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lunedì 14 gennaio 2019

Rimetti a noi i nostri debiti. Le parole chiave

Questo articolo firmato con Veniero Rossi è apparso il 12 gennaio su ilmanifesto

A occuparsi del popolo degli indebitati sono Srl o Spa, commercialisti, avvocati, ragionieri; o ancora associazioni antiusura, misericordie, uffici parrocchiali, Caf e così via. Srl e Spa, sono agevolmente raggiungibili ovunque e non a caso sorgono nei pressi delle stazioni o accanto, dove ci sono, alle fermate del metrò. Trovarle è facile quanto è difficile uscire dai debiti. La loro salute indica quanto sia fiorente il giro d’affari dell’aiuto.
Quello dei debitori «pellegrini» è un tragitto iniziato anni prima, magari comprando il mobilio per il matrimonio o per allestire la cameretta del figlio, cui si sono aggiunte urgenze che hanno costretto a contrarre nuovi debiti. Disavventure spesso dovute alla povertà anche in presenza di redditi continuativi e lavoro stabile. Comincia così, scansando gli usurai, un viaggio della speranza a Napoli, Roma, Milano, nel tentativo di trovare la via giusta.
Le società «intermediarie» di «riduzione debiti» rappresentano dunque l’ultima evoluzione di un settore rigoglioso e in espansione sorto con la grande crisi e la percezione che il privato possa essere il miglior cerusico per un paziente che in realtà, più che da malattia è affetto dallo sviluppo di uno schema proposto da una società fondata sulla ricerca del benessere economico ma caratterizzata da bassi salari e precarietà.
Spinti dalla necessità o aizzati dalla pubblicità si contrae un debito, il nuovo sistema per spingere i consumi. Ma poi? Ecco le parole chiave.

RIFINANZIAMENTO Contrarre un nuovo finanziamento per corrispondere l’arretrato o consentire di «ristrutturare» le posizioni esistenti spesso includendo tutti i debiti in un’unica rata mensile. In virtù dell’ampio ventaglio di offerte di prestito (alle volte mascherando le risultanze creditizie indicizzate dai centri specializzati nei rischi finanziari) si cerca di dare l’immagine di un cliente capace di restituire il prestito ma intanto lo si sovra indebita. Come si fa, infatti, a siglare un nuovo prestito se non si riesce a pagare il vecchio? Un’unica rata da restituire in tempi più dilatati equivale a più interessi da pagare.

ACCORDO Negoziato con gli istituti con cui si è indebitati; nel gergo trattative a «stralcio» cioè soluzioni che riducono l’ammontare al fine di «estinguere» le posizioni debitorie e «racchiuderle» nel nuovo finanziamento in un’unica rata.

CORRESPONSIONE PER IL LAVORO SVOLTO Nel caso di società si restituiscono percentuali su vantaggi, provvigioni, costi fissi, premi.

ASSOCIAZIONI Soggetti che operano attraverso volontari o professionisti. Hanno quote d’iscrizione o contributi. Quelle non profit alle volte riescono a svolgere gratuitamente l’intero percorso o richiedono spese e pagamenti minori. Spesso contano su aiuti economici offerti dalle Regioni o su raccolta fondi.

PROFESSIONISTI Avvocati, ragionieri, commercialisti: si occupano del caso a fronte di una parcella. Se lo fanno per solidarietà, è in maniera del tutto o parzialmente gratuita.

SINDACATI Tranne alcuni casi paiono trascurare la rilevanza della questione che sicuramente investe il ruolo del sindacalista poiché l’indebitamento si fonda su bassi salari e disoccupazione. I Caf appaiono i più reattivi: offrono da sempre servizi di consulenza legale. Tuttavia vi è una generale difficoltà se l’indebitato non può anticipare denaro per spese e onorari.
Il sistema funziona? Non è per nulla scontato che una banca riduca la restituzione di quanto ha prestato o rinunci al proprio guadagno su un cliente ancorché “moroso” o in ritardo. Con i tempi che corrono, a tassi d’interessi (apparentemente) bassi ma in rialzo, si guadagna soprattutto dalle spese di mora e dai costi fissi per i ritardi. Il fatto che il cliente sia in difficoltà non costituisce un deterrente ma semmai una forma di pressione. Per questo sembrano assurdi i roboanti annunci che offrono riduzioni anche del 70% dei debiti! Altra operazione consigliata con martellante pubblicità sui social, è la valutazione d’interessi usurai su mutui e conti correnti che potrebbe consentire la «nullità» del contratto e aiutare l’estinzione del pagamento. Ma deve essere provata e il tribunale finisce spesso per non avallarla.

