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giovedì 14 ottobre 2021

Afghanistan tra emergenza e negoziato


In Afghanistan si sta verificando “una catastrofe umanitaria”. All'esito del G20 di ieri pomeriggio “c’è stata sostanzialmente una convergenza di vedute sulla necessità di affrontare l'emergenza. Di fatto questo si è tradotto in un mandato alle Nazioni Unite, un mandato di tipo generale di coordinamento della risposta e ad agire anche direttamente. Sul versante degli impegni, “la presidente della Commissione europea, von der Leyen, ha annunciato uno stanziamento di un miliardo di dollari a finanziare la risposta umanitaria che c’è stata nel corso dell’incontro. Anche il presidente degli Stati Uniti ha annunciato un aumento di circa 300 milioni di dollari, dello stanziamento per rispondere a queste esigenze”. Lo ha detto il presidente del consiglio Mario Draghi nella conferenza stampa convocata ieri al termine del G20 straordinario sull'Afghanistan. Secondo Draghi per affrontare la crisi umanitaria saranno necessari contatti con i talebani, non un loro riconoscimento. “L'errore capitale di tutta la vicenda afghana” ha detto ieri sera il giornalista Emanuele Giordana, ospite all'Arci di San Bernardino “ sta nell'incapacità di instaurare una trattativa. Dal 2001 sono state le ragioni del conflitto a governare la situazione”.... (Leggi tutto su CremaOnline)

 

domenica 2 agosto 2020

Pace, guerra e elezioni. Le sfide ravvicinate del Myanmar

Ultimora (4 agosto): il governo birmano ha rinviato di una settimana la riunione sul processo di pace senza dare spiegazioni. Avrebbe anche ripristinato Internet nel Nord Rakhine pur se secondo alcune fonti la connessione e' bassa e piena di buchi. Infine ha reso effettive le restrizioni sui voli da e per il Paese sino a ottobre, cioe' poco prima delle elezioni previste l'8 novembre

Si avvicinano in  Myanmar i due appuntamenti più importanti dell’anno che, nonostante le restrizioni per il Covid-19, si terranno con i tempi e i modi già decisi anche se con alcune limitazioni: si tratta della quarta sessione della “Conferenza sulla pace di Panglong del 21°secolo”, come è stato intitolato il vertice che si terrà nella capitale Naypyidaw a metà agosto, e delle elezioni legislative in programma per novembre. La consultazione elettorale si terrà con restrizioni nei raduni di massa e nelle modalità di propaganda dei partiti. La Conferenza di pace ha invece visto sostanzialmente diminuire il numero dei delegati, una misura accettata da tutti i partecipanti.

Alla riunione – fissata dal 12 al 14 agosto prossimi - sono invitate tutte le entità che hanno combattuto contro il governo centrale e che in gran parte hanno aderito al processo di pace. Ma hanno ricevuto l’invito anche gruppi che non hanno aderito o che hanno accettato in linea di principio il Nationwide Ceasefire Agreement (NCA) – siglato nel 2015 - ma senza firmare accordi. Tra gli invitati di rilievo, fuori dall’accordo, ci sono per esempio la Kachin Independence Organisation e l’United Wa State Party. Entrambi hanno un braccio armato. I temi sul tavolo riguardano sia l'attuazione dell'accordo di cessate il fuoco a livello nazionale, sia ulteriori negoziati sui principi di base per formare un'unione federale che continueranno anche dopo le elezioni. Sarà la prima volta che il federalismo, sinora parola tabù, farà il suo ingresso al tavolo negoziale. L’ultima conferenza si è tenuta tra il 31 agosto e il 4 settembre 2016, quando si era per la prima volta insediato il governo civile guidato dalla de facto premier Aung San Suu Kyi. Si chiuse con una "Roadmap for National Reconciliation and Union Peace" che prevedeva sette passaggi, alcuni dei quali rimasti lettera morta.

Sul processo di pace pesano diversi fattori: la forza di contrattazione delle diverse forze in campo, che possono contare sulla pressione militare dei relativi eserciti locali, la posizione della Cina - in grado di controllare diversi gruppi lungo la frontiera col Myanmar - e infine la guerra in corso, soprattutto nel Chin e nel Rakhine, cui contribuiscono gruppi armati fuori dal negoziato e, come nel caso dell’Arakan Army, inscritte nella lista dei gruppi terroristici. Proprio giovedi scorso, due raid aerei dell’esercito birmano hanno bombardato l’area tra Kyauktaw e Mrauk U - a circa 150 chilometri da Sittwe, capitale del Rakhine - per rispondere a un attacco dell’Arakan Army. La sezione Mrauk-U-Kyauktaw della carreggiabile Yangon-Sittwe è stata chiusa fino al tardo pomeriggio. I combattimenti hanno avuto luogo nei campi sul lato Est della strada tra la diga di Abaungtaw e quella di Taungphyu. Non si ha per ora notizia di vittime ma molti residenti avrebbero abbandonato l’area. La zona dista una sessantina di chilometri in linea d’aria dal territorio di Paletwa, nel Chin, dove, con la popolazione civile, sono intrappolati dai continui scontri armati anche cinque sacerdoti cattolici.

giovedì 26 marzo 2020

La mossa "sovietica" di Washington

Adesso la famosa lista del governo afgano per i negoziati di pace intra afgani è finalmente pronta, dice Arg, il palazzo dove siede - contestato -  Ashraf Ghani. Si potrebbe dire che i soldi comprano tutto perché lunedì il governo degli Stati Uniti ha annunciato una riduzione immediata di 1 miliardo di dollari  nella sua assistenza all'Afghanistan per l'impasse politica nel Paese:  Mike Pompeo ha incontrato il presidente Ghani e Abdullah Abdullah a Kabul, insieme e separatamente, ma senza risultato e così Washington avverte  che un altro miliardo di dollari nel 2021 dovrebbe essere tagliato se la situazione non cambiasse. totale 2 miliardi di verdoni.

Questa vicenda mi ricorda una brutta storia. Dopo il ritiro dell'Urss dall'Afghanistan nel 1989 Washington e Mosca fecero un accordo: niente più soldi né al governo filosovietico di Najibullah e niente più fondi ai mujaheddin. A quanto si sa avvenne così. Quali furono gli effetti? I mujaheddin avevano gli Stinger e continuarono a ricevere soldi dall'Arabia saudita, dal Pakistan o dall'Iran. A Kabul invece il flusso di rubli si fermò e Najibullah smise di pagare gli stipendi ai soldati. Il suo esercito che, finché aveva ricevuto  un salario, aveva impedito la conquista di Kabul da parte degli integralisti islamici si sciolse come neve al sole e il suo regime crollò. Il resto lo sappiamo.

Gli Usa interrompono l'assistenza civile ma non probabilmente quella militare ed esiste un impegno - anche italiano - a pagare il salario per i soldati. Ma messo alle strette, benché Ghani si ostini a dire che il taglio non lo mette in difficoltà, la mossa potrebbe tradursi in una riduzione dei già magri salari a un esercito sotto stress. Tirate voi le somme.

lunedì 23 marzo 2020

Afghanistan, tre fronti caldi per un negoziato


L'inviato  degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad ha twittato ieri una notizia molto attesa e cioè che il governo afgano e i talebani hanno tenuto una riunione sulla liberazione dei prigionieri e sul processo di pace. Colloqui dunque che sembrano superare lo stallo che si trascina dalla firma dell'accordo di Doha. Eccone una sintesi prima del tweet di un uomo al centro da mesi di una delle più difficili e  tortuose maratone diplomatiche per far uscire l'Afghanistan dalla palude della guerra. Inshallah...

Martedi 10 marzo doveva essere un giorno particolarmente importante nel calendario della pacificazione dell’Afghanistan. In quella data, secondo quanto stabilito dall’accordo firmato a Doha il 29 febbraio tra americani e Talebani “per portare la pace in Afghanistan”,* sarebbe dovuto iniziare il vero e proprio negoziato intra afgano, tra il governo di Kabul e il governo ombra di mullah Akhundzada, rappresentato sinora dal team negoziale talebano in Qatar capeggiato da mullah Baradar. Se l’accordo di Doha tra guerriglia e parte delle forze di occupazione doveva pavimentare la strada per la pace, la prima data negoziata del vero e proprio processo di pace doveva essere appunto quel 10 marzo. Ma i guai sono iniziati ben prima. E su più fronti.

