A proposito della visita in Italia di Mohammad Mohaqeq, a capo della Commissione giustizia del parlamento afgano, è necessario un chiarimento se non altro per fare un po' di luce chiara su un'informazione che, nella fretta di gettare la croce addosso a qualcuno, prima ha tacciato “Afgana”, la rete di società civile che rappresento, di aver “avallato” la visita di Mohaqeq, infine di aver annaspato nell'imbarazzo perché, come è stato scritto su un sito “...in rete si sprecano gli interventi di chi – è il caso della Rete Afgana – si dice vittima di una mancanza di comunicazione e informazione all’origine dell’abbaglio”. Si sprecano gli interventi? Ma quali? Che io sappia Afgana non ne ha fatto alcuno se si esclude una correttissima precisazione di Nino Sergi di Intersos (che fa parte della Rete) sulla pagina web di Giuliana Sgrena. Nessuno ha sprecato niente perché non c'è niente da sprecare né nulla da cui difendersi. Provo a dire perché.

Dopo un po' che il comunicato gira in Rete (figurarsi se i quotidiani si occupano di queste quisquilie*) un imbarazzo diffuso fa ritrattare la presenza al sindaco e ai due parlamentari del Pd Touadi e Vernetti. La tesi è, grosso modo, che nessuno aveva ben capito con chi si aveva a che fare. Ma veniamo a noi. “Afgana”, e io per lei (nell'invito figurava anche Lisa Clark semplicemente perché è con me la portavoce della rete** ma sono io ad essere stato contattato da un'associazione di afgani in Italia), era stata invitata con Sergi, Toaudi e Vernetti alla tavola rotonda. Sapevamo chi è il signor Mohaqeq e abbiamo fatto un supplemento di indagine a Kabul chiedendo chi è adesso, cosa fa e con chi si accompagna. Conosciamo il suo passato tutt'altro che specchiato e sappiamo anche che fu favorevole, come la maggior parte del parlamento afgano, alla legge di amnistia che, con un colpo di spugna, ha (per ora) cancellato i crimini della guerra civile. Il problema è che nel parlamento di Kabul come lui ce ne sono tanti. Diciamo pure la maggioranza. Il primo vicepresidente della Repubblica e così l'attuale figurano sulla stessa lista citata dal Cisda (e compilata da Hrw) e nella quale una lunga sfilza di personaggi viene accusata di crimini durante la guerra contro i sovietici e subito dopo. Da questo punto di vista, nelle istituzioni, chi si salva in Afghanistan è un pugno di persone, tra cui Karzai che, non a caso, è uomo della diaspora. Non bisogna parlare con nessuno di loro?
Questa è la posizione assunta dal Cisda. Legittima e rispettabile. Ma non è la mia. Io (ed evidentemente anche Nino Sergi tacciato in qualche messaggio di “irrecuperabile farabutto”) la penso diversamente. In un paese ostaggio da 30 anni di guerra parlo con tutti. Se avessi l'occasione di parlare con mullah Omar, lo farei. Anzi lo avrei fatto dal 2006, quando ormai si era già capito che o si faceva un accordo coi turbanti o la guerra sarebbe stata infinita. Naturalmente le mie opinioni e quelle del Cisda sono divergenti ma credo ci sia spazio per entrambe. La politica è esattamente questo. Ci sono delle persone che mediano (e che secondo alcuni sono dei pompieri, secondo altri dei venduti, per altri ancora strumenti di pacificazione e costruzione) e ce ne sono altre che assumono posizioni più radicali. Che ricordano ai primi, se possiamo banalizzare, che non bisogna mollare troppo o abbassare la guardia. E, direi, viceversa. Ai miei tempi si chiamava dialettica.

Dopo qualche ora Mohaqeq doveva incontrare Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri. Lo avevamo informato di quanto detto a Mohaqeq, seppur a titolo personale. E credo che De Mistura abbia dunque avuto in mano una carta più per far sentire la voce del governo italiano su questa questione del codice di condotta che davvero non va giù, né agli italiani, né agli svedesi o agli spagnoli ma nemmeno a tanti afgani. Insomma alla fin fine, la buriana ha, dal mio punto di vista, persino creato le condizioni migliori per dire a Mohaqeq quel che gli andava detto. E che forse sarebbe venuto fuori in maniera meno pressante nella tavola rotonda che mai non fu.
* Con rare eccezioni...Sulla vicenda vedi anche il blog Diritti e rovesci di G. Cadalanu
** Nel bloggismo web la povera Lisa è stata definita “pacifista” tra virgolette. Possiamo capire che in Italia non si sappia chi è Mohaqeq, ma che non si sappia chi è Lisa Clark è un po' più grave. Dove saranno stati i virgolettatori quando Lisa si beccava i "proiettili" serbi a Sarajevo o rischiava "bastonate" in Congo o qualche "attentato a Kabul" (il virgolettato è mio)?
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