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mercoledì 18 settembre 2019

Mattanza afgana

Nell’arco di 90 minuti ieri i Talebani hanno messo a segno un duplice attentato. A Charikar,
capoluogo della provincia di Parwan, hanno colpito un comizio elettorale del presidente Ghani e poco dopo, a Kabul, la cosiddetta rotonda Massud, nel centro della città, a ridosso di numerosi edifici governativi. Almeno 22 morti a Kabul, altri 26 a Parwan. Decine e decine i feriti. La strategia è unica, ma l’attentato è duplice e due sono i destinatari del messaggio. A Charikar, l’attentatore suicida ha colpito uno dei checkpoint di controllo all’ingresso di un centro di addestramento della polizia. All’interno c’erano cinquemila persone ad ascoltare il comizio elettorale del presidente Ashraf Ghani, in una delle rare uscite pubbliche, tanto più fuori Kabul, in vista delle presidenziali del 28 settembre. Fino a pochi giorni fa Ghani – alla ricerca di un secondo mandato – ha evitato gli spostamenti, tenendo video-conferenze con gli elettori. Ieri ha deciso di presentare la sua agenda a Charikar, accompagnato da Amrullah Saleh, già capo dell’intelligence e ora suo vice nel ticket elettorale.

L’attentatore non è riuscito a impedirne il comizio, ma il messaggio era proprio per lui: per i Talebani, il governo di Kabul continua a essere illegittimo e lo sarà tanto più in futuro se a presiederlo dovesse continuare a essere lui, Ghani, tra l’altro ai ferri corti con Islamabad, tradizionale sponsor degli studenti coranici. Per i Talebani, illegittime e “farsesche” sono anche le elezioni, in un Paese sotto occupazione. Così hanno dichiarato settimane fa, minacciando il boicottaggio violento e intimando agli afghani di non partecipare. Fino al 7 settembre, nessuno avrebbe scommesso che le presidenziali si sarebbero tenute davvero. Si dava infatti per imminente la firma dell’accordo tra gli Stati Uniti e i Talebani, che le avrebbe probabilmente fatte annullare. La certezza che si tenessero è arrivata soltanto dopo che Trump ha fatto saltare il negoziato.

Il secondo messaggio è per lui. La rotonda Massud è a poche centinaia di metri dall’enorme ambasciata Usa, da mesi in espansione. E la provincia di Parwan è una delle due, insieme a Kabul, dove avrebbe dovuto cominciare il cessate il fuoco con gli americani, secondo le indiscrezioni sul testo dell’accordo. Così, mentre tessono i rapporti con le potenze regionali, e senza chiudere del tutto la strada a un’eventuale ripresa dei colloqui di pace, i Talebani con il duplice attentato di ieri dicono a Trump che se Washington rinuncia al tavolo negoziale loro sono pronti a combattere “per altri cento anni”, come dichiarato da uno dei membri della delegazione di Doha, in Qatar.
Sono anche disposti a pagarne le conseguenze, condivise con soldati governativi ma soprattutto con i civili come racconta un’inchiesta della Bbc nella quale si scrive che agosto è stato il peggior mese in assoluto con una media di 74 morti al giorno. L’indagine rivela una serie di cose: tra i 2.307 morti accertati dall’emittente britannica in quel solo mese (quasi 2mila i feriti) ci sono soprattutto militari e miliziani mentre un quinto sono civili con una buona percentuale di donne e bambini. Ma tra i “soldati” morti, i più numerosi sono proprio i Talebani: la guerriglia – scrive Bbc – non è mai stata tanto potente dal 2001 “ma i suoi combattenti rappresentano quasi la metà di tutti i decessi di agosto, un numero enorme, il che è una sorpresa”. Potrebbero esserci diversi fattori per questo, incluso il fatto che i talebani “son passati all’offensiva durante i colloqui di pace e che le forze guidate dagli Stati Uniti hanno aumentato gli attacchi aerei e le incursioni notturne in risposta, uccidendo molti talebani e civili”. Talebani e governo hanno contestato le cifre.

L’indagine della Bbc non fa invece che confermare un trend di violenza che già in luglio aveva registrato un bilancio elevatissimo e ne aveva fatto il mese peggiore dell’anno in corso. Ma se agosto è stato ancora più negativo e con le elezioni in vista ci si può solo aspettare il peggio. Se Talebani, governativi e alleati han combattuto duro mentre si negoziava, ora che il negoziato è nelle secche, la situazione sul piano militare può solo peggiorare.

