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Visualizzazione post con etichetta Francesca Borri. Mostra tutti i post
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venerdì 19 dicembre 2014

La biblioteca di Amanullah: Acconcia, Breccia, Borri e la guerra

La guerra finisce per occupare non solo le nostre giornate ma anche le nostre letture. Gli ultimi tre libri sul mio comodino son volumi che trattano della guerra. Con tre punti di osservazione differenti. Gastone Breccia nel suo Le guerre afgane traccia un profilo storico molto comodo se si vuole avere in poche pagine un riepilogo dei conflitti che hanno occupato soprattutto la storia contemporanea afgana. Forse la parte meno interessante è quella sulla guerra della Nato - l'ultima insomma - dove su qualche giudizio si potrebbe anche sindacare (lasciamo che a giudicarla e giudicarci ci pensino tra qualche anno). Ma per il resto mi pare un buon libro da avere in biblioteca: ben trattata la guerra dei sovietici (su cui in italiano c'è pochissimo) e ben trattate le guerre angloafgane. Lettura scorrevole e piacevole inoltre. E direi documentata.

Francesca Borri, giornalista freelance per cui non nascondo una certa simpatia (anche se non la conosco di persona) per via delle tante polemiche che hanno sollevato le sue prese di posizione, racconta ne La guerra dentro il conflitto siriano. Non solo, ma è lì che la sua attenzione si concentra. E' un buon libro sulla Siria in cui l'autrice non nasconde la sua empatia e simpatia per la popolazione civile, protagonista di quel conflitto. L'analisi non manca nel racconto di Francesca ma, a mio avviso, finisce per farne le spese a dispetto di una tendenza dell'autrice a  indugiare fin troppo sullo scenario: tappezzato di bombe, sangue, missili e proiettili che bucano quasi ogni pagina del suo libro. Forse un racconto meno ossessionato da quel fragore di bombe mi avrebbe convinto di più. C'è anche un altro punto su cui credo Francesca avrebbe dovuto soffermarsi e che nel libro è toccato solo qui e là: la condizione del freelance e del circo mediatico degli inviati. Il free lance appare spesso (lo è l'autrice) e anche le sue (giuste) rimostranze sull'ottusità dei desk romani o milanesi, ma forse il libro mi avrebbe appassionato (e divertito) di più se quel racconto - invero succulento e davvero mai raccontato - si fosse sviluppato con la verve che la Borri ha applicato a tanti scritti affidati al web sull'argomento. Certo, è difficile usare lo staffile quando poi ti toccherà richiamare il tal caposervizio e il tal altro capo redattore e la Borri certo non pensava a un libro per "divertire", ma Francesca avrebbe titolo, scrittura e sufficiente ironia per trattare l'argomento diffusamente in un altro volume solo dedicato a quello. La invito a farlo e me ne faccio sponsor - per quanto questo possa valere - sin da ora.

Un'altra guerra raccontata è quella che Giuseppe Acconcia snoda  in Egitto, democrazia militare, un saggio che ripercorre - attraverso molti dei suoi pezzi scritti per il manifesto e altri quotidiani - il conflitto egiziano, una guerra a tutti gli effetti. Il libro va à rebour e cioè comincia col generale dittatore Al Sisi per poi andare alle origini, quando inziò la primavera araba. Si può così anche leggere il libro dalla fine il che, per seguire bene il filo della storia, aiuta forse di più. Giuseppe Acconcia (che invece conosco personalmente) è non solo un buon reporter ma anche un buon analista cosa che credo debba ai suoi studi e a una certa tendenza all'approfondimento nella ricerca delle ragioni. Inoltre Acconcia guarda molto alla storia della sinistra egiziana (non so se è perché scrive per il manifesto) e questo dà al libro un sapore che può piacere soprattutto a chi la sinistra e la laicità hanno nel cuore (ammetto, è il mio caso). Acconcia sfata molti miti, dai Fratelli musulmani alla "democrazia militare" del presidente in divisa. E tiene quel passo di umanità verso la gente (un'empatia simile a quella di Francesca anche se più asciutta) che è forse la vera chiave per capire le guerre. Se, come Francesca e Giuseppe (e mi ci metto anch'io), state dalla parte di chi le subisce.

venerdì 19 luglio 2013

IL FREELANCE, I TRENTA DENARI E IL PADRONE IN REDAZIONE

Ho seguito con un certo interesse il dibattito, a volte sceso a mero chiacchiericcio quando non a puro gossip, scatenato da un articolo di Francesca Borri sullo stato dei freelance. Avevo pensato di limitarmi a leggere (per noi aveva già detto abbastanza Ilaria Maria Sala con altri autorevoli colleghi – Ricucci per citarne uno) ma poi mi è cascato l'occhio sul blog di Guia Soncini (tramitato via fb) così che mi ha preso una folgorante simpatia per Francesca anche se non la conosco, pur se ho visto che in passato ci siamo anche scambiati qualche mail. Capita tra freelance. Mi dà l'occasione per dire la mia su questa polemica, dibattito, querelle che riguarda tanti di noi del mestiere (e il mestiere in sé) e tanti, tantissimi lettori (per ricostruire la vicenda si legga Valigia Blu).

