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sabato 24 gennaio 2026

Trump insulta i soldati italiani. Ma il governo patrio tace e acconsente


Ancorché distratto dalle mille luci di Bangkok, dalle tenebra birmane o dalle pianure alluvionali del Mekong, non manco mai di seguire l’Afghanistan, un Paese che ho nel cuore dagli anni Settanta. L’ultima occasione è stata un’uscita come al solito grave, falsa e fuori dalle righe, di Donald Trump che è stata resa nota in questi giorni.

 In una trasmissione radiofonica  di giovedì scorso, Trump ha detto che gli Stati Uniti non hanno "mai avuto bisogno" dell'alleanza transatlantica e hanno accusato gli alleati di essere rimasti  "un po' fuori dalle linee del fronte" in Afghanistan. Come dire, codardi da seconda linea. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha definito il commento insultante e spaventoso. Gli ha fatto eco il principe Harry, che in Afghanistan è andato a combattere. A seguire,  diverse altre figure tra cui chi ha ricordato che Trump – era di leva all’epoca della guerra nel Vietnam -  ha evitato il servizio militare rinviandolo 5 volte.

Per la cronaca, durante i 20 anni di guerra afgana le perdite delle forze della coalizione Nato complessivamente ammontarono a circa 3.500–3.600 morti, di cui circa 2.461 americani, 457 britannici e 53 italiani assieme a  francesi (90), canadesi (150) e così via. Certo, 53 italiani non sono 2.461 marine ma sarà bene ricordare che quella guerra la vollero gli Stati Uniti e l’Europa si accodò, nonostante Trump nel suo discorso a Davos abbia detto che la Nato non ha mai dato niente all’America… Noi italiani, “soltanto” 53 soldati che non torneranno mai più a casa. Vergogna!

A parte Trump e le sparate fuori luogo cui ci ha abituato è però davvero singolare che a prendere le difese dei militari italiani sia chi ne ha sempre osteggiato la missione come ho fatto lungo tutti quei vent’anni. Ma il rispetto della vita umana trascende le diatribe politiche. Penso che quella missione fosse sbagliata (oltre 43mila civili afgani ci morirono) ma riconosco il sacrificio di quei 53 soldati tricolore jn nome di un Paese che quei militari li ha ormai archiviati. Non ho letto infatti prese di posizione né del ministro Tajani né di Giorgia Meloni. Forse a Roma è ancora presto e non hanno letto le agenzie (però ieri la notizia era già sul 24Ore per fare un esempio) perché il minimo sarebbe ricordare quelle morti dovute alla scelta scellerata cui ci costrinsero gli americani.  Ma sembra difficile di questi tempi disturbare il manovratore. Anche se ci insulta. Anche se il governo si riempie sempre la bocca di riferimenti alla Patria. Anche se lui, il manovratore, il militare non l’ha fatto nemmeno in fureria.

giovedì 17 luglio 2025

Spratt e Tito. Addio a due protagonisti degli "Anni luce"


In questa calda estate del 2025 due persone molto care ci hanno appena lasciato. Li voglio ricordare in questo piccolo blog dedicato in gran parte agli "Anni luce", quel periodo iniziato negli anni Settanta ingiustamente derubricato alla sezione "Anni di piombo". Con Paolo Sparatore, detto Spratt, ci trovammo quasi casualmente - anche se entrambi frequentavamo il Bar Erika di Milano - sulla frontiera afgana mentre tutti e due (anzi tutti e tre visto che Spratt era con Giovanni Scali) viaggiavamo verso le Indie orientali. Assieme arrivammo a Kabul,  con un'altra banda di amici, dove passammo diverse settimane tra gli  effluvi delle pipe ad acqua e un immaginario sempre in movimento che ci vedeva in cerca di cavalli da affittare per attraversare il Paese (cosa che poi si limitò a una cavalcata a Band-i-Amir). Mentre cercavamo i cavalli, andammo un giorno al Peace Hotel, luogo di culto in Chicken Street assai più caro della guest house in cui abitavamo noi, un po' più defilata ma  sempre a Shar-e-Naw.  (qui a sinistra Paolo Spratt tra le braccia di Paolo detto Paolino)


E proprio al Peace incontrammo un altro protagonista degli Anni luce milanesi: Ernesto Branca detto Tito. Anche lui, come Spratt, ci ha da poco lasciati. Ricordo bene che Tito, vestito con eleganti abiti orientali, ci prese in giro perché eravamo - al nostro primo viaggio in India - ancora con jeans e maglietta e non con la lunga kurta sovrastata dal wascat, il gilet d'ordinanza degli afgani. La roboante risata di Tito per un attimo ci seppellì.

Tito lo rincontrai diverse altre volte in quel viaggio e poi ancora a Milano e ultimamente in Liguria dove si era costruito una casa da vero frikkettone d'antan. Con un'aria che faceva delle colline liguri la prosecuzione immaginifica dell'Himalaya. Spratt invece l'ho anche reincontrato nella mia professione di reporter, anche lui, come me, giornalista. Gli argomenti delle nostre discussioni erano sempre gli stessi: che fine aveva fatto l'Afghanistan dove entrambi eravamo stati nel "periodo d'oro" e che adesso era sprofondato nella guerra civile seguita all'invasione sovietica? Paolo "Spratt" era stato tra i primi a seguire le vicende di quel Paese con un reportage da Darra Adam Khel che raccontava il traffico d'armi dietro le quinte pachistane.

Tito, sassofonista e filmaker, aveva invece alle spalle - l'ho scoperto solo recentemente - una pubblicazione ciclostilata nel quartiere di Brera  (Provo o Provos) che raccontava in Italia i semi gettati da quel movimento olandese che ispirò il '68. Insomma, entrambi furono protagonisti, a diverso titolo, di un periodo fantastico dove la voglia di viaggiare e la curiosità del mondo si fondevano  con l'impegno politico ma anche con giornate intere passate semplicemente  a guardare il paesaggio.

Nel ricordare Spratt e Tito (e Fiorenzo e  Marchino e Damiano, Giovanni, Guido, Maurizio, Emilio... e i tanti che ci hanno lasciato), c'è l'amara constatazione del "lento stillicidio del diventar vecchi", tanto per citare Kerouac nell'ultima pagina di "Sulla strada", ma c'è anche il senso - confortevole - di una stagione passata insieme. Dove in tanti piccoli protagonisti abbiamo contribuito, ognuno a suo modo, a scrivere la storia degli "Anni Luce". Buon viaggi a Spratt e Tito. Per ovunque sia.

domenica 7 luglio 2024

L'Afghanistan e le nostre responsabilità




La presidente della Commissione Diritti umani della Camera Laura Boldrini ha reso nota lasua intenzione di presentare un'interrogazione al governo per “chiarire qual è la posizione dell'Italia nei confronti dell'Afghanistan, quali misure intenda intraprendere per sostenere la popolazione stremata e tutelarne i diritti - anche ripristinando aiuti allo sviluppo - e come intenda garantire la protezione internazionale alle afgane e agli afgani in fuga dai Talebani". Lo ha fatto dopo aver incontrato i responsabili della “Rete 26 febbraio” (strage di Cutro ndr) e quelli di 4 associazioni italiane e internazionali: Emergency, Intersos, Unitad Against Inhumanity (Uai) e Afgana. Durante un’audizione parlamentare abbiamo riassunto le condizioni in cui vive un popolo già vessato da leggi discriminatorie e dai postumi di una guerra infinita condotta con l’illusione di mettere le cose a posto e conclusasi con un fallimento. Cui è seguito un assordante silenzio. 

Riparlarne tre anni dopo la fuga del 15 agosto 2021 da Kabul, significa obbedire all’imperativo etico che obbliga un Paese che ha investito nella guerra afgana circa 10 miliardi (di cui il 90% in spesa militare) a non tradire la promessa fatta allora e che suonava più o meno così: “Non dimenticheremo l’Afghanistan”. Ma poi i soldi per l’emergenza si sono assottigliati, quelli per la ricostruzione sono scomparsi e la diplomazia europea – come quella americana - si è limitata a osservare la situazione da Doha, dove anche la nostra ambasciata è stata trasferita quell’estate, benché l’ambasciatore di allora a Kabul, Vittorio Sandalli, avesse ipotizzato che la nostra legazione in Afghanistan potesse rimanere aperta. Battaglia persa con la Farnesina e col governo.  

Ora ci si chiede se si può lasciar morire di fame la popolazione di un Paese solo perché non ne riconosciamo il regime. I numeri lo testimoniano: Emergency e Intersos – presenti sul territorio – ricordano che 23,7 milioni di afgani, oltre metà della popolazione, hanno bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere e che oltre l’80% delle famiglie vive con meno di un dollaro al giorno. I tassi di malnutrizione materno-infantile sono fra i più alti al mondo così come l’incidenza di morti per ordigni esplosivi o da parto, conseguenza di una sanità  fragile con le carenze croniche di un sistema pubblico in cui l’accesso alle cure essenziali è un percorso a ostacoli. Uai ha ricordato il tema  della confisca delle riserve della Banca centrale afgana (Dab) da parte degli Usa e dei suoi  alleati (Italia compresa), col congelamento di 9,5 mld di dollari. Soldi del governo talebano? No, dei cittadini afgani che ora non possono metterli a garanzia per commerciare con l’estero. Tagliata fuori dal sistema bancario internazionale la Dab non è più in grado di svolgere le sue normali attività per garantire il funzionamento dell’economia. Uno scongelamento graduale con monitoraggio internazionale di quei fondi è urgente e necessario per il benessere dell’economia afgana. E non significa riconoscere il regime talebano.

Ma non c’è solo la crisi umanitaria, sanitaria ed economica, la repressione interna e la  discriminazione di genere. La società afgana sconta anche la mancanza di coraggio e creatività politica della diplomazia euro-atlantica. Di fronte all’impasse c’è bisogno di uno scarto: una diplomazia dei piccoli passi, che non sia declamatoria e basata su ultimatum ma che ricerchi l’opzione che più tutela i diritti e i bisogni della popolazione afgana e delle donne. Parlarsi non significa accettare le politiche talebane perché tra inazione e legittimazione esiste un ampio spettro di possibilità. Serve dunque un coinvolgimento attivo che comprenda anche il dialogo coi Talebani. In nome di quei diritti che da vent’anni proclamiamo di voler difendere.

Questo commento è apparso ieri su ilmanifesto accanto al pezzo di Giuliano Battiston

lunedì 1 luglio 2024

Torniamo a parlare dell'Afghanistan (e delle condizioni dei suoi abitanti)



Domani 2 luglio alle ore 11.30 Audizione sull'Afghanistan alla
Commissione permanente diritti umani presieduta da Laura Boldrini.

Parleranno Rossella Miccio (Emergency) Giovanni Visone (Intersos) Antonio Donini (United against Inhumanity) Giuliano Battiston (Afgana). Si può seguire (in diretta o differita) sul sito della Camera



venerdì 24 giugno 2022

Terremoti: il doppio dramma del popolo afgano

Non ci sono aggiornamenti sul numero delle vittime e dei feriti (rispettivamente 930 e 610 ufficialmente)dopo il terremoto che la notte scorsa, con epicentro a 44 chilometri da Khost, ha colpito l’Afghanistan orientale (6.1 sulla scala Richter) cancellando interi villaggi. Una prova per il neo Emirato talebano ma anche per la macchina degli aiuti. Una macchina inceppata da sanzioni e blocchi al denaro della Banca centrale. Dunque gli aiuti internazionali andranno a sottrarre le già risicate risorse arrivate col contagocce in questi mesi. I cinesi si son fatti avanti subito però. Si sono mossi anche Europei e Nazioni Unite che “stanno valutando”. Naturalmente le Ong, per quel che possono, sono in prima linea. L’Emirato si muove e così i mezzi di primo soccorso dell’Onu che, fortunatamente, non ha lasciato il Paese con l’arrivo dei Talebani. Ma la domanda vera riguarda i soldi.... Leggi tutto su atlanteguerre

sabato 21 maggio 2022

La doppia guerra americana. Prima e dopo



Gli Usa fanno i conti col conflitto appena perso: “Minammo il morale degli afgani”. Un mea culpa mentre restano congelati i fondi della Banca centrale di Kabul e il Paese è alla fame


Benché gli americani siano praticamente stati gli unici a tentare una riflessione sui vent’anni di guerra afgana, il risultato non è molto soddisfacente. In un rapporto al Congresso, l’Office of the Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (Sigar) ha provato a indagare le cause del crollo militare della Repubblica di Ashraf Ghani, difesa da un esercito (Andsf, circa 300mila uomini) costato al contribuente americano 90 miliardi di dollari tra il 2002 e il 2021 (e 800 milioni a quello italiano). Secondo Sigar “il singolo fattore più importante del crollo dell'Andsf è stata la decisione degli Stati Uniti di ritirare forze militari e contractor dall'Afghanistan con l'accordo Usa-Talebani nel febbraio 2020 sotto l'amministrazione Trump, seguita dall’annuncio di Biden nell'aprile 2021. 

A causa della dipendenza dalle forze militari statunitensi, questi eventi hanno distrutto il morale dell'Andsf”. Vero, ma apparentemente riduttivo. Secondo il report la colpa anche sta anche nell’aver ridotto drasticamente i raid aerei (7.432 nel solo 2019) – levando un “vantaggio fondamentale per tenere a bada i Talebani”- e, col richiamare i contractor, nell’aver ridotto i manutentori di apparecchi sofisticati. Inoltre, dice Sigar, “l'Andsf disponeva di armi e rifornimenti ma non aveva le capacità logistiche per spostarli”. Infine il governo “non è riuscito a sviluppare una strategia di sicurezza nazionale” per il dopo. Insomma colpe americane ma anche degli afgani.

Il rapporto sembra però non ricordare che Trump aveva concordato una riduzione iniziale delle forze statunitensi da 13.000 a 8.600 entro luglio 2020 e che all'inizio dell'amministrazione Biden, gennaio 2021, c'erano ancora 2.500 soldati statunitensi in Afghanistan. La base di Bagram fu abbandonata solo a inizio luglio. La verità è che non si erano accorti dell’avanzata dei Talebani o l’avevano ignorata. Né si erano accorti, o avevano ignorato (e noi con loro), che la catena logistica non funzionava, gli stipendi erano ridotti o non pagati, armi e vettovaglie non arrivavano in periferia. Da che parte stavano guardando?

La parte più interessante del rapporto è forse l’ammissione che agli Usa “mancava un vero e proprio metro di misura per lo sviluppo dell'Andsf e i parametri utilizzati dal Dipartimento della Difesa erano incoerenti e incapaci di misurarne capacità e competenze”. Più che aver creato un collasso nel morale della truppa afgana, verrebbe da dire che non si sapeva che guerra si stava combattendo. Una miopia durata 20 anni.

Su un’altra vicenda di questi giorni c’è invece un silenzio generale ben spiegato da una posizione pubblica proprio del capo di Sigar Jhon Sopko: “Possiamo inviare tutti i soldi nel mondo in Afghanistan, ma sarà una tragedia se quei soldi finiranno nelle mani del regime talebano o di altri cattivi attori piuttosto che degli afgani che ne hanno davvero bisogno”. L’affermazione riguarda gli oltre 9 miliardi di dollari, proprietà della Banca centrale di Kabul, congelati in banche americane ed europee dove erano depositati: di questi, 7 miliardi sono in America. La metà è stata stanziata a beneficio del popolo afgano ma è ancora negli Usa; l'altra metà è in un fondo fiduciario per la potenziale compensazione delle famiglie delle vittime dell'11 settembre. Proprio mentre usciva il rapporto Sigar un gruppo di attivisti americani ha preso il tema di petto in una conferenza stampa mercoledi. 

Per Kelly Campbell, co-fondatrice di 11th September Families for Peaceful Tomorrows "è chiaro che quel denaro appartiene agli afgani e la nostra organizzazione è delusa dal fatto che il tribunale ci abbia negato voce di modo che le uniche parole consentite delle famiglie dell'11 settembre sono quelle di coloro che cercano di sottrarre denaro agli afgani”. "Il popolo afgano ha istituito una banca centrale indipendente per gestire i soldi afgani, regolare i prezzi, il commercio, contenere l’inflazione”, spiega Shah Mehrabi, membro del Consiglio della Banca centrale d'Afghanistan: “Potremmo assistere a un collasso totale del sistema finanziario: è essenziale iniettare liquidità nel Paese per stabilizzarne l'economia".

