“Il nome della mia famiglia deriva dal siriano Salam Afi”, mi dice Claudio. E io: “Il mio dalla Giordania”. Eravamo fratelli dal sangue semita tutti e due, scoprimmo allora. Correva l’anno 1974 e io avevo raggiunto Claudio e altri amici a Mljet col mitico “Paglia” che poi tornò indietro da Istanbul “perché in Italia c’è aria di golpe”. Era l’inizio del mio (e del loro) “viaggio all’Eden”, la rotta che portava noi milanesi fino a Katmandù. A Mljet c’era una truppa di manzoniani (il liceo d’élite di Milano) che conoscevo appena: Francesca, Paolo, Manuela, Ludovica e i due fratelli Salafia appunto. Mljet, una scoperta che dovevamo a Stefano Segre, era il prologo: ebbi una bizzarra storia d’amore tossico con una bionda ragazza slava che, credo, non lasciò nulla a nessuno dei due. Lei faceva parte di un gruppo di giovani fricchettoni di Belgrado, alti e belli e molto simpatici. Tra loro – ricordi Claudio? - c’era anche un ragazzotto di Sarajevo un po’ impacciato, coi capelli corti e voglia di far parte del gruppo. Io conoscevo poco i manzoniani se non per qualche frequentazione politica intermittente nelle manifestazioni che attraversavano quegli anni o per qualche incursione in casa di questo o quello a progettare viaggi orientali. Ma il “corso accelerato di amicizia” – come direbbe oggi Mario Dondero – funzionò alla grande e così tutti assieme costituimmo la piccola comitiva che dalla Jugoslavia portava in Turchia, Iran, Afghanistan.
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mercoledì 13 maggio 2026
Ciao Claudio
“Il nome della mia famiglia deriva dal siriano Salam Afi”, mi dice Claudio. E io: “Il mio dalla Giordania”. Eravamo fratelli dal sangue semita tutti e due, scoprimmo allora. Correva l’anno 1974 e io avevo raggiunto Claudio e altri amici a Mljet col mitico “Paglia” che poi tornò indietro da Istanbul “perché in Italia c’è aria di golpe”. Era l’inizio del mio (e del loro) “viaggio all’Eden”, la rotta che portava noi milanesi fino a Katmandù. A Mljet c’era una truppa di manzoniani (il liceo d’élite di Milano) che conoscevo appena: Francesca, Paolo, Manuela, Ludovica e i due fratelli Salafia appunto. Mljet, una scoperta che dovevamo a Stefano Segre, era il prologo: ebbi una bizzarra storia d’amore tossico con una bionda ragazza slava che, credo, non lasciò nulla a nessuno dei due. Lei faceva parte di un gruppo di giovani fricchettoni di Belgrado, alti e belli e molto simpatici. Tra loro – ricordi Claudio? - c’era anche un ragazzotto di Sarajevo un po’ impacciato, coi capelli corti e voglia di far parte del gruppo. Io conoscevo poco i manzoniani se non per qualche frequentazione politica intermittente nelle manifestazioni che attraversavano quegli anni o per qualche incursione in casa di questo o quello a progettare viaggi orientali. Ma il “corso accelerato di amicizia” – come direbbe oggi Mario Dondero – funzionò alla grande e così tutti assieme costituimmo la piccola comitiva che dalla Jugoslavia portava in Turchia, Iran, Afghanistan.
lunedì 20 aprile 2026
L'ultimo viaggio di Roberto Virgili
Nella notte tra sabato e domenica, Roberto Virgili, psicologo, viaggiatore e colonna di Avventure nel Mondo sin dalla sua nascita, è partito per il suo ultimo viaggio lasciando, con la consueta ironia, il suo epitaffio: "anche le grandi querce si abbattono".
lunedì 6 aprile 2026
Su due lati del confine: 9 aprile la presentazione a Roma
Il libro sarà nelle librerie agli inizi di aprile. Sono molto grato alle edizioni Add per averci guidato nella stesura e aver accettato il progetto su questo popolo, è il caso di dirlo, davvero dimenticato dopo la fiammata di attenzione tra il 2016 e l'agosto del 2017 quando oltre 800mila rohingya si rifugiarono in Bangladesh. Avevo seguito la vicenda allora e ho continuato a seguirla negli anni con un viaggio a Sittwe poco prima che le autorità sigillassero il Rakhine nel 2020 per il Covid. Un sigillo cui ne seguì un altro ben più tragico: il golpe militare del 2021 e, adesso, la morsa dell'Arakan Army cui manca solo la conquista di Sittwe e del porto di Kyaukpyu.
