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venerdì 24 aprile 2020

L'Indonesia "incatena" il Ramadan

Ha tirato un sospiro di sollievo Ganjar Pranowo, governatore della Propinsi Jawa Tengah, quando ha saputo che il presidente Joko "Jokowi" Widodo aveva finalmente emesso il decreto di divieto di mudik, termine che indica il trasferimento di migliaia di famiglie e individui ai villaggi di origine per il Ramadan. “Meglio tardi che mai”, pare abbia detto, aggiungendo però che almeno mezzo milione di persone erano già arrivate nella sua provincia.

Alla vigilia del mese di Ramadan, che culmina il 23 maggio nella festa di Id ul Fitr, il palazzo, dopo settimane di decisioni ondivaghe e poco chiare, ha improvvisamente fatto marcia indietro. E se prima aveva imposto il divieto di viaggio solo ai dipendenti pubblici e di imprese statali, soldati e poliziotti, adesso il decreto parla chiaro: non si entra e non si esce. La scelta, dopo polemiche al calor bianco, criticata perché tardiva da diversi parlamentari anche del partito di Jokowi, mira a contenere il trasferimento di milioni di persone durante il Ramadan che inizia in questi giorni. L’anno scorso si sarebbero spostati per raggiungere le famiglie d’origine oltre trenta milioni di indonesiani, 20 milioni dei quali dalla sola Giacarta, una capitale da 10 milioni di residenti che diventano trenta con l’area metropolitana chiamata Jabodetabek.

L’Indonesia, che ieri registrava già oltre 7.700 casi e oltre 640 vittime, è il quarto Paese più popoloso del pianeta con 260 milioni di abitanti nella stragrande maggioranza musulmani e il Ramadan è un’occasione sacra per il digiuno ma anche per il ritorno ai villaggi di origine specie dalla capitale. Il governo inizialmente si era limitato a sconsigliare il viaggio - semmai a farlo con molte precauzioni - e predisponendo la possibilità di quarantene. Ma quando Jokowi si è reso conto del rischio che il contagio potesse andare in vacanza dalla capitale, epicentro della pandemia, per disperdersi in tutto l’arcipelago (dove comunque il Covid-19 è già diffuso) ha finalmente faccio marcia indietro.

Il divieto entra in vigore oggi, venerdi 24 aprile, e le eventuali sanzioni verranno applicate a partire dal 7 maggio, come ha spiegato il ministro ed ex generale Luhut Pandjaitan che ha chiarito che sarà vietato entrare e uscire dalle zone “rosse” colpite dal Covid-19 e che dunque si tratta di un blocco selettivo. Lo scenario dei prossimi giorni l’ha disegnato il capo della polizia nazionale Asep Adi Saputraun: chiusura delle strade principali e blocco semitotale per la capitale dove solo i veicoli che trasportano forniture di base come cibo, attrezzature mediche e carburante saranno autorizzati a circolare. Lo sforzo prevede 2.582 posti di blocco. Non tutti sono d’accordo. Un sondaggio rivela che il 24% degli intervistati vuole tornare al villaggio per il Ramadan e che il 7% è già partito. Molti però hanno rinunciato.

C’è più di un motivo dietro ai tentennamenti di Jokowi, accusato di aver pensato soprattutto all’economia e di non aver quindi voluto chiudere il Paese, né al commercio né al turismo, settore quest’ultimo che ha penalizzato moltissimo le economie asiatiche. Ma il presidente, alla sua seconda rielezione, sa che una delle frecce all’arco dei suoi detrattori riguarda la sua fama di non essere un “buon musulmano” e di aver troppe amicizie tra i cristiani. A torto o a ragione, vero o falso, è una delle critiche che brucia di più e che, in Indonesia, conta molto nella testa degli elettori. Impedire il viaggio per il Ramadan costituiva dunque un rischio politico ancor prima che sanitario. Poi però ha prevalso il buon senso. Il Covid-19 oltreché i polmoni può erodere il consenso.

domenica 12 aprile 2020

Indonesia: un dramma in 16mila isole

Quando il 9 aprile anche la provincia di Gorontalo a Sulawesi ha dichiarato il suo primo caso di Covid-19, l’Indonesia si è resa definitamente conto che, con 34 provincie contagiate su 34, l’illusione di aver scantonato dalla pandemia mondiale era definitivamente tramontata. Un’illusione alimentata da dichiarazioni deliranti sulla medicina locale naturale, il clima o il buon Dio che hanno accompagnato la fase della diffusione e che ancora oggi frenano l’ammissione della gravità della situazione. Una situazione che il presidente Jokowi (nella foto sotto), capo dello Stato con grande consenso di massa, rischia questa volta di pagare molto cara. La sfida più grossa – in un Paese che oggi conta quasi 4mila casi e oltre 300 decessi (erano 1500 a inizio aprile con 136 morti), deve ancora venire. Si chiama Ramadan e prevede che tra 20 e 30 milioni di persone si spostino per il mese del digiuno. Ma anziché vietare i viaggi, il governo si è limitato a raccomandare che chi partecipa al mudik - o pulang kampung, il rientro a casa per le feste – faccia la quarantena. Chi controllerà?

Il quarto Stato più popoloso al mondo (270 milioni) dopo Cina, India e Usa non è indenne dai rischi propri dei grandi Paesi dove la mobilità è elevata e che oggi sono esempi di buone o cattive pratiche. Se negli Usa i casi aumentano, l’India ha rinnovato il lockdown e in Cina si sta uscendo dall’incubo, l’Indonesia sembra la negazione di quanto fatto sinora in Asia in Paesi che bene o male gestiscono il virus: Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Vietnam. Persino il piccolo Laos o il poverissimo Myanmar. Fino dagli inizi di marzo, con l’ammissione reticente sui primi casi, Giacarta - continuando a gettare acqua sul virus - si è affidata a una sorta di fatalismo della speranza, nascondendo i dati come lo stesso Jokowi ha ammesso “per non suscitare panico”. Negligenza, attendismo, calcolo politico o difesa dell’economia?

Il 10 marzo l’Oms scrive a Giacarta per spingerla ad azioni drastiche ma lo stato di emergenza arriva solo il 1 aprile. Nonostante Jokowi stia costruendo nel Paese un sistema sanitario diffuso e universale, l’Indonesia non è pronta per una crisi in grande stile. La stampa fa i conti: tre posti letto ogni centomila persone, 8mila ventilatori in tutto l’arcipelago e pochissime strutture per terapia intensiva. A fine marzo una proiezione sviluppata da Universitas Indonesia-Bappenas spiega che, senza distanziamento fisico obbligatorio e altra misure drastiche, si potrebbe avere un bilancio tra 48mila e 240mila morti entro aprile e che l’assenza di interventi forti potrebbe portare a circa 2,5 milioni di positivi per fine mese.


Sotto i riflettori anche i litigi interni, manifesto dei quali è lo scontro tra Jokowi e il governatore della capitale Anies Baswedan (nella foto sopra), favorevole a misure coercitive e al blocco totale di Giacarta cui Jokowi si è inizialmente opposto. Il presidente si sarebbe – dicono i detrattori – occupato più dell’economia che della salute dei cittadini. Nel mirino anche il suo ministro della sanità Terawan Agus Putranto, un ex generale secondo cui il Paese sarebbe stato risparmiato grazie alle preghiere.