Masuda Sultan, afgano-americana del gruppo statunitense Unfreeze Afghanistan, è appena tornata dal Paese asiatico: “Ho visto gente con lo stomaco dolorante per la fame: 9 afgani su 10 hanno fame e 9 milioni sono a forte rischio. Come attivista sto con le donne afgane ma come possiamo aiutarle levando loro i soldi? Non possono andare a scuola, ma una madre mi ha detto che non ci manda nemmeno i maschi perché non ha i soldi per i quaderni. E se mai le donne potranno avere uno stipendio, non ci sono i soldi per pagarlo”. E chi prova dall’Italia a mandar soldi a Kabul – denuncia la Onlus “Omnes oltre i confini”– si vede bloccare il bonifico dal sistema finanziario europeo.

Nella foto, soldati Nato in Afghanistan





 

mercoledì 9 marzo 2022

Scongelare i fondi degli afgani! Un appello urgente

"Occorre agire immediatamente per evitare ulteriori danni e l'intensificazione del disastro in Afghanistan dove la povertà ha raggiunto livelli senza precedenti da quando le riserve finanziarie sono state congelate nelle banche americane ed europee lo scorso agosto". E’ l’appello urgente che ieri è stato lanciato dal gruppo di advocacy United against Inhumanity (Uai). La Lettera Aperta, firmata da più di 50 persone a lungo legate alle vicende dell'Afghanistan (dagli ex Onu Philip Alston e Carol Bellamy alla parlamentare italiana Laura Boldrini) è stata inviata al presidente Biden, al Cancelliere tedesco Olaf Scholz e ai primi ministri Mario Draghi e Boris Johnson di Italia e Regno Unito.

Si tratta di oltre 9 miliardi di dollari, per la maggior parte congelati in banche americane (ma anche in istituti di credito europei e arabi) bloccati dopo la caduta di Kabul il 15 agosto. Nel dettaglio, si tratta di sette miliardi di dollari “congelati” negli Usa e di altri 2 miliardi congelati altrove mentre il contante “fisico”, stampato su ordine della Banca centrale afgana, si trova invece, congelato anch’esso, in Polonia. L’11 di febbraio il presidente Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo di spezza in due gli asset congelati in America: parte del denaro – 3,5 miliardi che dovrebbero essere affidati a un Trust Fund sempre gestito dal tesoro americano - tornerebbe in Afghanistan ma non nelle casse del regime che ha vinto la guerra, semmai condizionato al rispetto di alcuni punti decisi da Washington. Gli altri 3,5 miliardi resteranno congelati in attesa che la magistratura americana decida sulla richiesta di 150 familiari delle vittime dell’11 settembre (attentato cui gli afgani sono estranei) che vogliono che quel denaro li ripaghi della loro sofferenza.

“C'è un drammatico bisogno di invertire le politiche che hanno precipitato l'Afghanistan in una catastrofica spirale discendente che ha schiacciato l'economia, impoverendo enormi segmenti della popolazione, spingendo un quarto della popolazione sull'orlo della carestia e mettendo in discussione la sopravvivenza di milioni fa loro", sostiene Uai che ha lanciato una petizione (che si può firmare qui) affinché tutti i cittadini indignati dalla decisione di congelare miliardi di dollari in capo alle attività finanziarie afgane nelle banche statunitensi ed europee possano mostrare la loro indignazione.

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La foto è di Giuliano Battiston

giovedì 24 febbraio 2022

Quanto pesa sull'Afghanistan la vendetta su chi ha vinto la guerra

Nel numero di Mondoperaio appena uscito in versione cartacea (una rivista cui sono legato da un antico affetto), ho analizzato la questione dei fondi afgani “congelati” nelle casse della Federal Reserve americana dove si trovavano il 15 agosto quando il governo di Ashraf Ghani crollò sotto la spinta talebana. Si tratta di sette miliardi di dollari “congelati” negli Usa e di altri 2 miliardi che si troverebbe soprattutto in Germania, Svizzera, Emirati e Qatar. Il contante “fisico”, stampato su ordine della Banca centrale afgana, si trova invece, congelato anch’esso, in Polonia. Ne denunciavo l’uso politico da parte di un Paese che ha perso la guerra afgana e che sembra voglia gestire il blocco di quei fondi come una vendetta postuma. I fatti recenti ci hanno dato ragione. L’11 di febbraio il presidente Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo di spezza in due gli asset congelati: parte del denaro – 3,5 miliardi - tornerà in Afghanistan ma non nelle casse del regime che ha vinto la guerra. Gli altri 3,5 miliardi resteranno congelati in attesa che la magistratura americana decida sulla richiesta di 150 familiari delle vittime dell’11 settembre che vogliono che quel denaro li ripaghi della loro sofferenza.

I 3,5 miliardi per l’Afghanistan scongelati, secondo quanto deciso da Biden confluiranno, in un fondo fiduciario per assistenza umanitaria ma che sarà tenuto lontano dalle mani dei Talebani. La creazione del trust fund non sarà però un meccanismo semplice perché l’istituzione di questo fondo e l'elaborazione dei dettagli legali potrebbero richiedere diversi mesi. Resta dunque lo schiaffo al regime e l’attesa su una tempistica incerta. La decisione garantisce una punizione ai nemici mentre riconosce il diritto ai cittadini americani di essere ripagati per la strage del 2001. Si potrebbe proprio dire che la vendetta è un piatto che si consuma freddo.

La decisione di tenere congelati in America il denaro degli afgani come compensazione per le vittime di un atto cui i Talebani sono tra l'altro estranei (l’11/9 fu opera di Al Qaeda), ha sollevato dubbi legali e un coro di critiche e costituisce un pericoloso precedente. Ma anche la seconda opzione solleva forti perplessità: scegliendo di far tornare metà dei fondi in Afghanistan, scavalcando il governo dei Talebani, Biden fa una sorta di operazione umanitaria di facciata che avrà però riflessi nefasti su un Paese al collasso. Non solo perché occorreranno altri mesi (sei sono già passati) per scongelare realmente i fondi. Ma perché decidere di bypassare l’esecutivo di Kabul significa non metterlo in grado di pagare gli stipendi a insegnanti, medici, funzione pubblica. Significa che quei soldi si trasformeranno in una carità pelosa che non mette il governo nelle condizioni di risollevare la macchina dello Stato, in capo a scuole, ospedali, uffici pubblici. Una vendetta che certo colpisce i Talebani ma che, innanzi tutto, penalizza oltre 30 milioni di afgani che dovranno accontentarsi di cibo e medicine ma non di uno Stato – buono o cattivo che sia - in grado di assisterli.

Non si tratta qui di avere pietà o simpatia per un regime oscurantista e teocratico con un esecutivo quasi etnicamente puro e responsabile – direttamente o indirettamente – di sequestri di attiviste e di esecuzioni extragiudiziali. Si tratta di capire se si intende proseguire la guerra con altri mezzi, vendicandosi dei nemici e punendo coloro che vivono in Afghanistan sotto il loro regime. Si tratta di capire se si vuole chiudere davvero il capitolo di quel conflitto o fingere di poterlo vincere con il ricatto e la vendetta. Uscirne a testa alta tenendo fermi i principi sacrosanti della democrazia e del diritto o aggirare meschinamente il problema affamando un popolo per colpirne i vertici.

sabato 12 febbraio 2022

Fondi afgani "scongelati": una vendetta consumata... fredda

 Joe Biden ha deciso ieri il destino di quei 7 miliardi di dollari della Banca centrale
afgana “congelati” nelle casse della
 Federal Reserve
 dove si trovavano il 15 agosto quando il governo di Ashraf Ghanio crollò sotto la spinta talebana. Una scelta politica e giuridica che spezza in due gli asset congelati: parte del denaro – 3,5 miliardi – tornerà in Afghanistan ma non nelle casse del regime che ha vinto la guerra. Gli altri 3,5 miliardi resteranno congelati in attesa che la magistratura americana decida sulla richiesta di 150 familiari delle vittime dell’11 settembre che vogliono che una parte dei fondi li ripaghi della loro sofferenza. I fondi congelati superano in totale i 9 miliardi di dollari: quel che resta oltre ai 7 in America si troverebbe soprattutto in Germania, Svizzera, Emirati e Qatar. Il contante “fisico”stampato su ordine della Banca centrale afgana si trova invece in Polonia.

