
Foto di Romano Martinis
Davanti alle prove esibite dall'emittente e ancor prima che il tribunale si sia pronunciato, il ministero della Difesa ha ammesso la detenzione di 80-90 afgani che non sarebbero stati consegnati all'autorità giudiziaria locale per timore che non venissero loro applicate le regole di un giusto processo. Risposta che ha qualcosa di vagamente ridicolo dal momento che i padrini del diritto anglosassone avrebbe detenuto gli afgani (di cui con opacità non è stato chiarito nemmeno l'esatto numero) in condizioni che il ministero della Difesa afgano (sapeva?) ha definito “inumane”. Il titolare dell'omologo dicastero britannico Philip Hammond, che ha difeso la privazione della loro libertà perché la liberazione dei detenuti sarebbe stata un rischio per le truppe del Regno unito, ha fatto però sapere che quanto prima i detenuti passeranno in mani afgane. Quando? Non si sa.
Condizioni inumane o meno, quel che è certo è che le più elementari norme di legge sono state violate. I militari di Isaf, la forza multinazionale della Nato a cui il Regno unito contribuisce numericamente con il secondo contingente per quantità dopo gli Stati uniti, possono trattenere un sospetto, quale che sia l'accusa, per un massimo di 96 ore, non certo per dieci mesi; solo in “eccezionali circostanze” la loro detenzione può essere estesa. Dal novembre 2012 il Regno unito ha però deciso di impedire il trasferimento dei detenuti in mano afgana per timore di “abusi” afgani, ma le carte all'esame dei giudici parlano di abusi britannici evidentissimi commessi su alcuni di loro: è il caso ad esempio di un ragazzo di soli 14 anni e di un padre che ne ha venti, entrambi arrestati durante un raid nell'Helmand. Né il minorenne né il maggiorenne hanno avuto assistenza legale. Altri l'hanno ricevuta, ma hanno potuto parlare con gli avvocati solo dopo molti mesi dal loro arresto e dall'interrogatorio militare e ancora non sanno di cosa sono accusati. I famigliari sono riusciti solo attraverso la Croce rossa a sapere che fine avevano fatto i loro parenti.
Paladini del rule of law, i britannici non si distinguono molto dunque dai loro cugini americani che avevano promesso la chiusura di Guantanamo senza mai arrivare a definirla (nonostante i continui scioperi della fame dei detenuti) ma che almeno hanno consegnato alla giustizia afgana, dopo un'estenuante trattativa, praticamente tutti i detenuti del nuovo carcere costruito a fianco della base militare di Bagram. Va ricordato che lo scambio dei detenuti è stato uno degli argomenti per un altro scambio: l'apertura del governo Karzai al mantenimento della basi americane in territorio afgano dopo il 2014
Questo articolo è uscito oggi su il manifesto
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