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sabato 2 febbraio 2019

Sempre caro mi fu...Cronache (positive) da Collebeato

Collebeato com'è oggi.....
Se i nomi bastassero e se stessi, il Comune bresciano di Collebeato sarebbe già a posto con quello che si ritrova. Ma la cornice collinare che sovrasta questo borgo alla periferia nordorientale di Brescia, da cui lo separa il fiume Mella che scende dalla Val Trompia, correva il rischio di essere tutt’altro che beata. Soprattutto il colle che sovrasta il Paese, ambito come quello di altre zone diventate, dal Dopoguerra, terreno di conquista di prime e seconde case: villette nella migliore delle ipotesi. Negli anni Settanta però l’amministrazione locale impone uno stop al consumo del suolo, specie in collina. In seguito fa di più: acquisisce l’area dove è sorto negli anni Cinquanta un cementificio, un ecomostro che poi sarà demolito e trasformato in un centro sportivo comunale. E ancora, inizia una maratona per trovare i finanziamenti che stanno trasformando in parco l’intera area collinare, nota una volta per i suoi pescheti e ormai sfuggita all’assalto delle villette. Una rete ecologica dove è tornata in forze la “Ballerina bianca” e dove negli ultimi anni viene a sostare la “Garzetta”, un trampoliere candido dal lungo becco nero. Vale davvero la pena di andarci a Collebeato. Se non altro, una volta tanto, per raccontare una buona notizia.

Com'era ieri in una foto d'antan.
 Sotto: l'ecomostro distrutto
L’anticamera del Paese, se ci arrivate da Brescia, non è esattamente una bellezza. Prima di attraversare il Mella ed entrare a Collebeato, la periferia di Brescia vi accompagna con l’anonimità di un quartiere post industriale, con piccole e grandi fabbriche, capannoni e depositi in buona parte rovinati dal tempo e dall’abbandono. C’è anche una vecchia fabbrica di cui resiste – puntellata - una facciata interessante di mattoni rossi, in attesa forse di riqualificazione. L’ingresso a Collebeato è invece una piccola sorpresa: case basse e ben conservate sotto una collina ricoperta di boschi appena sopra un’area agricola abbastanza estesa che circonda il borgo. Il palazzo comunale è un edifico antico senza troppe pretese nel centro del Paese.

E’ li che ci riceve Antonio Trebeschi, il sindaco che rappresenta la continuità di una scelta ambientale nata già diversi anni fa ma concretizzatasi poi con forza – e sforzi non indifferenti – nei primi anni di questo secolo. Nel 2002 infatti il Comune acquista 55mila mq - su cui si trova un cementifico sorto negli anni Cinquanta e ormai in disuso - e altri 155mila mq di superficie collinare che comprendono la cava che serviva alla fabbrica per produrre il cemento. E’ una fetta di collina ferita, con un ecomostro di oltre 2500 mq di superficie alto più di 16 metri e sormontato da una ciminiera di 34 tra altri capannoni e manufatti industriali con un volume in degrado di circa 50mila metri cubi. «Nel Dopoguerra – spiega Trebeschi – un sacerdote molto famoso
nella zona, Padre Marcolini, aveva creato CemBre (Cementifico Bresciano) per produrre il cemento richiesto dalla costruzione in tutta la provincia di villaggi realizzati con la cooperativa La famiglia». Le intenzioni di Marcolini erano probabilmente ottime in quegli “Anni della fretta”, come li ha definiti Giacomo Corna Pellegrini – geografo bresciano e democristiano – che ha raccontato anni fa in un saggio il desiderio della classe dirigente della Repubblica di dare a tutti case e servizi. Dopo una decina d’anni le cose cambiano e la struttura viene ceduta a Italcementi. Che nel 1971 la chiude. «All’inizio – continua Trebeschi – per i collebeatesi fu un sollievo dalla polvere prodotta dalla struttura che tra l’altro minacciava la tradizionale coltura del pescheto». Ma bisognava fare di più.

Il Centro sportivo comunale. Sullo sfondo la collina delle pesche
Fatto il passo per acquisire strutture e terreni, nel 2009 si inizia ad abbattere l’ecomostro che, tra il 2011 e il 2013, diviene un Centro civico sportivo. Quanto costa l’operazione? Tanto, dice Trebeschi: «Quasi due milioni di euro solo per l'acquisto, con risorse ottenute dall'alienazione di un terreno comunale». Poi altri 800mila euro accendendo due mutui per demolire e ricostruire. «Eppure – conclude Trebeschi – i cittadini hanno capito e ci hanno sostenuti», premiando l'amministrazione di sinistra alle elezioni. Il percorso non è stato facile: il Comune ha fatto accordi con privati, partecipato a bandi, cercato risorse aggiuntive, acceso mutui sempre col rischio di non farcela. Ma adesso l’ecomostro è solo un ricordo in bella mostra in una fotografia aerea di Collebeato “prima” dell’intervento.

