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sabato 16 giugno 2018

Scommessa Eid el fitr

Per un giorno, in Afghanistan le armi hanno taciuto e si sono levate le voci di pace. Ieri, in occasione dell’Eid el-Fitr, la festività che segna la fine del sacro mese del Ramadan, in tutto il Paese c’è stato un giorno di tregua. È il primo dei tre giorni di cessate il fuoco che la leadership talebana ha deciso di accordare, dopo che il presidente Ashraf Ghani aveva annunciato una settimana di tregua unilaterale da parte del governo. Le date delle due tregue si sovrappongono per tre giorni. Ieri è stata la prima giornata. Una giornata storica: da Kabul alle città più periferiche, in molti sono scesi per strada per celebrare la pace, per quanto provvisoria ed effimera. Sulle reti social, per tutto il giorno si sono alternate immagini mai viste prima: soldati in uniforme al fianco di Talebani, funzionari governativi a braccetto con barbuti col turbante nero, strette di mano, sorrisi, pacche sulle spalle, bandiere tricolori dell’Afghanistan unite allo stendardo bianco con scritte nere degli studenti coranici.

Scene inattese ed eccezionali, accolte con entusiasmo dai civili, che celebrano l’Eid el-Fitr chiedendo con forza il prolungamento della tregua. Tanti afghani sono sorpresi: mai avrebbero immaginato di poter vedere Talebani e “governativi” gli uni accanto agli altri, né che la tregua – almeno nella prima giornata – abbia davvero tenuto, un po’ ovunque nel paese. È uno stimolo a proseguire lunga la strada del negoziato. Una strada che il leader dei Talebani, il mawlawi Haibatullah Akhundzada, nel suo discorso per l’Eid ha definito percorribile: “se gli americani vogliono davvero una conclusione a questo imbroglio afghano allora devono presentarsi direttamente al tavolo negoziale così che questa tragedia (invasione) si possa risolvere attraverso il dialogo”. Ma già il fatto che si rivolga a Washington, e non a Kabul, indica che la strada che dalla tregua conduce alla pace è ancora tutta in salita.



La carivana di pace da Helmand a Kabul (700 km) è ora a Maidan Wardak

La prudenza quindi resta d’obbligo. Non solo perché i talebani sono divisi in diverse fazioni (shure) che spesso non si riconoscono tra loro, ma la stessa leadership di Quetta, la più autorevole e considerata la più rappresentativa, non va sempre d’accordo. Come provano alcune, rare, defezioni da parte di qualche gruppo minore, disposto a trattare con Kabul cosa che, per ora e al netto di questo primo cessate il fuoco, non è in agenda. Poi c’è la variabile Stato islamico, gruppo ormai specializzato soprattutto in stragi. Il suo progetto di un grande Khorasan califfale, che comprenda Afghanistan e Pakistan, è contrario a qualsiasi trattativa e concessione. Infine i pachistani stessi – e con loro molti altri – aspettano di capire dove si andrà a parare dopo questo primo avvio. Pronti forse a farlo deragliare.

Prima dal Pentagono ufficiosamente e da fonti afgane e pachistane poi la conferma definitiva della morte di mullah Fazlullah – detto mullah Radio per le sue famose performance radiofoniche – è stata data dal presidente Ghani: è stato ucciso il 14 giugno da un drone nel Kunar, al confine con l’Afghanistan  Fazlullah si nascondeva pare dal 2009 in Afghanistan e da tempo Islamabad accusava Kabul di chiudere un occhio sul ricercato numero uno dall’intelligence del Paese dei puri. Fazlullah è ancora considerato il leader del Tehrek Taleban Pakistan, l’ombrello che raccoglie diversi gruppi e gruppetti jihadisti molto diversi tra loro (alcuni hanno anche aderito all’Isis). Feroce, qaedista, feroce e con una taglia Usa di 5 milioni sulla testa, era considerato la mente sarebbe dell’attentato a Malala nel 2012 e della strage di 150 alunni di una scuola militare a Peshawar nel 2014.

A quattro mani per il manifesto con Giulino Battiston


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