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mercoledì 1 settembre 2010

COME MI RICORDO TONI FONTANA

La morte di Toni Fontana ha scosso tanti di noi che gli eravamo amici. Ma la sua partenza dice qualcosa anche a chi non lo conosceva perché Toni era un buon giornalista. Non lo dico con retorica ma con convinzione ed ecco perché, oltre a un amico, ho perso qualcosa di più che un collega. Toni scrisse, dopo lo stillicidio bosniaco e la campagna somala, un bellissimo libriccino che si intitola “Le guerre degli altri”. Aveva intuito Toni già allora, negli anni Novanta, quel che mi ha sempre affascinato nei conflitti che la professione ci spinge a seguire. E cioè che son roba d'altri dove noi mettiamo il becco senza riuscire a raccontare tutto ciò che vorremmo e cioè il lato oscuro che sta in quel termine: “altri”. Non ho parole per poter consolare la sua compagna che conosco davvero poco ma ho una cosetta da dire a sua figlia, la bella bambina che Toni ha lasciato e di cui era molto orgoglioso, come siamo noi padri. Vorrei dirle che anche lei può andar orgogliosa di suo padre: sa meglio di me che buon papà sia stato Toni per lei, ma forse non sa quanto sia stato un buon compagno per noi. Sapeva coniugare la passione politica e l'impegno civile col distacco che si deve alla nostra professione e sapeva, voleva raccontare la sofferenza umana, quella appunto degli altri. Aveva, nel far questo, la schiena dritta che, di questi tempi bui (ma in qualsiasi tempo, bambina mia) è la qualità più importante. Per i giornalisti e per gli uomini e le donne in generale.

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