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mercoledì 13 maggio 2026

Ciao Claudio


“I
l nome della mia famiglia deriva dal siriano Salam Afi”, mi dice Claudio. E io: “Il mio dalla Giordania”. Eravamo fratelli dal sangue semita tutti e due, scoprimmo allora. Correva l’anno 1974 e io avevo raggiunto Claudio e altri amici a Mljet col mitico “Paglia” che poi tornò indietro da Istanbul “perché in Italia c’è aria di golpe”. Era l’inizio del mio (e del loro) “viaggio all’Eden”, la rotta che portava noi milanesi fino a Katmandù. A Mljet c’era una truppa di manzoniani (il liceo d’élite di Milano) che conoscevo appena: Francesca, Paolo, Manuela, Ludovica e i due fratelli Salafia appunto. Mljet, una scoperta che dovevamo a  Stefano Segre, era il prologo: ebbi una bizzarra storia d’amore tossico con una bionda ragazza slava che, credo, non lasciò nulla a nessuno dei due. Lei faceva parte di un gruppo di giovani fricchettoni di Belgrado, alti e belli e molto simpatici. Tra loro – ricordi Claudio? - c’era anche un ragazzotto di Sarajevo un po’ impacciato, coi capelli corti e voglia di far parte del gruppo. Io conoscevo poco i manzoniani se non per qualche frequentazione politica intermittente nelle manifestazioni che attraversavano quegli anni o per qualche incursione in casa di questo o quello a progettare viaggi orientali. Ma il “corso accelerato di amicizia” – come direbbe oggi Mario Dondero – funzionò alla grande e così tutti assieme costituimmo la piccola comitiva che dalla Jugoslavia portava in Turchia, Iran, Afghanistan. 

Tra Herat e Kabul  incontrammo altri amici – Spratt, Giovanni, Tito, il Cerquetti – e ci separammo. Ricordo che Claudio si era comprato un’elegantissima shalwaz kameez forse fatta su misura da un sarto. Bello com’era, Claudio era di quelli su cui anche uno straccio diventa un oggetto di raffinata eleganza. Alla fine sparì. Con lui lasciarono Kabul suo fratello Fulvio e Ludovica, la sorella di Manuela, per la quale, non lo nego, avevo sviluppato una piccola passione rimasta sempre segreta. Con gli altri proseguimmo sino a Peshawar e poi a Lahore dove se non sbaglio  ci separammo. C’era con noi anche il prode Marc Charrier, un francese che ho molto amato e con cui facemmo – ormai senza una lira – un lungo viaggio sino in Kashmir a poi a Delhi dove venimmo salvati, smagriti e senza orizzonti possibili, dall’arrivo di un’altra allegra comitiva, questa volta di carducciani: Guido, Davide, Chiara, Marco.

Adesso, caro Claudio, che anche tu te ne sei andato, cerco di stemperare la tristezza e il dolore che accompagnano la morte - che con te ha già portato via Guido e Marc e Tito e Spratt e molti altri– ricordando quei momenti di felice incoscienza con la scoperta,  allora, che un altro mondo era già possibile se solo avevi voglia di infilarti uno zaino sulle spalle. Zaini militari scomodissimi colmi di vestiti inutili che vendevamo per comprarci camicioni indiani, stretti pijama bianchi di kadi, sciarpe colorate, camice afgano-tagiche con l’apertura a triangolo sul petto, fantastiche giacche-camice nepalesi con l’allacciatura laterale. E a contorno di tutto ciò grandi fumate, commerci improbabili, violazione di diversi codici e leggi ma accompagnati da una nuova etica aperta delle relazioni condite dall’impazienza di arrivare a Durbar Square e completare il viaggio all’Eden come si doveva.

Dunque Claudio, fai buon viaggio. Non so se sono verdi praterie, un nulla cosmico senza ritorno o la possibilità di reincarnarsi nella ruota infinita che l’Oriente ci aveva rivelato. Io ti ringrazio per questi ricordi, per quel tuo sorriso largo di grandi risate, la testa ricciuta da siriano, la bellezza, la simpatia e tutti i lati migliori del tuo potente carattere. Da qualche parte dove sei, dai un occhio alla vecchia compagnia. Accompagnaci con una delle tue risate.

In questa foto, forse di Paolo Castaldi, Claudio e alla sua sinistra Francesca, Tito, Manuela in uno scatto italiano dopo il viaggio all’Eden

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