Nel contempo però chissà se non sia stato anche il naufragio del negoziato a spingere i giudici della Corte penale internazionale dell’Aja a rivedere il loro giudizio sul rigetto della richiesta del pubblico ministero di aprire un'indagine su gravi reati connessi al conflitto afgano. Han reso noto ieri infatti che accetteranno il suo ricorso. L'indagine proposta era stata respinta perché era stato giudicato improbabile ottenere risultati importanti con un Paese, gli Stati Uniti, che non riconoscono l’autorità del Cpi. Riconosciuto invece dal governo di Kabul.

A 4 mani per il manifesto con G. Battiston

venerdì 13 settembre 2019

Afghanistan senza futuro?

Una trasmissione di radio Radicale dedicata all'Afghanistan e condotta con la professionalità che lo caratterizza da Francesco De Leo. Dal minuto 33 e 20" Con

CLAUDIO BERTOLOTTI
direttore di START InSight

MAURO DEL VECCHIO
già Comandante delle forze NATO in Afghanistan nell'ambito dell'operazione ISAF

EMANUELE GIORDANA
cofondatore di Lettera22, Direttore editoriale del portale atlanteguerre.it



mercoledì 11 settembre 2019

Afghanistan: il negoziato è morto?

“Per quel che mi riguarda il negoziato è morto”. E’ lunedi in America e in Afghanistan è già buio quando Donald Trump mette la pietra apparentemente tombale sul processo di pace coi Talebani. Zalmay Khalilzad, il suo uomo a Doha che ha sudato diverse camice per trovare un accordo, viene richiamato a Washington accompagnato dalle parole del segretario di Stato Pompeo: “In soli dieci giorni abbiamo ucciso oltre mille talebani”. Parole che chiosano l’ennesimo tweet del suo presidente “Negli ultimi quattro giorni abbiamo colpito il nemico come mai prima negli ultimi dieci anni”. Dunque?

Trump twitta di nuovo: “Ce ne andremo – ribadisce – ma con i nostri tempi” e intanto ieri il capo delle forze Usa e Nato in Afghanistan, generale Scott Miller, durante una visita nel Sud col Rappresentante civile dell’Alleanza, fa professione di fede seminegoziale: “Siamo tutti impegnati nella pace”. Si ma che vuol dire? Che il negoziato riprenderà? E con che tempi? Gli esegeti del Trump pensiero hanno un bel daffare poiché ancora non è chiaro come sia andata e cosa abbia fatto decidere a Donald (che ha intanto silurato il suo consigliere per la sicurezza Bolton contrario all'incontro) di cancellare il meeting segreto coi capi guerriglieri. Che un americano ucciso dai Talebani alcuni giorni fa – quando di militari Usa ne son morti 2.500 – abbia fatto cambiare idea al presidente sull’incontro previsto a Camp David non è pensabile. Forse Trump – così suggerirebbe la vicenda coreana – ha voluto all’ultimo alzare il prezzo, magari ridisegnando l’accordo su tempi più lunghi per abbandonare il Paese coi suoi soldati o per non abbandonarlo affatto come qualcuno vorrebbe (parte dei militari e Condoleeza Rice ad esempio). Nella logica da bazar cara a Trump (dico 100 e poi scendo a 50) l’ipotesi avrebbe senso ma nella capitale afgana gira un’altra ipotesi che taluno dà per certa. I Talebani si sarebbero irritati dell’improvviso invito non concordato e della presenza del presidente Ghani pure lui tra gli invitati: avrebbero così sdegnosamente rifiutato sostenendo che la data per la firma dell’accordo era altra e, soprattutto, che senza un garante terzo non avrebbero mai firmato. Il gran rifiuto avrebbe fatto infuriare Trump facendogli cancellare il meeting peraltro già saltato.

Secondo alcune fonti, nella capitale gira da tempo un testo in dari e pashto nel quale tutti i punti dell’accordo son nero su bianco: completi di tempi, accordi sulle basi militari, ritiro e forse anche cessate il fuoco e incontro intra afgano. Il colpo di teatro dunque avrebbe davvero mandato a monte tutto il lavoro di Khalilzad per far poi tentare a Trump di salvare la faccia. Ma ora la strada è più che in salita. C’è da aspettarsi una recrudescenza delle azioni talebane e dunque nuovi bombardamenti americani. Mai smessi per altro se quel che dice Pompeo è vero. Intanto il fragile Ghani si porta a casa le sospirate elezioni di fine settembre anche se i maligni dicono che gli Usa stanno per abbandonarlo, magari per puntare sul suo vice oppure su qualche nuovo asso nella manica. Nascosto sotto il biondo riporto del presidente.

