella foto che vedete qui sopra, due ameni turisti camminano spensierati per le vie di una cittadini laotiana. Sono, come tutti gli altri, in tenuta da spiaggia anche se siamo – pur in una tiepida calura – a circa 350 metri sopra il livello del mare. A parte l’omologazione e l’ineleganza (che, in fondo, chi se ne frega) a me pare una mancanza di rispetto. Non dico che uno/a si debba mettere il blazer o la gonna a pieghe, ma se ci si guarda intorno, di laotiani in costume da bagno non se ne vedono. Sarò bacchettone? Si, forse, ma amo il rispetto e la bellezza. Una volta noi italiani eravamo famosi proprio perché avevamo una certa cura nel vestire. Ora son tutte magliette, ciabatte (in plastica o ecofriendly), scarpe da ginnastica, bermuda e costumi da bagno. Tutti uguali, tutti normalizzati e magari con la firma del produttore ben in vista… Ma buttiamola sul ridere che è meglio.
Se si osserva la gran parte dei viaggiatori odierni – ricchi o poveri, vecchi o giovani, muniti di valigia a rotelle o di sacco con spallacci – noterete che la maggior parte delle persone si accoppia con dei contenitori da decine di litri: valige enormi, zaini lunghi stracolmi e articolati, borse e sacchetti perché non si sa mai. Ma, mi chiedo io, se poi uno si mette solo costumi e magliette che bisogno c’è? Capirei se ci fosse un capo di lino, un vestito da sera, una giacca per le grandi occasioni ma per un paio di bermuda serve tutto quello spazio? Sarò bacchettone ma mi viene da ridere (e son anche certo che qualcuno starà ridendo delle mie elucubrazioni e forse anche dei miei vestiti e delle mie valige).
Iddio – comunque - benedica gli anni Settanta (quello scorcio troppo breve del Secolo Breve) quando era obbligo (non scritto) vestirsi come gli abitanti del luogo. Eri in Marocco? Allora la jellaba. In Afghanistan? Il waistcoat. In Pakistan? La shalwar kamiz. In India? La kurta. In Indonesia? Senza bisogno di indossare il topi, il fez tradizionale, una camicia batik o un sarong. Non si tratta di scimmiottare ma di rispettare. Di adattarsi e dunque di “sparire”. Essere un po’ meno turisti e più, si diceva un tempo, cittadini del mondo. Chissà poi se io ci riesco...
sabato 24 gennaio 2026
Trump insulta i soldati italiani. Ma il governo patrio tace e acconsente
Ancorché distratto dalle mille luci di Bangkok, dalle tenebra birmane o dalle pianure alluvionali del Mekong, non manco mai di seguire l’Afghanistan, un Paese che ho nel cuore dagli anni Settanta. L’ultima occasione è stata un’uscita come al solito grave, falsa e fuori dalle righe, di Donald Trump che è stata resa nota in questi giorni.
In una trasmissione radiofonica di giovedì scorso, Trump ha detto che gli Stati Uniti non hanno "mai avuto bisogno" dell'alleanza transatlantica e hanno accusato gli alleati di essere rimasti "un po' fuori dalle linee del fronte" in Afghanistan. Come dire, codardi da seconda linea. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha definito il commento insultante e spaventoso. Gli ha fatto eco il principe Harry, che in Afghanistan è andato a combattere. A seguire, diverse altre figure tra cui chi ha ricordato che Trump – era di leva all’epoca della guerra nel Vietnam - ha evitato il servizio militare rinviandolo 5 volte.
Per la cronaca, durante i 20 anni di guerra afgana le perdite delle forze della coalizione Nato complessivamente ammontarono a circa 3.500–3.600 morti, di cui circa 2.461 americani, 457 britannici e 53 italiani assieme a francesi (90), canadesi (150) e così via. Certo, 53 italiani non sono 2.461 marine ma sarà bene ricordare che quella guerra la vollero gli Stati Uniti e l’Europa si accodò, nonostante Trump nel suo discorso a Davos abbia detto che la Nato non ha mai dato niente all’America… Noi italiani, “soltanto” 53 soldati che non torneranno mai più a casa. Vergogna!
A parte Trump e le sparate fuori luogo cui ci ha abituato è però davvero singolare che a prendere le difese dei militari italiani sia chi ne ha sempre osteggiato la missione come ho fatto lungo tutti quei vent’anni. Ma il rispetto della vita umana trascende le diatribe politiche. Penso che quella missione fosse sbagliata (oltre 43mila civili afgani ci morirono) ma riconosco il sacrificio di quei 53 soldati tricolore jn nome di un Paese che quei militari li ha ormai archiviati. Non ho letto infatti prese di posizione né del ministro Tajani né di Giorgia Meloni. Forse a Roma è ancora presto e non hanno letto le agenzie (però ieri la notizia era già sul 24Ore per fare un esempio) perché il minimo sarebbe ricordare quelle morti dovute alla scelta scellerata cui ci costrinsero gli americani. Ma sembra difficile di questi tempi disturbare il manovratore. Anche se ci insulta. Anche se il governo si riempie sempre la bocca di riferimenti alla Patria. Anche se lui, il manovratore, il militare non l’ha fatto nemmeno in fureria.
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