I 3 miliardi per l’Afghanistan scongelati confluiranno in un fondo fiduciario per assistenza umanitaria ma tenendolo fuori la cassa dalle mani dei talebani. Ma la creazione del trust fund non sarà un meccanismo semplice perché la creazione di quel fondo e l’elaborazione dei dettagli legali potrebbero richiedere diversi mesi. Resta dunque lo schiaffo per il regime e un’attesa incerta sulla tempistica. La decisione garantisce una punizione ai nemici mentre riconosce il diritto ai cittadini americani di essere ripagati per la strage del 2001. Due piccioni con una fava.

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domenica 12 dicembre 2021

Afghanistan, il futuro negato. Martedi 14 dicembre a Trento

Il primo incontro pubblico nazionale e in presenza sul futuro del Paese asiatico. La strategia italiana e la società civile afgana, la cooperazione e l'asilo. Organizzato da Afgana e 46mo Parallelo col sostegno della Provincia Autonoma

È necessario scrivere a info@atlanteguerre.it per assistere in presenza (necessario Green Pass)

Diretta Facebook qui


lunedì 22 novembre 2021

Vent'anni di guerra afgana

Un articolo scritto per la Fondazione Feltrinelli con altri testi di Bidussa, Mannocchi e Marotta
ricordando Maria Grazia Cutuli

Un bilancio degli ultimi vent’anni di guerra afgana, conclusasi a sorpresa il 15 agosto 2021, andrebbe tentato da almeno due angoli visuali. Uno posto ad Ovest, con gli occhi della coalizione occidentale che ha investito nel conflitto – tra Europa e Stati Uniti – le maggiori risorse sia finanziarie sia nel comparto militare sia nel sostegno agli esecutivi Karzai e Ghani. L’altro posto a Est, come se osservassimo la fine della guerra dalla catena dei monti Suleiman, che segnano il confine col Pakistan, dalle pianure desertiche dell’Afghanistan o da quelle alluvionali dell’India e del Paese dei puri....(continua su Fondazione Feltrinelli)

sabato 20 novembre 2021

Maria Grazia Cutuli: l'omaggio di Radio 3

Ascolta la puntata di Wikiradio cliccando qui


La morte di Maria Grazia Cutuli, venti anni fa sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul, non è solo una triste vicenda di cronaca che riguarda il mestiere di raccontare la guerra. La fine precoce di questa giovane donna che non aveva quarant’anni sembra davvero indelebilmente legata al ricordo di tanti: colleghi naturalmente, che la conoscevano in redazione o l’avevano incontrata sul terreno. Ma anche cittadini comuni, l’uomo e la donna della strada come si dice, persone che non riescono o non vogliono dimenticare questa storia. Forse per la sua giovane età o perché, allora, le donne reporter, specie se inviate, erano ancora una rarità... O ancora perché quella vicenda è legata alla nascita della War on terror, a una guerra sbagliata e a un Paese che sembra condannato a registrare una storia infinita di sangue, violenza e dolore

In tanti hanno scritto di e su Maria Grazia, così tanti che è facile dimenticarne qualcuno: a lei sono stati dedicati documentari come  È lì che bisogna essere per testimoniare e decine di servizi sulla sua vita in Sicilia o a Milano. Giuseppe Galeani e Paola Cannatella hanno realizzato una graphic novel sulla sua vicenda intitolata Dove la terra brucia ,  pubblicata da Rizzoli nel 2011. Eppoi articoli, commenti e libri: nel maggio del 2009, per esempio, Daniele Biacchessi la racconta nel suo saggio Passione reporter, dedicato ai tanti giornalisti uccisi sul campo. La giornalista Cristiana Pumpo ha scritto il libro Maria Grazia Cutuli   per Ali&No-Editrice nel  2011, dove ha raccolto testimonianze di amici e colleghi di Maria Grazia. Sono le fonti che utilizziamo per ricostruire la sua storia. Fonti e strumenti che sono il segno di come la si vuole continuare a ricordare. Senza retorica Anche vent’anni dopo

Nata a Catania nel 1962 è in Sicilia che Maria Grazia inizia come cronista. Prima a la Sicilia poi a Telecolor e a L'Ora di Palermo. Ma dopo si trasferisce a Milano dove lavora  al periodico di Mondadori Centocose  e poi a Epoca dove diventa  giornalista professionista. Ma c’è anche un periodo di collaborazione con l'Alto commissariato Onu per i rifugiati – l’Acnur -  un’esperienza che la segna nell’attenzione verso le vittime dei conflitti, dei disastri ambientali, della pulizia etnica. La strada è lunga come capita a tutti i free lance.  «Maria Grazia – ricorda l’Assostampa siciliana - aveva percorso tutta la difficile strada del precariato, prima di arrivare  a Milano e poi al Corriere, dove era andata agli Esteri con una serie di contratti a termine». Siamo nella metà degli anni Novanta. 


A
rrivare al Corriere non è solo un obiettivo di carriera:  significa anche poter finalmente partire e raccontare le storia più drammatiche, prime fra tutte l’esperienza terribile della guerra, il dramma maledetto della morte. A metà settembre 2001 - l’anno delle Torri Gemelle e del fatidico 11 settembre - il quotidiano milanese la manda in  Afghanistan. Prima tappa Gerusalemme poi il Pakistan. Infine l’Afghanistan dove il 7 ottobre 2001 la guerra  è ufficialmente iniziata anche se le operazioni coperte sono già cominciate da due settimane. E’ una guerra rapida ed entro novembre l’Emirato islamico dei Talebani ha già perso consistenti parti del Paese.  Le forze dell'Alleanza del Nord iniziano il loro attacco alla capitale  il 13 novembre contro  forze talebane  indebolite dagli attacchi aerei americani e britannici. Il  giorno successivo entrano a Kabul senza incontrare  resistenza mentre i Talebani si stanno ritirando anche da  Kandahar, la vera capitale dell’Emirato nel Sud del Paese. 

Maria Grazia aspetta di partire per Kabul da Jalalabad e forse le vengono in mentre gli altri drammi che ha già attraversato lungo quella rete infernale che è la guerra: in Cambogia per esempio da cui aveva  scritto un lungo reportage per Marie Claire

Sono le sette di una sera d’estate a Battambang, nordovest della Cambogia. Il sole è quasi sparito dietro la fila di palme che costeggiano le acque gialle del fiume Sangker, tra i fregi variopinti dei templi buddisti, oltre le ville liberty costruite dai francesi ai tempi della dominazione coloniale. La jeep delle Nazioni Unite segue sobbalzando la strada principale e ci lascia davanti a un hotel dal portico dorato. Abbiamo viaggiato per un giorno intero, tra campi di riso e villaggi di bambù, tagliando i sessanta chilometri che separano i confini della Thailandia da questa prima provincia della Cambogia. Un percorso che i funzionari Onu seguono ormai ogni mattina, da quando, dopo gli accordi di Parigi del 23 ottobre 1991, è cominciata la grande operazione di pace che dovrebbe riportare in patria 350.000 profughi cambogiani. E che dovrebbe anche garantire tranquillità politica al Paese e, finalmente, democrazia

Più recentemente di guerra ne ha vista un’altra, quella alle porte di casa.                                                 E c’è nei suoi articoli una tensione speciale rivolta alle donne.