SALVA SUICIDI La Legge 3/2012 prevede l’«esdebitazione», procedimento di composizione della crisi attraverso fasi e requisiti. La prima è la «meritevolezza» di chi vi fa ricorso, ossia l’estraneità alla colpa dello sbilancio. Poi, dopo la ricostruzione delle passività e la ricognizione sui crediti, si formula un piano di restituzione che, se rifiutato, assegna le proprietà eventualmente esistenti alla gestione del tribunale per soddisfare i creditori in tutto o in parte. Si basa però troppo sui conti economici senza che traspaiano o siano sufficientemente posti in risalto i perché della situazione. In alcune circoscrizioni territoriali anziché andare dal giudice occorre invece ricorrere all’istituto della mediazione assistita che, se per l’usura bancaria pare avere un senso, per l’esdebitazione ne ha molto meno: presentarsi a un collegio professionale – con poteri solo «conciliativi» e non « forzosi» verso i creditori quanto quelli di un tribunale – favorisce troppo il potere del creditore. La legge insomma pare lenta a salvaguardare il debitore dalle pretese di chi abbia già avviato il prelievo in busta paga o posto la proprietà del debitore all’asta. Rammentando che l’auspicio sia salvare la dignità e la vita, dovrebbe invece prevedere fin dal primo momento che le bocce si fermino fino al concordato e al provvedimento di un giudice.

CAMERE DI MEDIAZIONE Istituti professionali sorti per alleggerire il carico dei tribunali. Sono composte da professionisti abilitati che provano a conciliare le posizioni ma che non hanno il potere di imporre.

domenica 13 gennaio 2019

Lieto fine per Rahaf. Schiaffo thai per Riad

 Una brutta storia con una giovane donna al centro. L’intervento dell’Onu e l’ospitalità di un Paese cui lei chiede rifugio. Uno scontro tra monarchie. La potenza di 146mila follower su Twitter e – perché no – un diamante blu. Si potrebbe sintetizzare così il dramma – con momentaneo lieto fine – di Rahaf Mohammed Mutlaq Al Qunun, una giovane saudita in fuga dalla sua famiglia. Bloccata dai doganieri tailandesi al suo arrivo a Bangkok, si è barricata in aeroporto in una camera d’albergo per passeggeri in transito fino a che la Casa reale thai non ha dato il benestare perché ne uscisse per poter salire su un volo che l’ha portata in Canada dove ora gode dello status di rifugiata. E’ una vicenda che è durata una settimana e che ha occupato i media tailandesi per tutto l’arco di una vicenda che, da una parte, disegna i rapporti non sempre facili fra gli Stati, dall’altra dimostra la forza dei vituperati social che questa volta han lavorato a fin di bene.


Rahaf in uno scatto pubblicato
sul suo account twitter
Tutto comincia il 5 gennaio quando Rahaf atterra a Bangkok su un volo proveniente dal Kuwait. E’ in transito per l’Australia, per cui ha in visto regolare, ma quando arriva al controllo passaporti le autorità tailandesi glielo sequestrano perché non sarebbe a posto con le norme che regolano l’immigrazione. Una balla. Il fatto è – ma questo salta fuori dopo – che si è mossa l’ambasciata saudita di Bangkok dove il padre di Rahaf sta per approdare invocando la legge saudita che prevede che una donna, anche se ora può guidare un’auto, non può far quello che vuole senza il permesso del padre o del fratello. C’è di più: i rapporti tra i due Paesi sono tesi sin dagli anni Novanta quando un cameriere thai sfilò al principe saud Faisal bin Fahd un bel po’ di gioielli tra cui il famigerato “Diamante blu”, mai riapparso nemmeno quando la polizia di Bangkok restituì il maltolto. Da allora questa storia si è tinta di giallo con numerosi casi di omicidio irrisolti ai danni di sauditi che investigavano sulla sparizione. Tensione persistente che ha visto ridursi drasticamente il flusso di lavoratori thai in Arabia saudita e persino richiamare entrambi gli ambasciatori.


