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martedì 10 aprile 2012

"LA BIBLIOTECA DI AMANULLAH": PIETRO DE CARLI

Nei confronti di Pietro De Carli nutro una grande stima professionale ma anche un grande affetto umano. Non sarei dunque tra le persone più adatte a parlare di un suo libro ma poiché anche “Afghanistan nella tempesta” è entrato a far parte della “Biblioteca di Amanullah”, fatta questa debita premessa, voglio segnalarlo all'attenzione dei miei lettori.

De Carli è stato responsabile per la Cooperazione italiana delle operazioni di emergenza in Afghanistan dal 2004 al 2008, quando lasciò l'incarico per trasferirsi in Mozambico e venne istituita l'Utl, l'unità tecnica presso l'ambasciata. De Carli – lo conobbi nel 2007 – aveva fatto, con l'aiuto di Arif Oryakhail , del contabile Raffaele De Martino, dello staff locale e di sua moglie Maria Rubino, un lavorone. Era sempre in ufficio a far conti perché la sua missione gli sembrava quella di raggiungere il massimo obiettivo con la minima spesa (affronta spesso il tema nel suo libro). Ma De Carli si arrovellava anche sul destino degli afgani e sulla follia della guerra, un'ossessione etica che attraversa tutte le pagine del libro.

Il suo libro
(450 pagine!, forse un po' eccessivo nel volume) è un lungo raccontone della sua esperienza locale. C'è parecchio di cooperazione ma anche la disamina approfondita di alcuni fatti, come la ricostruzione del sequestro Mastrogiacomo e delle polemiche a seguire. Forse il capitolo più illuminante riguarda la “rivolta di Kabul” del 2006, il segno evidente che qualcosa non andava. Direi che non ho letto altrove quasi nulla a riguardo di quell'episodio che invece avrebbe dovuto essere preso come caso studio per capire che la rotta andava invertita. Si era allora ancora in tempo. Fu il primo vero campanello d'allarme.

La tesi di fondo del libro è che la ricostruzione è stata una farsa e che l'investimento militare (lo spiega bene nella prefazione Fawzia Koofi) andò a discapito di quello civile: tradì le aspettative popolari e convinse gli afgani che più che per difendere i loro interessi eravamo li a difendere i nostri. Nel 2006 quel germoglio di disillusione cominciò a diventare una fogliolina. Ora è una pianta.


Molte delle cose di De Carli le conoscevo bene (con Attilio Scarpellini avevamo utilizzato i suoi preziosi rapporti e le belle foto di Romano Martinis per farne un libro per il Mae: “Amicizia”, ai tempi di Patrizia Sentinelli) anche perché ero stato più volte ospite suo e di Arif a Sharenaw, nella sede della Cooperazione italiana dove, De Carli lo spiega bene, non c'era bisogno di un dispiegamento militare a difesa, di sacchetti di sabbia e filo spinato. Gli afgani, dice, sapevano bene – talebani compresi – quel che facevamo e proprio per questo – sostiene – non correvamo rischi. Ora De Carli conta di girare l'Italia e di fare del suo libro un'arma pacifica contro la guerra. Con la speranza che serva in futuro e smettere di ripetere i soliti errori.



Afghanistan nella tempesta
Pietro De Carli

€15.50
pagine: 459
Albatros 2011

sabato 8 gennaio 2011

L'AFGHANISTAN DELLE VITTIME

Con un attacco suicida in un affollato bagno pubblico di Spin Boldak, un villaggio alla frontiera col Pakistan nella provincia meridionale di Kandahar, i talebani hanno ucciso ieri almeno 17 persone ferendone un'altra ventina. L'obiettivo era un posto di polizia che si trova nel medesimo edificio, ma la strage ha finito per colpire soprattutto civili inermi. Regola ormai osservata con scrupolo. Nella stessa giornata anche tre soldati della Nato sono stati uccisi in due attentati nel Sud e nell'Est del Paese.

Giornata di ordinaria follia bellica in un Paese senza pace e con nessuna prospettiva all'orizzonte e di cui Al Jazeera, utilizzando fonti diverse, ha dato ieri un tragico riepilogo numerico di un sanguinario 2010: secondo l'emittente del Qatar, il tributo in termini di vittime civili è stato l'anno scorso di 2.412 persone e 3.803 feriti in soli dieci mesi (fino a ottobre) con un aumento rispetto all'anno precedente del 20%. Altissimo anche il numero di morti nell'esercito (821) e nella polizia afgani (1.292). Quanto alle truppe straniere il 2010 ha visto morire 711 soldati contro i 521 del 2009 (soprattutto americani e britannici: 35 gli italiani con Matteo Miotto, ucciso l'ultimo dell'anno a due settimane dalla fine della sua missione).

E' in questo quadro che la guerra infinita d'Afghanistan si snoda tra dichiarazioni sull'imminente ritiro (luglio 2011) e la decisione, apparsa sui giornali americani, di inviare però almeno altri mille marine (1.400 secondo altre fonti) nel teatro asiatico anche se il Pentagono sta rifacendo i conti con i tagli previsti dall'Amministrazione. Tagli che però non mineranno la spesa della Difesa per le truppe in Afghanistan.

Con quella che il Washington Post ha definito una “prima volta” dalla fine della Guerra Fredda, la Difesa americana si è infatti ormai rassegnata al fatto che il tasso di crescita della spesa militare non è più sostenibile. La forbice amministrativa però non inciderà troppo e soprattutto non toccherà la spesa militare per Afghanistan e Iraq. I 553 miliardi per il 2011 che la Casa Bianca ha proposto al titolare del Pentagono, Robert Gates, vedranno infatti un taglio di 78 miliardi in cinque anni (la richiesta dell'Amministrazione era di 150) e, lasciano capire i giornali americani, qualcosa si dovrebbe risparmiare anche col ritiro delle truppe impegnate in Afghanistan previsto per luglio. Ma quanti saranno i militari a tornare a casa? Si dice da qualche migliaio a ventimila ma sono soltanto voci.

La stampa afgana si fa invece latrice di altre preoccupazioni. La riduzione del budget militare appare infatti del tutto insignificante se si guarda a quella prevista per la spesa civile in Afghanistan, ossia i finanziamenti alla ricostruzione. Secondo ToloNews il Congresso vorrebbe ridurre drasticamente il nuovo programma civile finora costato all'Amministrazione, dal 2002, 56 miliardi di dollari. Sono i repubblicani a fare la voce grossa: favorevoli a mantenere l'impegno militare pensano che i sacrifici vadano fatti sul civile con un taglio “grasso” che i democratici vorrebbe evitare. Per ora però la quantità dell'operazione non è nota.

Sul fronte politico le cose stagnano: l'ultima buona notizia è stato il riconoscimento politico indiretto dei talebani come parte politica negoziale visto che Karzai (ma non tutti sono d'accordo con lui nel suo governo) si è detto pronto a salutare la nascita di un ufficio della guerriglia in un Paese terzo, la Turchia ad esempio. Partner in un certo senso ideale (fa parte della Nato ma si vanta di non aver mai ucciso un afgano), Ankara ha qualche ambizione. Ma deve fare i conti con sauditi e pachistani. E ovviamente con gli americani.