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sabato 18 gennaio 2020

Taal, il gigante che non si riaddormenta

“Alle 8 del mattino, l'attività di Taal è stata generalmente caratterizzata da deboli emissioni di pennacchi carichi di vapore a 800 metri di altezza dal cratere principale che si sono poi spostati verso sud-ovest. Un totale di cinque esplosioni deboli sono state registrate dalla Taal Volcano Network”. Inizia così il bollettino serale che venerdi pomeriggio è stato postato dai funzionari del Phivolcs, il centro nazionale di vulcanologia e sismologia delle Filippine che monitora costantemente l’attività di un vulcano secondo per potenza e pericolosità nel Paese. Circondato da un lago di 15 chilometri per venti situato sull'isola di Luzon nella provincia di Batangas, la gente ha costruito sin sulle sue pendici. Taal ha registrato in passato oltre 30 eruzioni di cui alcune accompagnate da vere e proprie stragi. Questa gemma spinosa del cosiddetto “Anello di fuoco del Pacifico”, che già nel 2019 aveva dato segnali, ha cominciato domenica scorsa a sputare fuoco facendo salire l’allerta a livello 4. Poi è tornata una relativa calma e la temuta mega eruzione non è avvenuta ma il pericolo non è passato.

La rete sismica filippina ha tracciato un totale di ben 653 terremoti vulcanici dalle ore 13 del 12 gennaio, quando Taal si è risvegliato. 174 delle quali con intensità preoccupanti. Anche ieri dunque, tra le 5 del mattino e le 16, sono stati tracciati nuovi mini terremoti che significano “intrusione magmatica continua sotto il Taal – dicono gli esperti - che potrebbe portare a un'ulteriore attività eruttiva” tanto che il livello di allarme 4 rimane attivo: livello 4 vuol dire che un'eruzione esplosiva pericolosa è possibile entro pochi giorni o addirittura entro poche ore. Ceneri aerodisperse e frammenti esplosi dalla colonna di eruzione restano intanto un pericolo per la salute mentre i ricercatori mettono in guardia dalle apparenti pause di attività. Potrebbero essere solo una tregua non il segno che Taal si è riaddormentato.
(segue con aggiornamenti su atlanteguerre)

giovedì 16 gennaio 2020

Afghanistan 2019: l'anno peggiore

Sebbene, secondo fonti giornalistiche, il leader talebano mullah Hibatullah Akhundzada si sarebbe detto d’accordo con una riduzione di sette giorni della violenza in Afghanistan a condizione che venga firmato un accordo di pace con gli americani, il 2019 si è chiuso per il Paese nella maniera più nefasta per le vittime civili della guerra. Lo dice Human Rights Watch nel suo World Report 2020. E per la prima volta, le vittime civili causate dalle forme armate afgane sostenute dagli alleati superano quelle imputabili ai talebani... (segue su atlanteguerre)

giovedì 2 gennaio 2020

Tutti i dubbi sul 5G


I fautori della nuova tecnologia dicono che migliorerà sensibilmente la nostra vita e che la salute non ne risentirà. Ma è proprio tutto così candido e lineare? Da questa inchiesta per Internazionale emerge che....

Nel paesino lombardo di Crotta d’Adda, un pugno di chilometri da Cremona, la maggior parte degli avventori del Giangy Bar, sulla via principale di questa cittadina di 650 anime, è anziana: non sorprende se le persone non sono attaccate al telefono. Ma c’è anche un altro motivo. Il ripetitore più vicino è a chilometri di distanza e il telefono prende male. La conversazione va e viene e il wifi è un disastro. In epoca digitale un vero dramma. Ma non per le aziende che in Italia stanno pianificando il 5g, tecnologia e standard di quinta generazione che consentiranno, con prestazioni e velocità superiori, l’internet delle cose: quello che permetterà di programmare la lavatrice dall’ufficio o che grazie a un microchip nel pannolino avviserà se un bambino è bagnato.