Il primo fronte caldo da menzionare è quello interno che riguarda l’esecutivo di Kabul cui spettava presentare, per il 10 di marzo, la lista del team negoziale in capo alla Repubblica. Un esecutivo che ancora non c’è e che si è spaccato, se così si può dire, ancor prima di nascere. Ancor prima infatti che la maratona negoziale di 18 mesi condotta da americani e Talebani a Doha partorisse il documento definitivo, Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, rispettivamente presidente e capo dell’esecutivo uscenti, si erano già divisi sui risultati delle presidenziali del settembre 2019, resi noti in forma definitiva dalla Commissione elettorale nazionale il 18 febbraio. I risultati, che hanno confermato Ghani come presidente, sono stati immediatamente respinti dall’eterno secondo Abdullah; né l’intervento americano, né quello di notabili locali sono riusciti a ricomporre una crisi che il 9 marzo – il giorno prima del fatidico 10 – li vedeva entrambi prendere possesso della carica di presidente. Ghani con l’avvallo – seppur senza fanfare - di personalità politiche nazionali e internazionali. Abdullah Abdullah con l’appoggio di diversi personaggi politici dell’arena afgana. Infine, dopo il fallimento dei tentativi di conciliazione tra i due, veniva abolita nei primi decreti di Ghani la carica di capo dell’esecutivo (una figura istituzionale inventata nel 2014 per risolvere la prima crisi tra i due contendenti che aveva portato alla nascita di un governo bipolare).

Il secondo fronte caldo riguarda i rapporti con i Talebani. Se a Kabul non c’è un esecutivo che rispecchi l’equilibrio delle forze non c’è ovviamente nemmeno una lista condivisa per aprire i negoziati né, pertanto, una linea politica univoca – più o meno inclusiva – che rappresenti la Repubblica. La faccenda si complica sia per le colorazioni etniche (Ghani è pashtun come la stragrande maggioranza dei Talebani) sia per gli equilibri e i rapporti di forza, visto che ad Abdullah fa capo quel che resta della famosa e potente “Alleanza del Nord”, la coalizione di signori della guerra considerata la peggior nemica dei Talebani e la forza che, con l'aiuto esterno, determinò la fine dell’Emirato di mullah Omar nel dicembre 2001. A complicare le cose è nata una diatriba immediata sul rilascio di 5mila detenuti talebani rinchiusi nelle carceri della Repubblica cui doveva far seguito il rilascio di circa mille prigionieri (soprattutto militari) nella mani della guerriglia. Abdullah non è nemmeno entrato nel merito della questione mentre Ghani ha posto il rilascio dei primi detenuti talebani non come premessa ma semmai punto di discussione del futuro negoziato di pace. Ghani ha poi con un decreto dato luce verde alla liberazione di 1500 detenuti ma legandola a un calendario e, ancora una volta, non come una premessa per iniziare i colloqui. I Talebani, che in proposito agitano l’accordo di Doha sostenendo che la liberazione di 5mila combattenti è una precondizione e non un punto di discussione, hanno respinto il piano Ghani e, nel frattempo, ricominciato a intensificare le azioni contro l’esercito afgano, attenuatesi per una settimana alla vigilia dell’accordo di Doha del 29 febbraio.

Il terzo fronte caldo riguarda gli Stati Uniti, il loro rapporto coi Talebani e quello con Kabul, a sua volta diviso in due tronconi. Ma c’è anche un fronte interno al Congresso, a una parte del Pentagono poco convinta dagli accordi di Doha e a un clima di sfiducia che dopo la firma ha contagiato un po’ tutte le parti in causa con l'esclusione di Zalmay Khalilzad, l’inviato americano artefice degli accordi di Doha la cui maratona diplomatica non si è mai fermata. Prima, durante e dopo l’accordo di febbraio. Va aggiunta infine la variabile Donald Trump. Il presidente americano, che ha investito sulla riuscita degli accordi buona parte della sua campagna elettorale per la rielezione, si è distinto per una posizione ondivaga sin dall'inizio del suo mandato: favorevole al ritiro durante la prima campagna elettorale era tornato interventista da presidente con la decisione di un aumento degli “stivali sul terreno”, salvo poi caldeggiare il negoziato di Khalilzad. E si deve a Trump se una prima firma dell’accordo è saltata a settembre (famosa la sua frase: “Il negoziato coi Talebani è morto”), costringendo i negoziatori di Doha a una nuova maratona di oltre cinque mesi. Infine il presidente americano ha probabilmente indispettito i più tiepidi verso l’accordo di Doha, sia a Kabul sia a Washington, con una telefonata a mullah Baradar immediatamente dopo la firma del 29 febbraio. Una conversazione così poco gradita che dopo un’altra telefonata tra Trump e Ghani, il neo presidente afgano si affrettava a chiarire che non c’era alcun impegno a liberare 5mila prigionieri talebani, argomento nemmeno trattato nell'amichevole chiacchierata con Donald: “Questione di sovranità nazionale”.

Quanto al fronte interno americano, è sufficiente riportare qualche dichiarazione in merito al ritiro delle truppe (da 13mila a 8.600 in 135 giorni), i cui preparativi sarebbero già iniziati settimana scorsa: Il generale Kenneth "Frank" McKenzie, comandante dell’United States Central Command (Centcom), ha sottolineato a denti stretti la celebrazione degli accordi di Doha da parte di Al Qaeda, che li ha definiti "una grande vittoria storica" del movimento jihadista: “Nell'accordo di ritiro delle forze occupanti – continuava la nota dei qaedisti - c’è un'evidente vittoria e una sconfitta umiliante per l'America e i suoi alleati". Infine il generale notava che il livello di attacchi talebani seguiti alla fine della settimana di tregua di febbraio “non sono coerenti con un'organizzazione che intenda mantenere la sua parola". Gli faceva eco il segretario alla Difesa Mark Esper: "Possiamo fermare il ritiro in qualsiasi momento e metterlo in pausa". Una clausola prevista dagli accordi di Doha se i talebani non dovessero rispettare gli impegni. Ma negli Stati Uniti, già al momento dell’accordo del 29, molti timori erano già venuti a galla surriscaldando il clima: con i repubblicani preoccupati dal calendario del ritiro e poco fiduciosi sugli impegni presi dai Talebani e i democratici a chiedere un maggior coinvolgimento del Congresso nelle decisioni della Casa Bianca. Infine molti parlamentari restano sospettosi sui due annessi “segreti” all’accordo di Doha - ammessi dal segretario di Stato Pompeo - che stabiliscono nel dettaglio le regole sul ritiro delle truppe. Trump però ha sempre respinto tutte le critiche confermando tra l'altro di voler incontrare di persona i Talebani. Le primarie e in seguito il Covid-19, lo hanno poi aiutato a distogliere l’attenzione dalla guerra più lunga del Paese che, al momento, deve comunque a Trump quantomeno la possibilità di un inizio della sua fine.

Un ultimo punto val forse la pena di essere sottolineato. E’ una sorta di peccato originale e al contempo un’ipoteca sul futuro di negoziati che appaiono ancora nebulosi. Purtroppo il dialogo Usa-Talebani si è svolto senza padrini né mediatori. E lo stesso sembra dover accadere per il processo di pace intra afgano – qualora cominci veramente e sempre che compaia una lista di negoziatori. Una lista di possibili parti terze è circolata alcune settimane fa ma gli interessati, citati da un servizio della Cnn, hanno smentito. E’ una delle tante nubi sul futuro, una cattiva stella sotto la quale si è cominciato a trattare senza che il negoziato di Doha fosse, in qualche modo, “accompagnato” da terzi e dunque garantito anche sulla sua interpretazione. Una mancanza cui sarebbe bene – per il dialogo intra afgano - porre rimedio in fretta.

