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venerdì 4 aprile 2008

LA GUERRA IN NOME DELLA FEDE?




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Non esiste una lettura soddisfacente del conflitto tra sunniti e sciiti in Iraq, le due maggiori comunità religiose del paese. Gli storici fanno risalire le tensioni tra lo scisma sciita e la maggior corrente dell'islam, minoritaria però in Iraq, a 1400 anni fa quando gli sciiti proclamarono il diritto di Ali, cugino del Profeta, a governare la comunità dei credenti, rifiutando il califfato elettivo. Fu principalmente l'Irak il terreno dello scontro anche se oggi il paese sciita per eccellenza è l'Iran mentre in Iraq gli sciiti contano per il 60% della popolazione: una rilevante fetta della popolazione della capitale e quasi l'intero Sud dove si trovano Bassora, seconda città e unico sbocco al mare del paese, e i siti sacri di Karbala, Najaf e Samarra, sedi delle tombe di Ali, del figlio Hussein e del fratellastro Abbas, "martiri" massacrati nel 680.La storia dell'Iraq è storia di dominio sunnita ma, recentemente, soprattutto per i rapporti tribali che legavamo la famiglia di Saddam Hussein, il rais rovesciato dagli americani, al cosiddetto triangolo sunnita del centro del paese. Alla fine della prima guerra del Golfo, nel 1991, gli sciiti tentarono di ribellarsi ma gli americani non assecondarono la rivolta e la repressione fu violentissima. E se gli sciiti assaltarono gli edifici del governo, uccidendo i membri del partito Baath di Saddam, l'esercito li schiacciò sparando anche contro le moschee di Karbala e Najaf. Nel '92 le forze multinazionali imposero una no-fly zone a sud del 32esimo parallelo (poi estesa fino al 33esimo) ma il rais continuò a mantenere il controllo del Sud e dei quartieri sciiti della capitale. Una nuova ondata repressiva fu scatenata nel '98- '99. Dopo la caduta di Saddam gli sciiti si organizzarono in partiti politici molti dei quali, come il Supremo consiglio per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri) di Baqir al Hakim, avevano trovato ospitalità a Teheran. Ma nemmeno l'autorità della massima guida spirituale, l'ayatollah Ali Sistani, è mai riuscita a ricomporre la disomogenea rinascita sciita del dopo Saddam. Diventata sempre più potente grazie alla dissoluzione del Baath e dell'esercito e per l'endemica debolezza in cui si è ritrovata la minoranza sunnita, deprivata di ogni potere e distante dal nuovo governo iracheno e dalla presidenza, affidata ai curdi - terza minoranza del paese - tradizionali alleata degli americani. Sono in particolare le milizie di Moqtada al Sadr, l'esercito del Mahdi, la variabile più difficile da contenere per lo stesso premier Nuri al Maliki, segretario del partito sciita Dawa e che dunque rappresenta la comunità al massimo livello dell'esecutivo. Il paradosso è che tutti, da Tony Blair allo stesso Moqtada, ritengono che a sfruttare le tensioni tra sciiti e sunniti siano qaedisti e jiadisti che provocano incidenti per dare la stura a un nuovo caos interno, sperando di in indebolire il governo centrale. Si sono anche visti infatti miliziani del Mahdi proteggere luoghi sacri sunniti e viceversa.

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