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mercoledì 8 febbraio 2012

CARA GIULIANA TI SCRIVO


“Le ong hanno subito un duro colpo con il tentativo – a volte riuscito – di militarizzarle. Non ci sono solo i giornalisti embedded ma anche i cooperanti. E quando non si può più distinguere il ruolo di chi fa la guerra e di chi porta aiuto, è una doppia sconfitta di chi dovrebbe fare operazioni umanitarie e di chi dovrebbe esserne il beneficiario. In Italia, dove i soldi per la cooperazione sono stati tagliati, si arriva al paradosso che gli unici fondi vengono stanziati come quota del rifinanziamento delle missioni militari. E chi dovrebbe aborrire la guerra perché causa dei mali da curare invece è soddisfatto perché la presenza militare magari garantisce la costruzione di una casa per la società civile, la stessa che finisce sotto le bombe.
Se le ong servono a difendere gli interessi dei potenti, a fare proselitismo religioso, a giustificare interventi militari chiamati “missioni di pace”, mentre chi vuole fare cooperazione non ha i mezzi per farlo, forse dovrebbero essere proprio le ong a denunciare lo sfruttamento di uno status che per molti serve solo da copertura”.



Così (il grassetto è mio), la chiusa dell'articolo che apre il blog di Giuliana Sgrena. Il pezzo è sull'Egitto ma, alla fine del ragionamento, compare l'Afghanistan. La maggior parte dei lettori non se ne sarà accorto, ma il riferimento a una casa per la società civile, la stessa che finisce poi sotto le bombe, è fin troppo chiaro per chi sta sudando qualche camicia per costruirla quella Casa della società civile: pensata come un luogo fisico – un centro sociale - dove quella parte di afgani che non combattono né siedono a Palazzo possano dire la loro. Un'idea nata dentro Afgana, una rete informale e aperta della società civile italiana.

Cara Giuliana, liquidare in due righe questo progetto senza neanche dire di che si tratta (nemmeno con un link) e legandolo inevitabilmente all'eterna confusione civile-militare, non fa onore alla tua intelligenza e nemmeno alla tua storia professionale a tutti noi molto cara. Anche per questo motivo l'attacco trasversale buttato li a fine pezzo diventa più amaro. Le critiche sono il sale della terra. Le frecciatine no. Ma forse il tuo scritto mi dà l'occasione di chiarire le cose una volta per tutte, anche perché della Rete di Afgana sono uno dei portavoce e l'idea della Casa della società civile l'ho vista nascere, crescere e maturare. Idea non ancora purtroppo realizzata e che mi auguro non finisca sotto le bombe.

In Italia i fondi di cooperazione allo sviluppo per l'Afghanistan, e in genere per i “teatri” dove c'è un conflitto e sono impegnate le nostre forze armate, passa attraverso il famigerato “decreto missioni”, testé convertito in legge (vedi in particolare il capitolo 7). Questa stranezza anche legislativa, che confonde militare e civile e mescola Esteri con Difesa, è una perniciosa abitudine italiana più volte criticata dalla gran parte dei componenti della Rete e da chi, da anni, denuncia la pericolosa confusione dei due piani, di cui l'esempio più lampante sono i Prt, le unità civili-militari (in realtà strettamente militari) sperimentate dalla Nato prima in Afghanistan e poi in Iraq.

Detto questo, i fondi di cooperazione civile stanno lì e da lì si prendono a meno che non si decida, per nobilissimo e rispettabilissimo principio etico, di rinunciarvi. Scelte. Afgana ha fatto la prima. L'anno passato Afgana ha ricevuto da quei fondi circa 300mila euro e altrettanti ne ha avuti quest'anno (formalmente vengono gestiti da Ong aventi titolo formale, aderenti alla Rete: ieri Intersos, oggi Arci (capofila), Oxfam, Nexus e Aidos). Senza quei fondi pubblici resta solo il ricorso al contributo privato: quello delle aziende (e qui si apre allora un altro capitolo etico) o quello dei singoli cittadini (è il caso di Emergency che, attualmente, fondi pubblici per l'Afghanistan non ne riceve). Ora Giuliana pone un problema: come si fa a restare indipendenti con i soldi pubblici? Qui la risposta può darsela da sola. Come fa la cooperativa de il manifesto a restare indipendente pur ricevendo fondi pubblici? E' rimasta indipendente nello spirito critico che è la sua forza perché la cosa è possibile. Ci sono i Lavitola e ci sono quelli con la schiena dritta. Ma c'è forse un'altra questione: i militari.

Non vorrei, poiché detti denari pubblici sono all'interno di una legge che è anche sotto l'egida della Difesa, che si potesse pensare, per trasposizione, che sono praticamente gli stessi soldi usati per mantenere i nostri soldati (circa 700 milioni di euro). Nonostante la confusione del decreto missioni, la distinzione è chiara. Caso mai la disparità è spaventosa: 37 milioni contro 700! E per di più divisi su Afghanistan e Pakistan e con un 15% destinabili ad altre aree di crisi. Briciole. Non è un caso che Afgana abbia proposto che il 30% del risparmio ottenuto dal ritiro (che inizierà quest'anno anche se solo di 200 soldati!) vada reinvestito in cooperazione civile. Giuliana se n'è accorta? E' una proposta fatta con Tavola della pace e Rete Disarmo, quanto, mi pare, di più lontano da libidini guerrafondaie. Ora, immaginiamo che qualche partito politico sostenga l'iniziativa e che la cosa si ottenga nella prossima legge. Che dovremmo fare di quei soldi? Lasciarli lì o utilizzarli per scuole, ospedali, formazione e, perché no, Casa(e) della società civile?

