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venerdì 7 agosto 2026

Se Bangkok offre la sponda ai golpisti birmani


Il recente Forum d'affari Thailandia-Myanmar 2026 si è tenuto a Bangkok per rilanciare le economie di confine e migliorare il benessere bilaterale tra i due Pesi. 

Sarebbe una notizia non particolarmente eccitante se non fosse per la presenza nella capitale thai del  Presidente del Myanmar Min Aung Hlaing che ha copresieduto il Forum d'affari con il premier  thai Anutin:  "Un nuovo capitolo e il futuro del rafforzamento del partenariato commerciale tra Thailandia e Myanmar", recita la nota ufficiale, riafferma la cooperazione economica bilaterale basata sulla fiducia e sul vantaggio reciproci.

Nel suo discorso di apertura, il Primo Ministro Anutin ha sottolineato il settore privato come motore vitale del commercio bilaterale, attualmente valutato a 7,4 miliardi di dollari. La Thailandia si sta preparando ad ospitare quest'anno una riunione del Comitato commerciale congiunto tra i ministri del commercio dei due Paesi, con l'obiettivo di incrementare il valore degli scambi commerciali fino a raggiungere i 12 miliardi di dollari e rivitalizzare il commercio transfrontaliero lungo il confine tra Thailandia e Myanmar. Anutin ha anche detto che vuole favorire il ruolo del Myanmar nell'Asean: in una parola, far tornare la dittatura birmana a contare dopo anni di esclusione nel grande Forum del Sudest asiatico.

Bangkok è sempre stata la capitale che, del Sudest asiatico, è stata la più vicina al Myanmar. Il suo ministro degli Esteri visitò Aung San Suu Kyi, unico diplomatico di rango, e i vari premier si sono sempre spesi per reincludere il Myanmar nell'Asean, l'associazione regionale de cui Nyapydaw è stata esclusa dal golpe del 2012. Bangkok ha diversi motivi: commerciali e di lotta alle cybertruffe e al narcotraffico senza troppo nascondere le simpatie per regimi militari che smettono la divisa e si presentano in abiti civili. Min Aung Hlaing ne ha approfittato. E non sembra un caso che, nei giorni scorsi, abbia permesso al Comitato della Croce rossa di vedere la Lady confermando dunque che è viva e in buona salute. Un'offensiva diplomatica sottile iniziata a Naypydaw e terminata a Bangkok. Che non ne esce bene visto che Anutin ha preferito non menzionare la guerra civile e il suo carico di 100mila vittime. Valgono meno degli affari e dei regimi con la divisa nell'armadio.




I

giovedì 11 giugno 2026

Mostrine e incarichi civili. La scelta indonesiana


Il parlamento indonesiano ha approvato martedì scorso le modifiche alla legge nazionale sulla polizia che consentono agli agenti in servizio di accettare incarichi nel governo civile. Una scelta che completa la revisione della legge che da un anno regola le funzioni dell’esercito e che permette ai militari di ricoprire un maggior numero di incarichi civili.

Per Prabowo Subianto, presidente dal 2024, ex genero del dittatore Suharto e gia' generale delle Forze armate, la riforma di militari e polizia è sempre stata una priorità, insieme alla discussa e fallimentare operazione del cibo gratuito nelle scuole. La legge inoltre è stata approvata all’unanimità in una sessione plenaria del parlamento, il che rivela un consenso preoccupante.

L’ex comandante delle Forze speciali, uomo dal passato oscuro e sensibile alle richieste della destra civile e religiosa, ha già nominato ufficiali di polizia e militari nella sua amministrazione; ora, però, potranno farlo anche senza dimettersi, in barba a una recente sentenza della Corte costituzionale.

L’escamotage è che gli agenti possono evitare di dimettersi se le posizioni civili sono correlate a compiti e funzioni legati alla sicurezza, mantra ormai molto diffuso. Le modifiche, inoltre, estendono di un anno l’età pensionabile obbligatoria per gli ufficiali e per i vertici del corpo. «Il governo sembra replicare quanto fatto con la legge militare», ha detto alla Reuters Haeril Halim di Amnesty International Indonesia, aggiungendo che si tratta di «un segno di autoritarismo, in cui le forze di difesa e di sicurezza vengono utilizzate per sostenere chi è al potere».

