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sabato 26 novembre 2022

Anwar Ibrahim nuovo premier della Malaysia

Le turbolenze politiche post elettorali della Malaysia non meriterebbero forse un
particolare approfondimento se il vincitore finale della partita, Anwar Ibrahim, non fosse un personaggio davvero particolare. Che, da tre decenni, ha alternato il potere alla prigione riuscendo comunque sempre a riemergere nel panorama politico locale mettendosi alla testa di movimenti progressisti. Islamista modernista, intellettuale raffinato, parlamentare già vicepremier e più volte ministro, Anwar Ibrahim, classe 1947, fu accusato nel 1999 e incarcerato per sodomia, “reato” ancor più grave – da cui è stato assolto uscendo di galera nel 2004 – in un Paese governato dalla morale islamica e dove la sua supposta “devianza” fu un evidente grimaldello politico per rimuoverlo dalle stanze del potere: le sue riforme avrebbero messo in difficoltà un'economia che non ne voleva certo sapere di finanza islamica dove gli istituti di credito – nella testa di Anwar - dovevano funzionare da volano popolare e non da generatori di profitto per le banche stesse. Era tanto scomodo che nel 2015 un secondo processo per sodomia lo vide di nuovo dietro le sbarre cosa che non gli impedì di correre
per le elezioni 2018 (mentre era in carcere) e di vincerle, mossa che gli consentì di ottenere il perdono reale per uscire definitivamente di galera. Ma andiamo con ordine.

Anwar è da giovedi 24 novembre il nuovo primo ministro della Malaysia, la federazione del Sudest asiatico conosciuta in passato come “tigre” di un boom economico senza precedenti nonché per la capacità non scontata di essere un Paese multietnico (malesi, cinesi, indiani, autoctoni) che è sempre riuscito, benché su una fragile faglia, a mantenere un certo equilibrio tra nazionalismo malese, radicalismo islamico e scontento delle minoranze. Nelle ultime elezioni, dopo un avvicendarsi di “governi del re”, repentini cambi della guardia, bizzarre alchimie nelle coalizioni, è stato il sultano, cui la Carta di questa monarchia costituzionale dà diritto all’ultima parola, a scegliere il primo ministro. E ha scelto Anwar Ibrahim.

La cronaca recente racconta che nelle ultime elezioni la coalizione Pakatan Harapan (PH) guidata da Anwar vince 82 seggi ma gliene mancano 30 per ottenere la maggioranza di 112 in parlamento. La coalizione conservatrice Perikatan Nasional (PN), guidata dall'ex primo ministro Muhyiddin Yassin, ne ottiene invece 73. Entrambi reclamano la presidenza del governo e segue una situazione di stallo. In parlamento c’è dunque da corteggiare sia la coalizione Barisan Nasional (BN), che ha dominato la scena politica malaysiana fino al 2018 ma ha raggranellato solo 30 seggi, sia altri che vanno da uno a 23 scranni. Scampoli per fare la differenza.

Lo stallo viene risolto dal sultano Abdullah, un re a “rotazione” con altri del suo rango, cui spetta il titolo di Yang di-Pertuan Agong. Incontra sia Muhyiddin, sia Anwar e propone un governo di unità nazionale ma il primo rifiuta. Altro giro col Barisan Nasional e gli altri partiti. Alla fine della verifica nomina Anwar.