Per i colossi della telefonia Crotta d’Adda è un caso perfetto per studiare come la nuova tecnologia possa superare la vecchia. Ma ci sono un paio di problemi. Anzi tre... Continua su Internazionale

Crotta d'Adda. Foto di Maria Novella De Luca

domenica 29 dicembre 2019

Afghanistan, bilancio di fine anno


La mattina del 29 dicembre di quarant'anni fa, l'Afghanistan si svegliò ormai completamente prigioniero dell'Armata rossa che, il giorno prima, aveva completato tutte le operazioni di controllo del regime di Afizullah Amin (che già  il 27 aveva pagato con la vita i dissidi con  Mosca) e che quella mattina aveva annunciato, attraverso Radio Kabul, che il Paese era stato "liberato". Cos resta  dell'avventura bellica iniziata allora e proseguita con un conflitto interno e l'invasione del 2001 è noto. Ma cosa riserva il 2020 agli afgani?
Senza bisogno di fare profezie sul futuro – un mestiere che compete ai meteorologi – è abbastanza evidente che sul risultato finale delle presidenziali afgano si stiano addensando nubi tempestose. Un risultato ancora incerto si accompagna inoltre a un’ennesima stagione di veleni dove accanto alle denunce di frode, che vedono le accuse del dottor Abdullah nutrirsi di altri lai, non si risparmiano colpi bassi. Nemmeno all’alleato maggiore, gli Stati Uniti, accusati ieri pubblicamente dal Consigliere per la sicurezza nazionale Hamdullah Mohib di preoccuparsi più dello scambio di prigionieri occidentali in mano ai talebani che non del futuro degli accordi di pace. Tutto ciò non promette nulla di buono.

A fine settembre del 2014, a sei mesi dal primo turno delle penultime presidenziali, toccò al segretario di Stato Usa John Kerry risolvere le beghe elettorali nate dal primo scontro tra Ghani e Abdullah. Con abilità e fermezza, Kerry – che citò quell’accordo come un esempio di statesmanship and compromise (arte di governo e compromesso) - riuscì a far convergere i due sulla formula di un governo di unità nazionale che prevedeva una divisione dei poteri al 50 per cento tra i due contendenti: l’uno presidente, l'altro “capo dell’esecutivo”, bizzarra figura né premier né vicepresidente e non prevista dal dettato costituzionale afgano. I due, e con loro gli afgani, digerirono. Ma adesso...

Adesso, Ghani e Abdullah sono ancora lì ma al posto di Kerry c’è Mike Pompeo e, al posto di Obama, Donald Trump, un presidente instabile, sotto pressione per l’impeachment e capace di formidabili colpi di testa. Dall’altra parte della barricata ci sono più o meno gli stessi talebani di allora - nella sempre difficile situazione di squilibrio tra le varie fazioni del movimento - e in mezzo ci sono gli afgani, stretti in una miscela di dolorosa disperazione che si è espressa nella ennesima grande illusione del voto. Un voto dove ha elettoralmente parlato una popolazione di meno di due milioni di elettori su 9,7 di aventi diritto. Che equivale a circa la metà degli abitanti di Kabul.

Anche se gli americani appaiono riluttanti a una nuova “soluzione Kerry”, saranno obbligati a prendere il toro per le corna. Gli altri partner della coalizione sono ormai così sfiniti da questa avventura senza fine che il mutismo è la loro condizione ormai abituale. Mentre non è escluso che russi e cinesi, sempre più attenti alle vicenda afgane, si facciano avanti suggerendo una qualche soluzione che raffreddi gli animi.

In tutto ciò la colpa di questi animi surriscaldati è responsabilità anche degli afgani o meglio dell’élite che, col beneplacito degli alleati, governa il Paese da quando lo scettro del comando fu consegnato a Karzai nel dicembre del 2001. Da allora una pedissequa acquiescenza ai nuovi padroni del Paese, unita alla sacra alleanza con gli ex signori della guerra e i sempre attivi signori della terra, ha lavorato soprattutto per spartirsi privilegi e potere ricorrendo tra l’altro al peggiore degli strumenti: quello identitario. Soffiare sul fuoco del nazionalismo pashtun, tagico, hazara – un refrain sul tribalismo che in Occidente ha molti adepti – fa degli afgani un popolo che non merita né attenzione né solidarietà. La responsabilità di questa deriva, alimentata all’occorrenza dai partner americani e della Nato, ricade sui politici afgani. Non certo sulla gran parte della popolazione che, tra l'altro, ha marciato in lungo e in largo per il Paese facendo la richiesta più sensata: far tacere le armi.
Nessuno li ha ascoltati. Né le cancellerie, né i talebani, né il governo di Kabul e neppure la grande stampa. Tutti complici – a diverso titolo – della stessa congiura del silenzio che ha soffocato l’unica vera novità politica innovativa di questi anni.