L'account twitter di Rahaf. Sotto una pagina fb
dedicata alla sua vicenda 
Il caso di Rhaf è dunque nelle mani di Abdalelah Mohammed Alsheaiby, incaricato d’affari dell’ambasciata, che subito si muove. Forse per non irritare Riad, la polizia di frontiera sta al gioco ma non ha fatto i conti con Rahaf. Quando bussa alla porta della sua stanza, la ragazza si barrica in camera e comincia a spedire foto, video e messaggi con motivazioni e particolari della sua situazione. Soprattutto via Twitter. Dice che se finisce nelle mani del babbo saran dolori. Che rischia non solo il rimpatrio ma pene severissime – forse persino la morte – perché ha abiurato e in Arabia saudita questo è un reato gravissimo. Infine è scappata di casa trasgredendo le regole ferree dell’ultramaschile regno saudita. Essersi tagliata i capelli le è già costato un sequestro in casa di sei mesi… Gli utenti di Twitter e Fbb fanno la loro parte: rilanciano, commentano, condividono, si iscrivono al suo canale. E il tam tam si fa assordante. Troppo per il Paese del sorriso dove le donne sono esseri liberi e nessuno si sogna di lanciare occhiatine a chi appartiene alla comunità Lgbtq. Il regno delle orchidee ospita tre milioni e mezzo di turisti l’anno che partono col costume da bagno in valigia. Vai a vedere che sti cavolo di sauditi ci rovinano il sorriso?

La Thailandia fa marcia indietro mentre intervengono associazioni di peso come Human Rights Watch. Interviene l’Unhcr: qui c’è una donna da proteggere. La ragazza deve andar libera dove vuole. Ma dove? Il Canada accetta l’invito e Bangkok, anche se il regno non ha mai firmato la Convenzione sui rifugiati, allarga il sorriso. Tutto si risolve nel giro di poche concitate ore. Con lo smacco della real casa Saud, la soddisfazione della real casa thai e, soprattutto, della povera Rahaf. Un aereo della Korean Air la aspetta in tarda serata venerdi per portarla finalmente ieri tra i freddi ma ospitali e magnanimi lombi di un’altra monarchia, benché parlamentare, che omaggia e rispetta Elisabetta II del Regno Unito. Quello stesso regno che fece grande i Saud e ottenne una seppur indiretta influenza sulla Thailandia pur senza averla mai resa una sua colonia.

Questo articolo è stato scritto per il manifesto

sabato 12 gennaio 2019

Myanmar, niente appello per i reporter in galera

La corte d’appello di Yangon ha rigettato ieri il ricorso presentato dai legali di due giornalisti birmani dell’agenzia internazionale di stampa Reuters che, nel settembre scorso, sono stati condannati in primo grado a sette anni per violazione del segreto di Stato. Wa Lone e Kyaw Soe Oo non hanno partecipato all’udienza nella quale il giudice ha sostenuto che la difesa non è stata in grado di dimostrare la loro innocenza e che la punizione comminata è “adeguata” al crimine commesso.

Wa Lone e Kyaw Soe Oo sono due giovani reporter birmani che hanno raccolto prove dirette sui crimini commessi da Tadmadaw (l’esercito) nello Stato del Rakhine da cui, nell’agosto del 2017, i militari hanno costretto alla fuga oltre 700mila rohingya, la minoranza musulmana della regione che si è ormai quasi completamente trasformata in diaspora, in gran parte in Bangladesh. Arrestati con una trappola dopo aver incontrato degli agenti che hanno messo nelle loro mani dei documenti, i due reporter avevano raccolto prove in particolare su una strage compiuta dall'esercito nel villaggio di Inn Din, nel Nord del Rakhine nel settembre 2017. I loro colleghi hanno poi pubblicato la ricostruzione dell’eccidio che, dopo mesi di reticenza, ha spinto Tatmadaw a condannare sette soldati ai lavori forzati. E’ l’unica strage ammessa sinora dai generali birmani su cui sta indagando anche la Corte penale internazionale.