Il suo passato “sodomitico” è ora alle spalle e così una vicenda piena di lati oscuri, menzogne, propaganda e un processo che è stato criticato aspramente per le trame politiche di corridoio. Ma la Malaysia è anche un Paese di paradossi: l’artefice della prigionia di Anwar è sempre stato visto nel suo ex mentore Mahathir Mohamad, uno dei leader più inossidabili della Storia. Il vecchio burattinaio malese (classe 1925), che ha appena ricevuto una batosta alle ultime elezioni in cui non è stato eletto, ha accumulato oltre settant’anni di attività politica di cui 24 come premier (dal luglio 1981 all'ottobre 2003 e dal maggio 2018 al marzo 2020) il che ne fa uno dei più longevi primi ministri del mondo. E’ lui che dà ad Anwar la possibilità di emergere. Ma quando il rampollo emerge troppo gli tarpa le ali. La popolarità di Anwar però cresce anche quando è in galera. Le voci su una possibile montatura, l’attivismo di sua moglie Azizah, la sua vocazione riformista e la scelta di fare della Malaysia un Paese sempre più inclusivo gli fanno guadagnare consensi. La sua visione è quella di un islam democratico e liberale che possa essere un modello di giustizia sociale basato sui bisogni e non sull'appartenenza etnica in un Paese dove i malesi (bumiputra) sono sempre stati favoriti. Un altro paradosso? Nel 2018, mentre Anwar era in cella, fu Mahathir, dopo un accordo, a guidare la sua Pakatan Harapan alla vittoria! Ora però la scena è tutta solo per lui.

La foto di Anwar è tratta da wikipedia

venerdì 4 novembre 2022

Imran Khan, Garibaldi del Pakhtunkhwa



Imran Khan l’ha scampata per un soffio. Uno o più uomini armati hanno cercato di uccidere l’ex premier pachistano durante la “lunga marcia” che ha per meta Islamabad l’11 novembre per chiedere elezioni anticipate. Il “leone del Pakhtunkhwa”, la provincia occidentale dove il suo partito è più forte e da cui ha scalato la gerarchia del potere pachistano, è stato ferito a una gamba e se la caverà. Anzi, non meno di un Garibaldi orientale, Imran diverrà probabilmente solo più popolare in un Paese spaccato e dove l’ex premier, sfiduciato questa primavera e poi sospeso come deputato, gode di un sostegno popolare vastissimo. Come dicono i numeri della sua marcia sulla capitale.

Dell’uomo – o del commando - che ha tentato di ucciderlo ieri sera e che ha ferito almeno altre sei persone tra cui dirigenti del suo partito, il Pakistan Tehreek-e-Insaf, per ora si sa poco e non è giunta nessuna rivendicazione. In serata la polizia del Punjab ha emesso un primo bilancio di sette feriti e un morto in seguito all’attacco.

La dinamica dell’attentato avvenuto a Wazirabad – città che si trova sulla direttrice della marcia tra Lahore e Islamabad - è ancora poco chiara ma una salva di proiettili ha investito il mezzo su cui Imran e altri viaggiavano. Per ora in manette c’è un solo sospetto catturato dalla polizia che ha affermato di aver voluto uccidere il presidente del Pti perché "stava fuorviando la gente". “Non potevo sopportare di guardarlo – dice in un video che girava ieri su twitter - quindi l'ho ucciso ... ho tentato di ucciderlo… Ho fatto del mio meglio per ucciderlo. Volevo uccidere solo Imran Khan e nessun altro". E’ un tipo smilzo che non avrà quarant’anni e che dice di aver fatto tutto da solo. L’ipotesi di un commando di più persone giustificherebbe però la salva di colpi. E sulla probabilità che l’arrestato sia il vero colpevole aleggia qualche dubbio visto che, stando al Pti, inizialmente la polizia aveva fermato una guardia del corpo di Imran scambiandola per l’assassino.

Il governo ha intanto deciso di formare un team investigativo congiunto per indagare l’accaduto che si è nel frattempo trasformato in una nuova occasione di pressione sull'esecutivo: da Peshawar a Karachi, da Quetta a Islamabad la gente è scesa nelle strade circondando gli edifici delle istituzioni o, come a Rawalpindi, la residenza del ministro dell'Interno Rana Sanaullah.