E' tutto purtroppo molto in linea con l'Indonesia di un presidente che la vuole autoritaria e populista, nuovamente vicina a Washington e perche' no a Putin, strizzando l'occhio alla Cina. Ma mettendo in galera tutti o quasi quelli che criticano e protestano come successo dall'estate scorsa a 4mila studenti.

giovedì 14 maggio 2026

Lost Land su due lati del confine all'Anteo di Milano


 Lunedì 18/05/2026

ore 19.15

 Anteo Palazzo Del Cinema - 

Milano








Prima di Lost Land, lungometraggio del giapponese Akio Fujimoto  dedicato alla vicenda dei Rohingya divisi tra Birmania e Bangladesh, Giuliano Battiston ed io presentiamo "Su due lati del confine", un saggio appena pubblicato da Add che ricostruisce la drammatica storia di un popolo apolide diviso dal confine tra le due nazioni asiatiche. Per biglietteria e altro clicca qui 

Lost Land

Genere: Dramma

Lingua: Italiano

Regia: Akio Fujimoto

Anno: 2025

Con: Muhammad Shofik Rias Uddin, Shomira Rias Uddin

Nella speranza di ricongiungersi con la loro famiglia, il piccolo Shafi, quattro anni, e la sorella Somira, nove, lasciano un campo profughi Rohingya in Bangladesh per intraprendere un pericoloso viaggio verso la Malaysia.

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Myanmar e Bangladesh sono divisi da un confine di poco più di 250 chilometri, segnati per buona parte da un fiume e da una piccola catena montuosa. Argine al mescolamento e allo stesso tempo membrana porosa tra i due Paesi, la frontiera è teatro di conflitti e stravolgimenti politici che riguardano soprattutto la minoranza etnica dei Rohingya, perseguitata sistematicamente da anni e priva di cittadinanza. Questo libro, un reportage inchiesta che si dipana sui due lati di quel confine, è un lavoro a quattro mani con un caro amico e collega, Giuliano Battiston,  che vede la prefazione della nostra sorellina di Lettera22, Paola Caridi.


mercoledì 13 maggio 2026

Ciao Claudio


“I
l nome della mia famiglia deriva dal siriano Salam Afi”, mi dice Claudio. E io: “Il mio dalla Giordania”. Eravamo fratelli dal sangue semita tutti e due, scoprimmo allora. Correva l’anno 1974 e io avevo raggiunto Claudio e altri amici a Mljet col mitico “Paglia” che poi tornò indietro da Istanbul “perché in Italia c’è aria di golpe”. Era l’inizio del mio (e del loro) “viaggio all’Eden”, la rotta che portava noi milanesi fino a Katmandù. A Mljet c’era una truppa di manzoniani (il liceo d’élite di Milano) che conoscevo appena: Francesca, Paolo, Manuela, Ludovica e i due fratelli Salafia appunto. Mljet, una scoperta che dovevamo a  Stefano Segre, era il prologo: ebbi una bizzarra storia d’amore tossico con una bionda ragazza slava che, credo, non lasciò nulla a nessuno dei due. Lei faceva parte di un gruppo di giovani fricchettoni di Belgrado, alti e belli e molto simpatici. Tra loro – ricordi Claudio? - c’era anche un ragazzotto di Sarajevo un po’ impacciato, coi capelli corti e voglia di far parte del gruppo. Io conoscevo poco i manzoniani se non per qualche frequentazione politica intermittente nelle manifestazioni che attraversavano quegli anni o per qualche incursione in casa di questo o quello a progettare viaggi orientali. Ma il “corso accelerato di amicizia” – come direbbe oggi Mario Dondero – funzionò alla grande e così tutti assieme costituimmo la piccola comitiva che dalla Jugoslavia portava in Turchia, Iran, Afghanistan. 

Tra Herat e Kabul  incontrammo altri amici – Spratt, Giovanni, Tito, il Cerquetti – e ci separammo. Ricordo che Claudio si era comprato un’elegantissima shalwaz kameez forse fatta su misura da un sarto. Bello com’era, Claudio era di quelli su cui anche uno straccio diventa un oggetto di raffinata eleganza. Alla fine sparì. Con lui lasciarono Kabul suo fratello Fulvio e Ludovica, la sorella di Manuela, per la quale, non lo nego, avevo sviluppato una piccola passione rimasta sempre segreta. Con gli altri proseguimmo sino a Peshawar e poi a Lahore dove se non sbaglio  ci separammo. C’era con noi anche il prode Marc Charrier, un francese che ho molto amato e con cui facemmo – ormai senza una lira – un lungo viaggio sino in Kashmir a poi a Delhi dove venimmo salvati, smagriti e senza orizzonti possibili, dall’arrivo di un’altra allegra comitiva, questa volta di carducciani: Guido, Davide, Chiara, Marco.

Adesso, caro Claudio, che anche tu te ne sei andato, cerco di stemperare la tristezza e il dolore che accompagnano la morte - che con te ha già portato via Guido e Marc e Tito e Spratt e molti altri– ricordando quei momenti di felice incoscienza con la scoperta,  allora, che un altro mondo era già possibile se solo avevi voglia di infilarti uno zaino sulle spalle. Zaini militari scomodissimi colmi di vestiti inutili che vendevamo per comprarci camicioni indiani, stretti pijama bianchi di kadi, sciarpe colorate, camice afgano-tagiche con l’apertura a triangolo sul petto, fantastiche giacche-camice nepalesi con l’allacciatura laterale. E a contorno di tutto ciò grandi fumate, commerci improbabili, violazione di diversi codici e leggi ma accompagnati da una nuova etica aperta delle relazioni condite dall’impazienza di arrivare a Durbar Square e completare il viaggio all’Eden come si doveva.