La vita continua. Anzi, ricomincia. In questo cuore di tenebra dell’Europa che è l’ex Jugoslavia, le donne bosniache, principali vittime dell’odio etnico, raccolgono i brandelli delle loro esistenze per tentare di ricucire tutto quello che la guerra ha distrutto: la famiglia, il lavoro, il proprio Paese. Lacerate da un conflitto razziale che non si aspettavano, depredate degli affetti, dei beni, spesso anche dell’intimità, hanno vagato in centinaia di migliaia per campi profughi, per regioni e territori dai confini stravolti, per villaggi che non erano i loro. Moltissime sono state fatte prigioniere in lager dove la pulizia etnica è stata sinonimo di stupro di massa. Altre sono rimaste nelle loro città, cercando di sopravvivere all’angoscia e al terrore. Altre ancora hanno preso il fucile e sono andate in trincea. Dopo tre anni di orrori provano a respirare di nuovo

Alla fine degli anni 90 è in Iraq e anche qui l’occhio si sofferma sulle vittime civili. Vittime non solo della guerra ma degli effetti di guerre non dichiarate che si fanno con sanzioni per colpire i regimi mentre si finisce inevitabilmente per punire i più deboli 

Otto anni di sanzioni economiche all’Iraq. Otto anni scanditi dalla miseria e dal deterioramento delle infrastrutture. L’embargo al regime di Baghdad, scattato nell’agosto del 1990 dopo l’invasione irachena del Kuwait, da una parte blocca l’export del petrolio, dall’altra limita le importazioni. Almeno fino a quando il regi me non avrà garantito lo smantellamento degli arsenali nucleari, chimici e batteriologici. In questi anni un milione di persone sonomorte, secondo stime Onu

Molti anni dopo, prima di entrare in Afghanistan, racconta il difficile mosaico pachistano, il back stage della guerra afgana, la retrovia storica dei combattenti islamici la cui capitale è Peshawar. Sono i primi incontri sulla rotta verso il paese dell’Hindukush:

Nasreen mostra le ciabatte di plastica. «È con queste che sono scappata da Kabul. A volto scoperto. Non avevo neanche il chador addosso.» In fuga sotto le bombe, trascinando i figli per mano. «Siamo saltati su un taxi, il primo che è passato. Via dall’Afghanistan, il più lontano possibile dalla guerra.» Nasreen ha quarant’anni, ne dimostra venti di più. Il viso cotto dal sole, quattro stracci addosso. «Siamo morti di fame, non abbiamo più soldi, dateci qualcosa per carità.» Altre braccia si tendono tra la folla. Altri volti di donne stravolte dalla rabbia, bambini appesi alcollo, ragazzini febbricitanti

Il tempo di entrare è arrivato: si attraversa il Khybr Passa, la porta dell’Afghanistan

Oltre il Khyber Pass, l’ingresso in Afghanistan è segnato da una fila di catapecchie vuote, che un tempo ospitavano un bazar di confine, chiuso tra montagne inaccessibili. I talebani sono spariti.
Hanno lasciato la strada che porta a Jalalabad. Hanno consegna to la città, i suoi dintorni, l’intera regione alle tribù dell’Est. Pashtun come loro, ma sotto altre bandiere

Il 19 novembre  Maria Grazia è con altri a Surobi, sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul, a circa una cinqunatina di chilometri dalla capitale. Sono in tanti ad andare verso la città liberata ma quelle sono strade maledette. Strade maledette anche  da un’altra guerra che è iniziata vent’anni prima quando, nel 1979, l’Armata rossa ha invaso l’Afghanistan. Poi ci sarà la guerra tra mujahedin e poi, ancora, un conflitto tra loro e i  Talebani che, a metà degli anni Novanta, avevano conquistato il Paese. 


M
aria Grazia è con l'inviato di El Mundo Julio Fuentes e due corrispondenti dell'agenzia Reuters, l'australiano Harry Burton e l'afgano Azizullah Haidari.  Quel giorno, lo stesso in cui  il Corriere della Sera pubblica il suo ultimo articolo su un deposito di gas nervino, tutti e quattro vengono uccisi.  Guerriglieri? Banditi? Come? Perché? Le domande si inseguono in tutte le direzioni.  La salma di Maria Grazia, crivellata da colpi di proiettili alla schiena, torna subito m in Italia e il  funerale si svolgerà a Catania il 24 novembre. Tutto si svolge con rapidità anche se la memoria di quei giorni continua a rimanere viva nel tempo.

Lo stesso non  accade per la vicenda giudiziaria che dura anni: nel 2004 viene accusato e poi giustiziato un uomo: Reza Khan. Decisione afgana contro cui si appella la famiglia che vuole giustizia ma non la pena capitale. Khan verrà fucilato tre anni dopo. Poi è la volta di altri due afgani accusati del furto dei materiali di Maria Grazia: sono Mamur e Zan Jan condannati in videoconferenza dall’Afghanistan dove sono rinchiusi. Sentenze che non attenuano il dolore della sua scomparsa. La scomparsa di una donna che ha passione per il suo lavoro che ha sempre difeso  con caparbietà.  La strada è stata lunga per arrivare al Corrierone e una lettera inviata al Corriere l’anno scorso da Carlo Verdelli – allora vicedirettore del quotidiano di Via Solferino – questa sana caparbietà la racconta bene. Verdelli  ricorda l’ultima telefonata con Maria Grazia per  concordare il suo ritorno in Italia. “Eri lì già da un paio di settimane – scrive - e un collega era pronto a partire per sostituirti. Lo scontro con i Talebani sarebbe andato avanti per mesi e ci eravamo organizzati con un sistema di staffette. Cominciai col chiederti come stavi.
«Benissimo. Sto lavorando a una storia forte, un deposito di gas nervino in una base di Osama bin Laden».
«E quando l’avresti pronta?».
«Per adesso è solo una traccia, ho ancora bisogno di tempo. Ma ce la faccio, vedrai che ce la faccio».
«Stai molto attenta, Maria Grazia, ma tanto. Comunque passa gli appunti a chi ti darà il cambio. Hai il volo lunedì, giusto?».
Ci fu un silenzio lungo, come se fosse caduta la linea.
«Maria Grazia, ci sei ancora? Mi senti?»
«Sì, ti sento, ma devo chiederti una cosa».
«Dimmi pure»
«Ho compiuto gli anni, sai. Trentanove».
«Allora auguri. Torna che ti concedi una festa come si deve».
«È proprio questo il punto. Ecco, mi piacerebbe un regalo, non so come dirtelo diversamente. Sì, un regalo».
«E cioè?».
«Lasciatemi qui ancora un po’, cancellate il volo. Non posso venire via proprio adesso. Ti prego, un paio di settimane ancora».
«Non se ne parla. Hai fatto la tua parte, ora tocca a un altro. Quando è il momento, ripartirai per Kabul».
«Perdonami se insisto ma è importantissimo per me. Dammi fiducia. Il regalo per il mio compleanno. Non me ne importa niente della festa, non farò nessuna festa. Fatemi seguire quella pista. Sento che è giusta, sarà un gran colpo per il giornale. Dai, cazzo, per favore».

 Maria Grazia sta pensando al gas nervino ma non smette mai di pensare anche alle “sue donne”:

Nascoste, invisibili, assenti: non si vedono donne a Jalalabad. La liberazione della città afghana dai talebani ha portato nelle stra de migliaia di miliziani armati, bande ubriache di vittoria, pronte a contendersi il controllo del territorio sino all’ultimo vicolo o all’ultima casa. Non ci sono donne tra chi fa la guerra, gesti sce il potere, decide il futuro

Già, appunto, il futuro. Il futuro cui va incontro Maria Grazia è quello di una guerra maledetta che, dopo 10 anni di invasione sovietica, quattro di guerra civile e altri sei di scontri  tra Talebani e mujahedin, adesso sta per aprire un altro lungo capitolo di conflitto per altri vent’anni: dal 2001 al 2021, dalla caduta di Kabul in mano all’Alleanza del Nord alla caduta di Kabul – vent’anni dopo – nelle mani dei Talebani nell’agosto di quest’anno: 250mila morti: 100mila civili afgani, 70mila soldati afgani, altri 70mila tra militari e civili pachistani… 
...Noi occidentali, i fautori dell’ultima guerra, di vite ne abbiamo perse 7mila: metà erano soldati, l’altra metà contractor, la manodopera mercenaria largamente usata dagli americani. Una guerra fatta fare agli altri

Adesso la guerra è finita. Tra l’infinità di cattive notizie ce n’è dunque una buona:la guerra è arrivata al capolinea o almeno così sembra.  Al potere è vero, ci sono i Talebani, islamisti radicali con un codice morale di riferimento rigido e conservatore e dunque il futuro è molto incerto. E’ incerto soprattutto per le donne di cui Maria Grazia si occupava e per le quali c’è una scuola che porta il suo nome. La scuola  intitolata a Maria Grazia Cutuli, scrivono i giornali nel 2010,  sorgerà nel distretto di Injil, nella provincia di Herat. In giugno  la cerimonia per la posa della prima pietra, alla presenza dell’architetto Mario Cutuli. E’ il fratello di Maria Grazia, per la prima volta in Afghanistan dal giorno della sua scomparsa. 