giovedì 5 settembre 2019

Kabul alza la testa (e Bruxelles e Roma la chinano)

Marginalizzato e politicamente indebolito dai negoziati solo bilaterali tra Talebani e Americani, il
governo di Kabul prova a fare la voce grossa. Ieri Seddiq Sediqui, il portavoce del presidente Ashraf Ghani, ha reso noto che il governo “è preoccupato e per questo chiede ulteriori chiarimenti per esaminare accuratamente rischi potenziali e conseguenze negative” dell’accordo di Doha tra i Talebani e l’inviato di Trump, Zalmay Khalilzad. Che lunedì ha portato il testo a Ghani e ne ha anticipato alcuni contenuti in un’intervista alla tv ToloNews: ritiro entro 135 giorni dalla firma di 5.400 dei circa 14.000 soldati Usa. Il resto del testo non è pubblico, ma è chiaro il nodo politico. Gli afghani, spalle al muro, si sentono in parte traditi da Khalilzad, che ha derubricato come secondario ciò che fino a pochi mesi fa riteneva prioritario: che alla “pace” tra Americani e Talebani corrisponda quella tra il governo di Kabul e la guerriglia.

La preoccupazione non è solo sua. Dagli Stati Uniti – dove Ghani ha vissuto a lungo – arriva una dichiarazione congiunta di 9 tra ex ambasciatori e inviati speciali Usa in Afghanistan. Sostengono con forza la soluzione negoziata al conflitto, ma chiedono “che il ritiro completo delle truppe avvenga solo dopo una vera pace”, non prima, e che il governo afghano venga sostenuto, non tagliato fuori dai negoziati, come fin qui avvenuto. Rigettano inoltre una delle ipotesi ventilate nelle scorse settimane – un esecutivo a interim dopo la firma dell’accordo – e si dicono a favore dello svolgimento delle presidenziali del 28 settembre. Nessuno sa se si terranno o meno.

Ghani, in cerca del secondo mandato, assicura che le elezioni sono indispensabili per la legittimità del sistema ma alcuni candidati poco convinti si sono già ritirati mentre uno dei favoriti, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Hanif Atmar, ha sospeso la campagna e il premier Abdullah è disposto a rinunciarvi "per favorire la pace". Sul voto un funzionario internazionale da anni a Kabul e che preferisce restare anonimo è sconsolato: “Continua a stupirmi la mancanza di conoscenza diretta della realtà dell'Afghanistan quotidiano di vari analisti che pontificano sul futuro... se solo chiedessero in strada e nelle campagne alla gente cosa pensa delle elezioni che, secondo la consumata narrativa americana, ogni non talebano vorrebbe disperatamente…”. Sfiducia sul voto dunque ma anche rabbia e rumor di ogni tipo tra cui quello, riferisce una fonte, secondo cui gli americani sparerebbero addirittura sui soldati afgani. Clima teso e preoccupato. Anche tra gli umanitari che lavorano nel Paese. Luca Lo Presti di “Pangea” se ne fa tramite: “Al tavolo negoziale sono assenti i temi legati alla popolazione: i diritti delle donne o quello all’istruzione. Solo controllo e spartizione del potere. Che trattativa è”?

Non la spiega nemmeno il segretario generale della Nato Stoltenberg che, incontrando Mike Pompeo, si limita a ribadire “sostegno pieno agli Usa”. Si, ma i suoi 16mila soldati che faranno? In Italia la cosa è nelle mani di due neoministri: Di Maio e Lorenzo Guerini, che dal Comitato parlamentare per la sicurezza (Copasir, controllo parlamentare sui servizi segreti) è stato mandato alla Difesa a sostituire la ministra pentastellata Trenta che si è distinta per le sue visite in mimetica (uno stile ereditato da La Russa) al contingente italiano in Afghanistan (800 uomini) che il governo gialloverde, nonostante le posizioni “ritiriste” in campagna elettorale, ha ridotto solo di un centinaio di unità. Lodigiano e già vicesegretario del Pd si spera che almeno smetta l’uso della mimetica. Ma soprattutto il nuovo capo della Farnesina potrebbe prendere una posizione visto che erediterà dal silenziosissimo Moavero Milanesi il dossier afgano che il suo predecessore aveva avocato a sé sottraendolo al sottosegretario per l’Asia Manlio Di Stefano. Per tenerlo nel cassetto.

