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sabato 4 maggio 2013

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA. MA UNO SOLO. ANCORA SU DACCA

Il mostro in prima pagina è Sohel Rana, proprietario del Rana Plaza, crollato dieci giorni fa a Dacca con un bilancio che ha superato i 500 morti. Gli è stato contestato il posssso di una pistola ritrovata nelle macerie e rischia la pena di morte. Se la cavano invece i comprimari di quel dramma: le decine di marchi occidentali che in Bangladesh fanno profitti grazie ai pochi scrupoli di molti signor Rana e a salari da un dollaro al giorno che hanno scioccato persino papa Francesco. L'Ufficio internazionale del lavoro (Ilo) ne ha approfittato per ricordare al governo che è ora di un programma che preveda un serio utilizzo della legge, garanzie di salute e sicurezza, diritti e salari. Un programma che non si può disgiungere dal senso di responsabilità che anche il mondo degli affari dovrebbe dimostrare.

Una petizione online, promossa tra gli altri dalla campagna “Abiti puliti” chiede a tutti i marchi coinvolti nel lavoro del tessile bangladeshi di firmare il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement promosso dall'International Labor Rights Forum per evitare nuovi drammi (prevede controlli e che ogni azienda produttrice straniera versi una piccola somma per garantirli). «Dal crollo della fabbrica Spectrum nel 2005, il rispetto della sicurezza degli edifici e delle norme antincendio è stato ripetutamente chiesto ai marchi che si riforniscono in Bangladesh. Questi – dice Deborah Lucchetti di “Abiti puliti” - non possono più nascondere le loro responsabilità per l’inerzia dimostrata nell’evitare che queste tragedie si verifichino. Non vi è alcuna ragione per ulteriori ritardi nella firma dell'accordo». C'è però chi ancora non l'ha firmato o non si è fatto avanti per garantire un compenso alle famiglie delle vittime.

Le aziende italiane (cinque) che avevano a che fare con le fabbriche coinvolte nel crollo hanno in parte ammesso con vari distinguo (vecchi ordini, affari ormai conclusi) ma non hanno fatto accenno a compensazioni o alla firma dell'accordo. I nomi ormai sono noti: Itd, Pellegrini, De Blasio, Essenza, Benetton. Quest'ultima aveva addirittura negato ma poi il ritrovamento di un ordine commerciale e di etichette tra le macerie del Plaza le hanno fatto ammettere il coinvolgimento. Sarebbe interessante sapere che passi intendono fare: se hanno deciso, come la Disney, di ritirarsi dal mercato per non correre rischi di immagine o se invece, come alcune società occidentali, pensano che sia giusto partecipare al lutto facendo fare un passo avanti ai diritti dei lavoratori che ci cuciono T-shirt e pantaloni.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Il dramma è che molte aziende impongono i prezzi ai loro fornitori, molto spesso fornitori "certificati", ma questi, a loro volta, se vogliono guadagnare qualcosa, danno la commessa a un terzo subfornitore, che per prendere due spiccioli farà lavorare i suoi operai in condizione da disgraziati. In fondo alla catena c'è lo sfruttamento: non sarebbe impossibile per le grandi aziende della moda, e non solo, aprire gli occhi se davvero avessero la volontà.