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sabato 28 luglio 2018

Il cricketer e il premier

Enigma Imran. Un'analisi per il manifesto sul "chi è" del nuovo leader pachistano. Con qualche ipotesi

La nota biografica più famosa del vincitore delle elezioni in Pakistan, il capo del Partito della Giustizia Imran Khan, è quella dell'ex cricketer prestato alla politica. Ma il controverso sessantaseienne nato a Lahore in una ricca famiglia pashtun è forse il leader politico più chiacchierato da sempre nel Paese dei puri: playboy con diversi matrimoni, divorzi e controversie legali per affari di cuore alle spalle, Imran è tutt'altro - per sua stessa ammissione - che un "angelico" emblema della dirittura morale islamica. Eppure ha saputo trattare con i partiti islamisti e con i talebani dichiarando guerra alla "guerra al terrore" degli Stati Uniti e accusando il governo in carica della Lega Nawaz di aver mandato nelle aree tribali pashtun un esercito di occupazione, tollerando i droni killer made in Usa. "Taleban Khan" come l'ha chiamato, è per ammissione di tutti un populista nato con la camicia e l'ossessione della corruzione. C'è chi lo vede come un pazzo pericoloso e chi invece come una sfida per i landlord, che governano di fatto alleati alla potente casta militare.

Con buone performance nei sondaggi elettorali ma con la possibilità reale di non farcela contro il potente partito di Nawaz Sharif al potere dal 2013 e ben addentro ai gangli della macchina burocratico-amministrativa (che Imran vuole riformare), l'ex cricketer - che può vantare di aver condotto la squadra che capitanava alla vittoria della Wolrd Cup nel 1992 - alla fine ce l'ha fatta, seppur non con abbastanza voti per formare un governo da solo. Ma la vittoria è doppia: non solo sarà premier ma il suo partito ha superato la Lega-Nawaz, antagonista da decenni, da quando nel 1996 Imran fondò il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti), lasciando mazza e palla di cervo per scegliere la politica e fondare un partito che rivoluzionasse il Pakistan senza fargli perdere la vocazione primigenia immaginata da Ali Jinnah, l'uomo che negli anni Quaranta era riuscito a convincere Londra (senza difficoltà) a separare i musulmani dall'India in un Paese nuovo, basato sui principi morali dell'islam ma laico nelle fondamenta istituzionali. Dopo 22 anni, giovani, donne e maschi delusi gli hanno creduto.

Time Magazine ha scritto che è come Trump, ma benché entrambi siano uomini ricchi e forse anche capricciosi, inascrivibili a un'ideologia politica, Imran è molto diverso e probabilmente più affidabile di the Donad anche se più indigesto agli americani dell'ex premier Nawaz Sharif, tutto sommato obbediente. Contrariamente a Trump, che al massimo gioca a golf, Imran è un corridore. E molta della sua ricchezza - di famiglia o accumulata con la fama e in parte con gli affari - è finita in beneficenza, attività per cui Trump non è molto famoso.

Controverso o meno che sia, cosa farà adesso? Il governo è questione di numeri e i suoi sono buoni: a scrutinio quasi ultimato il suo partito ha 117 seggi contro i soli 66 della super sconfitta Lega Nawaz. Il Partito dei Bhutto ne ha 43 e 13 la coalizione di partiti islamisti moderati. Su 342 seggi, 70 non valgono per i fare i conti del governo perché sono attribuiti alle donne e alle minoranze (!) e dunque il conto si fa su 272 (seggi musulmani e maschili): per governare da soli ce ne vogliono 137 e dunque Imran è ancora lontano ma, come si vede, allearsi non sarà difficile, persino se il Pti decidesse di fare a meno dei Bhutto. Ma allearsi significherà anche far capire se Imran ha veramente deciso di esautorare landlord e potentati e in quali rapporti sarà con l'esercito. Nelle rituali accuse di brogli, la Lega Nawaz, che dai militari si è sentita tradita, li accusa di aver tramato con Imran che, per altro, ha avuto parole di elogia proprio per le divise nel suo primo discorso pubblico post voto.

