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martedì 8 aprile 2014

Diplomazia e garantismo. Prudenza e rigore. Cosa mi fa pensare il caso Bosio

Nell'estate del 1974 offrii una cena a un bambino di strada di Kathmandu. Avevo 20 anni e lui forse 12 o 13. Era coperto di stracci e aveva commosso la mia anima di giovane viaggiatore solidale. Mangiò “a quattro palmenti”, come avrebbe detto mia madre, e alla fine del pasto mi seguì sin sulla soglia dell'albergo. Voleva dormire lì, con me, al riparo almeno per una notte, forse due. Stavo per cedere a quella richiesta straziante, convinto che almeno per due giorni la sua vita sarebbe stata diversa, si sarebbe lavato, gli avrei comprato dei vestiti. Ma gli amici che erano con me mi convinsero del contrario. Non c'erano allora leggi contro la porno pedofilia ma valeva la regola del buon senso: "Se lo ospiti una notte come potrai cacciarlo il giorno dopo? E cosa avrai risolto se non di alimentare il suo odio per noi casta turistica? Il pranzo va bene, la notte in albergo no". Col pianto nel cuore salutai il ragazzo. Credo ancora di ricordare i suoi occhi brillanti su quel faccino lercio e sbavato dal muco. Stette lì sull'uscio per qualche ora e poi sparì nella notte incipiente.

Ecco perché resto prudente sul caso dell'ambasciatore Daniele Bosio. Resto garantista finché un tribunale, con tutti i limiti della giustizia, non avrà accertato. Spero che Bosio sia assistito con cura ma che le accuse, se provate, gli valgano una severa punizione. Son cose delicate. Ma la questione è un'altra.



S
e anziché un giovane frikkettone fossi stato un diplomatico – con qualche anno in più sulle spalle – non avrei invitato il bambino a cena né mi sarebbe passato per la testa di farmi seguire in albergo. Avrei allargato il mio portafoglio ed elargito una cifra che mi mettesse a posto la coscienza per un quarto d'ora. Ma – credo -  avrei avuto ben presente non solo e non tanto il buon senso dei miei amici di allora, quanto l'abito ufficiale e pubblico rivestito al momento. La feluca insomma portata, seppur virtualmente, sul capo 

Il fatto grave dell'episodio di Laguna è che Bosio, innocente o no, è un diplomatico di rango con qualifica di ambasciatore reggente di una legazione all'estero. Qualunque suo gesto è passibile di censura, critica, esposizione pubblica. Il turista è tenuto a non fare certe cose ma il diplomatico deve fare ancora di più: non mettersi lontanamente nella condizione di essere, pur se innocente, ricattato: magari il capro espiatorio di una trappola studiata per danneggiare il Paese che rappresenta.


La Farnesina, sopra una feluca (prefettizia)
 Anche se innocente dei reati ascritti, Bosio è dunque colpevole di aver tradito la feluca che indossa. Fosse domani libero e senza macchia, porterebbe quella di una superficialità non consentita a chi rappresenta la res pubblica all'estero. Senza che ciò infranga ora tutte le garanzie che, come imputato, gli spettano. Compresa una difesa legale che la stessa Farnesina è tenuta a garantirgli dato che, sospeso o no, si tratta comunque di un suo funzionario oltreché, e prima di tutto, di un cittadino italiano.

1 commento:

Raffaella Milandri ha detto...

Perfettamente d'accordo. Condivido, e io pur essendo donna ho sempre cercato di mediare, riflettere, in tutte le situazioni in cui il cosiddetto " aiuto" doveva essere tale.