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domenica 4 novembre 2018

La piccola lezione di Lettera22 venticinque anni dopo

Quel che si impara a fare, passate alcune decadi dal proprio genetliaco, è mascherare abbastanza bene le proprie emozioni.

Se non fosse così, ieri mi sarei lasciato andare a un pianto liberatorio di pura felicità. Si può piangere infatti anche per un eccesso di gioia e non solo di dolore. E se qualcuno avesse mai osservato il riflesso umido del mio occhio alla luce implacabile delle lampade del Salone dell’editoria sociale di Roma, vi avrebbe scorso una lacrima.

La verità è che vedere una sala stracolma di gente per i 25 anni di Lettera22 mi ha riempito di felicità e di orgoglio. E di fierezza per quelle brave giornaliste che hanno fatto la storia della nostra piccola associazione e che oggi sono personaggi pubblici, professioniste affermate, inviate coraggiose, innovative creatrici di altre nuove forme di giornalismo. Fin dagli esordi ho avuto per Lettera22 un’ambizione. Pensavo, volevo, credevo che avremmo scritto con quest’esperienza una pagina del giornalismo italiano. Una pagina nobile che potesse lasciare un’eredità. Affermavamo (ancora lo facciamo) alcuni principi tra cui quello che un buon giornalista è anche un ricercatore, che il lavoro si fa in gruppo e che – nel gruppo – non c’è un conducator ma, ben che vada, un primus inter pares. Infine, che il giornalismo si fa con la schiena dritta senza per questo fare gli integralisti che non cedono mai ad alcun compromesso. Oggi posso ben dire che ci siamo riusciti.

Il compromesso, ben inteso, c’è stato: coi giornali, le testate, le riviste, i gruppi editoriali, gli uffici stampa, i ministeri. Ma mantenendo una coerenza. Quando una quotidiano pubblicava un nostro articolo con un titolo che era il contrario del pezzo, prendevamo la rivincita titolando su Lettera22.it, dove pubblicavamo l'articolessa dopo che era uscita sulla testata dell’acquirente, col titolo e il sommario scritti da noi. Fare compromessi è un’arte necessaria del realismo ma non significa chinare la testa. Oggi questa esperienza ha 25 anni e ha dimostrato che quel piccolo pugno di ostinati giornalisti poteva crescere e dare il meglio di sé anche senza la tutela di una padre padrone in redazione. Abbiamo conservato quello spirito libertario e ieri lo abbiamo festeggiato – come amo dire – in un matrimonio mai celebrato e forse con alti e bassi. Ma consumato con ardore e passione.

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