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giovedì 21 luglio 2016

La lunga notte dei pronunciamenti militari turchi. Che una volta piacevano

Dal fez alla visiera
In politica la memoria è sempre un buon esercizio. Tutti in effetti hanno riportato i colpi di Stato che hanno costellato la Turchia contemporanea ma non molti hanno ricordato chi allora, anziché stracciarsi le vesti, chiuse un occhio quando addirittura non aiutò più o meno direttamente la manina militare. Per venire a tempi più recenti si può ricordare l’apprezzatissimo golpe algerino (1992) dopo la vittoria islamista alle elezioni e, in tempi ancor più prossimi, il putsch di Al Sisi (2013), anche quello tutto sommato salutato con favore, come sa bene il nostro premier che, prima che il caso Regeni ci mettesse con l’Egitto ai ferri corti, salutò il generalissimo come «grande statista». Era in buona compagnia perché la condanna del golpe fu piuttosto freddina a livello internazionale. Appena più calorosa delle rimostranze per l’invasione saudita del Bahrein o della guerra dei Saud nello Yemen. Nel caso turco, la presa di distanza americana è invece arrivata subito, prima ancora che il golpe fosse concluso. Erdogan è tutto sommato una sorta di garanzia anche se la sua virata filorussa rischia di far aumentare l’allarme su un personaggio che, seppur eletto, sta ora facendo il golpe istituzionale che gli permette di far le pulizie di fino. Ci son sempre pesi e misure insomma. A seconda di cointesto e convenienze. E in passato?