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martedì 6 ottobre 2009

WEEK END SULLA LINEA DEL FRONTE


Fare gli expat a Kabul significa due cose, anzi tre. Tanti soldi e una vita da reclusi. La terza? Domandarsi perché siamo qui, militanti dell'umanitario, funzionari delle Nazioni unite, diplomatici che smettono per un paio d'ore l'abito da cerimonia, uomini d'affari in cerca di compagnia e naturalmente giornalisti più o meno stanziali. L'Atmò, come il Gandamak, il ristorante Boccaccio o il Sufi sono l'ultimo rifugio per fingere di essere degli uomini liberi. In una città dove si vive blindati - ossessionati da sequestri, razzi, kamikaze o dagli allerta che la vostra ambasciata vi invia ogni ora sul telefonino - sono i luoghi della libertà virtuale. Dove noi occidentali, portatori della sacra fiaccola della libertà in queste lande oscurantiste e sottosviluppate, gustiamo il sapore di casa e soprattutto la trasgressione di poter comandare un birra o un piccolo bordeaux. Persino Coquilles Saint-Jacques nel ristorante a fianco...reportage dalla "febbre del giovedi sera" (venefdi è la nostra domenica) da una città sulla linea del fronte. Dove bisogna pur vivere...

Leggi tutto su Lettera22: il reportage uscito anche su Diario

giovedì 26 febbraio 2009

LA MEMORIA DELL'EXPAT

“Roma, ancora Roma”....se la vita fossero citazioni da film, quella di oggi sarebbe da Apocalypse Now. Solo che io non sono Martin Sheen e non è Saigon quella che vedo scostando la tenda (non la griglia di plastica da cui il capitano Willard spia Saigon, non ancora Ho Chi Minh City). Non c'è per fortuna una scena di sangue in previsione, né pale di ventilatori che mischiano il loro fruscio rotante a quello più ostico delle consorelle che sovrastano gli elicotteri (geniale colonna sonora del film di Coppola) e anzi dalla guerra sono lontano. Se non fosse che l'Italia è un paese deprimente, che mi accoglie richiedendomi un euro per il troller portabagagli e con una griglia di poliziotti che filtra gli extracomunitari all'arrivo del volo, c'è un sano respiro liberatorio a lasciare l'Afghanistan. Un paese dove la dimensione quotidiana è la strage degli innocenti. Ma non c'è un granché di eroico ad essere qui, nella bella capitale baciata dal sole e in un luogo dove i quotidiani, settimanali, mensili - che costituiscono il piatto forte della mia professione - si devono occupare del make up delle prossime congiunzioni astrali o del nuovo strappo di Rutelli, un uomo pio che tedia questo paese con la tempesta clericale che ossessiona la sua anima e che mi lascia onestamente assai freddo e anche un po' seccato. Che interessa loro di Logar?


Kabul è lontana. E' già lontana. Lontani i giardini di Babur. Lontani i suoi usignoli che non si posano. Lontani quei sentimenti sottili risvegliati come gemme sugli alberi nella stagione di passaggio di cilleh-e-qurd, che anche a Roma canta la sua musica primaverile. Ci sarà tempo per riflettere oppure, com'è più facile, per dimenticare, visto che quando si è qua, assorbiti da un quotidiano che obbliga a correre, telefonare, mandar mail, convocare riunioni e bere rigorosi calici di bianco, la lontananza geografica gioca brutti scherzi e si fa beffe della memoria. E con lei dei drammi a cui non è tanto facile, laggiù, abituarsi. Ma da qui, un morto in più a Logar che differenza fa? La cosa che mi colpisce del mio lavoro quando sono all'estero, è che non ne azzecco una. Succederà anche agli altri? Il giornale mi chiama per un fatto che avevo segnalato una settimana prima... “Eh si caro – mi dicono – ma oggi c'è sul Washington Post”. Oppure mi chiedono una cosa che a me pare del tutto peregrina e che invece, l'indomani, sarà l'apertura di tutti. E che? Dovrebbe mancare proprio la tua firma? Chi ha il coraggio di sottrarsi all'inesorabile stillicidio dell'omologazione?