* Come recita il titolo dell’accordo: Agreement for Bringing Peace to Afghanistan between the Islamic Emirate of Afghanistan which is not recognized by the United States as a state and is known as the Taliban and the United States of America



domenica 1 marzo 2020

I nodi del futuro afgano

Dopo 18 anni di guerra e 18 mesi di discussioni, 32mila civili uccisi negli ultimi dieci anni, 45mila soldati afgani ammazzati solo negli ultimi cinque e oltre 2.400 militari americani morti, la guerra sembra lasciar finalmente spazio alla speranza. Ma benché il 29 febbraio sia un giorno da celebrare e il ruolo di Cassandra sempre antipatico, la prudenza è d’obbligo. Un accordo preliminare, quello siglato ieri, non è ancora un negoziato sulla pace che per essere tale – e qui sta il macigno maggiore – deve far incontrare gli afgani: talebani, governo e società civile (termine da prendere con le molle).

I talebani, apparentemente forza omogenea almeno nella conduzione del negoziato con gli americani, si trovano di fronte una compagine governativa spaesata se non in disfacimento guidata al momento ancora dall’ex presidente Ghani e dal “co presidente” Abdullah. Com’è noto entrambi hanno cantato vittoria alle ultime presidenziali (Ghani con la conferma della Commissione elettorale, Abdullah rifiutandola) ma hanno deciso – su pressione americana - di rinviare le autoproclamazioni nel dopo Doha, mettendo per ora le spade nelle fodere. Già comunque alcuni elementi del governo hanno sottolineato i loro dubbi sul futuro: Amrullah Saleh, vice in pectore di Ghani, già ministro e, fino al 2010, a capo dell’intelligence, ha scritto per Time magazine che dopo aver lottato contro i talebani è pronto a incontrarli. Chiosando però il lancio della rivista su twitter con un “posso perdonare – aggiunge - ma non dimenticare”…

Sono gli stessi dubbi di Ghani ma soprattutto di Abdullah, legati al sospetto di simpatie etniche tra pasthun, comunità cui appartengono sia i guerriglieri sia il presidente. Infine aleggia la prospettiva mai fugata di un governo a interim che non solo ricomporrebbe nell’immediato il contenzioso sull’elezione a presidente ma potrebbe aprire la strada a un esecutivo – se non oggi domani – con ministri talebani. Una via che avrebbe anche un senso ma contro cui si schierano anche una ventina di parlamentari del Congresso americano che temono che ritiro significhi carta bianca all’ortodossia islamista dei talebani. Eppure proprio alla vigilia di Doha, il portavoce ufficiale della guerriglia Suhail Shaheen getta benzina sul fuoco: “Siamo favorevoli – dice ad Al Jazeera – a che le donne lavorino e studino come previsto dalle leggi islamiche, basta che portino l’hijab, solo quello… quanto alla libertà di espressione è prevista dalle regole islamiche”. Interessante notare l’uso della parola “hijab” (velo) e non del termine chadri (burqa). Ma cosa significa “regole islamiche”? E quanto revisionismo (o rilettura) è stata fatta dai seguaci della scuola Deobandi e delle ferree leggi del pashtunwali, il codice tribale? Incognite cui si aggiunge la sorte dei prigionieri talebani in mano al governo o agli americani, il congelamento dei beni, i mandati di cattura formalmente ancora in essere.

Infine il ritiro: c’è un calendario certo e uno assai più vago così come la minaccia che il banco salti nel caso di violazioni (elementi impugnabili da tutti gli attori). Manca poi un quadro che accompagni il dialogo intra-afgano. Se ne fa garante Washington ma non basta. Gli appetiti e i timori di vicini e lontani – dal Pakistan all’Iran, dall’India alla Russia – non saranno saziati da un tavolo negoziale afgano coi soli americani a far da padrini. Girano voci di una lista di mediatori possibili (si è fatto il nome anche di Federica Mogherini che però smentisce) che potrebbero accompagnare questo incerto futuro. Ma per ora la fretta di arrivare al punto prima delle presidenziali Usa sembra aver partorito gattini ancora ciechi.

domenica 23 febbraio 2020

La prudenza necessaria sulla tregua afgana

La tregua iniziata in Afghanistan alla mezzanotte di venerdi e che dovrebbe preludere alla firma di un accordo tra Stati Uniti e Talebani già a fine mese è la miglior notizia che proviene dall’Hindukush dopo 18 mesi di trattative e gli ultimi vent’anni di guerra (quaranta se li calcolassimo dall’invasionesovietica del 1979). Ma il pragmatismo invita ad essere estremamente prudenti.

Innanzi tutto più che di una tregua si tratta di una riduzione delle ostilità (reduction in violence plan – piano di riduzione della violenza) il che significa che le pistole possono ricominciare a sparare in ogni momento e anche che possono continuare a farlo nelle aree escluse dal piano. Del resto, l’esercito afgano – tagliato fuori dai negoziati come il resto del governo e della società afgana – aveva già messo in guardia che avrebbe tenuto il dito sul grilletto pronti a ogni evenienza. Ieri sera, la televisione afgana ToloNews riferiva infatti di diversi incidenti in Faryab, Uruzgan, Paktia, Balkh, Baghlan, Badghis, Helmand e Kapisa... continua su atlanteguerre

mercoledì 18 settembre 2019

Mattanza afgana

Nell’arco di 90 minuti ieri i Talebani hanno messo a segno un duplice attentato. A Charikar,
capoluogo della provincia di Parwan, hanno colpito un comizio elettorale del presidente Ghani e poco dopo, a Kabul, la cosiddetta rotonda Massud, nel centro della città, a ridosso di numerosi edifici governativi. Almeno 22 morti a Kabul, altri 26 a Parwan. Decine e decine i feriti. La strategia è unica, ma l’attentato è duplice e due sono i destinatari del messaggio. A Charikar, l’attentatore suicida ha colpito uno dei checkpoint di controllo all’ingresso di un centro di addestramento della polizia. All’interno c’erano cinquemila persone ad ascoltare il comizio elettorale del presidente Ashraf Ghani, in una delle rare uscite pubbliche, tanto più fuori Kabul, in vista delle presidenziali del 28 settembre. Fino a pochi giorni fa Ghani – alla ricerca di un secondo mandato – ha evitato gli spostamenti, tenendo video-conferenze con gli elettori. Ieri ha deciso di presentare la sua agenda a Charikar, accompagnato da Amrullah Saleh, già capo dell’intelligence e ora suo vice nel ticket elettorale.

L’attentatore non è riuscito a impedirne il comizio, ma il messaggio era proprio per lui: per i Talebani, il governo di Kabul continua a essere illegittimo e lo sarà tanto più in futuro se a presiederlo dovesse continuare a essere lui, Ghani, tra l’altro ai ferri corti con Islamabad, tradizionale sponsor degli studenti coranici. Per i Talebani, illegittime e “farsesche” sono anche le elezioni, in un Paese sotto occupazione. Così hanno dichiarato settimane fa, minacciando il boicottaggio violento e intimando agli afghani di non partecipare. Fino al 7 settembre, nessuno avrebbe scommesso che le presidenziali si sarebbero tenute davvero. Si dava infatti per imminente la firma dell’accordo tra gli Stati Uniti e i Talebani, che le avrebbe probabilmente fatte annullare. La certezza che si tenessero è arrivata soltanto dopo che Trump ha fatto saltare il negoziato.