Stephen Adler, già direttore di Reuters News e presidente di Reuters Corporation, ha definito il
rifiuto della corte "un’ennesima ingiustizia. Il giornalismo non è un crimine – ha aggiunto – e finché il Myanmar continuerà a commettere errori simili, la sua stampa non potrà considerarsi libera”.

Le reazioni al rigetto del ricorso si sommano a quelle che accompagnarono la sentenza di settembre che era stata criticata con forza non solo dal mondo della stampa e dalle organizzazioni come Amnesty International, ma anche dal corpo diplomatico di diversi Paesi. La sentenza era stata per altro stata difesa anche da Aung San Suu Kyi, la Nobel de facto premier del Paese, che sulla questione rohingya ha sempre preferito non spendersi per evitare colpi di coda dai militari. Ma il fatto che in appello la pena venisse abolita o quantomeno ridotta era considerata una possibilità che avrebbe allentato la tensione nei confronti del Myanmar. Ed è dunque un brutto segnale che indica una via sulla quale non sembrano esserci ripensamenti e che allontana sempre di più il Myanmar dalla strada del diritto e dal rapporto con i Paesi che sul dossier rohingya hanno preso posizione. Cina, Russia e India, per citare i partner maggiori, coccolano invece l’esecutivo di Naypyidaw. Pechino, in particolare, che proprio nello Stato del Rakhine – attraversato di recente da nuove violenze – ha interessi economici importanti: denaro cinese ha permesso a Kyaukphyu la creazione di un porto industriale per facilitare il trasporto di gas naturale e petrolio dall'Oceano Indiano bypassando lo stretto di Malacca.

Della costruzione di una sorta di muro tra Myanmar e Bangladesh dà invece notizia oggi il quotidiano di Dacca Daily Star. In quello che il Bangladesh definisce una flagrante violazione del diritto internazionale, il Myanmar sta costruendo una struttura  nella terra di nessuno al confine tra i due Paesi, nella zona di Ghumdhum. La struttura - spiega il quotidiano -  ostruirebbe il flusso delle acque nell'area e potrebbe causare  inondazioni ma soprattutto metterebbe a rischio i circa 6.000 rohingya che vi si ritrovano a  vivere  - in pessime condizioni -  dall'agosto del 2017. La struttura ha infatti tutta l'aria di essere una  stazione di pattugliamento oltreché una barriera fisica.


Questo articolo è uscito su il manifesto

mercoledì 9 gennaio 2019

Violenze nel Rakhine*

L'Ufficio di presidenza del Myanmar ha accusato lunedi l'esercito dell'Arakan ( Arakan Army/AA) - un gruppo armato dello Stato occidentale del Rakhine responsabile degli attacchi della scorsa settimana a quattro avamposti della polizia birmana - di legami con l'Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), il gruppo armato rohingya che il governo birmano ritiene un’organizzazione terroristica. La notizia è apparsa lunedi anche sul quotidiano birmano Irrawaddy e non proviene dall’establishment militare ma dall’ufficio di presidenza dove la stessa Aung San Suu Kyi ha molta influenza. Una dichiarazione che, nel legare due episodi e due gruppi del tutto diversi, tende a mettere sotto la stessa luce – di fatto quella del terrorismo – episodi che non sembrano in realtà avere legame. La denuncia birmana appare per ora soprattutto una supposizione che sarebbe però basata su fonti di intelligence.

