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lunedì 20 aprile 2026

L'ultimo viaggio di Roberto Virgili


Nella notte tra sabato e domenica, Roberto Virgili, psicologo, viaggiatore e colonna di Avventure nel Mondo sin dalla sua nascita, è partito per il suo ultimo viaggio lasciando, con la consueta ironia, il suo epitaffio: "anche le grandi querce vengono abbattute". 

Nato a Roma nell'agosto del 1946 e vicentino d'adozione, Roberto ha passato la sua vita in viaggio, a capo di squadre di giovani e vecchi viaggiatori affascinati dalla sua cultura enciclopedica e da quell'ironia sottile che lo ha reso famoso. Io, personalmente, gli devo molto perché è stato Roberto a introdurmi nel pianeta di Avventure nel Mondo, il pubblico ideale per i miei libri a metà tra il viaggio, l'inchiesta e il reportage. Come molti ricordano, ai raduni nazionali che si tenevano a Figline Valdarno, Roberto voleva che le tribune del Triveneto non fossero un gazebo di frizzi e lazzi (al più qualche fetta di soppressa vicentina e vino rosso) ma luoghi di incontro culturale: libri, racconti, avventure. 

Ora che un edema polmonare, subentrato a un'infezione, se l'è portato via in un battito d'ali, mi viene da pensare che, prima di andarsene , abbia pensato a come fare quest'ultima valigia: che ci vorrà in Paradiso? E cosa se vado all'Inferno? Roberto non era tipo da Purgatorio  e già me lo vedo sopra una nuvola a guardare l'orizzonte e l'orario dei treni. Certi viaggiatori non muoiono mai. Sono da qualche parte a fare da apripista per l'ennesima avventura.


lunedì 6 aprile 2026

Su due lati del confine: 9 aprile la presentazione a Roma


Giovedì 9 aprile ore 19.00 | Shell Libreria Bistrot,  Vicolo della Fontana, 28 

Giuliano Battiston Paola Caridi Emanuele Giordana

M
yanmar e Bangladesh sono divisi da un confine di poco più di 250 chilometri, segnati per buona parte da un fiume e da una piccola catena montuosa. Argine al mescolamento e allo stesso tempo membrana porosa tra i due Paesi, la frontiera è teatro di conflitti e stravolgimenti politici che riguardano soprattutto la minoranza etnica dei Rohingya, perseguitata sistematicamente da anni e priva di cittadinanza. Questo libro, un reportage inchiesta che si dipana sui due lati di quel confine, è un lavoro a quattro mani con un caro amico e collega, Giuliano Battiston,  che vede la prefazione della nostra cara sorellina di Lettera22, Paola Caridi.


Il libro sarà nelle librerie agli inizi di aprile. Sono molto grato alle edizioni Add per averci guidato nella stesura e aver accettato il progetto su questo popolo, è il caso di dirlo, davvero dimenticato dopo la fiammata di attenzione tra il 2016 e l'agosto del 2017 quando oltre 800mila rohingya si rifugiarono in Bangladesh. Avevo seguito la vicenda allora e ho continuato a seguirla negli anni con un viaggio a Sittwe poco prima che le autorità sigillassero il Rakhine nel 2020 per il Covid. Un sigillo cui ne seguì un altro ben più tragico: il golpe militare del 2021 e, adesso, la morsa dell'Arakan Army cui manca solo la conquista di Sittwe e del porto di Kyaukpyu

Giuliano intanto batteva le strade del Bangladesh - dove ero stato nel dicembre 2016 ma in cui da allora non ho più messo piede - per documentare come vive l'enorme diaspora che si è formata dopo la fuga e l'espulsione dal Myanmar. Questo lavoro è il tentativo di restituire ai Rohingya la dignità che la Storia gli ha levato giorno dopo giorno negli ultimi decenni. Che in parte potrebbe essergli restituita anche dall'attesa sentenza della Corte di giustizia dell'Aia (forse entro quest'anno) dove il Myanmar è stato accusato di genocidio.

