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giovedì 10 aprile 2008

INCOGNITA ELETTORALE SUL TETTO DEL MONDO




Cosa succederà in Nepal dove oggi si vota. Il re non se ne vuole andare, i maoisti minacciano, nel Sud di agitano i secessionisti e anche ieri ci sono stati almeno sette morti. Eppure, almeno finore, quella nepalese è una pace che sta funzionando

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Giovedi' 10 Aprile 2008 Per il nuovo anno che in Nepal inizia il prossimo 13 aprile, re Gyanendra (nella foto quando era ancora a capo dell'esercito), un re ormai senza corona e senza scorta, gli auguri li ha mandati nella forma rituale: “... from their Majesties the King and Queen". I maoisti non hanno gradito. Nelle elezioni che chiamano oggi alle urne 17 milioni di nepalesi su 29 che ne conta il piccolo stato himalayano, la monarchia è una delle poste in gioco. Il suo destino è già stato deciso dall'attuale governo ad interim, espressione di un parlamento di transizione nato nel gennaio 2007 e che adesso sarà rimpiazzato, a distanza di quasi dieci anni dalle ultime legislative, dai 601 seggi di un'Assemblea costituente. Uno dei suoi primi atti legislativi dovrebbe essere la formalizzazione della vocazione repubblicana del Nepal. Ma, si chiedono in tanti, il re che farà? Accetterà di andarsene come i maoisti, diventati partito nel 2006 ma ancora forti di un esercito, hanno sempre chiesto e per i quali la cancellazione della monarchia sarà l'inizio di una nuova stagione?Gyanendra, controverso e poco amato, è si senza corona ma la scorta in realtà l'avrebbe ancora. Non formalmente, perché l'esercito ha smesso di giurargli lealtà. Ma i maligni dicono che non sarebbe estraneo all'ondata di violenza che ha accompagnato la campagna elettorale e che, alla viglia del voto, ha registrato ieri la morte di almeno sette maoisti, uno degli atti più violenti di questi mesi e che ha visto il re approfittarne per un invito al voto super partes, passando sopra alle rivalità di partito.Violenza, intimidazioni e minacce pare abbiano costellato la campagna elettorale, più che nella capitale, nelle remote regioni montane o nelle pianeggianti vallate calde del Terai, dove una nuova insurrezione vagamente secessionista e dagli ibridi contorni ha segnato una nuova stagione sfuggita di mano persino ai tradizionali detentori della lotta armata. L'esercizio di dietrologia affibbia agli indiani l'agenda nascosta dei ribelli e certo l'India un'agenda nepalese l'ha sempre avuta non meno, anzi assai di più, della Cina che, con un pezzo di Tibet, sovrasta il piccolo stato cuscinetto.In effetti, e vista la quantità di monaci e rifugiati tibetani in Nepal, anche i cinesi hanno seguito da vicino le vicende locali e hanno lavorato alla ricomposizione di una crisi durata dieci anni di conflitto armato. Ma è stata Nuova Delhi a fare la parte del leone e non solo perché i nepalesi, che tutti prendono per buddisti, sono in larghissima maggioranza indù (86%). Molte comunità sono etnicamente indiane e Delhi preme per l'approvazione di una legge che dia la cittadinanza a un'enorme massa di indocumentati a cui quasi tutti i partiti sono favorevoli. Delhi dispone, Kathmandu esegue. Fu Delhi a ospitare la diaspora maoista in India e a condurre sotto traccia la trattativa tra i maoisti di Prachanda e gli uomini del Congresso, il maggior partito del Nepal diretto dall'attuale premier Girija Prasad Koirala. E' sempre stata Delhi la capitale di riferimento per il Nepal e quel che ne sarà dopo il voto.Nell'attuale parlamento il Congresso conta 133 seggi. I maoisti ne hanno 84, uno in più dei comunisti del Partito ml (Cpn-Uml) con cui però non vanno molto d'accordo. Gli ex insurrezionalisti hanno anche già detto che se non dovessero vincere sarà per colpa di un complotto. Fanno insomma la voce grossa anche se hanno accettato di disarmare e il loro capo ha detto e ripetuto di preferire Gandhi alla lotta armata.Sino ad oggi, quella nepalese è una storia di successo: si vota dopo la posposizione delle elezioni per due volte, i tira e molla e le violenze ripetute (ma assai composte rispetto all'epoca in cui i maoisti erano in grado di prendere in ostaggio la capitale bloccandone l'accesso o di imporre scioperi-coprifuoco la cui violazione era punita da abili cecchini). E' un esercizio non retorico dopo la pacificazione seguita a due lustri di guerra in un paese sull'orlo del baratro con una monarchia corrotta e autoritaria retta da un uomo emerso da una strage dai contorni mai chiariti in cui, era il 2001, perì l'intera famiglia reale.

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