Il clima dunque si fa ancor più infuocato di quanto già non fosse quando Imran Khan ha deciso il 26 ottobre che il venerdì successivo sarebbe partita un’ennesima marcia sulla capitale (non è la prima) per chiedere elezioni anticipate: partenza da Lahore il 28 e arrivo a Islamabad l’11 novembre, sempre che adesso l’agenda venga rispettata. Il governo, che ha subito condannato l’episodio (e così i capi dei partiti che hanno sempre osteggiato Imran), ora vorrebbe approfittare dell’attentato per negoziare con il Pti ed evitare che la marcia si ingrossi ancora di più. Quanto al Pti, alcuni suoi esponenti non hanno nascosto qualche tesi complottista, alludendo ad alcuni sospetti che lo stesso Imran avrebbe confidato ai suoi prima di entrare in ospedale per farsi levare proiettile e schegge, anche se appare fin troppo chiaro che l’ultima cosa nella testa dei contrari a Imran nel governo sia quella di farne un martire più di quanto già non sia.

Le proteste dei sui sostenitori vanno avanti da quando, in aprile, il Parlamento lo ha sfiduciato e sono riprese con forza dopo che in ottobre la Commissione elettorale del Pakistan (Ecp) lo ha dichiarato colpevole di aver venduto illegalmente regali di Stato, rimuovendolo così anche dal suo seggio parlamentare e mettendo a rischio una sua futura candidatura all’Assemblea. La reazione alla sentenza dell’Ecp per false dichiarazioni e appropriazione di beni statali per 650 euro aveva già visto scendere in piazza migliaia di suoi sostenitori accompagnati dai primi incidenti. Poi Imran aveva chiesto alla piazza di calmarsi in attesa di una grande “marcia”, annunciata pochi giorni dopo. Tutto ciò mentre il presidente del Pti non solo gode di un’ampia popolarità ma il suo partito ha continuato a vincere in una serie di elezioni suppletive. Persino in Punjab, roccaforte dei suoi avversari, primo fra tutti il premier e capo della Lega musulmana Shehbaz Sharif.

lunedì 17 ottobre 2022

Il protagonismo dell'Asia

              

Com’è cambiata l’Asia nel 2022, l’anno segnato dalla crisi in Ucraina? Dal punto di vista bellico,
se il
Continente asiatico può festeggiare la fine della guerra afgana segnata dalla resa di Kabul nell’agosto 2021, resta la macchia del golpe militare birmano del primo febbraio 2021 e la conseguente situazione di conflitto diffuso con migliaia di vittime civili, sfollati interni, profughi nella vicina Thailandia. Quanto ai contraccolpi della guerra in Ucraina, i suoi effetti e le prese di posizione a favore o contro l’invasione russa hanno stabilito nuovi equilibri. In generale, il Continente più popoloso del Mondo ha continuato a fare i conti con i suoi conflitti, più o meno conclamati o congelati (come nelle Filippine, in India o in Pakistan con le guerriglie locali). 
È rimasta forte l’emergenza pandemica, che ha continuato a colpire dal Pakistan alla Cina, e sono salite alla ribalta della cronaca gravi crisi economiche in Sri Lanka (che ha dichiarato fallimento non arrivando più a ripagare il debito estero) o in Pakistan. Qui, un’alluvione senza precedenti ha messo in ginocchio un’economia malata e un Paese dove la crisi politica, derivata dal voto di sfiducia al premier Imran Khan, è materia quotidiana.

Dal punto di vista degli schieramenti internazionali, i due grandi dominus asiatici, India e Cina, nemici storici per questioni di frontiera e rivalità economica, han finito per trovarsi spesso dalla stessa parte della barricata. Nei Brics (acronimo per Brasile, Russia, Cina, India, Sudafrica) e nella Sco (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), Pechino e New Delhi si sono ritrovate più o meno d’accordo sugli effetti negativi dell’invasione dell’Ucraina da parte di un alleato importante come la Russia.  Sullo sfondo di una nuova forma che il panorama geopolitico va assumendo, con le sue variabili alleanze e un confronto sempre più aperto con gli Stati Uniti, resta la costante tensione che, dallo Stretto di Taiwan, si allunga sull’Asia meridionale e sudorientale, aree che condividono gran parte del Pacifico. È un Oceano al centro dello scontro tra cinesi e americani ma in cui pesano anche le tensioni tra Pechino e i Paesi dell’area: attratti dal colosso estremo orientale ma spaventati dalla sua potenza sul lungo periodo.

