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venerdì 28 agosto 2015

Quel treno per Jaffna

Dopo un lungo tira e molla durato anni, la Commissione Onu per i diritti umani pubblica il suo rapporto sulla strage dei tamil del 2009 in Sri Lanka. Il governo lo riceve in queste ore in anteprima. Ma la giustizia sembra davvero lontana. Reportage dal sogno del Tamil Eelam (le puntate precedenti sono state pubblicate in gennaio) 

Il treno si ferma nel cuore della notte in una piccola stazioncina senza nome della linea Colombo Jaffna. In realtà è arrivato al confine della regione tamil di Vanni, che nello Sri Lanka comprende quattro distretti che, con la penisola di Jaffna, formano la terra tamil. Salgono i militari, fucile spianato, giovanissima età, quasi nessuna parola fuor della loro lingua. Chiedono il passi per poter varcare la frontiera immaginaria tra lo Sri Lanka a maggioranza singalese e l'area dove la maggioranza è invece formata da tamil in gran parte induisti, una comunità venuta dall'India del Sud secoli fa. Come del resto i singalesi, adesso in maggioranza buddisti. Non capiamo o fingiamo di non capire: il passi non l'abbiamo. E' il gennaio dell'anno scorso e ci sono appena state le elezioni, conclusesi con la disfatta del regime di Mahinda Rajapaksa, l'uomo che ai tamil ha fatto la guerra per anni e che, alla fine, l'ha vinta con una strage. Senza giustizia, nella piena impunità. Il passi lo avevano levato ma adesso chissà, sembra di nuovo in vigore, forse per via delle elezioni. Gentilmente ma fermamente ci fan scendere la treno. La notte è umida e fresca ma non c'è nemmeno un po' di luna a rischiarare un paesaggio così buio che nemmeno le mostrine dei soldati han l'occasione di brillare. Nella stazione non c'è anima viva oltre le divise verdi. E nonostante due giovani reclute di sesso femminile che ridacchano tra loro rompendo la tensione, un brivido gelato corre lungo la schiena. Questa è terra di esecuzioni sommarie.

Una lacrima nell'Oceano indiano
E invece dopo un po' arriva un camion militare e si arriva velocemente al posto di blocco: un'enorme
caserma con un palo abbassato. C'è una fila di tamil e qualche turista, come noi senza passi. «L'avevano levato», protesta un tamil con passaporto britannico che viene trattato – a casa sua – come uno straniero. Chi è partito all'estero – e forse per questo si è salvato – paga questo prezzo. Uno di loro ci dà un passaggio la mattina dopo quando, dopo un fax a Colombo, veniamo liberati. La carreggiabile A9 verso la penisola di Jaffna corre tra due ampi margini di terra aggrediti dalla foresta e del tutto incolti, interrotti da qualche grossa fattoria che sembra appena impiantata. «Lo è – dice l'autista – sono terreni confiscati e alienati a singalesi mandati qua per ripopolare un'area che è stata svuotata di noi tamil. Non ci sono case lungo la strada? Sono state distrutte, la gente cacciata. E i terreni adesso dati a militari che hanno finito la ferma. Per loro c'è acqua, pozzi, sementi. Per noi persino l'obbligo di non celebrare i nostri morti». Torna quel brivido lungo la schiena. Gelato e affilato come la lama di una baionetta.