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sabato 13 settembre 2014

L'Is, gli Usa e il gioco dei Saud

Le spade, la palma e un preciso
disegno geostrategico
Dopo la decisione di Obama di sradicare il califatto in fieri dell'Is (Stato islamico) e dopo che il ministro degli esteri statunitense John Kerry si è recato l'altro ieri a Gedda - in Arabia saudita - per formare l'ennesima grande coalizione di volenterosi, emerge chiaramente chi è il vero vincitore della partita: la monarchia dei Saud, minacciata in novembre dalla svolta pro iraniana di Washington a Ginevra, dall'influenza della Repubblica islamica negli affari mediorientali dalla Siria al Bahrein, dalla marea delle primavere arabe. Dietro quel che accade in queste ore c'è con tutta probabilità un piano. Che viene da lontano e che ha un obiettivo preciso: contenere Teheran.


Bush con l'allora ambasciatore saudita
Bandar ben Sultan al Saud, dal 2012 al 2014
a capo dell'intelligence saudita
Parte diligente nella creazione dell'Is, cresciuto con finanziamenti privati sauditi e del Golfo, Riad ha allevato l'ennesimo mostro salvo poi prenderne le distanze e offrire le sue basi per una nuova campagna antiterroristica contro i jihadisti tenuti a battesimo solo qualche mese fa. Il piano è chiaro: contenere Teheran e mettere al riparo la retriva e oscurantista monarchia wahabita da movimenti, laici o islamisti, che potrebbero insidiare la sua monolitica stabilità. Ne hanno fatte le spese i Fratelli musulmani egiziani, prima finanziati da Riad e poi dichiarati “terroristi”, e la stessa Hamas, tenuta a bada dal nuovo governo di Al Sisi e da Tel Aviv. Adesso è arrivata l'ora di fermare il jihad anche in Irak e Siria, visto che ormai Riad ha ottenuto di portare dalla sua parte Washington e l'Europa, scalzando il paventato rientro sulla scena di Teheran come attore universalmente accettato. Quando John Kerry ha chiarito a Bagdad qualche giorni fa che, nel contro jihad, non c'è bisogno dell'Iran, i Saud hanno capito che era fatta. C'era solo da mettersi d'accordo per apparire i pilastri di un islam ragionevole (e sunnita) in barba al lungo sostegno fornito, dall'Africa all'Afghanistan, a tutti i movimenti più radicali.