mercoledì 1 aprile 2026

La Cina vince la guerra Usa Iran


Guangzhou – Quello che colpisce la mattina qui a Canton, mentre si prende il caffè leggendo sul tablet i giornali, è l'assenza di rumore nel traffico di questa città da  15 milioni di abitanti. E' perché, a parte qualche clacson, auto, moto e motorini sono elettrici. La Cina, un miliardo e passa di residenti, non ha il problema della benzina in un Paese che la svolta elettrica (pur se dominata dal fossile) l'ha fatta anni fa investendo sulle rinnovabili e limitando benzina e gasolio e sempre meno mezzi. Con riserve energetiche stimate a sei mesi, è l'unico Paese dell'Asia che per la guerra in Iran registra solo qualche turbolenza. Una cosa ben diversa dalla vicina Thailandia dove eravamo a inizio settimana quando, in previsione del rincaro di mercoledi scorso, che ha aumentato il costo del litro del 18%, la gente è accorsa con taniche e bidoni e nelle province i rubinetti dei benzinai sono stati sigillati. Ben diverso dal Myanmar o dalle Filippine che, dipendendo per il 90% dell'energia dal Golfo, ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. O ancora dalla Corea del Sud, come il Giappone affamata di energia, che sta correndo ai ripari. Paesi che non hanno solo un problema di costi ma che rischiano di rimanere a secco.

L'Asia è in termini globali il continente più penalizzato dalla chiusura di Hormuz e se il pieno dal benzinaio è solo uno dei sintomi di malessere, visto che aumenta tutto dagli alimentari ai fertilizzanti, la Cina tiene. E anzi, se uno volesse chiedersi chi sta vincendo la guerra in Iran – a parte Israele che non vuole mollare l'osso libanese – verrebbe da dire che l'unica capitale che ne esce vittoriosa è Pechino. L'America, che continua rinviare la promessa resa dei conti, è visibilmente impantanata e l'Iran, comunque vadano le cose, dovrà fare i conti con un Paese a pezzi. Ma gli effetti collaterali, i detriti dei missili, piovono ovunque. Molto poco al The Wheele of History, una bettola del quartiere centrale di Canton sempre affollata di giovani e classe media che succhiano da pentoloni di brodo di pollo le prelibate zampe di gallina. Ci sono arrivati col motorino elettrico.... 


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martedì 24 marzo 2026

Su due lati del confine. Rohingya, cronache di un popolo perseguitato


Myanmar e Bangladesh sono divisi da un confine di poco più di 250 chilometri, segnati per buona parte da un fiume e da una piccola catena montuosa. Argine al mescolamento e allo stesso tempo membrana porosa tra i due Paesi, la frontiera è teatro di conflitti e stravolgimenti politici che riguardano soprattutto la minoranza etnica dei Rohingya, perseguitata sistematicamente da anni e priva di cittadinanza. Questo libro, un reportage inchiesta che si dipana sui due lati di quel confine, è un lavoro a quattro mani con un caro amico e collega, Giuliano Battiston,  che vede la prefazione della nostra cara sorellina di Lettera22, Paola Caridi.


Il libro sarà nelle librerie agli inizi di aprile. Sono molto grato alle edizioni Add per averci guidato nella stesura e aver accettato il progetto su questo popolo, è il caso di dirlo, davvero dimenticato dopo la fiammata di attenzione tra il 2016 e l'agosto del 2017 quando oltre 800mila rohingya si rifugiarono in Bangladesh. Avevo seguito la vicenda allora e ho continuato a seguirla negli anni con un viaggio a Sittwe poco prima che le autorità sigillassero il Rakhine nel 2020 per il Covid. Un sigillo cui ne seguì un altro ben più tragico: il golpe militare del 2021 e, adesso, la morsa dell'Arakan Army cui manca solo la conquista di Sittwe e del porto di Kyaukpyu

Giuliano intanto batteva le strade del Bangladesh - dove ero stato nel dicembre 2016 ma in cui da allora non ho più messo piede - per documentare come vive l'enorme diaspora che si è formata dopo la fuga e l'espulsione dal Myanmar. Questo lavoro è il tentativo di restituire ai Rohingya la dignità che la Storia gli ha levato giorno dopo giorno negli ultimi decenni. Che in parte potrebbe essergli restituita anche dall'attesa sentenza della Corte di giustizia dell'Aia (forse entro quest'anno) dove il Myanmar è stato accusato di genocidio.

lunedì 16 marzo 2026

La Storia la raccontano i vincitori. Ma solo alcuni

Kanchanaburi - Una visita alla cosiddetta “ferrovia della morte”, quella che i giapponesi fecero costruire durante la II guerra mondiale per congiungere Bangkok a Yangon, è l’occasione per riflettere su come si racconta la Storia. Su chi e come la racconta. Su chi e come ne tramanda il ricordo. 