Il secondo messaggio è per lui. La rotonda Massud è a poche centinaia di metri dall’enorme ambasciata Usa, da mesi in espansione. E la provincia di Parwan è una delle due, insieme a Kabul, dove avrebbe dovuto cominciare il cessate il fuoco con gli americani, secondo le indiscrezioni sul testo dell’accordo. Così, mentre tessono i rapporti con le potenze regionali, e senza chiudere del tutto la strada a un’eventuale ripresa dei colloqui di pace, i Talebani con il duplice attentato di ieri dicono a Trump che se Washington rinuncia al tavolo negoziale loro sono pronti a combattere “per altri cento anni”, come dichiarato da uno dei membri della delegazione di Doha, in Qatar.
Sono anche disposti a pagarne le conseguenze, condivise con soldati governativi ma soprattutto con i civili come racconta un’inchiesta della Bbc nella quale si scrive che agosto è stato il peggior mese in assoluto con una media di 74 morti al giorno. L’indagine rivela una serie di cose: tra i 2.307 morti accertati dall’emittente britannica in quel solo mese (quasi 2mila i feriti) ci sono soprattutto militari e miliziani mentre un quinto sono civili con una buona percentuale di donne e bambini. Ma tra i “soldati” morti, i più numerosi sono proprio i Talebani: la guerriglia – scrive Bbc – non è mai stata tanto potente dal 2001 “ma i suoi combattenti rappresentano quasi la metà di tutti i decessi di agosto, un numero enorme, il che è una sorpresa”. Potrebbero esserci diversi fattori per questo, incluso il fatto che i talebani “son passati all’offensiva durante i colloqui di pace e che le forze guidate dagli Stati Uniti hanno aumentato gli attacchi aerei e le incursioni notturne in risposta, uccidendo molti talebani e civili”. Talebani e governo hanno contestato le cifre.

L’indagine della Bbc non fa invece che confermare un trend di violenza che già in luglio aveva registrato un bilancio elevatissimo e ne aveva fatto il mese peggiore dell’anno in corso. Ma se agosto è stato ancora più negativo e con le elezioni in vista ci si può solo aspettare il peggio. Se Talebani, governativi e alleati han combattuto duro mentre si negoziava, ora che il negoziato è nelle secche, la situazione sul piano militare può solo peggiorare.

Nel contempo però chissà se non sia stato anche il naufragio del negoziato a spingere i giudici della Corte penale internazionale dell’Aja a rivedere il loro giudizio sul rigetto della richiesta del pubblico ministero di aprire un'indagine su gravi reati connessi al conflitto afgano. Han reso noto ieri infatti che accetteranno il suo ricorso. L'indagine proposta era stata respinta perché era stato giudicato improbabile ottenere risultati importanti con un Paese, gli Stati Uniti, che non riconoscono l’autorità del Cpi. Riconosciuto invece dal governo di Kabul.

A 4 mani per il manifesto con G. Battiston

mercoledì 11 settembre 2019

Afghanistan: il negoziato è morto?

“Per quel che mi riguarda il negoziato è morto”. E’ lunedi in America e in Afghanistan è già buio quando Donald Trump mette la pietra apparentemente tombale sul processo di pace coi Talebani. Zalmay Khalilzad, il suo uomo a Doha che ha sudato diverse camice per trovare un accordo, viene richiamato a Washington accompagnato dalle parole del segretario di Stato Pompeo: “In soli dieci giorni abbiamo ucciso oltre mille talebani”. Parole che chiosano l’ennesimo tweet del suo presidente “Negli ultimi quattro giorni abbiamo colpito il nemico come mai prima negli ultimi dieci anni”. Dunque?

Trump twitta di nuovo: “Ce ne andremo – ribadisce – ma con i nostri tempi” e intanto ieri il capo delle forze Usa e Nato in Afghanistan, generale Scott Miller, durante una visita nel Sud col Rappresentante civile dell’Alleanza, fa professione di fede seminegoziale: “Siamo tutti impegnati nella pace”. Si ma che vuol dire? Che il negoziato riprenderà? E con che tempi? Gli esegeti del Trump pensiero hanno un bel daffare poiché ancora non è chiaro come sia andata e cosa abbia fatto decidere a Donald (che ha intanto silurato il suo consigliere per la sicurezza Bolton contrario all'incontro) di cancellare il meeting segreto coi capi guerriglieri. Che un americano ucciso dai Talebani alcuni giorni fa – quando di militari Usa ne son morti 2.500 – abbia fatto cambiare idea al presidente sull’incontro previsto a Camp David non è pensabile. Forse Trump – così suggerirebbe la vicenda coreana – ha voluto all’ultimo alzare il prezzo, magari ridisegnando l’accordo su tempi più lunghi per abbandonare il Paese coi suoi soldati o per non abbandonarlo affatto come qualcuno vorrebbe (parte dei militari e Condoleeza Rice ad esempio). Nella logica da bazar cara a Trump (dico 100 e poi scendo a 50) l’ipotesi avrebbe senso ma nella capitale afgana gira un’altra ipotesi che taluno dà per certa. I Talebani si sarebbero irritati dell’improvviso invito non concordato e della presenza del presidente Ghani pure lui tra gli invitati: avrebbero così sdegnosamente rifiutato sostenendo che la data per la firma dell’accordo era altra e, soprattutto, che senza un garante terzo non avrebbero mai firmato. Il gran rifiuto avrebbe fatto infuriare Trump facendogli cancellare il meeting peraltro già saltato.

Secondo alcune fonti, nella capitale gira da tempo un testo in dari e pashto nel quale tutti i punti dell’accordo son nero su bianco: completi di tempi, accordi sulle basi militari, ritiro e forse anche cessate il fuoco e incontro intra afgano. Il colpo di teatro dunque avrebbe davvero mandato a monte tutto il lavoro di Khalilzad per far poi tentare a Trump di salvare la faccia. Ma ora la strada è più che in salita. C’è da aspettarsi una recrudescenza delle azioni talebane e dunque nuovi bombardamenti americani. Mai smessi per altro se quel che dice Pompeo è vero. Intanto il fragile Ghani si porta a casa le sospirate elezioni di fine settembre anche se i maligni dicono che gli Usa stanno per abbandonarlo, magari per puntare sul suo vice oppure su qualche nuovo asso nella manica. Nascosto sotto il biondo riporto del presidente.

martedì 3 settembre 2019

Afghanistan: L'accordo c'è ma la guerra continua

Un’auto bomba ha colpito stanotte nel cuore della capitale al Green Village, luogo frequentato anche da stranieri (almeno 16 morti e oltre 100 feriti) mentre si continua a combattere nel Nord del Paese, dove la guerriglia ha scatenato negli ultimi due giorni un’offensiva che ha tutta l’aria di essere stata preparata con cura. Ma da Kabul arriva anche una buona notizia: l’accordo tra i Talebani e l’amministrazione statunitense sull’Afghanistan è chiuso, almeno “in linea di principio”, assicura l’inviato del presidente Trump, Zalmay Khalilzad. Che ieri nella capitale ha sottoposto il testo all’attenzione del presidente afghano Ashraf Ghani, mentre nel resto del Paese i Talebani intensificavano la battaglia per portare a casa, oltre a un accordo che gli permette di rivendicare “vittoria”, anche qualche successo militare in più...segue su atlanteguerre

Questo articolo è stato scritto a quattro mani con Giuliano Battiston per il manifesto e aggiornato stamane per atlanteguerre

domenica 14 luglio 2019

Afghanistan: Il bollettino quotidiano della morte

Nadir Shah Sahibzada
Il commando è formato da tre guerriglieri che alle 12.30 di ieri entrano in un albergo a Qala-e-Naw, capoluogo della provincia occidentale di Badghis che confina col Turkmenistan. L’albergo nel cuore di una cittadina il cui nome significa “casa dei venti” è una sorta di centro commerciale – con negozi, stanze, ristoranti – da cui si può prender di mira il quartier generale della polizia e la casa del governatore. Il tiro al piccione frutta diversi morti tra le forze di polizia, almeno otto, e altrettanti feriti. Ci vogliono cinque ore perché torni la calma in città. Anche se è la capitale della provincia di Badghis, Qala-e-Naw non è Kabul, né Herat, né Jalalabad ma per i Talebani, che stanno negoziando la pace con gli americani, è probabilmente tattico colpire a macchia di leopardo. E, una volta tanto, senza far vittime civili. Si arricchisce il bollettino di guerra dell’Afghanistan – dove a dicembre si celebrano 40 anni di guerra ininterrotta – nel quale ogni giorno c’è solo l’imbarazzo della scelta e in tutti i punti cardinali: la morte dell’ennesimo americano killed in action ad esempio, il quarto dall’inizio di luglio, o la morte senza un colpevole di Nadir Shah Sahibzada, conduttore di una radio locale nella provincia orientale di Paktia.

