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giovedì 30 marzo 2017

La nuova Guerra Fredda nel Nuovo Grande Gioco

Amici o non amici, Trump e Putin se  la devono forse vedere con una nuova Guerra Fredda tra Usa ed ex Urss che manco a dirlo passa per Kabul. Il generale  Joseph Votel - generale a 4 stelle e già a capo del Comando centrale -  ha detto all' Armed Services Committee del Congresso che suppone che Mosca fornisca i talebani di armi. Accusa grave e senza prove, come lui stesso ammette, ma che esce dalla bocca di un top general benché uscente dalla sua posizione di comandante in capo. Votel (classe 1958, nella foto a sinistra) è un four stars general che è stato comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti dal marzo 2016 e che ha già  prestato servizio come comandante degli Stati Uniti Special Operations Command. Non una voce qualsiasi. Gli Stati Uniti sono preoccupati dall'attivismo diplomatico di Mosca che cerca di recuperare posizioni e che sta tenendo nella capitale russa colloqui multilaterali sull'Afghanistan cui non ha mai invitato Washington. Troppo impegnati a seguire le vicende dei collegamenti russi di Trump rischiamo di prendere lucciole per lanterne. Più che un'alleanza tra i due colossi (vedi Siria apparentemente) sta montando una nuova Guerra Fredda, vedi un po', nel Nuovo Grande Gioco in Asia centrale.

martedì 29 novembre 2016

La guerra fredda tra Kabul e Islamabad

Il generale Qamar Javed Bajwa ha preso il posto del generale Raheel Sharif a capo delle forze armate pachistane in un momento di grandi tensioni con India e Afghanistan. Prende il comando dopo l’ultima querelle tra Kabul e Islamabad che riguarda il recente attacco del gruppo settario pachistano Lashkar-i-Jhangvi (LJ) all’accademia di polizia di Quetta il 25 ottobre scorso con un bilancio di oltre sessanta morti. Benché l’attentato sia stato rivendicato dallo Stato Islamico e messo in atto da un gruppo radicale nato nel Punjab pachistano e con un passato settario e sanguinario soprattutto in Belucistan (provincia di cui Quetta è la capitale), l’intelligence di Islamabad ha, seppur indirettamente, accusato Kabul. Le intercettazioni telefoniche dei membri del commando avrebbero rivelato, secondo Islamabad, che il cervello dell'operazione stava in Afghanistan.

Non è la prima volta che si sentono accuse simili. Una sorta di gara a dimostrare – non senza qualche ragione – che i gruppi che si muovono sul poroso confine tra i due Stati trovano, ora in Afghanistan ora soprattutto in Pakistan, il proprio “rifugio” sicuro. Il santuario da cui muovere o coordinare gli attentati nel Paese confinante. Questa tensione è andata crescendo nel tempo dall’agosto del 2015 - quando una serie di attentati in Afghanistan ha fatto da corollario al naufragio di un neonato tentativo negoziale - e accuse, ritorsioni, minacce tra i due Paesi hanno conosciuto una nuova stagione: aspra e dai tratti durissimi. Non solo nei toni. Pakistan e Afghanistan si creano problemi alla frontiera per il transito delle rispettive mercanzie; i servizi segreti anziché collaborare nascondono le informazioni; i governi si accusano vicendevolmente di ospitare e proteggere i terroristi; il Pakistan infine ha iniziato l’espulsione di un milione di afgani indocumentati che vivono oltre frontiera da decenni. La cosa (le espulsioni hanno già raggiunto quota 400mila) mette in difficoltà Kabul che ha già a che fare con oltre un milione di sfollati interni e ha appena firmato un accordo con l’Unione europea sui rimpatri forzati di afgani senza visto che prevede l’arrivo a Kabul di almeno 80mila persone nei prossimi sei mesi.