Il primo giorno del prossimo mese di aprile il Myanmar avrà, dopo più di cinquant'anni di regime militare, un presidente in abiti civili. Si chiama Htin Kyaw, ha settant'anni, gode della stima di molti birmani e – quel che fa la differenza – della piena fiducia di Aung San Suu Kyi, la vera vincitrice di questa vicenda che si trascina da anni attraverso arresti domiciliari per lei e una persecuzione mirata degli uomini e delle donne del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd). La gestazione di questa elezione è stata lunga e, si può ben dire, sofferta. Comincia nel novembre scorso (ben prima in realtà) quando la Lega fa il pieno alle elezioni parlamentari. Un successo a valanga, senza brogli e intimidazioni. Con qualche ombra ma, in sostanza, col marchio della trasparenza e della legalità sul voto popolare. La maggioranza in parlamento può dunque permettersi di non temere più la presenza dei militari che hanno comunque il 25% dei seggi garantiti e un indiretto potere di veto sul cambiamento della Costituzione, che si può modificare solo col 75% del voto parlamentare.
