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sabato 30 maggio 2015

Migranti e polemiche nel Sudest asiatico

  • Aung San Suu Kyi
    Travolta dalle polemiche
Una riunione dove sono invitati 17 Paesi ma che i ministri degli Esteri snobbano. Un summit sulla crisi dei migranti ma nel quale la parola rohingya è tabù. Un vertice dove tutto viene rimandato, il Myanmar fa la voce grossa e il dramma dei profughi  asiatici resta un’emergenza senza risposta. E, sullo sfondo, l’immagine piena di crepe di Aung San Suu Kyi: un’icona internazionale dei diritti che sembra andare ogni giorno di più irrimediabilmente in pezzi dopo che persino il Dalai Lama, pur con la consueta gentilezza, l’ha censurata. E’ la sintesi di una giornata nella quale il vertice convocato a Bangkok sulla crisi ha visto il Myanmar al centro dei riflettori ma senza che alla fine si concludesse granché: i birmani avevano del resto minacciato di far addirittura saltare il  summit se la parola rohingya fosse anche solo apparsa sugli inviti. Un buon inizio.

mercoledì 5 ottobre 2011

SE ANCHE PRETORIA DICE NO


La settimana scorsa il vicepresidente sudafricano Kgalema Motlanthe ha fatto una visita in Cina di quattro giorni firmando
accordi a destra e a manca. Negli stessi giorni il
ministero degli Esteri del suo Paese valutava la richiesta di visto
del Dalai Lama, invitato dal Nobel Desmond Tuttu a festeggiare
il suo 80mo compleanno. Ci sarà un nesso tra la visita di Kgalema
e il fatto che quel visto non è mai stato consegnato? Pretoria
nega di aver subito pressioni da Pechino. Oceano di saggezza
non fa polemiche. La ruota del karma in effetti gira. Anche se,
nel caso del Sudafrica, è la seconda volta che si arresta alla casella
“Terra di mezzo”.

martedì 10 marzo 2009

LA SOLITUDINE DEL LAMA

La prova del fuoco avviene nella seconda metà di novembre dell'anno scorso. Lo scenario: Dharamsala, Nord dell'India. La platea: oltre seicento tra monaci, parlamentari, ex ministri, associazioni e altre figure chiave dell’amministrazione tibetana in esilio. Sostenitori del ruolo di Oceano di Saggezza ma anche dissidenti. Più o meno radicali. Il nodo: capire se il Dalai Lama è ancora il leader, oltreché spirituale, anche politico di un movimento che conta centinaia di migliaia di aderenti e, tra i non tibetani, forse milioni di sostenitori. Che scalpitano.

Ormai non è più un mistero che all'interno del movimento tibetano dell'esilio, almeno cinque organizzazioni “giovanili” (Tibetan Youth Congress, Tibetan Women's Association , Gu-Chu-Sum Movement of Tibet , National Democratic Party of Tibet e Students for a Free Tibet) abbiano raccolto le primigenie rivendicazioni della diaspora ma soprattutto le indicazioni che vengono da oltre la “cortina di bambù”, dietro alla quale è sigillato il Tibet storico. Sono queste nuove associazioni gli organizzatori e il motore principale della “Marcia” che, nel marzo scorso, incendia letteralmente la regione autonoma. Una marcia verso il Tibet la cui partenza è fissata proprio da Dharamsala. Uno schiaffo politico al Dalai Lama, prima ancora che ai cinesi.

Durante i moti del marzo 2008, che si estendono a macchia d'olio nello stesso Tibet ma anche in India, in Nepal e in numerose capitali europee o nelle principali città americane, diventa manifesta quella che è stata chiamata la “solitudine del Dalai Lama”, un uomo la cui “Via di mezzo”, infarcita di cautele e – dicono i suoi detrattori - improvvide aperture ai cinesi, sta costando cara....Continua, con altri servizi sul Tibet, su Lettera22