Forse, quasi inevitabilmente - visto che sono stati soprattutto australiani, inglesi e olandesi a metterci i denari - i musei che ricordano il famoso ponte sul fiume Kwai e la tragedia sofferta da migliaia di esseri umani costretti ai lavori forzati per completare la ferrovia, celebrano il martirio dei soldati occidentali: impiegati come spaccapietre e posatori dei binari attraverso montagne impervie e una foresta rigogliosa per il caldo e le piogge ne morirono a migliaia. Di stenti, fame, malattie. Non furono i soli. 

Lasciando stare “Il ponte sul fiume Kwai”, un film di David Lean del 1957 intriso di retorica coloniale, supremazia bianca e una enorme quantità di falsi, i musei (sono soprattutto due ma un po’ ovunque a Kanchanaburi- Thailandia centrale - si ricorda la vicenda) sono ben fatti, ricchi di materiali e spiegazioni. Ci son bandiere, medaglie, fotografie, cimiteri curatissimi. Ma c’è anche un grande assente: i romusha. A ricordarli c’è solo qualche raro indizio. 

I romusha erano lavoratori forzati reclutati dall’Impero giapponese durante la Seconda guerra mondiale nei territori occupati del Sudest asiatico. Il termine viene dal giapponese e vuol dire  “lavoratore”, ma durante la guerra erano in realtà veri e propri schiavi. Provenivano dalle Indie  orientali olandesi, dalla Birmani, Thailandia, Vietnam, Malaysia, Singapore. Si stima che tra 4 e 10 milioni di persone siano state mobilitate come romusha. Alla ferrovia della morte pagarono un tributo enorme: almeno 90mila vittime contro le 12.500 tra i 60mila prigionieri di guerra occidentali.

C
on un numero cosi alto non ci dovrebbe essere qualcosa in più che qualche targhetta qui e là, rari fotogrammi, quasi nessun nome? 

La ferrovia della morte fu una ferrovia di morte soprattutto asiatica per i figli di una terra che Tokio voleva liberare. Ma la Storia li ha sepolti con le macerie di quella inutile carneficina.

domenica 22 febbraio 2026

Quando la guerra viene trasformata dall'arte



Che cosa orribile è la guerra. E i musei esistono per ricordarcelo, come nel caso del Museo dell’Olocausto a Gerusalemme o di  quello dedicato a Città Ho Chi Minh alla guerra con gli Stati Uniti in Vietnam. Per citare i più famosi e i più emozionanti. 

Ma il piccolo museo di Ban Man Da, a quattro chilometri dalla cittadina laotiana di Nong Khiaw, è qualcosa di più. E’ un’opera d’arte che non nasconde gli orrori della guerra ma la cui bellezza, pur nel costruire il museo con pezzi di bombe, giberne, missili, cassette di munizioni, elmetti, lascia alla fine un senso di serenità. Di perdono forse misto a compassione come insegna la tradizione buddista. Questa opera è stata fatta dal signore che vedete nella foto qui a destra, che si chiama Phuong,  e da suo figlio che si sono messi in testa di ricordare coi manufatti della guerra la storia poco nota di un conflitto. E si, perché la guerra in Laos come in Cambogia, non a caso fu definita una secret war: nessuno doveva sapere dei B52 che, partiti dalla base Usa-Thai di Udon Thani, bombardarono a tappeto il fragile Laos. 

I
l Laos è il Paese più bombardato della Storia in proporzione alla sua popolazione, con oltre 2 milioni di tonnellate di ordigni sganciati dagli Stati Uniti tra il 1964 e il 1973 (aveva allora meno di 3 milioni di abitanti; oggi ne ha meno di 8). Circa 80 milioni di submunizioni a grappolo inoltre non sono esplose, lasciando il 30% del paese contaminato e causando oltre 20.000 vittime dalla fine della guerra. Una tragedia di oltre 50 anni fa ma che continua ad uccidere.