 E’ proprio il  paesaggio descritto negli articoli di Maria Grazia che ha fornito le prime suggestioni

progettuali al fratello architetto Mario  e a tre studi di architettura di Roma  che hanno seguito i lavori. E’ una scuola elementare dipinta di blu cobalto a una dozzina di chilometri da  Herat. Oggi  Mario, presidente della Fondazione Cutuli Onlus, esprime i suoi timori per il  futuro della “Scuola blu”: «Al momento – dice alla giornalista siciliana  Francesca Rita Privitera -  non abbiamo ancora notizie certe, se non che la scuola è stata operativa fino alla caduta di Herat. Capire quali saranno le sorti di quel progetto non è facile, anche perché, già in passato, non sempre il personale docente si è trovato d’accordo sull’impostazione da seguire, diviso, a volte, tra aperture a occidente e posizione più tradizionaliste”.

Come scuola elementare forse l’istituto non corre grandi rischia ma è pur sempre una fondazione straniera e questo certamente non piace al nuovo regime fortemente nazionalista. Ma quel che è certo è che il ricordo di Maria Grazia non si può spazzar via a colpi di decreto. E nemmeno il suo impegno per le donne afgane, donne che stanno dimostrando una forza forse insospettabile nella difesa dei propri diritti. Un fatto di cui i Talebani devono tenere conto. Non è un caso se la rigidità iniziale dell’Emirato sembra si stia attenuando seppur con la regola di una divisione fisica tra maschile e femminile, siano bambini e bambine o donne e uomini.

Come donna per Maria Grazia il tema dei diritti di genere è sempre stato forte, lo abbiamo visto nei luoghi che la sua testa e la sua penna hanno attraversato. E dunque non poteva mancare un’attenzione particolare a chi, donna, faceva come lei il suo mestiere. E allora torniamo indietro nel 1994 e restiamo in Italia, a Roma, dove, per Epoca, Maria Grazia va a trovare i genitori di Ilaria Alpi la giornalista della Rai uccisa col suo operatore Miran Hrovatin in quell’anno.  Lo racconta cosi

È morta per ciò che sapeva: ma nessuno indaga. A due mesi dall’omicidio di Ilaria Alpi, la giornalista del Tg3, ammazzata a Mogadiscio insieme al cameraman Miran Hrovatin, il padre Giorgio denuncia a Epoca l’indifferenza e la reticenza del governo italiano a far chiarezza sulla morte della figlia. Una morte scomoda, che potrebbe portare dalle strade di Mogadiscio, infestate di banditi disposti a uccidere per pochi soldi, dritto alle stanze del nostro ministero degli Esteri. Nella babele di ipotesi, formulate all’indomani dell’agguato, se ne affaccia infatti una che collegherebbe l’uccisione di Ilaria a una sua inchiesta su alcune navi “donate” dalla cooperazione italiana alla Somalia. E su un peschereccio, in particolare: il Farah Omar, sequestrato (con tutto l’equipaggio a bordo) dai guerriglieri somali nel porto di Bosaso, a nord del Paese, dove la giovane reporter del Tg3 si era recata nei giorni precedenti all’agguato. Insomma, Ilaria aveva scoperto qualcosa su traffici strani tra uomini d’affari somali
e cooperatori italiani?

Poi Maria Grazie si sofferma sul contesto: sul salotto di casa Alpi dove si ripete l’inevitabile dramma della ricerca, di chi non si arrende davanti a realtà prefabbricate. Scrive ancora: 

Domande su domande. Ma soprattutto un’angosciante solitudine. Nel salotto di casa Alpi, al quartiere di Vigna Clara a Roma, i genitori di Ilaria raccolgono dispacci di agenzia, ritagli di giornali, filmati in videocassetta: frammenti di quella che chiamano «la nostra piccola inchiesta personale». Il padre, urologo in pensione, al polso l’orologio della Folgore portato da Ilaria come regalo dalla Somalia, legge con voce roca ma ferma gli appunti scritti su un paio di fogli. Raccontano il suo viaggio alla ricerca della verità dopo la morte dell’unica figlia, la storia di lei, studentessa di arabo al Cairo, poi giornalista non lottizzata al Tg3, il disinteresse delle autorità che hanno già dimenticato l’omicidio di Mogadiscio. Ultimo macabro saluto alla missione italiana in Somalia

Ci lasciamo dunque con le sue parole e quella capacità di raccontare oltre la semplice notizia che è una dote rara che fa parlare persino i mobili, il vuoto di una stanza, la potenza di un cielo o una montagna. E può essere ovunque – in Cambogia, in Siria, in Ruanda, in Afghanistan, in Italia – purché il giornalista tenga la schiena dritta e pensi sempre, prima di tutto, al suo lettore ancora prima che al suo direttore. Io direi che Maria Grazia faceva così: schiena dritta e saper mostrare i denti, se serve, per far digerire al capo qualcosa che, sui tavoli delle redazioni centrali, sfugge a chi non è li, sul posto, a guardare coi tuoi occhi. Occhi vivaci, come i suoi, che possono spegnersi da un momento all’altro. 

giovedì 14 ottobre 2021

Afghanistan tra emergenza e negoziato


In Afghanistan si sta verificando “una catastrofe umanitaria”. All'esito del G20 di ieri pomeriggio “c’è stata sostanzialmente una convergenza di vedute sulla necessità di affrontare l'emergenza. Di fatto questo si è tradotto in un mandato alle Nazioni Unite, un mandato di tipo generale di coordinamento della risposta e ad agire anche direttamente. Sul versante degli impegni, “la presidente della Commissione europea, von der Leyen, ha annunciato uno stanziamento di un miliardo di dollari a finanziare la risposta umanitaria che c’è stata nel corso dell’incontro. Anche il presidente degli Stati Uniti ha annunciato un aumento di circa 300 milioni di dollari, dello stanziamento per rispondere a queste esigenze”. Lo ha detto il presidente del consiglio Mario Draghi nella conferenza stampa convocata ieri al termine del G20 straordinario sull'Afghanistan. Secondo Draghi per affrontare la crisi umanitaria saranno necessari contatti con i talebani, non un loro riconoscimento. “L'errore capitale di tutta la vicenda afghana” ha detto ieri sera il giornalista Emanuele Giordana, ospite all'Arci di San Bernardino “ sta nell'incapacità di instaurare una trattativa. Dal 2001 sono state le ragioni del conflitto a governare la situazione”.... (Leggi tutto su CremaOnline)

 

martedì 5 ottobre 2021

Afghanistan, le mie scuse ai concittadini di Crema



                                                                                        
Devo mille scuse ai miei concittadini e agli organizzatori di una serata che stasera avrebbe avuto come focus l'Afghanistan al circolo Arci di San Bernardino a Crema. Le occasioni per approfondire certi temi non sono purtroppo molte nella mia città cosi che avevo accettato l'invito con entusiasmo. ma come spesso succede con le cose cui teniamo di più mi sono accorto, tardivamente, di un impegno preso mesi prima e dunque la serata è rimandata a martedi 12 sempre all'Arci alla stessa ora. Spero che, nonostante questa spiacevole manchevolezza del sottoscritto veniate settimana prossima....

Scuse doppie alle persone con cui avrei dovuto essere stasera: Sofia Malaggi, Claudio Ceravolo, Enrico Fantoni

giovedì 2 settembre 2021

Salvare gli afgani: la improvvida e balzana iniziativa di Repubblica

                                                                                    “La cosa più importante è che non si spengano i riflettori sul destino delle persone rimaste
bloccate lì ed esposte alla violenza. La loro vita dipende anche dalla nostra attenzione e dal nostro sostegno. 
Per questo Repubblica ha deciso di mettere a disposizione l'indirizzo e-mail a cui è possibile inviare segnalazioni”.