Intanto Francesca

Un merito l'ha certamente avuto e dev'essere pure brava se con un articolo ha prodotto tante reazioni, quindi molti lettori. Io non ho avuto modo di testarne le capacità e forse avrà i suoi limiti, ma chi prende la valigia e va, ha comunque il mio rispetto. Rischia la pellaccia e tanto basta. Ma a parte ciò Francesca ha sollevato un problema di denari. Giuda si vendette per trenta, a molti tocca per settanta. Ad altri ancora per meno (ho letto anche 2 o 15 euro a pezzo). Come si fa? Questo è un problema sindacale in un mondo dove il sindacato (l'unico che c'è) difende solo chi è assunto e qualche volta nemmeno quello. Da un po' si è accorto che la platea dei senza casta è in aumento ma non ha fatto molto. Un'iniziativa in questo senso sarebbe apprezzabile. Verserei volentieri a un sindacato dei freelance un tot all'anno per essere difeso, avere un tabellare e un avvocato cui rivolgermi, una tutela in sede istituzionale e legale etc. Non ho la forza e la voglia di mettermici io né credo lo farà la Fnsi, ma se qualcuno ci si prova sarò il primo grande elettore. Non vedo altra strada.

La classe non è acqua


Altre strade per la verità ce ne sono, come ha indicato il saggio manipolo degli ottimi Chinafiles, ma questo attiene alla modalità di lavoro, al profitto, al gruppo, al mercato come luogo di vendita e non al negoziato con l'editore che, da che mondo e mondo, si basa su un rapporto di classe: da una parte un soggetto potente dall'altra un soggetto debole. Uno ha i denari, l'altro la sua forza lavoro con tanto di catene annesse. Migliorare la qualità del nostro lavoro, fare alleanze editoriali, utilizzare i nuovi media è un adattamento (necessario) al mercato e ben venga ma non spezzerà la logica che sta dietro alla condizione misera in cui versano i precari del giornalismo. Quella la spezza solo un negoziato politico e dunque un sindacato. Quanto a Chinafiles mi sembra un ottimo modello anche perché assomiglia molto al lavoro che iniziammo a fare in quattro o cinque soci con Lettera22. Assomiglia ma ha una marcia in più e buoni suggerimenti. E qui vengo a un altro punto.

Giornalista di guerra o della guerra?


La qualità del lavoro. Che si può intendere in due modi. La prima è così ovvia che la accenno soltanto: essere onesti, con se stessi e con quanto si scrive per rispetto del lettore e dei colleghi. In questo, caro Iannuzzi (il direttore di Agl intervenuto sul caso), la lezione di Terzani resta insostituibile. L'uomo non fu solo maestro di penna ma anche di schiena dritta. Resta e resterà un modello. Ma non basta. Molto si è discettato di giornalismo di guerra. Se il giornalista di guerra è quello con l'elmetto che cerca storie e fa trasudare il sangue dai suoi pezzi a me personalmente è un giornalista che non interessa. Non pagherei nemmeno i famosi settanta euro. Ma è purtroppo quello che vuole la macchina del mercato e che ha sempre voluto l'informazione mainstream. Io invece credo che più che il giornalista di guerra ci sia il giornalista tout court. Magari ha una specializzazione specifica: c'è quello che va ad Aleppo e un altro che va in provincia di Salerno (guerre diverse ma guerre). Ma il punto resta quello. Cosa mi racconta? Lo scoppio della bomba, in un caso, e il cameriere col cranio sfracellato sulla porta di un bar? E' appunto una “storia” che dura lo spazio di un giorno. Il giornalista come si deve, a mio modesto avviso, deve farmi capire che succede e il racconto della stretta cronaca diventa al più un elemento di colore. Deve darmi un chiave di lettura: una chiave che io da lettore, qui adesso, non posso indovinare o percepire. Un buon giornalista delle guerre, io credo, mi deve spiegare cosa ci sta dietro quella foto che, in un primo momento e con gli schizzi di sangue a lato immagine, ha attirato la mia attenzione. Se il giornalista è anche un analista, se ha il coraggio di andar contro le sue convinzioni messe in crisi dal lavoro di terreno, allora si che rende un servizio. E poco mi interessa se è andato in prima linea (se è un tutelato o un fuori casta). La prima cosa che deve fare è portare indietro la pelle perché in questo lavoro si rischia anche senza andare in prima linea. Ma per farlo bene – vorrei aggiungere – non si possono usare taccuino, registratore, macchina da presa e fotocamera nello stesso tempo. Tutti quegli orpelli van bene per lo schizzo di sangue del fattaccio di cronaca (giornalistica ci mancherebbe). Obbligando noi freelance a quello e solo a quello, con tutto quel po' po' di immagini da selezionare, video da montare e “storie” (Iddio le stramaledica) da raccontare, non c'è mai il tempo di approfondire. Di dare quella chiave. L'unica che resta e che fa del nostro lavoro, per quanto umile, un tassello seppur piccolo della Storia. A chi me lo chiede dico “no grazie” al di là dei trenta, settanta, novanta denari.

Segue in ultima

Morale? Non c'è. Potrei rimandarvi a una famosa gag di Proietti sul cavaliere bianco e il cavaliere nero che alla fine, parafrasata debitamente, dice che a vincere è sempre il più forte: il mercato e il padrone della ferriera. Ma a me questo importa poco e mi è sempre importato poco. Cerco di raccontare la vita e se è il caso le guerre a modo mio anche se spesso mi dicono “grazie, non interessa”. Già visto, già sentito da che ho iniziato a fare questo che, come è noto, è il mestiere più bello del mondo ed è, per andar con stereotipi, sempre meglio che lavorare. Pago questo prezzo in attesa che tocchi a me la plancia di comando (come mi è capitato per brevi periodi) e che si possa investire nuovamente sul giornalismo di qualità. In attesa, il servizio completo (video, audio, scatto, scritto, barba e capelli) se lo facesse qualcun altro. A quei prezzi e a quella qualità – e se questo è il futuro del giornalismo - è preferibile tornare alla terra, alle braccia sottratte all'agricoltura. Senza catene se non quelle metereologiche.

L'ultima, condivisibile, uscita sul tema mi pare sia di Laura Eduati