Voglio dirla tutta. Quando vado in Afghanistan, molto spesso utilizzo voli militari. Qualcuno storce la bocca. Embedded? Si, fino all'uscita dell'aeroporto. La domanda, tanto per sottolineare che anche la forma ha la sua sostanza, la faccio, attraverso “Afgana”, al ministero degli Esteri, il ministero con cui abbiamo i rapporti più stretti, che a loro volta lo chiedono ai militari. Non me ne vergogno. I soldi risparmiati possono essere utilizzati in altra parte del progetto che quest'anno prevede appunto il lavoro sulla “Casa della società civile”. A chi arriccia il naso dirò anche che agli afgani che vengono in Italia (una dozzina quando ci fu la Conferenza della società civile afgana a Roma) chiediamo sempre se vogliono invece usare voli civili. Libera scelta alla quale facciamo fronte coi soldi del progetto come appunto accadde in quell'occasione (oltre 10mila euro per quel solo viaggio). Non siamo faciloni in queste cose (Intersos o la Cgil, ad esempio, i voli militari non li hanno mai utilizzati) anche se abbiamo un occhio al portamonete. Mi assumo la responsabilità di averlo fatto.

Spero di aver esposto le mie ragioni ma voglio aggiungere adesso un commento. La posizione di Giuliana, ancorché mi auguro la argomenti un po' più ampiamente se vorrà, la rispetto visto che ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, ma le chiedo: intanto? Mentre cadono le bombe bisogna aspettare che smettano di cadere o dobbiamo cercare di porre, nel nostro piccolo, un forse inutile cerotto? Temo che se aspettiamo la fine delle bombe (Ied, mine, raid notturni e diurni, attentati, kamikaze, raffiche di mitra etc) di società civile non troveremo ben poca. Mentre cadevano le bombe, coi soldi del governo italiano, scoprimmo che in Afghanistan c'era un sindacato con 250mila membri di cui nessuno si era accorto. Scoprimmo un'associazione di insegnanti con migliaia di aderenti che si autotassava per mantenersi. Avevano bisogno che si parlasse di loro, sotto schiaffo non tanto della Nato (che li ignora), ma dei talebani da una parte (esiliarono i sindacati) e del governo che non li ama. Sapete che l'Afghanistan ha sottoscritto solo la convenzione internazionale contro la schiavitù? Sapete (posso ben dirlo, grazie ad Afgana, e naturalmente alla Cgil) che si va organizzando un nuovo sindacato che ha chiesto aiuto agli italiani per sapere come si fa? Ebbene si, sotto le bombe. Alla società civile afgana nessuno ha dato voce. Al massimo qualche buon articolo sulle “solite” Ong (soprattutto su quelle femminili), una parte importante ma marginale della società civile afgana.

Tutto questo non sarebbe avvenuto senza i fondi dello Stato gestiti dal ministero degli Esteri e senza l'attenzione e l'impegno di alcuni funzionari che della bontà della cosa convinsero anche il ministro più riottoso. Ti immagini Giuliana se andassi in giro a chiedere un finanziamento per dare una sede al sindacato dei minatori afgani? O per far fiorire la scuola di poesia pashtun di Jalalabad? Al ministero ci han creduto (in particolare, lo voglio dire, la ministro Elisabetta Belloni che è il direttore generale della Cooperazione). La cosa è iniziata con un governo di sinistra (sottosegretario Patrizia Sentinelli) ma poi è andata avanti con un governo di destra e ora va avanti con uno di tecnoprofessori. Mi importa poco. E sono contento se alla fine l'Italia ci fa bella figura. E comunque sarei pronto a venir a patti col diavolo – dunque con una legge dello Stato assai confusa - e cerco alleanze ovunque se la causa è giusta. Senza dimenticare le dovute distinzioni. Che non sono tout court contro i militari (in Afghanistan con un mandato del parlamento). Vorrei ricordarti, cara Giuliana, che Afgana non ha mai mancato di ricordare alla politica italiana la gravità di non aver mai preso – salvo rarissime eccezioni – una posizione netta sui bombardamenti. E non solo per evitarli alla “Casa della società civile”. Credo anzi che di distinzioni ne abbiam fatte molte: Afgana nacque proprio perché il dibattito, come sempre avviene quando muore un soldato italiano, non si esaurisse solo nella contrapposizione “truppe si, truppe no”. E' tutto un po' più complesso.

Cosa sarà la “Casa” o la “Cosa” della società civile lo decideranno gli afgani. Ci vorranno fare un cinema, una biblioteca, una sala riunioni, un ufficio legale, una guest house e uffici per chi viene dalla periferia? Non so. Decideranno loro e noi troveremo spero i soldi per costruirla (o meglio, cercheremo di ottenere in comodato dal governo un bene pubblico da ristrutturare). Di soldi ce ne vorranno tanti e li dovranno mettere i governi. E se li troviamo – non sarà facile - sono disposto a portarglieli con volo militare. Per farlo serve l'aiuto di tutti, Giuliana. Anche il tuo, anche con le tue critiche purché le argomenti. Aiuteranno a pensare, un esercizio sempre meno utilizzato. Basta che il suggerimento non sia quello di aspettare che le bombe non cadano più. Temo che, prima di quel momento, ne cadranno purtroppo ancora molte. E so altrettanto bene che non basterà una “Casa” a fermarle.

P.S. Aggiungo una postilla (il 14 febbraio). Mi è giunta voce che alla Cooperazione hanno tagliato altri sette milioni di fondi. Nell'ovattato silenzio generale. A me sembrerebbe una buona battaglia chiederne conto al governo.

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