Ma, visto che una foto val più di mille parole, ecco una sequenza di immagini di questo piccolo gioiello, la cui presenza da sola, merita un viaggio a Nong Khiaw












Le foto sono dell'autore e di Davide Del Boca

martedì 17 febbraio 2026

Viaggiare. L'insostenibile mancanza di rispetto ed eleganza



Da un po’ di anni a questa parte noto nei viaggiatori, ossia nei turisti (categoria cui seppur controvoglia appartengo), una certa sciatteria che mi infastidisce. E’ dovuta in parte a come è cambiato il modo di vestirsi in questi ultimi 
anni soprattutto tra gli occidentali: felpe, magliette  e scarpe da ginnastica in un unisex normalizzante e senza fantasia, accompagnato da tatuaggi diffusi e tagli di capelli, che fanno prediligere (soprattutto tra ai maschietti) la rasatura totale. 


Nelle donne va un po’ meglio, c’è più attenzione. Ma tirando le somme, il più delle volte mi sembra di stare sul metrò, sull’autobus o lungo il marciapiedi in compagnia di gente che sta andando in palestra. E fin qui, ognuno avrà pure il diritto di omologarsi, di rinnegare mode e fantasia, di vestirsi insomma e radersi come gli pare. Ma quando si viaggia, la cosa cambia e si arricchisce di un altro elemento: il rispetto. Che sembra valere solo a casa nostra. Andreste a un matrimonio in pigiama? Scegliereste dei bermuda sdruciti per andare al battesimo di vostro nipote? Andreste in ufficio in short o in costume da bagno? In poche parole, andreste in giro nella vostra città – Berlino, Roma, Parigi – come se foste sul punto di andare in spiaggia? No, non lo fareste ma quando si è in vacanza…



Nella foto che vedete qui sopra, due ameni turisti camminano spensierati per le vie di una cittadini laotiana. Sono, come tutti gli altri, in tenuta da spiaggia anche se siamo – pur in una tiepida calura – a circa 350 metri sopra il livello del mare. A parte l’omologazione e l’ineleganza (che, in fondo, chi se ne frega) a me pare una mancanza di rispetto. Non dico che uno/a si debba mettere il blazer o la gonna a pieghe, ma se ci si guarda intorno, di laotiani in costume da bagno non se ne vedono. Sarò bacchettone? Si, forse, ma amo il rispetto e la bellezza. Una volta noi italiani eravamo famosi proprio perché avevamo una certa cura nel vestire. Ora son tutte magliette, ciabatte (in plastica o ecofriendly), scarpe da ginnastica, bermuda e costumi da bagno. Tutti uguali, tutti normalizzati e magari con la firma del produttore ben in vista… Ma buttiamola sul ridere che è meglio.

Se si osserva la gran parte dei viaggiatori odierni – ricchi o poveri, vecchi o giovani, muniti di valigia a rotelle o di sacco con spallacci – noterete che la maggior parte delle persone si accoppia con dei contenitori da decine di litri: valige enormi, zaini lunghi stracolmi e articolati, borse e sacchetti perché non si sa mai. Ma, mi chiedo io, se poi uno si mette solo costumi e magliette che bisogno c’è? Capirei se ci fosse un capo di lino, un vestito da sera, una giacca per le grandi occasioni ma per un paio di bermuda serve tutto quello spazio? Sarò bacchettone ma mi viene da ridere (e son anche certo che qualcuno starà ridendo delle mie elucubrazioni e forse anche dei miei vestiti e delle mie valige).

Iddio – comunque - benedica gli anni Settanta (quello scorcio troppo breve del Secolo Breve) quando era obbligo (non scritto) vestirsi come gli abitanti del luogo. Eri in Marocco? Allora la jellaba. In Afghanistan? Il waistcoat. In Pakistan? La shalwar kamiz. In India? La kurta. In Indonesia? Senza bisogno di indossare il topi, il fez tradizionale, una camicia batik o un sarong. Non si tratta di scimmiottare ma di rispettare. Di adattarsi e dunque di “sparire”. Essere un po’ meno turisti e più, si diceva un tempo, cittadini del mondo. Chissà poi se io ci riesco...