martedì 24 dicembre 2019

Se la moda sposa il sociale

Il quartiere di Sherpur a Kabul ne ha viste tante. C’è ancora il vecchio cimitero britannico, memoria delle guerre ottocentesche, in mezzo agli edifici costruiti dai signori della guerra che su terra demaniale, una quindicina di anni fa, hanno costruito un quartiere residenziale per ricchi afgani e internazionali: ville che mescolano in un kitsch stupefacente le architetture di Dubai, Peshawar e Capitol Hill, spruzzate di specchietti persiani colorati. Non lontano c’è la “zona verde” delle ambasciate e più a Sud l’ospedale di Emergency. L’atelier di Zolaykha “Zolay” Sherzad è una piccola sorpresa. Incastonato nel cortile di un edifico dei primi del secolo è una gemma preziosa, come i suoi abiti, nel caos della speculazione di una città in guerra.

Zolay a sn con una modella. Sopra, il laboratorio
Sotto un modello recente
Zolay è una stilista afgana che nel 2005 ha creato il brand Zarif Design con l’idea di ricostruire l’eccellenza del settore artigianale locale in cui la componente essenziale è la partecipazione e formazione delle donne, la maggior parte della cinquantina di lavoranti dell’atelier. Ma Zolay la incontriamo in Italia, un Paese dove sta pensando di portare le sue collezioni. Alla festa per i cento anni dell’indipendenza del suo Paese, da poco celebrata all’ambasciata afgana di Roma, espone in un candido padiglione cappotti di lana finissima, giacche di cotone e seta ricamate, waskat (gilet) e chapan, il lungo mantello indossato dall’ex presidente Karzai. Tutto è cucito a mano. Waskat e chapan, indumenti tipicamente maschili, sono pensati per donne finalmente libere dal chadri (burqa). Recupero della tradizione ma anche creazione. E liberazione. “Cerco di rivelare l'identità della donna non tanto nel suo genere ma piuttosto nel suo carattere e presenza. E questi materiali preziosi, una volta rielaborati, sono un ponte tra tradizione e modernità”.

Durante l’invasione sovietica, la sua famiglia lascia l’Afghanistan. Lei ha dieci anni e dalle
montagne che circondano Kabul si ritrova in mezzo a quelle svizzere dove nel 1994, a Losanna, si laurea in architettura. Fa la sua gavetta negli studi di architettura svizzeri, in Giappone e a New York dove, dal 1998 al 2004, insegna alla Pratt Institute School of Architecture. Ma il cuore è in Afghanistan dove torna dopo il 2001. Fino a quel momento ha ideato e sostenuto un progetto per costruire scuole nei villaggi rurali ma i suoi interessi stanno cambiando. Durante una vista in una scuola finanziata dalla sua associazione, capita per caso in un atelier locale e resta impressionata – confiderà a un giornale francese – dalla qualità del lavoro ma anche da quella che definisce la “perdita di identità di quelle confezioni”. “In effetti – dice oggi - non ero molto interessata alla moda in quanto tale ma in Afghanistan mi è nata una passione e la chiave del mio lavoro è usare la creatività come mezzo di sviluppo economico, sociale e artistico. In Afghanistan c’è una distruzione fisica non solo ambientale ma anche del patrimonio culturale. Che ne ha cancellato l’identità”.

Dal 2005 in poi è un vortice: fonda Zarif e nel 2007 Kate Hudson indossa un suo modello ne “Il fondamentalista riluttante” di Mira Nair, che è andata apposta a Kabul per sceglierne la giacca. L’anno dopo Time le dedica il primo articolo sulla stampa internazionale: Building a Bridge with style, costruire ponti con stile. Un ponte verso l’estero da Delhi a Dubai, da New York a Parigi con un passaggio alla Biennale di Venezia del 2009, a dOCUMENTA Kassel nel 2012 e alla Biennale dell'Avana nel 2015. L'ultimo viaggio in Europa è a Parigi con tre appuntamenti in novembre. Poi, l’anno prossimo, tornerà ancora in Italia.