La lotta dell’Arakan Army, nato nel 2009 e fazione armata della United League of Arakan (Ula), il cui scopo dichiarato è la protezione della minoranza arakanese (e buddista) del Rakhine, non è una novità nello Stato al confine col Bangladesh ma non ha mai avuto nulla a che vedere con la questione rohingya. AA ha invece una solida alleanza con l'Esercito per l'indipendenza Kachin (Kia) e avrebbe tra 1.500 e 2.500 soldati in gran parte formati proprio dagli uomini del Kia. Recentemente ha ripreso i combattimenti nell’area settentrionale dello Stato federato e il 4 gennaio si è avuta la notizia della morte di 13 poliziotti e del ferimento di altri nove in attacchi contro posti di polizia nell'area di Buthidaung, nel Nord Rakhine. Quattro postazioni sarebbero state attaccate e, secondo le autorità, l’attacco avrebbero coinvolto centinaia di combattenti AA all’alba dello scorso venerdi.

I combattimenti hanno già avuto un effetto devastante sulle comunità locali della zona costringendo,
secondo fonti Onu, almeno 2.500 civili a lasciare le proprie case. Negli incidenti di venerdi, il gruppo ribelle aveva sequestrato anche 14 membri delle forze di sicurezza, 12 dei quali sarebbero poi stati però liberati. Secondo il portavoce dell’AA, gli attacchi non sarebbero che una risposta a un'offensiva militare di Tatmadaw – l’esercito birmano - che avrebbe preso di mira anche i civili.

Secondo un portavoce della presidenza, responsabili di AA e di Arsa si sono incontrati a Ramu, in Bangladesh, nel luglio dello scorso anno saldando dunque un’alleanza tra autonomisti buddisti e autonomisti rohingya e distribuendosi le aree di controllo: quelle a Ovest della catena montuosa Mayu (vicina al Bangladesh) sarebbero sotto il controllo dell'Arsa, mentre le aree a Est ricadrebbero sotto la giurisdizione dell’AA. Secondo i birmani, che lo hanno ufficialmente comunicato a Dacca, entrambi i gruppi avrebbero basi in Bangladesh e sarebbero legati al narcotraffico nella regione (in particolare delle pillole “yaba” un mix di metanfetamina e caffeina). Secondo il Myanmar i recenti attacchi non sarebbero dunque che l’effetto di questa saldatura dei due fronti ribelli che combattono il governo di Naypyidaw. AA ha respinto al mittente le accuse, sia per quanto riguarda il narcotraffico sia per quanto riguarda l’alleanza con Arsa.

La situazione nel Rakhine torna dunque a essere incandescente al di là della questione della minoranza musulmana rohingya espulsa un anno e mezzo fa con numeri importanti: oltre 700mila persone infatti sono scappate dal Myanmar attraversando la frontiera col Bangladesh dove adesso si trovano senza che vi siano le condizione di un loro rimpatrio sicuro.

* Questo articolo è uscito ieri su il manifesto

martedì 8 gennaio 2019

Afghanistan. Burattinai e burattini (aggiornato)

Gioppino, burattino bergamasco
Sotto: Ashraf Ghani 
Questa volta saranno da soli. Né pachistani, né sauditi, né iraniani, né emiratini ma, soprattutto, nessun emissario del governo di Kabul. Con un copione che ormai si ripete consegnando ai talebani la prima vera vittoria diplomatica al tavolo del negoziato, domani a Doha gli emissari di Washington incontreranno i rappresentanti dei talebani o almeno di quelli che si riconoscono nella Shura di Quetta e nell'ufficio politico che ha la sua sede in Qatar. Poi però c'è stato un ripensamento e i colloqui sono stati rimandati proprio in ordine alla partecipazione di emissari afgani.  I talebani dunque- che siederanno con gli americani per due giorni - continuano a rifiutarsi di incontrare il governo "burattino" di Kabul ma, stando a quanto rivelato da Tolonews, ormai Washington avrebbe digerito la pillola rinunciando a tenere il punto. Tolonews ha infatti avuto accesso a un documento preparato dal Centro di ricerca con sede negli Stati Uniti RAND Corporation che ha sviluppato una bozza di accordo e un documento  condiviso con diversi alti funzionari e politici afghani a Kabul e con le parti interessate nella regione. Ma non è un documento del governo afgano. E' solo "condiviso". Non è un'idea afgana e tanto meno del governo in carica né del suo presidente.  L'ennesima ciliegina che fa fare ad Ashraf Ghani proprio la figura del burattino.