E’ stato ucciso venerdi a Gardez, il capoluogo della provincia dove lavorava da tre anni nella stazione radio di Sada-e-Gardez occupandosi di società e cultura. Argomenti sensibili in un’area ad alta intensità guerrigliera. Ma è difficile dire chi sia stato a uccidere - e prima torturare come rivelano le ferite sul suo corpo – il quindicesimo giornalista ucciso in Afghanistan dall’inizio dell’anno in quello che, dice Reporter senza frontiere, è stato l’anno peggiore dal 2001 per giornalisti, fotografi e operatori. Il contraltare di uno dei pochi successi dell’occupazione militare (oltre 1800 media) è anche il modo in cui si cerca di orientare l’opinione pubblica visto che, dalla Nato all’Iran, da Islamabad a Riad, il comparto media è uno dei più sostenuti da finanziatori generosi quanto pelosi. E dove sgarrare è sempre un rischio.

Ma se il bollettino della guerra tiene banco, quello della pace o supposta tale non è da meno. Ieri i Talebani hanno messo a segno un altro colpo mediatico concedendo un’intervista per la prima volta a un quotidiano giapponese, il Mainichi Shimbun, colosso dell’informazione nipponica con oltre 3mila dipendenti. A parlare è mullah Stanekzai, il capo dell’Ufficio politico di Doha e numero due del team che negozia con gli Usa: ha gettato il sasso nello stagno augurandosi che Tokio si proponga come garante degli accordi di pace. In realtà Stanekzai è stato vago, chiamando in causa sia asiatici sia europei come possibili garanti, ma al Mainichi l’idea è piaciuta molto. Poi Stanekzai è andato oltre sostenendo che i tempi stanno maturando perché - raggiunto un accordo con Washington - “...varie forze all'interno dell'Afghanistan tengano discussioni sul futuro del Paese, tra cui cessate il fuoco e regime politico… Secondo la bozza che abbiamo, dopo che tutto sarà stato finalizzato, inizierà il dialogo tra afgani, compresi Kabul, politici, attivisti e tutti gli altri". Un’apertura ma anche una chiusura: si al cessate il fuoco e persino a un dialogo intra-afgano anche col governo, ma solo dopo che il negoziato a due sarà concluso. Fonti del giornale sostengono che il divario tra le posizioni si sta riducendo tra i negoziatori ma che ancora si discute sulla tempistica del ritiro: gli Stati Uniti chiederebbero un anno e mezzo, i talebani vorrebbero sei mesi. Ipotesi. Per ora solo ufficiose.

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martedì 2 luglio 2019

Bombe sul negoziato (e sui civili)

Zalmay Khalilzad:
il negoziatore
Mentre è appena iniziato il settimo round negoziale a Doha tra americani e talebani, la guerriglia in turbante si macchia dell’ennesima strage di civili a Kabul. Ieri mattina un’autobomba è scoppiata davanti a un centro logistico della Difesa afgana nell’area di Pul-e-Mahmood Khan, non lontana dalla cosiddetta zone verde della capitale. Le immagini mostrano un’enorme esplosione con una scia di fumo che non lascia dubbi sulla portata dell’attentato. Appena dopo lo scoppio, cinque uomini armati sono entrati nell’edificio a fianco ingaggiando una sparatoria con le forze di sicurezza che dopo circa sette ore ne hanno avuto ragione uccidendoli tutti. Ma il bilancio è pesantissimo e probabilmente in crescita visto l’alto numero di feriti – oltre un centinaio - tra cui una cinquantina di bambini. Secondo Al Jazeera il ministero dell’Interno avrebbe confermato ieri sera almeno 16 vittime. 200 persone sarebbero invece state messe in salvo dopo l’esplosione. I talebani hanno immediatamente rivendicato ammettendo di aver colpito anche dei civili ma specificando che l’obiettivo era militare. Nel pomeriggio a Kabul si è scatenata la rituale polemica sull’incapacità di prevenire questo genere di attentati che mettono a rischio la popolazione civile. Se dunque i talebani volevano in realtà colpire il governo e innescare polemiche interne, la loro bomba – evidentemente studiata anche per far pressione sui negoziatori americani di Doha – ha raggiunto sicuramente il risultato.

Benché ormai si negozi più o meno apertamente da oltre un anno e da alcuni mesi americani e talebani si siano incontrati più volte, concordando su qualche punto, la guerra in Afghanistan non si è fermata e la speranza di una tregua – chiesta a gran voce dalla società civile e dal Movimento dei marciatori di pace – resta un’illusione su cui si sperava il settimo round negoziale avrebbe battuto un colpo. Gli attentati con bombe si sono susseguiti negli ultimi mesi con ritmo incalzante senza risparmiare i civili. Il 31 di maggio – per ricordare i fatti più recenti – un'esplosione a Kabul ha ucciso quattro persone. Pochi giorni dopo, il 2 giugno, altre quattro bombe esplodono nella capitale. Il giorno dopo ancora, il 3 giugno, un'esplosione colpisce un autobus di impiegati governativi uccidendone cinque. E se la guerra colpisce la città, specie quando si vuole una cassa di risonanza internazionale, il conflitto continua nelle campagne e nei piccoli centri sebbene – magra consolazione – abbia causato meno vittime tra i civili nei primi sei mesi di quest'anno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso: Secondo The Civilian Protection Advocacy Group 1.981 civili sono stati uccisi e feriti tra gennaio e giugno 2019 mentre il numero era 2.639 durante lo stesso periodo l'anno scorso. Secondo il rapporto, le vittime si sono notevolmente ridotte a giugno, con 63 morti e 134 feriti registrati durante il mese. Il declino viene attribuito al decrescere del numero di attacchi suicidi.
La guerriglia ora privilegia le bombe.

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domenica 21 aprile 2019

Afghanistan: il negoziato inciampa tra bombe e segreti

Il ministero delle Comunicazioni (Communications and Information Technology) è un palazzone moderno di 18 piani in cemento armato che domina il centro storico di Kabul. Ieri in tarda mattinata, mentre i suoi quasi 3mila dipendenti erano in pausa pranzo, un uomo si è fatto saltare all’ingresso dell’edifico mentre altri due ingaggiavano una sparatoria con gli agenti della sicurezza. La battaglia è durata poco e i militanti sono stati uccisi. Ma con loro quattro civili e tre poliziotti sono rimasti a terra. L’edifico è stato evacuato rapidamente e così il vicino ministero della Cultura, qualche strada più in là. I sistemi di sicurezza e verifica, fissi e costanti in quest’area che dista qualche isolato dal palazzo presidenziale e che guarda il fiume sul cui lato opposto si trova il Gran Bazar della capitale, non sono serviti a granché come barriera preventiva. Complice forse il fatto che, da quando sono iniziati i negoziati tra talebani e americani, le incursioni in città si sono ridotte anche se la guerra va avanti fuori dai centri urbani. E per la verità i Talebani si sono affrettati a smentire: non è roba loro e per adesso è difficile dare attribuzioni a un attentato non rivendicato e molto simbolico. Scelto con cura e che, per di più, penalizza gli apparati di sicurezza nazionali.