Dunque Claudio, fai buon viaggio. Non so se sono verdi praterie, un nulla cosmico senza ritorno o la possibilità di reincarnarsi nella ruota infinita che l’Oriente ci aveva rivelato. Io ti ringrazio per questi ricordi, per quel tuo sorriso largo di grandi risate, la testa ricciuta da siriano, la bellezza, la simpatia e tutti i lati migliori del tuo potente carattere. Da qualche parte dove sei, dai un occhio alla vecchia compagnia. Accompagnaci con una delle tue risate.

In questa foto, forse di Paolo Castaldi, Claudio e alla sua sinistra Francesca, Tito, Manuela in uno scatto italiano dopo il viaggio all’Eden

lunedì 20 aprile 2026

L'ultimo viaggio di Roberto Virgili


Nella notte tra sabato e domenica, Roberto Virgili, psicologo, viaggiatore e colonna di Avventure nel Mondo sin dalla sua nascita, è partito per il suo ultimo viaggio lasciando, con la consueta ironia, il suo epitaffio: "anche le grandi querce si abbattono". 

Nato a Roma nell'agosto del 1946 e vicentino d'adozione, Roberto ha passato la sua vita in viaggio, a capo di squadre di giovani e vecchi viaggiatori affascinati dalla sua cultura enciclopedica e da quell'ironia sottile che lo ha reso famoso. Io, personalmente, gli devo molto perché è stato Roberto a introdurmi nel pianeta di Avventure nel Mondo, il pubblico ideale per i miei libri a metà tra il viaggio, l'inchiesta e il reportage. Come molti ricordano, ai raduni nazionali che si tenevano a Figline Valdarno, Roberto voleva che le tribune del Triveneto non fossero un gazebo di frizzi e lazzi (al più qualche fetta di soppressa vicentina e vino rosso) ma luoghi di incontro culturale: libri, racconti, avventure. 

Ora che un edema polmonare, subentrato a un'infezione, se l'è portato via in un battito d'ali, mi viene da pensare che, prima di andarsene , abbia pensato a come fare quest'ultima valigia: che ci vorrà in Paradiso? E cosa se vado all'Inferno? Roberto non era tipo da Purgatorio  e già me lo vedo sopra una nuvola a guardare l'orizzonte e l'orario dei treni. Certi viaggiatori non muoiono mai. Sono da qualche parte a fare da apripista per l'ennesima avventura.


lunedì 6 aprile 2026

Su due lati del confine: 9 aprile la presentazione a Roma


Giovedì 9 aprile ore 19.00 | Shell Libreria Bistrot,  Vicolo della Fontana, 28 

Giuliano Battiston Paola Caridi Emanuele Giordana

M
yanmar e Bangladesh sono divisi da un confine di poco più di 250 chilometri, segnati per buona parte da un fiume e da una piccola catena montuosa. Argine al mescolamento e allo stesso tempo membrana porosa tra i due Paesi, la frontiera è teatro di conflitti e stravolgimenti politici che riguardano soprattutto la minoranza etnica dei Rohingya, perseguitata sistematicamente da anni e priva di cittadinanza. Questo libro, un reportage inchiesta che si dipana sui due lati di quel confine, è un lavoro a quattro mani con un caro amico e collega, Giuliano Battiston,  che vede la prefazione della nostra cara sorellina di Lettera22, Paola Caridi.


Il libro sarà nelle librerie agli inizi di aprile. Sono molto grato alle edizioni Add per averci guidato nella stesura e aver accettato il progetto su questo popolo, è il caso di dirlo, davvero dimenticato dopo la fiammata di attenzione tra il 2016 e l'agosto del 2017 quando oltre 800mila rohingya si rifugiarono in Bangladesh. Avevo seguito la vicenda allora e ho continuato a seguirla negli anni con un viaggio a Sittwe poco prima che le autorità sigillassero il Rakhine nel 2020 per il Covid. Un sigillo cui ne seguì un altro ben più tragico: il golpe militare del 2021 e, adesso, la morsa dell'Arakan Army cui manca solo la conquista di Sittwe e del porto di Kyaukpyu

Giuliano intanto batteva le strade del Bangladesh - dove ero stato nel dicembre 2016 ma in cui da allora non ho più messo piede - per documentare come vive l'enorme diaspora che si è formata dopo la fuga e l'espulsione dal Myanmar. Questo lavoro è il tentativo di restituire ai Rohingya la dignità che la Storia gli ha levato giorno dopo giorno negli ultimi decenni. Che in parte potrebbe essergli restituita anche dall'attesa sentenza della Corte di giustizia dell'Aia (forse entro quest'anno) dove il Myanmar è stato accusato di genocidio.