mercoledì 1 aprile 2026
La Cina vince la guerra Usa Iran
Guangzhou – Quello che colpisce la mattina qui a Canton, mentre si prende il caffè leggendo sul tablet i giornali, è l'assenza di rumore nel traffico di questa città da 15 milioni di abitanti. E' perché, a parte qualche clacson, auto, moto e motorini sono elettrici. La Cina, un miliardo e passa di residenti, non ha il problema della benzina in un Paese che la svolta elettrica (pur se dominata dal fossile) l'ha fatta anni fa investendo sulle rinnovabili e limitando benzina e gasolio e sempre meno mezzi. Con riserve energetiche stimate a sei mesi, è l'unico Paese dell'Asia che per la guerra in Iran registra solo qualche turbolenza. Una cosa ben diversa dalla vicina Thailandia dove eravamo a inizio settimana quando, in previsione del rincaro di mercoledi scorso, che ha aumentato il costo del litro del 18%, la gente è accorsa con taniche e bidoni e nelle province i rubinetti dei benzinai sono stati sigillati. Ben diverso dal Myanmar o dalle Filippine che, dipendendo per il 90% dell'energia dal Golfo, ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. O ancora dalla Corea del Sud, come il Giappone affamata di energia, che sta correndo ai ripari. Paesi che non hanno solo un problema di costi ma che rischiano di rimanere a secco.
L'Asia è in termini globali il continente più penalizzato dalla chiusura di Hormuz e se il pieno dal benzinaio è solo uno dei sintomi di malessere, visto che aumenta tutto dagli alimentari ai fertilizzanti, la Cina tiene. E anzi, se uno volesse chiedersi chi sta vincendo la guerra in Iran – a parte Israele che non vuole mollare l'osso libanese – verrebbe da dire che l'unica capitale che ne esce vittoriosa è Pechino. L'America, che continua rinviare la promessa resa dei conti, è visibilmente impantanata e l'Iran, comunque vadano le cose, dovrà fare i conti con un Paese a pezzi. Ma gli effetti collaterali, i detriti dei missili, piovono ovunque. Molto poco al The Wheele of History, una bettola del quartiere centrale di Canton sempre affollata di giovani e classe media che succhiano da pentoloni di brodo di pollo le prelibate zampe di gallina. Ci sono arrivati col motorino elettrico....
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martedì 24 marzo 2026
Su due lati del confine. Rohingya, cronache di un popolo perseguitato
Myanmar e Bangladesh sono divisi da un confine di poco più di 250 chilometri, segnati per buona parte da un fiume e da una piccola catena montuosa. Argine al mescolamento e allo stesso tempo membrana porosa tra i due Paesi, la frontiera è teatro di conflitti e stravolgimenti politici che riguardano soprattutto la minoranza etnica dei Rohingya, perseguitata sistematicamente da anni e priva di cittadinanza. Questo libro, un reportage inchiesta che si dipana sui due lati di quel confine, è un lavoro a quattro mani con un caro amico e collega, Giuliano Battiston, che vede la prefazione della nostra cara sorellina di Lettera22, Paola Caridi.
Il libro sarà nelle librerie agli inizi di aprile. Sono molto grato alle edizioni Add per averci guidato nella stesura e aver accettato il progetto su questo popolo, è il caso di dirlo, davvero dimenticato dopo la fiammata di attenzione tra il 2016 e l'agosto del 2017 quando oltre 800mila rohingya si rifugiarono in Bangladesh. Avevo seguito la vicenda allora e ho continuato a seguirla negli anni con un viaggio a Sittwe poco prima che le autorità sigillassero il Rakhine nel 2020 per il Covid. Un sigillo cui ne seguì un altro ben più tragico: il golpe militare del 2021 e, adesso, la morsa dell'Arakan Army cui manca solo la conquista di Sittwe e del porto di Kyaukpyu.
lunedì 16 marzo 2026
La Storia la raccontano i vincitori. Ma solo alcuni
Forse, quasi inevitabilmente - visto che sono stati soprattutto australiani, inglesi e olandesi a metterci i denari - i musei che ricordano il famoso ponte sul fiume Kwai e la tragedia sofferta da migliaia di esseri umani costretti ai lavori forzati per completare la ferrovia, celebrano il martirio dei soldati occidentali: impiegati come spaccapietre e posatori dei binari attraverso montagne impervie e una foresta rigogliosa per il caldo e le piogge ne morirono a migliaia. Di stenti, fame, malattie. Non furono i soli.


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