Kanchanaburi - Una visita alla cosiddetta “ferrovia della morte”, quella che i giapponesi fecero costruire durante la II guerra mondiale per congiungere Bangkok a Yangon, è l’occasione per riflettere su come si racconta la Storia. Su chi e come la racconta. Su chi e come ne tramanda il ricordo.
Forse, quasi inevitabilmente - visto che sono stati soprattutto australiani, inglesi e olandesi a metterci i denari - i musei che ricordano il famoso ponte sul fiume Kwai e la tragedia sofferta da migliaia di esseri umani costretti ai lavori forzati per completare la ferrovia, celebrano il martirio dei soldati occidentali: impiegati come spaccapietre e posatori dei binari attraverso montagne impervie e una foresta rigogliosa per il caldo e le piogge ne morirono a migliaia. Di stenti, fame, malattie. Non furono i soli.
Lasciando stare “Il ponte sul fiume Kwai”, un film di David Lean del 1957 intriso di retorica coloniale, supremazia bianca e una enorme quantità di falsi, i musei (sono soprattutto due ma un po’ ovunque a Kanchanaburi- Thailandia centrale - si ricorda la vicenda) sono ben fatti, ricchi di materiali e spiegazioni. Ci son bandiere, medaglie, fotografie, cimiteri curatissimi. Ma c’è anche un grande assente: i romusha. A ricordarli c’è solo qualche raro indizio.
I romusha erano lavoratori forzati reclutati dall’Impero giapponese durante la Seconda guerra mondiale nei territori occupati del Sudest asiatico. Il termine viene dal giapponese e vuol dire “lavoratore”, ma durante la guerra erano in realtà veri e propri schiavi. Provenivano dalle Indie orientali olandesi, dalla Birmani, Thailandia, Vietnam, Malaysia, Singapore. Si stima che tra 4 e 10 milioni di persone siano state mobilitate come romusha. Alla ferrovia della morte pagarono un tributo enorme: almeno 90mila vittime contro le 12.500 tra i 60mila prigionieri di guerra occidentali.
Con un numero cosi alto non ci dovrebbe essere qualcosa in più che qualche targhetta qui e là, rari fotogrammi, quasi nessun nome?
La ferrovia della morte fu una ferrovia di morte soprattutto asiatica per i figli di una terra che Tokio voleva liberare. Ma la Storia li ha sepolti con le macerie di quella inutile carneficina.



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