In quest’area del Mondo inoltre, la presenza di Australia e Nuova Zelanda (una sorta di blocco occidentale nel cuore dell’Asia) e di alleati storici degli Stati Uniti come Corea del Sud e Giappone (per non citare Taiwan) rappresenta un contrappeso all’espansionismo cinese. Gli interessi economici travalicano però gli schieramenti politici, come prova l’avvio del Partenariato Economico Globale Regionale (Regional Comprehensive Economic Partnership, Rcep). Si tratta di un accordo di libero scambio nella regione dell'Asia Pacifica tra i dieci stati dell'Asean (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam) e Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud. I suoi 15 membri riuniscono circa il 30% della popolazione mondiale: il Rcep rappresenta il più grande blocco commerciale al Mondo e una rilevante fetta del Pil globale del Pianeta. Firmato al vertice virtuale dell’Asean in Vietnam il 15 novembre 2020, non vede invece la partecipazione dell’India che, all’ultimo momento, se n’è tirata fuori.

Bilancio? Incerto e da seguire, perché due dei più importanti e grandi imperi mondiali (Russia e Cina) occupano gran parte dello spazio geografico asiatico. Gli si affiancano l’India, con il suo miliardo e 400 milioni di abitanti, e l’Indonesia, un Paese (ora alla presidenza del G20) che in silenzio sta guadagnando uno spazio sul podio dei Grandi del Pianeta. Negli equilibri mondiali, l’Asia occupa un posto così importante che si deve tener conto di come si muovono le singole potenze regionali e la grande massa di donne e uomini che la abitano. Il prossimo summit G20 a Bali potrebbe riservarci qualche sorpresa. Speriamo positiva.

L'immagine: Abraham Ortelius, Asiae Nova Descriptio, 1595. Cartography of Asia. (2021, May 13). In Wikipedia. https://en.wikipedia.org/wiki/Cartography_of_Asia

domenica 16 ottobre 2022

In piazza il 5 novembre per la pace. E il cappello dei partiti

Stamattina alle 8 e mezza, il Gr del mattino di RadioPopolare - per me un appuntamento
fisso -  mi sbatte nell’orecchio come un colpo di frusta: alla manifestazione per la pace del 5 novembre, lanciata da Conte, ha aderito anche Letta, dicono nei titoli. E nel servizio
si ribadisce: un'iniziativa di Conte cui hanno aderito i movimenti della società civile e il segretario del Pd. Aderito?

Che Repubblica o il Corriere caschino nel trappolone dei partiti, che rincorrono con grande ritardo il movimento per la pace cercando di farlo proprio, non mi stupisce. Anzi, sono proprio loro ad alimentare la confusione. Ma da RP, di solito piuttosto attenta ai movimenti sociali, proprio non me lo sarei aspettato. Il movimento per la pace italiano ha cominciato a lavorare sodo dall’inizio dell’invasione russa, bersagliato dagli elmetti ben calcati in testa nelle redazioni dei giornali: sbeffeggiato, ridicolizzato, accusato di pelosa equidistanza quindi di filoputinismo. Quel lavoro è andato avanti nel silenzio assordante dei media italiani, sfidando le bombe a Odessa o Mykolaiv, organizzando carovane in Ucraina e decine di incontri nelle città e cittadine italiane. La sigla di StopTheWarNow è nota così come ora lo è quella di EuropeforPeace, il grande contenitore che ha raccolto attorno a una piattaforma non solo di NO alla guerra ma anche di proposte (Conferenza di pace Onu sul conflitto) oltre 600 associazioni e organizzazioni grandi e piccole.

