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sabato 21 febbraio 2009

EXPAT SULLA LINEA DEL FRONTE

Expat(contraz. di expatriate/s): espatriato sost., int., fem/masc., rar. neutro (a volte neutrale), dal latino ex patria: soggetto/i della comunità internazionale che formano un gruppo di immigrazione non permanente e con alto ricambio interno. Più o meno consistente e isolato è un agente economico potente e spesso indiretto nelle economie dei paesi in cui si installa poiché maneggia molto denaro pur non essendo – salvo alcuni casi - un soggetto imprenditoriale. Spinge al rialzo dei prezzi. Si distingue dall'immigrato per il colore della pelle. E' guidato da forti motivazioni etiche, dalle prebende che costituiscono , anche se non sempre, il suo salario, e dalle regole della Banca mondiale.

Non c'è niente da fare
, lo vogliate o no siete un estraneo in terra straniera. Una volta si diceva “turista”. Adesso expat. Ma ne esistono pur sempre (come è vero per i turisti o gli immigrati stabili) di diversi tipi.
L'expat identitatrio. Son quelli che amano conservare la propria identità e le usanze nazionali. Frequentano, quando la professione non li obbliga a fare diversamente ma a volte anche sul luogo stesso di lavoro, solo gli appartenenti alla stessa comunità con cui condividono lingua, usi e costumi. Vizi e virtù. Se italici, mangiano solo pasta, frequentano di preferenza il Boccaccio, adorano la pizza di Camp Invicta, che “solo li la sanno fare come si deve”.
Se sono americani non vedono l'ora che ci si possa sedere a tavola col ketchup. Se francesi vanno all'Atmosphere sognando che un giorno all'uscita si materializzi Bouv st Mich e non la fanghiglia di Taimani. Questa gente osserva con disgusto il grasso del montone che si scioglie sul kabuli palau. Del proprio paese parlano sempre male salvo difenderlo con le unghie e i denti se lo attacca qualcun altro. Non è che non amino gli afgani o li disprezzino. Tutt'altro. Semplicemente non sanno chi sono. Esseri che per qualche strano motivo e con le loro barbare usanze convivono con noi in questa città sulla linea del fronte.

Le vrai international. Poi c'è l'expat che invece odia la sua gente. Se è italiano, gli danno fastidio le chiassose e gesticolanti tavolate delle Ong o di quel gruppo di turisti in pantaloncini corti di Avventure nel mondo. Leggono solo la stampa internazionale. Frequentano solo internazionali. Conoscono così bene le lingue che la loro soddisfazione è essere scambiati per francese, canadese, argentino, addirittura porteño: “...pero viste, vos, que barbaro...”. Parlano del proprio paese con distacco e competenza. Asettici nei giudizi anche su quello in cui sono residenti. Casualmente o per meditata scelta. E che resta un elemento da studiare in laboratorio. Ignorano gli afgani – se non per obbligo professionale - a meno che non siano di livello. E a loro si rivolgono salutando e accomiatandosi in lingua (Salam alaikum, kodafes, le uniche due parole che conoscono assieme a tashekor, grazie, e boro, vattene). La massa sembra loro un incidente di percorso. Come la gentaglia della sua etnia che questa sera, anziché andare in pizzeria, è venuta in questo raffinato locale di cucina francese dove l'expat è al tavolo col console britannico, un'algida svedese della Commissione e uno svizzero di Zurigo della filiera UN. Lei è italiano, gli fa lo svizzero? E lui, con l'occhio che striscia pallido sull'italica compagnia al tavolo vicino: “Io veramente sono di Milano”.

L'entusiasta. Infine c'è la terza categoria di expat. L'entusiasta del paese in cui è approdato. Mangia solo e rigidamente afgano a costo che ciò produca su di lui effetti vagamente lassativi. Ha solo amici afgani e al massimo qualche altro expat come lui. Si veste come i locali ma con prodotti di sartoria. Adatta il taglio delle sue vecchie giacche alla salwar qameez e passa ore a tastar i tessuti avendo orrore del misto, seppur ben mascherato. Fa un'unica eccezione per le scarpe, malattia tutta italiana, anche se la scelta di solito va sulle marche inglesi. Vive in quartieri semi popolari senza pagare mazzette per avere la luce e cerca di imparare la lingua, di cui fa sfoggio in presenza di altri expat anche si i locali non capiscono cosa dice. Legge solo stampa e autori locali (tradotti possibilmente non nel suo idioma di origine) e immensamente gode quando qualcuno gli dice: “sei proprio un pashtun”. Non parla quasi mai del paese di orgine. Semplicemente lo ignora. Lui è di altrove.
L'entusiasta vive un dramma interiore. Adora gli insaccati vietati dal codice locale; è un bevitore accanito ma si impone la secca; sogna i tortelli con ricotta e spinaci e qualche volta si lascia andare. Se vi è sparito il salame riposto con cura nel frigorifero non abbiate dubbi. E' altrove. Con l'entusiasta.

Dove siamo noi in tutto questo? Purtroppo non sfuggiamo allo stereotipo. E' dentro di noi e soprattutto noi siamo in mezzo a lui. Più potente, forte, schiacciante di qualsiasi scelta personale. Fummo allora turisti (forse consapevoli?), siamo expat (forse consapevoli) adesso. E spesso noi expat, schizofrenici per forza chissà per vocazione, siamo trasversali ai tre gruppi sociologici in cui abbiamo cercato di descriverci e in cui non amiamo affatto riconoscerci (come a scuola da ragazzini:...chi io?).
Patriottico alla bisogna, spietato critico della nostra ingerenza più o meno umanitaria, militare e culturale, ossessionato dalla padronanza delle lingue, sempre troppo rispettoso o eccessivamente critico degli esponenti della grandi potenze, l'italico expat, che sa di appartenere a una potenza media, è comunque sempre invitato al tavolo dei grandi. E sa far la sua figura. E' spiritoso, brillante, spesso elegante e sa che tutti adorano il parmigiano e il pesto alla genovese. E' sempre al centro della sua stessa attenzione.
Fuori da questa bolla in cui si naviga a vista, e comunque inserita anzi prepotentemente presente nel paese, c'è l'Afghanistan e la sua gente. Due mondi separati e paralleli tra cui cova un misto di odio-amore, la potenza onnipresente del denaro, le separazioni artificiali e psicologiche costruite da noi e da loro, per difenderci gli uni dagli altri. E trasversale a questi due mondi corre la guerra, con la sua semplicità orribile e belluina, le armi e i buoni consigli che passano da un parte all'altra, il dramma quotidiano che coinvolge tutti senza risparmiare nessuno. Mondi distanti e che comunicano nella lingua dominante e nel lessico famigliare codificato dalle Nazioni unite (implemented, supported by, ownership, accountability) e solo in orario d'ufficio. Mondi che si attraggono e si respingono come due amanti che sanno di aver scelto la persona sbagliata per convenzione o comodità o perché non c'era altro in giro. Costretti da come va a saltare nel primo letto a disposizione.

La guerra ci osserva e se la ride. Persino noi, tanto armati di buoni propositi o forse semplici osservatori della commedia umana, siamo tra i suoi protagonisti.

2 commenti:

niki ha detto...

Troppo divertente questo post!
Anche se forse solo noi expat (io vivo in Nepal) possiamo apprezzarlo fino in fondo...
Niki

Anonimo ha detto...

come ex expat e turista bacpacker freak categoria internazional-entusiasta, BRAVO! mi è proprio piaciuto
lucapa