Questo articolo è uscito su D di Repubblica sabato 14 dicembre 2019

venerdì 20 dicembre 2019

Domenica 22 a Roma La Grande Illusione

La Grande Illusione: presentazione a Roma

Domenica 22 dicembre
Cappella Orsini
Roma
ore 18,30
Via di Grotta Pinta, 21
(dietro campo dei Fiori)

Eric Salerno e Luigi Spinola discutono con
Soraya Malek ed Emanuele Giordana curatore del volume


La Grande Illusione 
L’ Afghanistan in guerra da 40 anni
Rosenberg&Sellier 

Letture di Federica Bassetti

mercoledì 18 dicembre 2019

Pena capitale al dittatore pachistano

Pena di morte per Pervez Musharraf dice la sentenza di una corte ad hoc pachistana che mette la parola fine alla lunga vicenda giudiziaria dell’ex dittatore, ex presidente ed ex generale dal 2016 rifugiatosi a Dubai. Pena capitale per alto tradimento – la condanna più grave in un Paese che ha tra l’altro sospeso la moratoria sulle esecuzioni di Stato - per aver sospeso la Costituzione durante gli anni del suo regime. La notizia arriva come una bomba e sembra mettere una pietra tombale sul destino dell’uomo che dal 1999 al 2008 ha retto il Paese. Ma è davvero la parola fine?

L’esecutivo del premier Imran Khan viene in soccorso, sebbene con prudenza, al generale. Il governo pachistano infatti "esaminerà in dettaglio" la decisione della corte le cui motivazioni saranno rese note a breve, come ha spiegato alla stampa l’assistente speciale del primo ministro Imran Khan per l'informazione e la radiodiffusione, Firdous Ashiq Awan.

E’ la prima volta nella storia del Paese che un capo dell’esercito viene dichiarato colpevole di alto tradimento e condannato per questo a morte e non sarebbe evidentemente un bel precedente. Awan ha aggiunto che gli esperti legali analizzeranno tutti gli aspetti legali e politici, nonché l'impatto sugli interessi nazionali, dopo di che una dichiarazione del governo verrà resa nota. E’ un distinguo che fa intravedere il fatto che la parola fine si allontana. Ma c’è di più. La condanna colpisce indirettamente gli uomini in divisa, vero potere neppur troppo occulto del Paese. E infatti i militari prendono subito posizione.

Una dichiarazione dell'Inter-Services Public Relations (Ispr), ala mediatica dell’esercito, dice che "la decisione è stata accolta con molto dolore e angoscia dalle forze armate” i cui alti gradi si sono riuniti nella sede generale di Rawalpindi subito dopo la notizia della sentenza. La dichiarazione porta la firma del generale Asif Ghafoor: “Un capo di stato maggiore e presidente del Pakistan, che ha servito per oltre 40 anni e ha combattuto guerre per la difesa del Paese non può essere un traditore", prosegue la nota aggiungendo critiche all’iter processuale.

I giochi dunque non sono affatto chiusi. Del resto il team legale di Musharraf, malato di cuore, può appellarsi ricorrendo alla Corte Suprema. E se questa confermasse il verdetto della corte speciale, il presidente avrebbe pur sempre l'autorità costituzionale ai sensi dell'articolo 45 per perdonare un imputato nel braccio della morte.

Le accuse a Musharraf riguardano il periodo che va dal 3 novembre al 15 dicembre 2007. In quel pugno di giorni il generale dittatore dichiara lo stato di emergenza e sospende la Costituzione cosa che gli permette di giurare come presidente non eletto. Ma non si ferma lì: per evitare ostacoli imprigiona 61 giudici dei gradi più alti del sistema giudiziario incluso l’uomo che sta all’apice della piramide, il Chief Justice Iftikhar Mohammad Chaudhry, che aveva già sospeso dal servizio ma che un vasto movimento popolare aveva fatto reinsediare. E’ forse il suo scivolone più grosso, un calcolo politico sbagliato che gli mette contro magistrati e società civile già turbati dall’ennesimo golpe militare. Il 2007 è davvero un pessimo anno per il Pakistan che si chiude con l’assassinio di Benazir Bhutto.

La sentenza è forse anche il segnale di un desiderio di autonomia della magistratura e di come debba essere giudicato traditore chiunque violi la Costituzione civile. Concetto che finisce per dire indirettamente che l’epiteto “traditore” si dovrebbe storicamente adottare per tutti i dittatori del Paese dei puri. Passati e futuri. In divisa e non.

Oggi su il manifesto