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domenica 22 febbraio 2026
Quando la guerra viene trasformata dall'arte
martedì 17 febbraio 2026
Viaggiare. L'insostenibile mancanza di rispetto ed eleganza
Da un po’ di anni a questa parte noto nei viaggiatori, ossia nei turisti (categoria cui seppur controvoglia appartengo), una certa sciatteria che mi infastidisce. E’ dovuta in parte a come è cambiato il modo di vestirsi in questi ultimi anni soprattutto tra gli occidentali: felpe, magliette e scarpe da ginnastica in un unisex normalizzante e senza fantasia, accompagnato da tatuaggi diffusi e tagli di capelli, che fanno prediligere (soprattutto tra ai maschietti) la rasatura totale.
Nelle donne va un po’ meglio, c’è più attenzione. Ma tirando le somme, il più delle volte mi sembra di stare sul metrò, sull’autobus o lungo il marciapiedi in compagnia di gente che sta andando in palestra. E fin qui, ognuno avrà pure il diritto di omologarsi, di rinnegare mode e fantasia, di vestirsi insomma e radersi come gli pare. Ma quando si viaggia, la cosa cambia e si arricchisce di un altro elemento: il rispetto. Che sembra valere solo a casa nostra. Andreste a un matrimonio in pigiama? Scegliereste dei bermuda sdruciti per andare al battesimo di vostro nipote? Andreste in ufficio in short o in costume da bagno? In poche parole, andreste in giro nella vostra città – Berlino, Roma, Parigi – come se foste sul punto di andare in spiaggia? No, non lo fareste ma quando si è in vacanza…
Nella foto che vedete qui sopra, due ameni turisti camminano spensierati per le vie di una cittadini laotiana. Sono, come tutti gli altri, in tenuta da spiaggia anche se siamo – pur in una tiepida calura – a circa 350 metri sopra il livello del mare. A parte l’omologazione e l’ineleganza (che, in fondo, chi se ne frega) a me pare una mancanza di rispetto. Non dico che uno/a si debba mettere il blazer o la gonna a pieghe, ma se ci si guarda intorno, di laotiani in costume da bagno non se ne vedono. Sarò bacchettone? Si, forse, ma amo il rispetto e la bellezza. Una volta noi italiani eravamo famosi proprio perché avevamo una certa cura nel vestire. Ora son tutte magliette, ciabatte (in plastica o ecofriendly), scarpe da ginnastica, bermuda e costumi da bagno. Tutti uguali, tutti normalizzati e magari con la firma del produttore ben in vista… Ma buttiamola sul ridere che è meglio.
Se si osserva la gran parte dei viaggiatori odierni – ricchi o poveri, vecchi o giovani, muniti di valigia a rotelle o di sacco con spallacci – noterete che la maggior parte delle persone si accoppia con dei contenitori da decine di litri: valige enormi, zaini lunghi stracolmi e articolati, borse e sacchetti perché non si sa mai. Ma, mi chiedo io, se poi uno si mette solo costumi e magliette che bisogno c’è? Capirei se ci fosse un capo di lino, un vestito da sera, una giacca per le grandi occasioni ma per un paio di bermuda serve tutto quello spazio? Sarò bacchettone ma mi viene da ridere (e son anche certo che qualcuno starà ridendo delle mie elucubrazioni e forse anche dei miei vestiti e delle mie valige).
Iddio – comunque - benedica gli anni Settanta (quello scorcio troppo breve del Secolo Breve) quando era obbligo (non scritto) vestirsi come gli abitanti del luogo. Eri in Marocco? Allora la jellaba. In Afghanistan? Il waistcoat. In Pakistan? La shalwar kamiz. In India? La kurta. In Indonesia? Senza bisogno di indossare il topi, il fez tradizionale, una camicia batik o un sarong. Non si tratta di scimmiottare ma di rispettare. Di adattarsi e dunque di “sparire”. Essere un po’ meno turisti e più, si diceva un tempo, cittadini del mondo. Chissà poi se io ci riesco...
sabato 24 gennaio 2026
Trump insulta i soldati italiani. Ma il governo patrio tace e acconsente
Ancorché distratto dalle mille luci di Bangkok, dalle tenebra birmane o dalle pianure alluvionali del Mekong, non manco mai di seguire l’Afghanistan, un Paese che ho nel cuore dagli anni Settanta. L’ultima occasione è stata un’uscita come al solito grave, falsa e fuori dalle righe, di Donald Trump che è stata resa nota in questi giorni.
In una trasmissione radiofonica di giovedì scorso, Trump ha detto che gli Stati Uniti non hanno "mai avuto bisogno" dell'alleanza transatlantica e hanno accusato gli alleati di essere rimasti "un po' fuori dalle linee del fronte" in Afghanistan. Come dire, codardi da seconda linea. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha definito il commento insultante e spaventoso. Gli ha fatto eco il principe Harry, che in Afghanistan è andato a combattere. A seguire, diverse altre figure tra cui chi ha ricordato che Trump – era di leva all’epoca della guerra nel Vietnam - ha evitato il servizio militare rinviandolo 5 volte.
Per la cronaca, durante i 20 anni di guerra afgana le perdite delle forze della coalizione Nato complessivamente ammontarono a circa 3.500–3.600 morti, di cui circa 2.461 americani, 457 britannici e 53 italiani assieme a francesi (90), canadesi (150) e così via. Certo, 53 italiani non sono 2.461 marine ma sarà bene ricordare che quella guerra la vollero gli Stati Uniti e l’Europa si accodò, nonostante Trump nel suo discorso a Davos abbia detto che la Nato non ha mai dato niente all’America… Noi italiani, “soltanto” 53 soldati che non torneranno mai più a casa. Vergogna!