Accade inoltre in un momento delicato anche se, in Afghanistan, è raro che la congiuntura sia serena. Il fatto però è che l’attentato risuona in una giornata che avrebbe dovuto vedere il primo incontro interafgano, organizzato dal Center for Conflict and Humanitarian Studies di Doha - un’emanazione del Doha Institute for Graduate Studies, - che si sarebbe dovuto svolgere tra ieri e oggi. Qatarini, talebani e governo afgano però non si sono trovati d’accordo sulla lista degli invitati. Kabul ne aveva pretesi 250, rifiutati sia dal Qatar sia dai talebani che, in un comunicato, hanno spiegato così le ragioni della cancellazione dell’incontro. Secondo il governo di Kabul è però solo un rinvio così come per i qatarini, disposti a lavorare a un’eventuale nuova lista. Ma una bomba sul fallimento del primo passo del dialogo interafgano sembra la ciliegina su una torta non lievitata. L’impasse negoziale infatti mette sempre più nell’angolo Kabul e il suo governo, alla vigilia di elezioni presidenziali sulle quali pesa il fatto che i colloqui di pace sono per ora nelle mani di due soli interlocutori: guerriglia e occupanti. Il governo resta tagliato fuori e forse, nel tentativo di non perdere la faccia, finisce a inciampare sotto la pressione della fretta di portare a casa almeno qualche piccolo risultato. Chi alla fine sembra invece aver fatto un punto sul tavolo del Grande gioco afgano è Mosca: la conferenza di Doha era infatti figlia del primo incontro tra afgani e guerriglia in Russia mesi fa. All’epoca il governo era assente e questa sembrava la volta buona. Il fallimento non danneggia però l’immagine di Mosca, molto attenta a ritagliarsi un ruolo, ancorché di sponda, nella pace che – inshallah – prima o poi verrà.

Quanto al negoziato tra americani e talebani, le bocce per ora sono ferme ma il dialogo va avanti. Con (almeno ufficialmente) un convitato di pietra: il destino delle basi militari. Gli americani, oltre alla grande base di Bagram (ereditata dai sovietici!), hanno in concessione l’uso di un’altra decina di basi aeree sparse per il Paese. Un accordo col governo Karzai ne consente l’utilizzo e dunque l’intera rete nazionale costituisce uno dei fulcri chiave della presenza stellestrisce nel Paese: il controllo sia dell’Iran sia della frontiera meridionale della Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), che raccoglie due terzi delle ex repubbliche sovietiche tra cui quelle dell’Asia centrale. E’ il fianco Sud della Russia. Nei negoziati si è parlato del ritiro delle truppe, di terrorismo e persino di diritti delle donne. Mai delle basi. Gli americani le lasceranno rinunciando così a uno dei motivi per cui si sono impelagati in una guerra che tra poco compierà vent’anni?. Secondo alcune voci, della cosa invece si sarebbe parlato con le basi come oggetto di trattativa. Gli Usa per altro hanno chiesto di evacuare i soldati in anni mentre i talebani ragionano in termini di mesi. Intanto si prende tempo. Bomba o non bomba.

giovedì 7 febbraio 2019

Dopo i colloqui di Mosca

Il Divide et impera vale anche per i Talebani. Dopo aver incassato a Doha una bozza di accordo con
gli Stati Uniti, escludendo il governo afghano dai colloqui con il rappresentante del presidente Trump, Zalmay Khalilzad, a Mosca ieri hanno dettato l’agenda dell’incontro con 32 rappresentanti della politica afghana, inclusi i principali oppositori del presidente in carica, Ashraf Ghani, sempre più marginalizzato. Oltre ai barbuti, al tavolo negoziale c’erano pezzi da novanta come l’ex presidente Hamid Karzai, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Hanif Atmar, l’ex governatore della provincia di Balkh, Atta Mohammad Noor, che ha chiesto la formazione di un governo ad interim per gestire la riconciliazione. Unica donna a parlare, l’ex deputata Fawzia Koofi.

“Non hanno nessuna autorità, che discutano quanto vogliono”, manda a dire da Kabul il presidente Ghani, che nelle elezioni presidenziali di luglio dovrà sfidare alcuni dei presenti a Mosca. I Talebani sfruttano dunque le divisioni altrui. E a margine dell’incontro rivelano che l’accordo con gli americani raggiunto a Doha prevede il ritiro di metà delle loro truppe entro la fine di aprile. Smentita dal Pentagono, la notizia è utile a dimostrare chi è in posizione di forza. Il capo della delegazione talebana, Sher Mohammad Abbas Stanikzai (che tra pochi giorni verrà sostituito da mullah Baradar), ha tenuto un discorso di mezz’ora. Ha elencato gli ostacoli alla pace (l’occupazione militare, la Costituzione “illegittima e imposta dall’Occidente” che va rivista, le sanzioni contro i barbuti nella lista “nera” Usa, “i detenuti politici”) e illustrato la posizione dei tubanti neri su molte questioni, inclusi i diritti delle donne. Stanikzai promette il rispetto dei diritti delle donne, “all’istruzione, alla proprietà, all’eredità, al lavoro”, ma poi accusa le attiviste per i diritti di genere di aver “introdotto indecenza e corruzione morale nel Paese”. E ribadisce un punto chiave: “non vogliamo il monopolio del potere”. Alla fine dei colloqui è stata divulgata una dichiarazione congiunta che per certi versi ribadisce la necessità del dialogo intra-afgano (ma non accenna al governo) e dall’altra riconosce alle donne diritti economici, sociali, politici e all’istruzione (ma, dice, “in linea con i principi dell’islam”). Si può leggere qui.

A differenza dell’incontro con i Talebani dello scorso novembre a Mosca, in questa occasione al tavolo negoziale non c’erano rappresentanti del governo russo, che ha lavorato dietro le quinte. Che vi sia un interesse di Mosca nella gestione del dopo guerra afghano è fuori di dubbio e una notizia secondaria aiuta a capire il quadro: il ministro degli esteri Lavrov ha appena garantito alla sua controparte tagica che la Russia aiuterà la modernizzazione dell’esercito di Dushanbe. Se è vero – come sostiene Voice of America – che in Tagikistan stazionano 7mila soldati russi, Mosca sta tentando – con successo – di riappropriarsi del controllo dell’intera Asia centrale post sovietica. L’Afghanistan è un tassello ineludibile. È una questione di geopolitica pura. Chi controlla l’Afghanistan non controlla tanto o soltanto le rotte commerciali centroasiatiche o, se si vuole, parte della vecchia via della Seta. Controlla tutti i suoi vicini e non solo. Per la Russia riappropriarsi dell’influenza in Afghanistan è vitale per contenere l’avanzata americana. E così per Teheran: se gli Usa otterranno di conservare delle basi militari, l’Iran resterà vulnerabile a un attacco Usa.

Per Pakistan e India invece, l'Afghanistan è la pietra angolare di una strategia militare in caso di guerra tra le due ex sorelle. Anche per i Saud e gli emirati (forziere dei soldi afgani di ogni colore) Kabul è importante: è il Paese sunnita per eccellenza alle porte del mondo indù e una barriera all'espansione sciita e russa. Per la Cina, è invece un polo strategico nella corsa della One belt One road. Insomma ogni giocatore occulto ha la sua agenda e l’Afghanistan è il vaso di coccio. Senza un accordo tra tutti questi soggetti, la pace resterà una chimera. E l’Europa? Per ora l’unica azione politica è stata decidere il rimpatrio degli afgani. E offrirsi come garante di un eventuale accordo di pace. Per il resto la sua voce è schiacciata dall’attivismo russo americano. Come quella dell’Onu.

A 4 mani con Giuliano Battiston per il manifesto

mercoledì 30 gennaio 2019

Trenta, Moavero e la guerra afgana

Il fatto che il ministro degli Esteri Moavero Milanesi abbia detto di non saperne nulla, all’indomani delle indiscrezioni sul ritiro dall’Afghanistan dei soldati italiani nell’arco di 12 mesi deciso dalla ministra Trenta, è non solo anomalo e imbarazzante ma la spia di due debolezze. La prima riguarda una scelta evidentemente non condivisa all’interno del governo se un ministro dice una cosa e l'altro, in un certo senso, la smentisce. La seconda riguarda invece una debolezza strutturale degli ultimi governi del Paese, di centro sinistra come di centrodestra e ora di indefinito colore: quella cioè di aver affidato al ministero della Difesa la gestione della guerra afgana, un trasferimento di poteri che bypassa il primo ministro e il titolare della Farnesina, le due figure istituzionalmente deputate alla gestione di un conflitto. Anche un terzo elemento è di una certa gravità: l’aver ignorato il parlamento (e persino il consiglio dei ministri), come se una decisione tanto importante – il ritorno dei nostri soldati da una guerra che dura da 17 anni - possa essere una misura che si decide con un provvedimento amministrativo da parte di un ministero. E’ la spia di un processo lungo che ha visto nel tempo diminuire la presenza della diplomazia e affermarsi la primogenitura delle armi.