Dalle tasche degli abiti di viaggio escono foglietti mischiati a memorie e ricordi. Escono teorie di biglietti da visita destinati a perdersi, con stampigliati nomi che diventano ideogrammi indecifrabili, specchi di volti e ruoli confusi. Scarabocchi sul retro che sembran geroglifici o una stele di Rosetta senza la lingua di mediazione, con numeri di telefono senza destinatario, sequenze numeriche indecise tra il cellulare e il conto della spesa. Altri invece, intonsi e come appena stampati, continuano a saltarti sotto gli occhi come se volessero restare attaccati al vestito o se una forza profonda reclamasse la necessità di un nuovo appuntamento.
Del resto come potrei dimenticare il vecchio Akitullah che mi aveva ripreso per il baffo poco curato mentre volteggiavamo nel suo negozio con l'intenzione di carpirgli qualche segreto, oltreché di comprar pellame come poi facemmo? Non posso dimenticare la bottega a Sharenaw e tantomeno i suoi protagonisti, anche se pure quella scena è lontana e sfuma. Allora, se dovessi citare un altro film, sarebbe: “L'esercito delle 12 scimmie”. A un certo punto una voce fuori campo – la voce di uno sconosciuto o semplicemente quella prodotta dal cervello di Bruce Willis – gli dice (cito a memoria)... “Non è forse vero che vuoi tornare là? E allora devi convincerli, far capir loro che sei la persona giusta e farti rispedire in quel mondo. Osservare il mare, ascoltare la musica, respirare l'aria ..rivedere lei...”. La bottega di Akitullah, naturalmente. Da non dimenticare coi morti di Logar.

sabato 21 febbraio 2009

EXPAT SULLA LINEA DEL FRONTE

Expat(contraz. di expatriate/s): espatriato sost., int., fem/masc., rar. neutro (a volte neutrale), dal latino ex patria: soggetto/i della comunità internazionale che formano un gruppo di immigrazione non permanente e con alto ricambio interno. Più o meno consistente e isolato è un agente economico potente e spesso indiretto nelle economie dei paesi in cui si installa poiché maneggia molto denaro pur non essendo – salvo alcuni casi - un soggetto imprenditoriale. Spinge al rialzo dei prezzi. Si distingue dall'immigrato per il colore della pelle. E' guidato da forti motivazioni etiche, dalle prebende che costituiscono , anche se non sempre, il suo salario, e dalle regole della Banca mondiale.

Non c'è niente da fare
, lo vogliate o no siete un estraneo in terra straniera. Una volta si diceva “turista”. Adesso expat. Ma ne esistono pur sempre (come è vero per i turisti o gli immigrati stabili) di diversi tipi.
L'expat identitatrio. Son quelli che amano conservare la propria identità e le usanze nazionali. Frequentano, quando la professione non li obbliga a fare diversamente ma a volte anche sul luogo stesso di lavoro, solo gli appartenenti alla stessa comunità con cui condividono lingua, usi e costumi. Vizi e virtù. Se italici, mangiano solo pasta, frequentano di preferenza il Boccaccio, adorano la pizza di Camp Invicta, che “solo li la sanno fare come si deve”.
Se sono americani non vedono l'ora che ci si possa sedere a tavola col ketchup. Se francesi vanno all'Atmosphere sognando che un giorno all'uscita si materializzi Bouv st Mich e non la fanghiglia di Taimani. Questa gente osserva con disgusto il grasso del montone che si scioglie sul kabuli palau. Del proprio paese parlano sempre male salvo difenderlo con le unghie e i denti se lo attacca qualcun altro. Non è che non amino gli afgani o li disprezzino. Tutt'altro. Semplicemente non sanno chi sono. Esseri che per qualche strano motivo e con le loro barbare usanze convivono con noi in questa città sulla linea del fronte.

Le vrai international. Poi c'è l'expat che invece odia la sua gente. Se è italiano, gli danno fastidio le chiassose e gesticolanti tavolate delle Ong o di quel gruppo di turisti in pantaloncini corti di Avventure nel mondo. Leggono solo la stampa internazionale. Frequentano solo internazionali. Conoscono così bene le lingue che la loro soddisfazione è essere scambiati per francese, canadese, argentino, addirittura porteño: “...pero viste, vos, que barbaro...”. Parlano del proprio paese con distacco e competenza. Asettici nei giudizi anche su quello in cui sono residenti. Casualmente o per meditata scelta. E che resta un elemento da studiare in laboratorio. Ignorano gli afgani – se non per obbligo professionale - a meno che non siano di livello. E a loro si rivolgono salutando e accomiatandosi in lingua (Salam alaikum, kodafes, le uniche due parole che conoscono assieme a tashekor, grazie, e boro, vattene). La massa sembra loro un incidente di percorso. Come la gentaglia della sua etnia che questa sera, anziché andare in pizzeria, è venuta in questo raffinato locale di cucina francese dove l'expat è al tavolo col console britannico, un'algida svedese della Commissione e uno svizzero di Zurigo della filiera UN. Lei è italiano, gli fa lo svizzero? E lui, con l'occhio che striscia pallido sull'italica compagnia al tavolo vicino: “Io veramente sono di Milano”.