Ed è qui che si è elaborata l’idea di una mobilitazione diffusa nel weekend prossimo in cento città (cento per dire tante), una fiaccolata a Roma il 21 sera e la manifestazione del 5 novembre. Lanciata dunque dal basso e su cui ora a tanti sembra una buona idea aderire. Aderire si, ma non metterci sopra il cappello. Certo, Conte ha avuto il merito – tra i partiti - di parlarne per primo ma con quell’abilità tutta politica di fiutare come va il vento. Il Pd si è accodato, come spesso accade, con ritardo (e dopo il flop di giovedi all’ambasciata russa). Altre coalizioni, come Potere al Popolo, ci saranno ma hanno evitato di rivendicarne l’idea. Che resta quella dei movimenti.

Mi auguro che quello di Rp, una redazione che stimo e per la quale ho fatto il mio primo servizio radiofonico (gratuito) nel secolo scorso (quando in Indonesia regnava Suharto!), sia stato un piccolo scivolone cui non è difficile porre rimedio. Più difficile convincere La Repubblica o Il Messaggero ma, in fondo, pazienza: con loro è una battaglia persa tanto per usare, di questi tempi maledetti, una frasario bellicista ancorché innocuo, mi pare, rispetto al fuoco incrociato (altro termine bellicista ahimè) di questi mesi contro il movimento per la pace. Ora in parte attenuato dalla consapevolezza che il movimento per la pace è l’unico soggetto (col Papa) che oltre a condannare offre altre soluzione che non la semplice scelta di mandare in Ucraina proiettili e pistole.

sabato 15 ottobre 2022

24 ore per la libertà di Julian Assange


E’ iniziata la diretta 24 Ore per Assange, maratona per la libertà di Julian Assange e per la libertà di stampa. Potete seguirla sul canale YouTube di Terra Nuova qui. 

A partire da un’idea lanciata da  Pressenza, è stato costituito un comitato, insieme a numerose realtà tra cui Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo, che ha promosso per oggi  15 ottobre  una maratona di 24 ore per la libertà di Julian Assange. 

Il sito web http://www.24hassange.org in varie lingue.

venerdì 14 ottobre 2022

Contro la guerra in piazza il 5 novembre

La manifestazione nazionale per la pace che chiede all’Onu una Conferenza per fermare
il conflitto in Ucraina 
si terrà il 5 novembre a Roma con partenza alle 11 da piazza della Repubblica e arrivo a San Giovanni. 

E’  promossa dalla  coalizione EuropeForPeace (di cui fanno parte Acli, Arci,Cgil, comunità di Sant’Egidio, Pax Christi, Una tavola per la pace) sarà preceduta da decine di eventi in tutta Italia nel week end dal 21 al 23 ottobre, dibattiti e incontri sul tema della guerra in piccole e grandi città da Nord a Sud.

È la mobilitazione diffusa che centinaia di associazioni hanno promosso per riportare la pace al centro della politica e chiedere che si faccia pressione sui governi e soprattutto sull’Onu perché finalmente promuova una Conferenza di pace sull’Ucraina. Una proposta che in questo giornale ha trovato spazio sin dai primi giorni della guerra nel cuore dell’Europa. Negoziato , disarmo, diritti, protezione sono i temi su cui il movimento pacifista e non violento italiano ha lavorato sin dall’invasione russa di febbraio: un lavoro sbeffeggiato e deriso, sottovalutato e non raccontato ma che adesso vede i partiti in affanno inseguire una diplomazia dal basso che ha inventato le carovane di StopTheWarNow, la mobilitazione diffusa, i festival e gli incontri nei piccoli e grandi centri del Belpaese (qui gli eventi).

Tra i tanti incontri, cui partecipa anche l’Atlante, si discute di pace e guerra a Roma al Salone dell’editoria sociale, undicesima edizione del festival di libri e idee promosso dall’associazione Gli Asini. Oggi alle 16 si parla di Obiezione con Claudia Lamonaca di Archivio Disarmo, Francesco Spagnolo di Redattore sociale, Nicola Palermo, Daniele Taurino del Movimento Nonviolento e Massimiliano Trulli di Acque Correnti. Alle 18, “Le ragioni della pace” con Giulio Marcon (Sbilanciamoci!), Rossella Miccio (Emergency), Martina Pignatti (Un Ponte Per) e Francesco Strazzari della Sant’Anna di Pisa.

Sempre oggi alle 16 anche un dibattito su “La guerra e le città”. E’ organizzato da Atlante delle Guerre Lettera22OGzero. Discutono di  Gerusalemme, Bangkok, Yangon, Astana: Antonella De Biasi giornalista,  Emanuele Giordana, direttore di atlanteguerre.it, Massimo Morello (Il Foglio) ed Eric Salerno, uno dei decani del giornalismo italiano. Introduce e coordina Tiziana Guerrisi (Lettera22)

giovedì 13 ottobre 2022

Il grande libro degli imperi


La Storia si può raccontare in molti modi: attraverso l’economia, la geografia dei luoghi, i singoli protagonisti, le grandi masse d’urto che sconvolgono lo status quo. Ma si può fare anche una Storia degli imperi raccontandone ascesa e declino, i capitoli secondari e meno noti, le vicende che hanno fatto assurgere piccole nazioni o addirittura piccole società a veri e propri gendarmi del mondo. Tre libri molto diversi tra loro, da poco in libreria, raccontano quattro imperi assai particolari e il loro rapporto con un ex impero sotto aspetti o poco noti e poco indagati.

William Dalrymple, un accademico con una penna felice, spiega in “Anarchia” (Adelphi) l’evoluzione della East India Company (la Compagnia delle Indie orientali britannica), da piccola società mercantile fondata nel 1600 a Londra a “impero nell’impero”: l’investimento iniziale fu di circa 4 milioni delle sterline attuali e dopo 100 anni aveva ancora solo 35 dipendenti fissi nella sede centrale. La società fattasi impero si dissolse nel 1874 preceduta da un primo fallimento economico ripianato dalla Corona nel 1772, in quello che fu il primo grande intervento dello Stato per tentare di salvare col denaro dei cittadini (poveri) le imprese dei mercanti (ricchi). Mercanti che oltre alle attività commerciale muovevano guerra e avevano ancora a inizio ‘800 “una forza armata privata di 200.000 unità, due volte più grande dell’esercito britannico”. La Cio riscuoteva tasse, rapinava raccolti, commerciavano oppio e non fu dunque, come comunemente si crede, “il governo britannico a conquistare l’India ma una società privata meticolosamente non regolamentata, basata in un piccolo ufficio di sole cinque finestre a Londra e gestita in India da un predatore aziendale violento: Robert Clive”.

Se la storia vera della conquista dell’India è poco nota, ancor meno lo è la vicenda che portò l’imperatore tedesco Guglielmo II a dichiarare – o meglio a far dichiarare al sultano ottomano e califfo dell’Islam Mehmet V – una guerra santa in Asia nel 1914 contro gli infedeli che, nella sua smania di espansione imperiale a Est, erano soprattutto inglesi, russi e francesi. Di questo pezzo di Storia, a cavallo del primo conflitto mondiale, si occupa Peter Hopkirk (il famoso autore de “Il Grande Gioco”) in un’opera inedita (in Italia) pubblicata da Settecolori: “Servizi Segreti a Oriente di Costantinopoli”. La tesi di Hopkirk spinge forse fin troppo sul mito del Jihad turco germanico anche se il Kaiser si spacciava, più o meno ufficialmente, per musulmano e l’idea dell’espansione a Oriente è stato un sogno ricorrente nella logica degli imperi occidentali che aveva affascinato anche Hitler. Ma alcuni passaggi del libro, una sorta di spystory condita dalla grande capacità di Hopkirk di disegnarne i protagonisti, fa comunque luce su uno dei capitoli meno noti della Prima guerra mondiale. Le spedizioni “jihadiste” dei tedeschi si spingono sino in Persia e in Afghanistan con l’India come meta, il luogo in cui deve scoppiare l’insurrezione asiatica contro la corona britannica (con la quale il Kaiser era imparentato, essendo un nipote della regina Vittoria, la stessa che liquidò la Cio e pose l’India sotto il diretto dominio di Sua Maestà).

Il capitolo sull’Afghanistan è avvincente: gli inglesi sono così preoccupati della missione tedesca, che lo stesso re Giorgio V scrive una missiva di suo pugno ad Abibullah cui la missione tedesca recava invece una lettera personale del Kaiser e del sultano turco. L’emiro si indispettì perché quella tedesca era “scritta a macchina”. Habibullah “non era un semplice capo tribù da poter abbagliare con delle perline di vetro”, annota il capitano Oskar Niedermayer in uno dei resoconti scovati da Hopkirk. E infatti Kabul si accorda con Londra e molla imperatore e sultano. Una mossa che verrà rimproverata all’emiro anche da suo figlio Amanullah, il re afgano che morirà in Europa, costretto all’esilio a Roma a fine anni Venti proprio dalla potenza dell’Impero britannico.

Se l’impero di Sua Maestà era nato da una consorteria mercantile spietata e corrotta, e se il Jihad di Guglielmo doveva seguire nella disfatta il destino del suo alleato ottomano, un terzo impero, la Cina, resta sempre sullo sfondo, assieme a un piccolo Paese senza sbocco al mare che, a sua volta, era stato un grande impero da cui, in un certo senso, ne era nato un altro: quello dei Moghul in India, distrutto proprio dalla Cio. E’ l’Afghanistan che abbiamo incontrato in diversi libri di Hopkirk. “Nel diciannovesimo secolo, l’Afghanistan si trovò nel bel mezzo del Grande Gioco tra gli imperi inglese e russo. Poi è stato coinvolto nella Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Ma adesso c’è una nuova rivalità tra imperi tra Stati Uniti e Cina”, scrivono Stanly Johny| e Ananth Krishnan che per il loro saggio hanno scelto un titolo suggestivo: “The Comrades and the Mullahs” (I compagni e i mullah, Cina, Afghanistan e la nuova geopolitica asiatica”, non tradotto).

Il saggio si chiede cosa pensino gli opinionisti di Pechino del futuro dell’Afghanistan e come stia rispondendo la Cina all’exit strategy americana, vista – nella Rpc – “come un altro esempio del declino del potere occidentale”. Ma son felicitazioni accompagnate dalla paura di un vuoto a Kabul che “potrebbe significare per la regione un potenziale di instabilità in grado di oltrepassare il confine tra Afghanistan e Cina”. Dalle celebrazioni alla cautela: “La Cina non vuole ripetere gli errori dell’Occidente e riversare miliardi, per non parlare di metterci gli stivali”. Ciò non di meno, Pechino “è sempre più disposta a inserirsi come un giocatore forte e usa le sue tasche per influenzare il comportamento dei Talebani”, definiti nel saggio “estremisti accettabili”. Tenendoli a bada con la promessa di investimenti e aiutata dal Pakistan, “la Cina non solo si è assicurata il silenzio dei Talebani su questioni come lo Xinjiang e il trattamento riservato ai musulmani, ma ha ricevuto l’impegno a tagliare ogni legame con l’East Turkestan Islamic Movement”. Tuttavia, avvertono, tutto ciò è per ora solo sulla carta. Del resto la Storia degli imperi (e dei piccoli Stati) non smetterà mai di sorprenderci. Fuori e dentro la carta.


In alto: Shah Shuja Shah Durrani imposto dagli inglesi in Afghanistan. Anche Habibullah Khan si mise d'accordo con la Corona britannica