I premier italiani hanno smesso di visitare l’Afghanistan lasciando l’incombenza ai ministri della
Difesa. Questi ultimi, ormai vestiti in mimetica come se fossero soldati e non rappresentanti civili di un governo, si guardano bene dall’andare a salutare per primo il presidente afgano in carica. Passano in rivista le truppe e, se va bene, incontrano il loro omologo o, più spesso, i vertici Nato in un Paese dove l’occupazione militare è stata la cifra di una “missione di pace” approvata – di disse allora - per combattere il terrorismo ma anche per sostenere lo sviluppo, la libertà delle donne, i diritti umani. Se la forma è anche sostanza, la beffa di due ministri che battibeccano nientemeno che sulla fine della partecipazione a un conflitto, non è che la logica conseguenza di questo percorso. Debole (perché demanda in realtà agli Stati Uniti la decisione se si debba o meno restare in Afghanistan) e pericoloso (perché abitua i cittadini a pensare che il tema della guerra appartenga soltanto alla sfera militare). Da questo punto di vista, anche la società civile italiana non è esente da critiche. L'associazionismo italiano ha lasciato scorrere l’acqua della guerra afgana – la più lunga della storia recente - come un flusso tutto sommato di ordinaria amministrazione. Distratta da nuovi conflitti (Siria, Kurdistan, Libia) si è dimenticata di quello più vecchia: la madre di tutte le guerre a cavallo del secolo che, nel dicembre prossimo, compirà 40 anni.

Intanto, se il condizionale è d’obbligo nelle questioni afgane, anche la bozza d’accordo che i talebani avrebbero concordato nel Qatar con l’inviato americano Zalmay Khalilzad va trattata con prudenza. Dopo quasi una settimana di colloqui diretti, Khalilzad e la rappresentanza politica talebana che ha sede a Doha, sono arrivati a un accordo di massima su alcune questioni fondamentali anche se non del tutto risolutive. La prima riguarda un calendario d’uscita delle truppe straniere dal Paese (Nato compresa, che – come ha già ha fatto Roma - si adeguerà alle scelte americane), precondizione per trattare il resto. Gli americani avrebbero anche ottenuto garanzie su un’uscita indolore senza attacchi di sorpresa mentre i talebani si sarebbero impegnati a non avere nessun legame né con Al Qaeda né con lo Stato islamico. Gli altri punti nevralgici – il dialogo col governo di Kabul e il cessate il fuoco – restano invece dei nodi, non secondari, da sciogliere. Non è nemmeno chiaro se Washington potrà conservare l’utilizzo – magari con un ridotto numero di soldati – della base aera di Bagram, hub strategico in caso di conflitto con Mosca o Teheran. Difficile che gli americani vi intendano rinunciare....

... (continua su DinamoPress)

Nelle immagini: Elisabetta Trenta, Enzo Moavero, Donald Trump

martedì 29 gennaio 2019

Italia/Afghanistan. Ci ritiriamo. Con calma

La base Usa di Bagram. E entrata nel negoziato?
Se l’accordo in fieri tra talebani e americani enucleato nel Qatar è ancora figlio delle indiscrezioni, anche il ritiro dell’Italia dall’Afghanistan – bandiera elettorale dei partiti ora al governo – è poco più di un’indiscrezione che recita così: il ministro della Difesa Elisabetta Trenta “ha dato disposizioni al Comando operativo di vertice interforze (Coi) di valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan con un orizzonte temporale che potrebbe essere quello di 12 mesi”. In buona sostanza, senza essere riusciti a ridurre il contingente quando gli americani han preteso che la Nato restasse, adesso - che da Washington si suona il “liberi tutti” - tutti si dovranno accodare: anche tedeschi, inglesi (per citare i contingenti più ampi) e tutti gli altri partner della missione Nato Resolute support potranno seguire a ruota e fare le valige.

Un negoziato di pace è sempre una buona notizia, chiunque sia il mediatore e qualunque sia il
La ministra Trenta in visita a Camp Arena (Herat)
base Nato a comando italiano
risultato se le armi finalmente inizieranno a tacere. Ma è grave quanto triste che la diplomazia italiana – e con lei quella europea - non siano riuscite a dire a riguardo una sola parola per non disturbare il manovratore verso il quale noi europei abbiamo sempre agito in totale sudditanza. Politica e militare. Soprattutto militare, tanto che noi italiani abbiamo delegato soprattutto alla Difesa il dossier afgano specie da quando La Russa ne divenne il titolare, inaugurando la pratica di vestire la mimetica. Da quanto tempo un premier italiano non va in Afghanistan? Di regola ci va il ministro di Via XX settembre che non passa mai a trovare il capo di Stato – come un seria etichetta richiederebbe - ma solo i suoi militari nelle caserme ospiti del Paese. Un registro che il governo gialloverde non ha cambiato.

In dodici mesi dunque si dovrebbero ritirare i nostri 900 militari, i 148 automezzi, gli 8 velivoli e i diversi droni in gran parte dislocati ad Herat e in piccola parte a Kabul. E potrebbe essere questa l’occasione per dimostrare agli afgani che un impegno civile può continuare il che sta sempre in capo alle decisioni politiche. Ormai da anni la cooperazione è interdetta alle Ong, disincentivate e sconsigliate dal mettere piede in Afghanistan (salvo rare eccezioni come Emergency o Pangea che vivono di fondi propri). Dopo aver perso la guerra, forse potremmo almeno tentare di sostenere la pace.

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto

martedì 17 luglio 2018

Negoziate coi mullah! La svolta americana

Trump: ondivago e contraddittorio
Qualche giorno fa la stampa afgana ha polemizzato con Ashraf Ghani perché il presidente non aveva
incontrato, durante l’ultimo vertice della Nato, il presidente Trump che tra l’altro – al contrario di quanto avveniva con Karzai – non lo ha mai ricevuto alla Casa Bianca. Eppure, se è vero quel che riporta il New York Times citando per ora fonti anonime (che sono però poi state in qualche modo confermate del generale Nicholson, ex comandante delle truppe Nato e Usa nel Paese che è stato smentito subito dopo), qualcosa sta cambiando radicalmente nella politica americana nella guerra più lunga del secolo. Secondo il quotidiano il presidente avrebbe autorizzato i suoi diplomatici a cercare la strada per avere colloqui diretti con la guerriglia. Una cambio di strategia a 360 gradi visto che finora i negoziati diretti – come chiedevano i talebani - son sempre stati rifiutati da tutte le amministrazioni stelle strisce. Agli inizi del mese il segretario di Stato Mike Pompeo è stato a Kabul e con la sua visita sarebbe iniziato un lavorio diplomatico sotto traccia.

E’ una novità relativa perché in realtà, anche se mai ufficializzati, incontri tra funzionari americani e talebani ci sono già stati ma, questa volta, non si tratterebbe di cercare contatti informali. Questa volta gli americani sarebbero disposti – se l'indiscrezione diventerà realtà – a sedersi al tavolo con la guerriglia in turbante. Una svolta clamorosa che potrebbe mutare davvero il corso della guerra.
Le domande legittime sono due: la prima – senza risposta – è cosa passa davvero per la testa a Trump, uomo ondivago e umorale disposto a contraddire ciò che ha detto il giorno prima. La seconda è: perché? E qui tutte le ipotesi sono valide.