A quattro mani con Giuliano Battiston


mercoledì 4 settembre 2019

La crisi del Kashmir in otto minuti

La crisi del Kashmir in otto minuti secondo il mio punto di vista. Ringrazio LechLechà e Davide Assael per le domande puntuali



L'intervista video si può vedere qui

martedì 3 settembre 2019

Afghanistan: L'accordo c'è ma la guerra continua

Un’auto bomba ha colpito stanotte nel cuore della capitale al Green Village, luogo frequentato anche da stranieri (almeno 16 morti e oltre 100 feriti) mentre si continua a combattere nel Nord del Paese, dove la guerriglia ha scatenato negli ultimi due giorni un’offensiva che ha tutta l’aria di essere stata preparata con cura. Ma da Kabul arriva anche una buona notizia: l’accordo tra i Talebani e l’amministrazione statunitense sull’Afghanistan è chiuso, almeno “in linea di principio”, assicura l’inviato del presidente Trump, Zalmay Khalilzad. Che ieri nella capitale ha sottoposto il testo all’attenzione del presidente afghano Ashraf Ghani, mentre nel resto del Paese i Talebani intensificavano la battaglia per portare a casa, oltre a un accordo che gli permette di rivendicare “vittoria”, anche qualche successo militare in più...segue su atlanteguerre

Questo articolo è stato scritto a quattro mani con Giuliano Battiston per il manifesto e aggiornato stamane per atlanteguerre

venerdì 30 agosto 2019

I “non detto” dell’accordo di Doha. E Trump spariglia

Il presidente Trump ha sparigliato ieri nuovamente le carte sostenendo che dai 14mila soldati americani in Afghanistan ne dovranno rimanere almeno 8.600: una riduzione dunque e non un totale ritiro come vogliono i Talebani che a Doha negoziano con gli americani. I 4 punti principali, sui quali c’è un’intesa sin dallo scorso gennaio, spono infatti: ritiro delle truppe straniere, garanzia da parte della guerriglia di smarcarsi del tutto dal jihadismo globale, dialogo intra-afghano, cessate il fuoco. Ma le parole di Trump fanno prevedere una strada ancora in salita.

Del resto, nonostante i buoni propositi e un clima apparentemente disteso c’è da sempre qualcosa di segreto e oscuro nel negoziato in corso a Doha. A parte il governo afgano, un fantasma cui per ora non è concesso alcun ruolo, ci sono molti “non detto” sull’accordo in corso oltre a quanto sappiamo più o meno ufficialmente. Tra i tanti fantasmi c’è infatti il convitato di pietra che va sotto il nome di “basi militari”, dossier strettamente collegato al numero di soldati (oggi 14mila) che gli americani vorrebbero conservare sul suolo afgano.

Stando a rare indiscrezioni, Talebani e Americani avrebbero già concordato anche il futuro di Bagram - la grande base militare a Nord di Kabul, principale hub militare Usa nel Paese - e l’utilizzo delle basi aeree dell’esercito afgano sparse per l’Afghanistan da cui l’Us Air Force potrebbe controllare il fianco orientale iraniano e il fianco meridionale dell’Asia centrale ex sovietica, leggi il confine Sud della cintura protettiva russa. Per sorvegliare le basi e garantire il loro utilizzo serve però una forza di alcune migliaia di soldati. Dove stazionerebbero? L’ipotesi è che ci sia un vincolo su Bagram o un trasferimento dei soldati americani nella vasta area dove si trova l’ambasciata Usa e l’attuale comando Nato, vincolata a un accordo ultradecennale di affitto col governo di Kabul e vicina all’aeroporto militare afgano di Kaya dove già stazionano i caccia americani.

Tra i tanti non detto c’è anche un altro esercito con cui fare i conti. Un esercito allevato dall’intelligence americana di milizie paramilitari. Nel loro recente saggio The CIA’s “Army”, Astri Suhrke e Antonio De Lauri scrivono che “le milizie sostenute dalla Cia sono una versione particolarmente problematica di milizie locali sviluppate in Afghanistan negli anni”: un piccolo potere armato afgano sostenuto dall’esterno. Dal 2001 in avanti “le forze militari statunitensi e la Cia hanno organizzato milizie per combattere i militanti islamisti. Quasi due decenni dopo, la Cia gestisce ancora milizie locali nelle operazioni contro Talebani e altri islamisti”: gruppi armati responsabili di “gravi violazioni, tra cui numerose uccisioni extragiudiziali di civili”. Violazioni impunite grazie alla “sponsorizzazione della Cia che assicura la copertura del segreto (militare)… senza alcuna supervisione pubblica...”. La stima varia da 3 a 10mila unità. Tutte cose su cui per ora è meglio regni il silenzio.