La sensibilità di Collebeato non finisce con la coscienza ambientale, col cementifico o col progetto di un corridoio ecologico tra fiume e colline. Oltre ad aver aderito alla campagna “Accogli come vorresti essere accolto”, si è declinata anche nella firma che Collebeato ha messo in calce all’adesione al Trattato per la messa la bando delle armi nucleari che l’Onu ha chiesto anche all’Italia di ratificare. Per adesso lo hanno fatto solo i Comuni che aderiscono all’iniziativa “Italia Ripensaci” e alla campagna promossa dai “Mayors for Peace”. Nel bresciano i firmatari – con la stessa Brescia e l’amministrazione provinciale – sono già un quarto del totale dei municipi. Inutile forse dire che Colleabeato è stato tra i primi.

Questo articolo è uscito sull'inserto green de il manifesto giovedi scorso

venerdì 11 maggio 2018

La morte di Sana tra verità e sciacallaggio

Mustafa Ghulam, il padre di Sana Cheema, già in stato di fermo da tre settimane e ora agli arresti in Pakistan con altri due famigliari, ha confessato di aver ucciso la figlia, morta a casa dei genitori il 18 aprile scorso. La confessione del padre della ragazza - che abitava a Brescia ed era venuta in visita a Gujrata nel Punjab, chiude il cerchio di una vicenda messa in luce dal Giornale di Brescia e che era diventata un giallo anche per le autorità pachistane. Ma proprio il clamore delle notizie in Italia aveva convinto la giustizia del Paese dei puri e riesumare il cadavere e a praticare l’autopsia.

I risultati del Punjab Forensic Laboratory – responsabile del distretto di Gujrat dove risiede la famiglia - hanno svelato mercoledi che la ragazza non era morta per un attacco cardiaco, come i suoi famigliari avevano detto, ma per strangolamento: facendosi aiutare da uno dei figli maschi – così riferiscono i media locali – il padre l’ha soffocata fino a romperle l'osso del collo, come ha evidenziato l'autopsia eseguita sul corpo disseppellito in aprile. La confessione non fa oggi che confermare l’evidenza dell’esame autoptico.

Scelte editoriali. Diversi media hanno subito dato
 per scontato, oltre all'omicidio, anche il modo barbaro
con cui sarebbe stato eseguito dai pachistani
Sana, 25 anni, cresciuta a Brescia (che ha aperto un fascicolo) dove lavorava e aveva un fidanzato, sarebbe stata uccisa per aver rifiutato un matrimonio combinato ma su questo si tratta per ora soltanto di ipotesi non ancora confermate in ambito giudiziario. L’iter, che con la confessione di ieri apre le porte del carcere per i colpevoli, è dunque quello di un procedimento che parte da un’accusa di omicidio per strangolamento. Per ora gli arrestati sarebbero tre: Mustafa, il padre (che, come la figlia, ha cittadinanza italiana), il fratello Adnan, e lo zio Iqbal Mazhar. Ma le cose si mettono male anche per un cugino di Sana ( e forse anche per la madre) che avrebbe trasportato il cadavere fino al luogo di sepoltura. Infine c’è il medico che ha firmato il certificato di morte anche se sarebbe stato proprio il dottore ad accusare la famiglia, come ha spiegato all’Ansa Raza Asif, segretario della comunità pachistana in Italia. Una comunità che ha preso subito le distanze da qualsiasi giustificazionismo e che ha anche dovuto difendersi dalle strumentalizzazioni sempre in agguato (alcuni media e lo stesso Matteo Salvini avevano scritto su fb di una ragazza “sgozzata”).
Stando alle ultime ricostruzioni, padre, zio e fratello avrebbero anche avuto in mente una fuga in Iran ma le autorità pachistane hanno agito con rapidità e fermezza smentendo un lassismo che viene di solito attribuito al Paese asiatico.

Difficile dire cosa succederà ora: il Pakistan ha sospeso la moratoria sulle esecuzioni capitali e dunque il padre e forse anche i complici rischiano persino la pena di morte, a maggior ragione dopo tanto clamore internazionale sulle vicenda. Difficile per gli avvocati ricorrere all’escamotage del delitto d’onore perché qui si tratterebbe di un omicidio preventivo dovuto forse a un semplice rifiuto verbale della ragazza. In Pakistan inoltre sono molto attivi movimenti e associazioni della società civile che hanno messo sotto accusa leggi che ancora prevedono che tali delitti siano in qualche modo giustificati.

Sui giornali pachistani il caso ha fatto rumore: e nonostante i molti passi avanti della società pachistana – dove il delitto d’onore è ormai sempre più spesso messo sotto accusa dagli attivisti come dalla magistratura – il timore è che il caso di Sana – purtroppo non l’unico – possa alimentare odio e discriminazione verso una comunità numerosa che risiede e lavora nel nostro Paese.

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto