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domenica 19 novembre 2017

Il Bangladesh alle porte di casa

L'Europa dello sfruttamento: l'ultimo
rapporto della Campagna Abiti puliti
Il Made in Europe della moda anche italiana investe e delocalizza in Europa Orientale. Ma il conto lo paga chi lavora

In Serbia, alle porte di casa nostra, la “soglia di povertà” per una famiglia di quattro persone viene calcolata a 256 euro. Ma il salario medio netto di un lavoratore dell’industria del cuoio e delle calzature arriva a 227 e a soli 218 nell’industria dell’abbigliamento. Se poi viene applicato il salario minimo legale netto, siamo a 189 euro. E’ la politica di incentivi che Belgrado ha deciso di applicare a diversi settori industriali per rilanciare l’economia e attirare investimenti. Regali alle aziende straniere, tra cui molte italiane, formalmente pagati dallo Stato ma di fatto dai lavoratori. Qualche nome? Armani, Burberry, Calzedonia, Decathlon, Dolce & Gabbana, Ermenegildo Zegna, Golden Lady, Gucci, H&M, Inditex/Zara, Louis Vuitton/LVMH, Next, Mango, Max Mara, Marks & Spender, Prada, s’Oliver, Schiesser, Schöffel, Top Shop, Tesco, Tommy Hilfiger/PVH, Versace. E ancora Benetton, Esprit, Geox e Vero Moda. Solo questione di soldi?

Nel luglio scorso la stampa locale riferiva di lavoratrici costrette a indossare gli assorbenti per evitare di interrompere il lavoro per andare in bagno. L’episodio era riferito alla fabbrica Technic Development Ltd di Vranje, società controllata di Geox, marchio italiano di abbigliamento per uomo, donna e bambino, noto per le scarpe “traspiranti”. La denuncia è costata il lavoro a Gordana Krstic, eppure quella storia non ha trovato eco sulla stampa italiana, un po’ distratta sulle questioni del lavoro delocalizzato. Ma non siamo in Bangladesh o in Cambogia e la fabbrica in questione occupa 1400 operai. Con salari netti medi (compresi straordinari e indennità) di 248 euro, meno della soglia di povertà. Straordinari che arrivano anche a 32 ore settimanali contro le 8 ammesse dalla legge. Sono i conti della moda.

Se sappiamo queste cose è perché un gruppo di attivisti della Clean Clothes Campaign (in Italia Abiti puliti) ha appena pubblicato un rapporto sui salari e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Non solo Serbia: in Ucraina, nonostante gli straordinari, alcuni lavoratori guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere di oltre 400. E anche se in in Slovacchia si arriva a 374 euro siamo sempre sulla soglia del salario minimo legale, quello – per intendersi – che non serve a mantenere una famiglia e forse nemmeno una persona. Anche tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, Geox, Triumph e Vera Moda.

domenica 27 marzo 2016

La favola dell' “integrazione”

Tutte le volte che la guerra altrove guerreggiata bussa alle porte di casa nostra, la domanda si ripete. Ma questi islamici che vivono tra noi, e da noi così diversi, si sono integrati? Si vogliono o no integrare nelle società che li ospitano accettandone i valori fondanti? Sentir far queste domande in televisione al musulmano di turno e vederne l'imbarazzo nel tentativo di dare la risposta che vada bene all'intervistatore, ha un che di penoso e umiliante. Come se integrarsi fosse un dovere e non un diritto. Chi è ospite in un Paese deve infatti rispettarne le regole, le leggi e le tradizioni ma non per questo è obbligato a condividerle. Non è questione di relativismo culturale ma di rispetto: il rispetto che si deve a chi vive in mezzo a noi ma non ha nessuna intenzione di integrarsi se questo vuole dire condividere, per amore o per forza, i nostri valori. Se per avventura andassimo a lavorare in Arabia saudita, saremmo obbligati a rispettare codici che non condividiamo ma nessuno può chiederci l'integrazione in quella società. Vale anche in un Paese europeo o negli Stati uniti. Possiamo osservare le leggi ma nessuno può costringerci ad approvare la pena di morte o il rito del pub al sabato sera che impone di ubriacarsi sino a stare male.


Nella convinzione che i nostri siano i valori della civiltà più avanzata del pianeta facciamo fatica ad accettare che qualcuno non li condivida. E ci pare assurdo che un musulmano praticante, pur non essendo un terrorista, possa continuare a pensare che le nostre società sono la terra dei miscredenti e che quindi ci si può vivere ma mantenendo le distanze. L'integrazione è solo una bella favola e non solo perché le nostre paure ne impediscono comunque la realizzazione ma perché ognuno è libero di integrarsi se vuole oppure di rimanere convinto delle sue convinzioni. Solo un mondo senza frontiere, in cui l'identità non sia una vessillo ma solo una delle tante risorse, è quello di un'integrazione possibile basata sul rispetto della diversità. Ma questo è un mondo di frontiere, per lo più chiuse e per lo più disegnate da noi, in cui si è accettati solo se si condivide e si abiura. Ha ragione lo storico indiano Dipesh Chakrabarti: dovremmo "provincializzare l'Europa", renderci conto che non siamo il Verbo, che la civiltà è un progresso comune e che possiamo persino imparare dagli altri. Senza pretendere che ci assomiglino e senza essere obbligati ad assomigliare a loro.

venerdì 25 marzo 2016

Migranti: un piano Ue per fermare gli afgani

E' un'Europa poco unita, molto spaventata e molto preoccupata quella che, agli inizi di marzo – due settimane prima del famigerato accordo sui migranti illegali firmato con Ankara – si trova attorno a un tavolo a Bruxelles per cercare di porre rimedio a un'invasione dall'Afghanistan, il primo Paese al mondo produttore di profughi, con oltre cinque milioni di persone fuori dai suoi confini e un milione di soli sfollati interni. E' un'invasione che nel 2015 ha messo a bilancio numeri senza precedenti dal Paese dell'Hindukush. Che ha visto cercare la via dell'Europa a oltre 213mila clandestini afgani e ha contato 176.900 richieste di asilo politico. Numeri ritenuti troppo alti. Tanto che per 80mila fra loro la Ue paventa il ritorno a casa. Che lo vogliano o no.

E' questo il quadro che emerge da un documento confidenziale discusso a Bruxelles il 3 marzo scorso e reso pubblico da Statewatch, organizzazione di monitoraggio delle libertà civili in Europa. Il Paese della guerra infinita, che conta 2,5 milioni di rifugiati in Iran e 2,9 in Pakistan e che in casa deve gestire un milione di senza casa, ora presenta il conto anche a noi.

domenica 14 ottobre 2012

SE LA UE PRENDE IL NOBEL

“Grottesco” mi sembra davvero il termine più appropriato per definire il Nobel per la pace all'Unione europea appena tributato dal comitato che in Norvegia sceglie chi, si suppone, si sia battuto nel 2011 per la pace. La motivazione riguarda l'impegno europeo a garantirla nei suoi ormai vasti confini e la capacità di mettere assieme vittime e carnefici, amici e ex nemici. Tutto vero, ma nel 2011 la Ue cosa ha fatto per garantire o promuovere la pace nel mondo oltre che nei suoi confini entro i quali ormai da decenni non si combatte più?
Mi pare che uno dei capi di Stato membri della Ue abbia promosso e favorito una guerra di bombardamenti aerei cui si è piegata anche l'Italia con un'imbarazzante dichiarazione di Napolitano e un'acquescente sostegno poco motivato del nostro parlamento. Una guerra a suon di bombe condotta dalla Nato i cui numeri (per quel che concerne le vittime) non conosciamo e che, col senno di poi, appare un'evidente scelta per controllare, più che lo spazio democratico, lo spazio petrolifero. Cosa fece l'Europa per tentare con ogni mezzo pacifico di evitare il conflitto? A me pare che non abbia fatto nulla Altra zona del mondo, altro conflitto: Afghanistan. Gli europei, e nemmeno tutti se si pensa alla Gran Bretagna, han cercato di essere meno belligeranti dei loro cugini americani nel conflitto che da trent'anni dilania il Paese. Ma sono sempre stati zitti sui bombardamenti, sulle vittime civili, sullo stallo del processo negoziale. Se si esclude la Turchia, che non è nella Ue, l'Unione europea in Afghanistan non ha fatto niente per la pace. Semmai per la guerra, compresa una spesa imbarazzante sul piano militare che sta nel rapporto 9 a 1 rispetto all'impegno civile. Dunque....
Dunque questo premio mi pare fuori luogo. Avrei trovato più onesto darlo ad Hamid Karzai o alla Turchia a cui invece prudono le mani (nel 2012) nei confronti della Siria. Credo che il Nobel della pace non si debba dare a chi fa la guerra ma a chi promuove la pace e forse, visto in quest'ottica, acquista un senso quello che, tra mille polemiche, venne attribuito a Kissinger e Le Duc Tho nel 1973. Entrambi erano soggetti di guerra che però rappresentavano anche il tentativo di uscire da quel conflitto, che terminò due anni dopo, coi negoziati di Parigi. Io a Kissinger non l'avrei dato (nemmeno col senno di poi) ma mi sembra davvero che nemmeno la Ue, che non sa ancora neppure chi andrà a ritirarlo, se lo sia meritato.

sabato 13 febbraio 2010

PREMIO GIORNALISTICO TRANSEUROPEO

From A to B – TransEuropa Journalism Award
Where did we start? Where are we now? Where are we going?



It is time to be Active and to Believe in your abilities around Europe. The 'From A to B' contest is about YOU – your world and your moves! Where are you coming from and where are you going? From A to B tells a European story, the story of people who move around the continent. A and B are variables, and it's up to YOU to fill them with life. The topic of the contest is „Mobility in Europe“ in all aspects: tell a story or create a report about love, travel, work, study or anything else you consider as connected to mobility in Europe, its development, and its horizons. Submissions can be a Text, a Photo, a Video or an Audio file.

Prizes: The contest prize will be a Trip to Bologna to attend and report on the activities of Transeuropa Festival. The contest winners will be awarded during the event. Additionally the winner with the best Audio or Video submission will get an Adobe® Software packet (Creative Suite® and Photoshop). The winner in the Photo category will win an Adobe® Photoshop packet and the winner in the Text category will get 250 Euro.

Deadline: 20 April 2010

Participants: All Young media enthusiasts from 18 to 35 years old living in geographical Europe.

Promoted by: European Alternatives, Youth Press Italia, Youthmedia and the European Youth Press.

Per saperne di più

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