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venerdì 19 agosto 2011

OMAGGIO ALLA LUCE

Nur
(Luce)
Viaggio nell’altro Afghanistan.
Venezia Mostra fotografica dal 5 agosto al 1° ottobre
Loggia Foscara, Palazzo Ducale

Fotografie di Monika Bulaj

Spiega Monika Bulaj: "Un viaggio solitario nella terra degli Afghani. Dividendo il cibo, il sonno, la fatica, la fame, il freddo, i sussurri, il riso, la paura. Spostandosi con bus, taxi, cavalli, camion, a dorso di yak. Dal confine iraniano a quello cinese sulle nevi del Wakhan, armati soltanto di un taccuino e una Leica, fatti per l’intimità dell’incontro.
Balkh, Panjshir, Samanghan, Herat, Kabul, Jalalabad, Badakshan, Pamir Khord, Khost wa Firing. Uno slalom continuo per evitare i banditi targati Talib, seguendo la complicata geografia della sicurezza che tutti gli afghani conoscono. Parlando con gli afghani, ho scoperto che la guerra è una macchina miliardaria che si autoalimenta e che pur di funzionare arriva al punto di pagare indirettamente tangenti allo stesso nemico.

Rifiutando di viaggiare con un’unita’ militare – ‘embedded’ – protetti da un elmetto in kevlar, ho ritrovato un mondo che dalla Maillart a Bouvier gli europei amarono e che ora, dopo dieci anni di presenza militare, abbiamo rinunciato a conoscere. La culla del sufismo e di un Islam tollerante che, lì come in Bosnia, l’Occidente si ostina a ignorare. Un mondo odiato dai Taliban e minacciato dal nostro schema dello scontro bipolare.

Un Paese nudo e minerale
, dove un albero ha una maestà senza eguali e l’individuo non ha spazio per l’arroganza. Deserti dove il richiamo “Allah u Akhbar” suona più puro che altrove. Una terra abbacinante, dai cieli sconfinati, e così inondata di sole che bisogna rifugiarsi nell’ombra – interni, albe e crepuscoli – per ridare un senso alla luce, al fuoco, ai bagliori dello sguardo.
Un Paese disperato, dove la donna è schiacciata dal tribalismo e l’oppio è la sola medicina dei poveri, ma dove una straniera può essere accolta in una moschea e l’incantamento dello straniero è vissuto come una benedizione.
Una terra dove si rischia la vita solo andando a scuola e dove nelle periferie disperate i bambini si svegliano alle quattro del mattino per andare a prendere l’acqua con gli asini. Ma anche un Paese d’ironia, capace di ridere nei momenti più neri, rispettoso degli anziani, perfettamente conscio che il solo futuro possibile sta nella scuola, e nei bambini che domani saranno uomini.
Nel “giardino luminoso” dell’Afghanistan ho seguito d’istinto i suoi sentieri, trovando focolai di speranza nei luoghi più insperati, nel fondo più nero della disperazione".





lunedì 9 agosto 2010

STRAGE UMANITARIA

Il Nuristan, una serie di vallate che nascondono un tesoro prezioso di minerali e che la tradizione chiama la terra dei kafir, tribù miscredenti che discendono dalle invasioni dei macedoni di Alessandro, è adesso un'area molto pericolosa. Assai meno il Badakshan, la provincia del Nord che arriva sino al Pamir e, attraverso il lungo e stretto “corridoio di Wakan”, tocca la Cina nell'unico punto di frontiera in comune tra Pechino e Kabul. E' quest'area, dove si pratica persino un po' di turismo a cavallo, bacino elettorale dell'unica parlamentare donna, Fawzia Kofi, che sia riuscita ad occupare uno dei più altri scranni del parlamento afgano (presidente di una delle due camere), il teatro dell'orribile strage di giovedi scorso. Sei cittadini americani, un britannico, un tedesco e due afgani afgani appartenenti a una organizzazione non governativa cristiana sono stati trucidati brutalmente, fucilati e derubati, infine abbandonati agli animali da cui gli afgani di queste zone di montagna proteggono le pecore.

Quale sia stato esattamente il movente non è chiaro, né è chiaro chi abbia messo in opera la regia dell'orrore che sembra far fare l'ennesimo salto di qualità alla guerra che si combatte nei deserti dell'Helmand ma anche sulle montagne dell'Hindukush, in un'area sino a ieri ritenuta sicura”, per quanto poco voglia ormai dire in Afghanistan questa parola...leggi tutto su Lettera22