Imran però, che prima appoggiò il colpo di Stato militare di Musharraf (contro Nawaz) è anche uno che i militari han messo in carcere. E un uomo che, seppur a parole, sostiene che la vicenda Kashmir non si può risolvere militarmente. Può darsi, che al netto di qualche aiutino, i generali stiano a guardare per vedere se il cavallo è di rango. Poi c'è la questione islam e amicizie bizzarre come quella con Muhammad Tahir-ul-Qadri, un mullah nazionalpopulista che più volte lo ha aiutato. Si potrà tener tutto assieme? Il capitano gioca la sua partita più difficile proprio adesso che ha vinto.

martedì 14 maggio 2013

IL PAKISTAN SVOLTA A DESTRA: NUOVO PREMIER VECCHIE FACCE


La vera novità delle elezioni pachistane è che non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Il nuovo premier è una faccia antica che premier è già stato e che calca le scene della politica pachistana da decenni. Ma al di là della battuta, della longevità politica e della controversa caratura di Nawaz Sharif, a capo della fazione della Lega musulmana che porta il suo nome (Pakistan Muslim League-Nawaz), queste elezioni per il rinnovo del parlamento di Islamabad e del potere provinciale hanno rappresentato più di una novità.



Per la prima volta nella storia del Pakistan, un governo civile porta a termine la legislatura e, nonostante minacce, attentati e 150 morti durante la campagna elettorale, il 60% degli aventi diritto è andato a votare: un record e un 20% in più rispetto alla passata consultazione. La terza novità è che il Partito popolare della dinastia Bhutto (Ppp) ha subito la sua confitta più clamorosa, evidenziando la fine di un'era e forse di quella stessa dinastia. La quarta è l'affermazione del Pti, il partito di Imran Khan, un partito che si basa più sugli slogan e sul carisma del suo leader – un ex campione di cricket – che su un vero programma. Aveva un seggio e ora ne ha una trentina. Ha fatto man bassa nelle aree tribali, tradizionale base elettorale del partito laico Awami (praticamente scomparso e questa è la quinta, triste, novità) e dei partiti islamisti che, tutto sommato, tengono la posizione. L'ultima novità è forse che, anche in Pakistan, la sinistra, o almeno i partiti che tradizionalmente si ispirano a principi secolari e socialisti, è in difficoltà (il Ppp e appunto il partito Awami).

Il Pakistan dunque svolta a destra: sceglie un leader conservatore, chiacchierato quand'era al potere per i suoi rapporti con gli islamisti e nemico dell'esercito più per una questione personale (furono i militari con un golpe e cacciarlo nel 1999) che non perché sia poi un così ferreo baluardo del potere civile. Come ogni nuovo premier ha promesso aperture all'India e agli Stati uniti (sia Delhi sia Washington si sono calorosamente congratulati) ma fu il suo governo a fare i test atomici del 1998 che impaurirono Delhi con cui, qualche mese, dopo scoppiò l'ennesimo confitto (Musharraf, che poi lo rovesciò, era allora capo di Stato maggiore). Quanto agli americani, Nawaz Sharif ha bisogno dei loro quattrini ma dovrà vedersela con l'amara politica dei droni (omicidi mirati con aerei senza pilota) tanto cara a Obama. Avrà però una freccia al suo arco: il ritiro americano deve per forza passare dal porto pachistano di Karachi.

I risultati, non ancora ufficiali, gli danno almeno 125 seggi nell'Assemblea nazionale e una maggioranza schiacciante in quella del Punjab, la provincia ricca che ha finanziato la sua campagna elettorale. Ha tre settimane per mettere assieme l'esecutivo e basterà dunque un po' di scouting tra gli “indipendenti” che, con una trentina di seggi, si contendono il primato di secondo partito con circa gli stessi scranni di Ppp e Pti....(segue su Lettera22)