Se il primo punto è sacrosanto (che non si spengano i riflettori) la chiusa di questo articolo apparso ieri online a firma La Repubblica mi ha fatto fare un salto sulla sedia. Come se non ci fosse già abbastanza confusione, come se non ci fosse chi – dagli inizi di giugno! – ha lavorato per portare in Italia chi era in pericolo, come se non si fossero attivati Esteri e Difesa e soprattutto una decina di Ong italiane, ecco che un quotidiano – la cui missione precipua è informare – accende la candela del salvataggio con un indirizzo mail cui chiunque può raccontare qualche storia pietosa o segnalare chicchessia. Un quotidiano va bene per una raccolta fondi (suggerirei loro Pangea che il lavoro serio lo sta facendo in silenzio) ma non certo per aiutare la confusione sulle “liste” della gente da “salvare”. Quanto alla storia degli aquiloni da far volare, vogliamo dire che i Talebani li vietarono perché i bambini, per rincorrerli, saltavano sulle mine sparse in città?



venerdì 11 giugno 2021

Il futuro dell'Afghanistan


L
a dipartita completa delle truppe straniere dall’Afghanistan prevista a settembre solleva una serie di preoccupazioni, in parte condivisibili in parte forse sovrastimate, che sembrano a volte sottintendere che, magari... sarebbe stato meglio restare. Tensione e timori sono comprensibili, assai meno una specie di racconto del caos in cui l’Afghanistan precipiterebbe proprio perché noi ce ne andiamo. Con un ragionamento molto semplice e quasi banale, viene infatti da pensare che, se si leva dal fuoco il ciocco più grosso (la guerra contro gli stranieri), dovrebbe esser più facile governare le ceneri per quanto ancora calde. La Storia può dare una mano.

Quando nel 1989 dopo dieci anni di una guerra fallimentare l’Urss si ritirò dall’Afghanistan, nessuno si preoccupò del baratro su cui il Paese era sospeso: con una guerra civile in corso, uno Stato fallimentare ormai privo di aiuti (che l’Urss cominciò a sospendere dal ritiro) e un futuro oscuro per donne che, all’epoca del soviet afgano, erano ministre o direttrici di giornali che non portavano il burqa. Proprio quanto avvenne ai tempi dell’Urss dovrebbe servire di lezione perché col ritiro delle truppe andrebbe previsto un piano a lungo termine, una visione per ricompensare almeno in parte i danni di un conflitto durato vent’anni. Allora non era semplice farlo ma oggi si può.

Quando dopo gli accordi di Ginevra dell’aprile 1988 Urss, Usa e Pakistan si accordarono sul ritiro dell’Armata rossa, a patto che nessuno più finanziasse la resistenza, a maggio iniziò il ritiro dei soldati che si concluse in febbraio. Il governo di Najibullah però resisteva: è nota la battaglia di Jalalabad dell’aprile ‘89 quando i mujahedin, che Usa e Pakistan continuavano a rifornire violando gli accordi, non riuscirono a prendere la città che sta sulla frontiera col Pakistan, retroterra dell’intera coalizione guerrigliera. Fu solo dopo il 1990 che le cose si complicarono: gli Usa smisero di sostenere i combattenti islamici (ma non cosi Islamabad e Riad) mentre Gorbaciov si rifiutò di continuare a pagare Najibullah. Non potendo più erogare gli stipendi, il suo esercito si sciolse come neve al sole e i mujahedin, gente non molto più progressista dei Talebani, entrarono vittoriosi a Kabul dove iniziarono a guerreggiare tra loro.

Trent’anni dopo, pur con tutte le differenze, siamo a un punto simile... Leggi tutto su atlanteguerre

venerdì 21 maggio 2021

Tutti a casa: lasciamo l'Afghanistan al suo destino


T
utti a casa dall’Afghanistan ma non solo i soldati. Via anche i civili il prima possibile da un Paese che evidentemente non dà garanzie. E’ il messaggio che l’Italia sta dando in questi giorni ai connazionali che lavorano in Afghanistan: se ci abitate andate a casa, se dovete tornarci evitate. Un invito che appare abbastanza stridente con quanto dichiarato dal capo della Farnesina a metà aprile mentre commentava il ritiro “epocale” dei soldati: "Non abbandoneremo mai il popolo afgano – aveva detto il ministro Di Maio - che continueremo ad aiutare anche di più con progetti di cooperazione allo sviluppo, il sostegno alle imprese, alla società civile, alla tutela dei diritti umani". Parole al vento se poi la nostra ambasciata – in più di una lettera che abbiamo
 potuto vedere – spiega agli italiani che lavorano in Afghanistan che la nostra legazione sta “contattando i connazionali per invitarli a lasciare il Paese entro il primo maggio, nell’aspettativa di una ulteriore compromissione di sicurezza a Kabul e nel Paese”. Una valutazione a tinte fosche “condivisa anche da altre ambasciate” per cui “l’invito è a non fare ritorno in Afghanistan almeno temporaneamente”.

La valutazione su quella che viene ritenuta una nuova stagione di violenza, pur restando una considerazione del tutto opinabile che non sembra tener conto delle capacità dell’esercito e dell’esecutivo afgano, può ovviamente spingere un’ambasciata a mettere in guardia i propri cittadini. Ma invitarli ad andarsene e a non tornare proprio nel momento in cui il Paese ne ha più bisogno sembra davvero dimostrare che quanto si dice ufficialmente non è che un vocabolario di rito. Tanto più che questo messaggio è stato recapitato anche a membri di organizzazioni internazionali che hanno sia sistemi di sicurezza propri sia l’autonomia decisionale su cosa consigliare ai propri funzionari.

Quanto al futuro del Paese, l’Italia sembra associarsi al plotone di analisti-cassandra secondo cui il ritiro dei soldati – dimostratisi incapaci in 20 anni di garantire la sicurezza in Afghanistan – si tradurrà automaticamente in un aumento della violenza. Sembrano dimenticare, e con loro l’ambasciata italiana, che il ritiro delle truppe leva il nodo principale della guerra visto che questa si combatte soprattutto contro l’occupazione straniera, fatto che ha trasformato un manipolo di islamisti radicali in una formazione partigiana. Senza più un esercito straniero da combattere, i Talebani restano senza argomenti senza contare che l'esercito della repubblica è in grado di sbarrargli la strada, ammesso e non concesso che vogliano farlo, nella conquista delle città. Il caos da temere non riguarda tanto i Talebani ma il vuoto che si creerà in un Paese finora assistito in ogni settore dagli occidentali. Se “non abbandoneremo gli afgani” come dice Di Maio, quel vuoto può essere riempito da un forte impegno civile a favore di sanità, istruzione, diritti e posti di lavoro. Se invece il futuro è il tutti a casa consigliato dai suoi emissari a Kabul il destino degli afgani appare già segnato.

Questo articolo è uscito anche su ilmanifesto e Lettera22

lunedì 23 marzo 2020

Afghanistan, tre fronti caldi per un negoziato


L'inviato  degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad ha twittato ieri una notizia molto attesa e cioè che il governo afgano e i talebani hanno tenuto una riunione sulla liberazione dei prigionieri e sul processo di pace. Colloqui dunque che sembrano superare lo stallo che si trascina dalla firma dell'accordo di Doha. Eccone una sintesi prima del tweet di un uomo al centro da mesi di una delle più difficili e  tortuose maratone diplomatiche per far uscire l'Afghanistan dalla palude della guerra. Inshallah...

Martedi 10 marzo doveva essere un giorno particolarmente importante nel calendario della pacificazione dell’Afghanistan. In quella data, secondo quanto stabilito dall’accordo firmato a Doha il 29 febbraio tra americani e Talebani “per portare la pace in Afghanistan”,* sarebbe dovuto iniziare il vero e proprio negoziato intra afgano, tra il governo di Kabul e il governo ombra di mullah Akhundzada, rappresentato sinora dal team negoziale talebano in Qatar capeggiato da mullah Baradar. Se l’accordo di Doha tra guerriglia e parte delle forze di occupazione doveva pavimentare la strada per la pace, la prima data negoziata del vero e proprio processo di pace doveva essere appunto quel 10 marzo. Ma i guai sono iniziati ben prima. E su più fronti.

