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lunedì 14 aprile 2008

LEGGERE DI CINA E TIBET



Quattro saggi per capire che il monolite cinese monolite non è.
E che il Paese delle nevi sul Tetto del mondo è sempre più lontano.
Un articolo scritto per La differenza


* * *

Lunedi' 14 Aprile 2008 Sulla Cina anche quest'anno sono usciti molti libri e in passato molti altri ne sono usciti. Non è una novità nel mercato italiano da sempre attento all'Impero di mezzo ma è ovvio che la produzione sia aumentata in questi ultimi anni, specie quella giornalistica: è stato soprattutto il corrispondente da Pechino di Repubblica, Rampini, a fare la parte del leone col suo “L'Impero di Cindia” del 2006. I corrispondenti di solito producono molto ma non sono gli unici. Ci era piaciuto, sempre nel 2006, anche “Cina, il drago rampante” di Renata Pisu che la Cina conosce molto bene. Ma qui ci preme segnalare due uscite recenti, di passo assai diverso ma che rappresentano altrettanti interessanti tentativi di guadare le Cina, oltre che con i nostri occhi e le nostre lenti, anche con quelle dei cinesi. Uno sforzo raro che è stato fatto con buoni risultati da due giornalisti italiani che amano l'Asia: Angela Pascucci, de Il manifesto, e Claudio Landi di Radio radicale.Il “Dragone e l'elefante” (Passigli) di Landi è un saggio sulla nuova relazione tra Cina e India indagato a colpi di agenzie di stampa e comunicati ufficiali: una lettura della quotidianità che permette di ricostruire la scioccante novità di due vecchi nemici che si guardavano in cagnesco - e che non hanno esitato a imbracciare il fucile - oggi diventati amiconi. Landi, che peraltro esamina le reazioni un po' scomposte di europei e americani di fronte al fenomeno di questa nuova amicizia e crescita esponenziale, si sforza di darci anche una visione “asiatica” di questo rapporto: non guarda Cina e India solo da Occidente insomma. Cerca di farlo anche da Oriente (utilizzando ad esempio gli analisti cinesi o quelli dell'ottima testata telematica AsiaTimes), cambiando prospettiva e forse rendendo così più evidenti cose che, viste da un'univoca direzione, si spiegano con maggior difficoltà.E' la stessa operazione che, in tutt'altro modo, fa Angela Pascucci. “Talking China” (manifestolibri), il saggio-intervista di questa appassionata viaggiatrice (nel libro c'è spazio anche per il reportage) che sul suo giornale ha saputo raccontare i cambiamenti di questo strano pianeta, investe infatti direttamente i cinesi stessi. Incalzati dalle sue domande, personaggi molto diversi ed espressione di segmenti molto differenti tra loro della società civile cinese, tentano di disegnare una critica del sistema con tutto quel che questo significa e con la difficoltà di farlo in un luogo dove esiste una sorta di forma dissimulata di espressione critica. E' il tentativo di andare oltre, non soltanto la critica occidentale ma la stessa critica del dissidente classico che di solito vive all'estero. La ricerca forse di una terza via dove i protagonisti sono persone a cui la Cina com'è non sempre piace (alla volitiva Yue Sai Kan ad esempio piace moltissimo) e stanno pensando a come si modifica un ordine sociale che sembra a molti di loro aver tradito le aspettative create dall'idea di una società egualitaria che lo è sempre di meno e dove semmai aumenta il divario tra vecchi poveri e nuovi ricchi. Fuori dallo schema classico dunque, la Cina di Pascucci è una Cina dove si agita un fermento da noi appena percepito solo quando leggiamo delle rivolte nelle campagne o quando sentiamo parlare di uiguri e tibetani. E siamo al Tibet.Anche il Tibet può essere letto e osservato in molti modi. Lo scrittore-giornalista più prolifico e ovviamente da segnalare resta Piero Verni autore di una biografia ufficiale del Dali Lama (Jaka Book) e di numerosi libri, saggi e persino guide sul Tibet (l'ultima, uscita per Polaris) . Verni conosce bene il Tibet e i tibetani e ha intervistato il Dalai lama almeno un centinaio di volte. Ciò non di meno, ed essendo evidentissima una presa di posizione filotibetana (per tre lustri è stato presidente dell'associazione Italia-Tibet), i suoi saggi restano molto equilibrati. Ma qui corre l'obbligo di segnalare il bellissimo e ingiustamente poco conosciuto “Lontano dal Tibet” (Lindau) di Carlo Buldrini, un profondo conoscitore del Tibet della diaspora ma anche dei segreti del back stage della comunità tibetana, in esilio e in Tibet. Buldrini racconta il Tibet attraverso i resoconti dei superstiti del genocidio culturale, fuggiti a Dharamsala o nel Sud dell'Unione indiana a partire dal 1959 quando il Dalai Lama, per primo, dovette scappare dal Paese delle nevi. Buldrini ricostruisce il paese che non c'è senza nulla concedere ai cinesi, di cui racconta le nefandezze articolate nella metodica distruzione della cultura tibetana, ma nemmeno al mito di Shangri-la o del monaco pacifico-pacifista per forza. Dà voce ai tibetani “lontani” che, in esilio, ricompongono il puzzle di un'identità spezzata ma ancora viva (anche se oggi forse molto fragile): dalla vita della dottoressa Lobsang Dolma, che fece uscire i segreti della medicina tibetana dal Tetto del mondo e che è stata la prima primaria donna del Tibet, al sacrifico di Thupten Ngodup che si lasciò morire di fame durante un epico sciopero della fame, al Dalai lama e alle lotte interne alla teocrazia tibetana. Un saggio che è anche un grande racconto dei luoghi della diaspora. Scritto con una penna felicissima.


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