Il documento di 49 pagine intitolato "Agreement on a Comprehensive Settlement of the Conflict in Afghanistan”  presenta proposte dettagliate relative a un accordo di pace definitivo per l'Afghanistan. Sarebbe  un accordo di base che coinvolge diversi attori dentro e fuori dal Paese  e che  include una dichiarazione di cessate il fuoco, la completa rinuncia dei talebani ai legami con le organizzazioni terroristiche, una cessazione completa e graduale dell'attuale missione militare Usa e Nato in  un periodo transitorio di 18 mesi ...  segue su Atlanteguerre.it


lunedì 7 gennaio 2019

Com'era bella la mia isola

Sulla Thailandia insistono ogni anno circa 35 milioni di turisti. Considerato che è – se non la prima – tra le prime destinazioni mondiali e che, con 70 milioni di abitanti, uno su due è un turista (anche se ovviamente non tutti viaggiano nello stesso periodo), l’impatto non è devastante come ci si aspetterebbe, perlomeno qui nell’isola di Ko Chang, nel Nordest thai al confine con la Cambogia. A prima vista però la sensazione è tutt’altra: l’intera costa orientale dell’isola è un susseguirsi, quasi ininterrotto, di cottage, negozi, ristoranti, boutique e sale massaggio: attraversate musica, rumore e vari menù in cirillico.

Colonizzata da belgi, russi e cinesi (che contano un terzo delle presenze turistiche della Thailandia), il primo impatto – per chi amerebbe sfuggire al sound sfrenato dei vari cloni della stracitata Rimini - è deprimente. Ma di secondo acchito le cose cambiano. Girando in motorino (meno di 6 euro al di) si scoprono paesaggi incontaminati e le costruzioni, al 95% di un piano o due, non si notano dal mare: sono nascoste dal folto della macchia selvaggia che ricopre l’intera isola (anche se purtroppo arrivano a ridosso della battigia). E più si va a Sud, più la pressione turistica diminuisce e così i prezzi dei bungalow (da 15-20 euro in su per una doppia).
Resort seminascosti ma sulla spiaggia a Ko Chang
Sotto: Ko Wai

C’è di più: prendendo un battello per le altre isole, si può trovare la piacevole sorpresa di Ko Wai (la più piccola delle abitate) dove l’elettricità arriva solo col generatore 5 ore al giorno e non c’è neppure il wi fi, ossessione della nostra epoca (si può però comprare una sim locale per 590 bath, poco meno di 17 euro). Ko Wai è davvero “basic”: niente acqua calda, niente ac, nemmeno il ventilatore. Ma per chi ama starsene in pace è un luogo da sogno anche se, per quel che ti vien dato, il sogno ha un costo relativamente elevato (l’isola non si può attraversare così che si rimane confinati nel resort selezionato dove nell'unico ristorante si paga il doppio che a Ko Chang).

C’è un altro elemento interessante che dà conto dell’organizzazione ormai capillare del turismo thailandese. Poiché il servizio taxi a Ko Chang è assai ridotto, per raggiungerla – dal continente o dalle isole - ci si mette d’accordo con le varie barche per andare dal molo dove verreste scaricati al tal posto, al tal resort. Ed è la barca che poi, compreso nel prezzo (caro), vi consegna un servizio free taxi dal porto al vostro albergo. Molto comodo ma inquadrato e, se non avete dove andare, vi mollano al molo e sciao. Infine: se la splendida Ko Wai equivale a un’esperienza da Robinson – che anche tante famigliole con figli piccini scelgono però di fare – la plastica è la maledizione che vi circonda. I locali la raccolgono per tenere un po’ in ordine e anche voi potete contribuire: ma il mattino seguente il vostro angolo di paradiso è ancora un’accozzaglia di cannucce, ciabatte, bottiglie, sminuzzati puzzle di polistirolo portati dalla corrente o dal monsone (nord ovest nell’inverno boreale). Fin dal Vietnam o dalla vicina Cambogia. Anche Ko Wai vi ricorda che il pianeta è uno. Che quando buttate da qualche parte la cicca, il blister di farmacia, la plastica che avvolge un mazzo di carte, tutta sta robaccia non degradabile continua a viaggiare. Spesso lungo i fiumi fino al mare. E magari da Milano arriva a Ko Wai dove Robinson scopre (o si ricorda) che esiste Nestlè.