Il primo fronte caldo da menzionare è quello interno che riguarda l’esecutivo di Kabul cui spettava presentare, per il 10 di marzo, la lista del team negoziale in capo alla Repubblica. Un esecutivo che ancora non c’è e che si è spaccato, se così si può dire, ancor prima di nascere. Ancor prima infatti che la maratona negoziale di 18 mesi condotta da americani e Talebani a Doha partorisse il documento definitivo, Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, rispettivamente presidente e capo dell’esecutivo uscenti, si erano già divisi sui risultati delle presidenziali del settembre 2019, resi noti in forma definitiva dalla Commissione elettorale nazionale il 18 febbraio. I risultati, che hanno confermato Ghani come presidente, sono stati immediatamente respinti dall’eterno secondo Abdullah; né l’intervento americano, né quello di notabili locali sono riusciti a ricomporre una crisi che il 9 marzo – il giorno prima del fatidico 10 – li vedeva entrambi prendere possesso della carica di presidente. Ghani con l’avvallo – seppur senza fanfare - di personalità politiche nazionali e internazionali. Abdullah Abdullah con l’appoggio di diversi personaggi politici dell’arena afgana. Infine, dopo il fallimento dei tentativi di conciliazione tra i due, veniva abolita nei primi decreti di Ghani la carica di capo dell’esecutivo (una figura istituzionale inventata nel 2014 per risolvere la prima crisi tra i due contendenti che aveva portato alla nascita di un governo bipolare).

Il secondo fronte caldo riguarda i rapporti con i Talebani. Se a Kabul non c’è un esecutivo che rispecchi l’equilibrio delle forze non c’è ovviamente nemmeno una lista condivisa per aprire i negoziati né, pertanto, una linea politica univoca – più o meno inclusiva – che rappresenti la Repubblica. La faccenda si complica sia per le colorazioni etniche (Ghani è pashtun come la stragrande maggioranza dei Talebani) sia per gli equilibri e i rapporti di forza, visto che ad Abdullah fa capo quel che resta della famosa e potente “Alleanza del Nord”, la coalizione di signori della guerra considerata la peggior nemica dei Talebani e la forza che, con l'aiuto esterno, determinò la fine dell’Emirato di mullah Omar nel dicembre 2001. A complicare le cose è nata una diatriba immediata sul rilascio di 5mila detenuti talebani rinchiusi nelle carceri della Repubblica cui doveva far seguito il rilascio di circa mille prigionieri (soprattutto militari) nella mani della guerriglia. Abdullah non è nemmeno entrato nel merito della questione mentre Ghani ha posto il rilascio dei primi detenuti talebani non come premessa ma semmai punto di discussione del futuro negoziato di pace. Ghani ha poi con un decreto dato luce verde alla liberazione di 1500 detenuti ma legandola a un calendario e, ancora una volta, non come una premessa per iniziare i colloqui. I Talebani, che in proposito agitano l’accordo di Doha sostenendo che la liberazione di 5mila combattenti è una precondizione e non un punto di discussione, hanno respinto il piano Ghani e, nel frattempo, ricominciato a intensificare le azioni contro l’esercito afgano, attenuatesi per una settimana alla vigilia dell’accordo di Doha del 29 febbraio.

Il terzo fronte caldo riguarda gli Stati Uniti, il loro rapporto coi Talebani e quello con Kabul, a sua volta diviso in due tronconi. Ma c’è anche un fronte interno al Congresso, a una parte del Pentagono poco convinta dagli accordi di Doha e a un clima di sfiducia che dopo la firma ha contagiato un po’ tutte le parti in causa con l'esclusione di Zalmay Khalilzad, l’inviato americano artefice degli accordi di Doha la cui maratona diplomatica non si è mai fermata. Prima, durante e dopo l’accordo di febbraio. Va aggiunta infine la variabile Donald Trump. Il presidente americano, che ha investito sulla riuscita degli accordi buona parte della sua campagna elettorale per la rielezione, si è distinto per una posizione ondivaga sin dall'inizio del suo mandato: favorevole al ritiro durante la prima campagna elettorale era tornato interventista da presidente con la decisione di un aumento degli “stivali sul terreno”, salvo poi caldeggiare il negoziato di Khalilzad. E si deve a Trump se una prima firma dell’accordo è saltata a settembre (famosa la sua frase: “Il negoziato coi Talebani è morto”), costringendo i negoziatori di Doha a una nuova maratona di oltre cinque mesi. Infine il presidente americano ha probabilmente indispettito i più tiepidi verso l’accordo di Doha, sia a Kabul sia a Washington, con una telefonata a mullah Baradar immediatamente dopo la firma del 29 febbraio. Una conversazione così poco gradita che dopo un’altra telefonata tra Trump e Ghani, il neo presidente afgano si affrettava a chiarire che non c’era alcun impegno a liberare 5mila prigionieri talebani, argomento nemmeno trattato nell'amichevole chiacchierata con Donald: “Questione di sovranità nazionale”.

Quanto al fronte interno americano, è sufficiente riportare qualche dichiarazione in merito al ritiro delle truppe (da 13mila a 8.600 in 135 giorni), i cui preparativi sarebbero già iniziati settimana scorsa: Il generale Kenneth "Frank" McKenzie, comandante dell’United States Central Command (Centcom), ha sottolineato a denti stretti la celebrazione degli accordi di Doha da parte di Al Qaeda, che li ha definiti "una grande vittoria storica" del movimento jihadista: “Nell'accordo di ritiro delle forze occupanti – continuava la nota dei qaedisti - c’è un'evidente vittoria e una sconfitta umiliante per l'America e i suoi alleati". Infine il generale notava che il livello di attacchi talebani seguiti alla fine della settimana di tregua di febbraio “non sono coerenti con un'organizzazione che intenda mantenere la sua parola". Gli faceva eco il segretario alla Difesa Mark Esper: "Possiamo fermare il ritiro in qualsiasi momento e metterlo in pausa". Una clausola prevista dagli accordi di Doha se i talebani non dovessero rispettare gli impegni. Ma negli Stati Uniti, già al momento dell’accordo del 29, molti timori erano già venuti a galla surriscaldando il clima: con i repubblicani preoccupati dal calendario del ritiro e poco fiduciosi sugli impegni presi dai Talebani e i democratici a chiedere un maggior coinvolgimento del Congresso nelle decisioni della Casa Bianca. Infine molti parlamentari restano sospettosi sui due annessi “segreti” all’accordo di Doha - ammessi dal segretario di Stato Pompeo - che stabiliscono nel dettaglio le regole sul ritiro delle truppe. Trump però ha sempre respinto tutte le critiche confermando tra l'altro di voler incontrare di persona i Talebani. Le primarie e in seguito il Covid-19, lo hanno poi aiutato a distogliere l’attenzione dalla guerra più lunga del Paese che, al momento, deve comunque a Trump quantomeno la possibilità di un inizio della sua fine.

Un ultimo punto val forse la pena di essere sottolineato. E’ una sorta di peccato originale e al contempo un’ipoteca sul futuro di negoziati che appaiono ancora nebulosi. Purtroppo il dialogo Usa-Talebani si è svolto senza padrini né mediatori. E lo stesso sembra dover accadere per il processo di pace intra afgano – qualora cominci veramente e sempre che compaia una lista di negoziatori. Una lista di possibili parti terze è circolata alcune settimane fa ma gli interessati, citati da un servizio della Cnn, hanno smentito. E’ una delle tante nubi sul futuro, una cattiva stella sotto la quale si è cominciato a trattare senza che il negoziato di Doha fosse, in qualche modo, “accompagnato” da terzi e dunque garantito anche sulla sua interpretazione. Una mancanza cui sarebbe bene – per il dialogo intra afgano - porre rimedio in fretta.

* Come recita il titolo dell’accordo: Agreement for Bringing Peace to Afghanistan between the Islamic Emirate of Afghanistan which is not recognized by the United States as a state and is known as the Taliban and the United States of America