A parte Trump e le sparate fuori luogo cui ci ha abituato è però davvero singolare che a prendere le difese dei militari italiani sia chi ne ha sempre osteggiato la missione come ho fatto lungo tutti quei vent’anni. Ma il rispetto della vita umana trascende le diatribe politiche. Penso che quella missione fosse sbagliata (oltre 43mila civili afgani ci morirono) ma riconosco il sacrificio di quei 53 soldati tricolore jn nome di un Paese che quei militari li ha ormai archiviati. Non ho letto infatti prese di posizione né del ministro Tajani né di Giorgia Meloni. Forse a Roma è ancora presto e non hanno letto le agenzie (però ieri la notizia era già sul 24Ore per fare un esempio) perché il minimo sarebbe ricordare quelle morti dovute alla scelta scellerata cui ci costrinsero gli americani. Ma sembra difficile di questi tempi disturbare il manovratore. Anche se ci insulta. Anche se il governo si riempie sempre la bocca di riferimenti alla Patria. Anche se lui, il manovratore, il militare non l’ha fatto nemmeno in fureria.
sabato 17 gennaio 2026
Piccole notizie, grandi segnali. Come la Cina avanza nel Sudest (e gli Usa perdono colpi)
Eppure, sia per cinesi sia per giapponesi, la sfida è grossa: nel Sudest asiatico non ci sono lingue affini al cinese (se non per una distante parentela in alcuni rari casi) anche se la Cina può contare su una diaspora importante. Per i giapponesi è ancora peggio e infatti leggo che per Tokio le prime difficoltà sono nate col Khmer, in Cambogia. Paradossalmente la sfida linguistica, in alcuni casi, potrebbero vincerla più semplicemente gli americani o persino gli italiani, per esempio col malese e l’indonesiano (che poi sono quasi lo stesso idioma), scritti in caratteri latini e senza grandi problemi di pronuncia. La Cina e il Giappone si danno da fare. Occidentali non pervenuti.
Un’altra notizia ha riscosso il mio interesse anche se l’ho letta su un giornale locale e non su quella dei quotidiani principali dei Paesi interessati. Dice che a gennaio Michael DeSombre, alto funzionario del Dipartimento di Stato per l’Asia orientale, ha promesso durante il suo viaggio in Thailandia e Cambogia, 45 milioni di dollari (una miseria in un certo senso) per sostenere il processo di pace e il cessate il fuoco. Quello che Trump aveva decantato come la sua ultima vittoria da grande negoziatore di pace (dopo Ucraina, Gaza, India-Pakistan e così via)… Velo pietoso.
Nessuno ha dato grande risalto a questa notizia, rimasta confinata in poche note sulla stampa locale del Sudest, ma a me pare dica molte cose. La prima è che, dopo la figuraccia della loro assenza nel cessate il fuco tra i due Paesi a fine anno – dopo che era fallito l’accordo firmato a Kuala Lumpur sotto l’egida di Trump in ottobre – gli americani ora corrono ai ripari e sperano di comprare con due spiccioli il salvataggio della loro faccia. Persa davanti a Pechino, vera mediatrice dell’ultimo cessate il fuoco (che ancora regge). La seconda è che non solo i media americani ma nemmeno quelli thai hanno dato rilievo all’obolo. Lo ha fatto solo la Cambogia, sempre in cerca di bastoni cui appoggiarsi. Non l’orgogliosa Thailandia (e tantomeno la Cina) che già dopo l’accordo di Kuala Lumpur ne aveva preso subito le distanze.
Le due notiziole, mettiamola così, rivelano presenze e assenze economiche, politiche, diplomatiche. Non di primo piano, certo. Rivelano però quello che in tanti sono restii a vedere e ad ammettere anche perché in fondo il Sudest asiatico è così lontano e le luci di Bangkok sono buone solo come apripista per far notte sulle sue spiagge. Ma se lo si vuole vedere, in questi due piccoli flash c’è molto. La lontananza da un modello che ha sempre più perso il suo appeal.
lunedì 29 dicembre 2025
Furbastri in agguato all'ingresso in Thailandia
martedì 16 dicembre 2025
La Generazione Z in Asia. Un appuntamento a Roma
Sono tutte uguali le proteste da Bangkok a Dacca, da Giacarta a Kathmandu? Accanto agli elementi comuni ce ne sono molti altri. Che portano o meno a buoni risultati.
Un appuntamento a Roma per parlarne
Giovedi 18 alle ore 19 da Zazie in Via Ettore Giovenale, 16 a Roma (zona Pigneto) ne discutiamo con Matteo Miavaldi e Luca Scaffidi (un’iniziativa di Zazie e della Rivista corvialista)
Le Scam City lungo i confini del Sudest asiatico
Scam Cities, lungo i confini del Sudest asiatico”, è il podcast in due puntate prodotto da un team di giornalisti – Monika Bulaj, Nicola Bellucci ed Emanuele Giordana – che per tre anni hanno seguito l’evoluzione delle “città delle truffa”, hub della modernità criminale in Asia sudorientale sviluppatisi sulle frontiere che collegano Myanmar, Laos, Cambogia e Thailandia. Dove un esercito di cyber schiavi lavora per le mafie locali truffando via Internet e con l’Intelligenza artificiale vittime asiatiche, americane ed europee che cascano nel miraggio dei soldi facili con investimenti fasulli in criptovalute. Un fenomeno in continua espansione. Scam Cities è stato prodotto col sostegno del Journalism Fund Europe e fa parte della collana di approfondimento giornalistico 11Decimi di Next New Media.
Ascolta le puntate qui
La foto in copertina è di Monika Bulaj