Due piccole note. La prima: sulle strade tailandesi abbiamo notato pochissima plastica che abbonda invece sulle civili strade italiane. La seconda: a Ko Wai, che direste meta di evoluti olandesi volanti, algidi britannici o aguzzi svedesi, c’è una discreta quantità di cinesi a cui piace, quanto a noi europei, anche l’esperienza selvatica e minimale (nel senso dei servizi) dell’isola selvaggia. Il pianeta è sempre uno e i comportamenti tendono a uniformarsi. Non sempre al peggio.



Nella foto qui sotto si vede il sovrumano sforzo di raccolta di plastica e lattine del Paradise Resort. Il suo manager paga una volta l’anno una barca privata che per 7mila bath (200 eu) conferisce il materiale a un’azienda di riciclaggio sul continente. Il ricavato non compensa la spesa del viaggio di trasporto.



lunedì 31 dicembre 2018

Tutti al mare a mostrar le chiappe chiare

Che l’ineleganza sia ormai un tratto delle società contemporanee – specie di quelle come la nostra in cui l’eleganza era un elemento saliente – è un dato di fatto. Che non smette mai di stupire. Colpisce, qui a Bangkok – una capitale da oltre dieci milioni di abitanti – che le frotte di turisti che ogni giorno arrivano durante le feste per raggiungere le spiagge delle vacanze, si tramutino in pochi minuti da viaggiatori malvestiti in tipi da spiaggia cui manca solo l’ombrellone. Smessi i panni del viaggiatore, nove su dieci si infilano short e flip flop e, ostentando cappellini e occhiali da sole, passeggiano in città come fossero sulla spiaggia. Un attimo di resipiscenza - che ogni luogo dovrebbe avere il suo costume - arriva all’ingresso dei templi dove rigidissimi funzionari bacchettano le spalle nude, le ciabatte sciabattanti, calzoncini e minigonne. E’ bizzarro come guardiamo con fastidio i turisti stranieri che nelle città d’arte italiane si sbracano nelle fontane e camminano per Via Veneto come fossero a Pietrasanta. Ma quando tocca a noi (e per carità mi ci metto anche io), proprio a noi che non vorremmo mai figurar per turisti, ecco che ci dimentichiamo il bon ton e – ignari del ridicolo che suscitiamo – andiam per mercatini e negozi come fossimo ai bagni anche se Bangkok è bagnata solo da un fiume.

Accanto a questa mancanza di attenzione – che detta così sembra profilarsi come un mio stucchevole moralismo d’antan – ci dimentichiamo anche che l’eleganza è, quella si, un obbligo etico. E invece questa massa informe, omologata dalle tunichette e dalle immancabili tennis, i cappellini con visiera e l’esibizione dell’ultimo tattoo, manca proprio di eleganza, dunque di rispetto. Le donne appena un po’ meglio degli uomini, dominati da rasature marinaresche e colori che raramente si discostano dal nero. Nel nefasto sciame spiccano gli asiatici di casa che son vestiti normalmente come si usa in città. Sfilano come lo schiaffo che l’Asia sta affibbiando al Vecchio Continente dominato dalle felpe ormai costume anche degli uomini di governo. Che sia un atteggiamento aristocratico? Può essere, ma mi dà un senso di disagio. Vorrei essere nell’Oriente profondo ma resto invece nel circo discinto dei miei conterranei. Perdo il fascino sottile di queste terre mentre osservo chi mi somiglia passeggiare altezzoso sul pavè come Pippononlosa. Che quando passa ride tutta la città.