L'entusiasta. Infine c'è la terza categoria di expat. L'entusiasta del paese in cui è approdato. Mangia solo e rigidamente afgano a costo che ciò produca su di lui effetti vagamente lassativi. Ha solo amici afgani e al massimo qualche altro expat come lui. Si veste come i locali ma con prodotti di sartoria. Adatta il taglio delle sue vecchie giacche alla salwar qameez e passa ore a tastar i tessuti avendo orrore del misto, seppur ben mascherato. Fa un'unica eccezione per le scarpe, malattia tutta italiana, anche se la scelta di solito va sulle marche inglesi. Vive in quartieri semi popolari senza pagare mazzette per avere la luce e cerca di imparare la lingua, di cui fa sfoggio in presenza di altri expat anche si i locali non capiscono cosa dice. Legge solo stampa e autori locali (tradotti possibilmente non nel suo idioma di origine) e immensamente gode quando qualcuno gli dice: “sei proprio un pashtun”. Non parla quasi mai del paese di orgine. Semplicemente lo ignora. Lui è di altrove.
L'entusiasta vive un dramma interiore. Adora gli insaccati vietati dal codice locale; è un bevitore accanito ma si impone la secca; sogna i tortelli con ricotta e spinaci e qualche volta si lascia andare. Se vi è sparito il salame riposto con cura nel frigorifero non abbiate dubbi. E' altrove. Con l'entusiasta.

Dove siamo noi in tutto questo? Purtroppo non sfuggiamo allo stereotipo. E' dentro di noi e soprattutto noi siamo in mezzo a lui. Più potente, forte, schiacciante di qualsiasi scelta personale. Fummo allora turisti (forse consapevoli?), siamo expat (forse consapevoli) adesso. E spesso noi expat, schizofrenici per forza chissà per vocazione, siamo trasversali ai tre gruppi sociologici in cui abbiamo cercato di descriverci e in cui non amiamo affatto riconoscerci (come a scuola da ragazzini:...chi io?).
Patriottico alla bisogna, spietato critico della nostra ingerenza più o meno umanitaria, militare e culturale, ossessionato dalla padronanza delle lingue, sempre troppo rispettoso o eccessivamente critico degli esponenti della grandi potenze, l'italico expat, che sa di appartenere a una potenza media, è comunque sempre invitato al tavolo dei grandi. E sa far la sua figura. E' spiritoso, brillante, spesso elegante e sa che tutti adorano il parmigiano e il pesto alla genovese. E' sempre al centro della sua stessa attenzione.
Fuori da questa bolla in cui si naviga a vista, e comunque inserita anzi prepotentemente presente nel paese, c'è l'Afghanistan e la sua gente. Due mondi separati e paralleli tra cui cova un misto di odio-amore, la potenza onnipresente del denaro, le separazioni artificiali e psicologiche costruite da noi e da loro, per difenderci gli uni dagli altri. E trasversale a questi due mondi corre la guerra, con la sua semplicità orribile e belluina, le armi e i buoni consigli che passano da un parte all'altra, il dramma quotidiano che coinvolge tutti senza risparmiare nessuno. Mondi distanti e che comunicano nella lingua dominante e nel lessico famigliare codificato dalle Nazioni unite (implemented, supported by, ownership, accountability) e solo in orario d'ufficio. Mondi che si attraggono e si respingono come due amanti che sanno di aver scelto la persona sbagliata per convenzione o comodità o perché non c'era altro in giro. Costretti da come va a saltare nel primo letto a disposizione.

La guerra ci osserva e se la ride. Persino noi, tanto armati di buoni propositi o forse semplici osservatori della commedia umana, siamo tra i suoi protagonisti.