Mullah Omar: il fondatore
del movimento talebano
La prima è che la strategia decisa l’estate scorsa – più uomini e più bombe – non ha dato i frutti sperati. Anzi. Gli americani hanno triplicato i raid e ucciso più civili dall’aria di quanto sia mai stato fatto dal 2009. Con nessun risultato salvo diminuire il consenso e far contenti i costruttori di velivoli che dovrebbero vendere a Kabul 159 elicotteri Black Hawk. La seconda è che nemmeno la strategia del muso duro col Pakistan ha cambiato il corso della guerra. La terza è che il successo della tregua di tre giorni tra governo e talebani per la festa di Eid (fine del Ramadan) ha fatto intravedere uno spiraglio. La quarta è che la guerra costa soldi (almeno un paio di trilioni di dollari già spesi) e vite umane (2.297 vittime tra i soldati Usa) senza alcun ritorno economico. La quinta è infine che in campagna elettorale Trump aveva promesso il ritiro e, da presidente, una rapida vittoria che appare davvero lontana. L’insieme di questi fattori può aver dato la stura a un cambio di strategia spinto anche da un probabile ammorbidimento di Islamabad e dalle difficoltà per i talebani, più interne che militari: divisi su più fronti e con molti padrini cui dare retta in cambio del loro portafogli. Infine, nel Paese è ormai diffuso un movimento contro la guerra che ha avuto il suo culmine (senza per questo finire) nella marcia per la pace da Helmand a Kabul (700 km in 38 giorni). Proseguono i sit in e l’appoggio della popolazione in città e nelle campagne: il segno che la guerra è forse arrivata al suo punto di non ritorno. Un punto di non ritorno che si sostanzia di cifre: l’ultimo rapporto annuale di Unama, la missione Onu di Kabul, diceva che il 2017 si è chiuso con con 3.438 morti e 7.015 feriti tra i civili, con un piccolo decremento del 9% rispetto al 2016. Un decremento subito smentito dai dati dei primi sei mesi del 2018 che hanno già contato 1.692 civili uccisi e 3.430 feriti.

Insomma se il buon senso dovesse prevalere le cose potrebbero cambiare anche se un punto chiave rimane il più difficile da negoziare. Gli Stati Uniti hanno il permesso di utilizzare di una decina di basi aeree afgane da cui possono controllare due nemici storici: Iran e Russia. Per tenere sotto controllo le basi, tenere in piedi quella gigantesca di Bagram, garantire il ricambio a piloti e magazzinieri servono soldati. Migliaia. E su questo punto il negoziato diventerebbe davvero caldo. Non si tratterebbe cioè solo di far ritirare i contingenti Nato ma di mandare a casa anche i soldati americani che controllano le basi. Russi e iraniani ne sarebbero felici. I generali a Washington un po’ meno. Ma almeno avviare colloqui servirebbe a far tacere i fucili.

sabato 16 giugno 2018

Scommessa Eid el fitr

Per un giorno, in Afghanistan le armi hanno taciuto e si sono levate le voci di pace. Ieri, in occasione dell’Eid el-Fitr, la festività che segna la fine del sacro mese del Ramadan, in tutto il Paese c’è stato un giorno di tregua. È il primo dei tre giorni di cessate il fuoco che la leadership talebana ha deciso di accordare, dopo che il presidente Ashraf Ghani aveva annunciato una settimana di tregua unilaterale da parte del governo. Le date delle due tregue si sovrappongono per tre giorni. Ieri è stata la prima giornata. Una giornata storica: da Kabul alle città più periferiche, in molti sono scesi per strada per celebrare la pace, per quanto provvisoria ed effimera. Sulle reti social, per tutto il giorno si sono alternate immagini mai viste prima: soldati in uniforme al fianco di Talebani, funzionari governativi a braccetto con barbuti col turbante nero, strette di mano, sorrisi, pacche sulle spalle, bandiere tricolori dell’Afghanistan unite allo stendardo bianco con scritte nere degli studenti coranici.

Scene inattese ed eccezionali, accolte con entusiasmo dai civili, che celebrano l’Eid el-Fitr chiedendo con forza il prolungamento della tregua. Tanti afghani sono sorpresi: mai avrebbero immaginato di poter vedere Talebani e “governativi” gli uni accanto agli altri, né che la tregua – almeno nella prima giornata – abbia davvero tenuto, un po’ ovunque nel paese. È uno stimolo a proseguire lunga la strada del negoziato. Una strada che il leader dei Talebani, il mawlawi Haibatullah Akhundzada, nel suo discorso per l’Eid ha definito percorribile: “se gli americani vogliono davvero una conclusione a questo imbroglio afghano allora devono presentarsi direttamente al tavolo negoziale così che questa tragedia (invasione) si possa risolvere attraverso il dialogo”. Ma già il fatto che si rivolga a Washington, e non a Kabul, indica che la strada che dalla tregua conduce alla pace è ancora tutta in salita.

giovedì 22 marzo 2018

Bombe sul nuovo anno

Il Nawroz è una ricorrenza tradizionale persiana che corrisponde all’equinozio di primavera e che celebra il nuovo anno: dall’Iran all’Albania, dalla Bosnia all’Azerbaigian. Sceglierla per fare strage, com’è avvenuto ieri in Afghanistan, sembra lontano da qualsiasi logica anche perché il nuovo anno lo celebrano sia sunniti sia sciiti. Il terrorista – lo Stato islamico ne ha rivendicato l’azione – che ieri si è fatto esplodere, ha scelto un’area, quella dell’Università non lontana da un luogo di culto, dove si può massimizzare il risultato perché è una delle zone maggiormente frequentata di Kabul, ci sia lezione o meno. Mentre scriviamo il bilancio delle vittime aveva già superato la trentina andandosi ad aggiungere morti a quello che proprio in questi giorni è stato ricordato anche dalla Commissione nazionale afgana per i diritti umani come l’anno peggiore per numero di vittime civili. Molte lo sono per stragi che avvengono in gran parte nella capitale, da sempre luogo prescelto per la sua eco mediatica ma ultimamente anche terreno di scontro tra talebani e Stato islamico in una sorta di rincorsa al suprematismo terrorista.

Al di là dell’attentato di ieri firmato dallo Stato islamico, una frangia di quel che resta del progetto di Raqqa e che si è ormai ridotta in Afghanistan ad atti stragisti dimostrativi, la sequenza di attentati delle ultime settimane (sabato scorso ai danni di una base di mercenari stranieri) sembra aver decretato la fine definitiva di qualsiasi speranza di negoziato tra le parti. Alcune settimane fa i talebani, in una lettera aperta ai cittadini degli Stati Uniti, avevano offerto un ramoscello d’olivo respinto da Washington ma subito raccolto dal governo afgano e con un’apertura senza precedenti per un dialogo interafgano con la guerriglia. Ma i talebani restano fermi sulla precondizione di un'uscita di scena delle truppe straniere e chiedono quindi semmai di parlare con gli americani e non con i loro “burattini” a Kabul.

In questa difficile situazione, in cui ogni possibile spiraglio negoziale è appeso a un filo, gli Stati Uniti, imbaldanziti dalle aperture di una piccola fazione talebana, hanno creduto che la mossa vincente risiedesse nella politica appena inaugurata da Trump: una carota appesa a un bastone. Gli Usa hanno triplicato le missioni aeree, dato luce verde alla Cia per raid anche in Afghanistan, aumentato le truppe in loco e, infine, messo a capo della diplomazia Mike Pompeo, già direttore della Cia e uno dei fautori della politica del bastone. Che però non ha dato i frutti sperati. Anziché cedere, i talebani hanno aperto una nuova stagione stragista mentre il governo di Kabul, troppo dipendente dai soldi e dalle decisioni americane, non ha la credibilità per poter condurre una trattativa con la guerriglia.

Al momento, l’unica speranza sembra quella di una guerra di logoramento progressivo che potrebbe indurre tutti a più miti consigli. A cominciare dagli eserciti occupanti. Stati Uniti in testa, ovviamente, ma anche Nato, Italia in primis. Il Paese col maggior numero di soldati dopo quelli americani che su questo dossier non ha una posizione.

giovedì 28 dicembre 2017

Talebani a Kabul

L'immagine è tratta da Tolonews
La guerra in Afghanistan continua ogni giorno con azioni sia dei talebani - ieri nell’Helmand 14 militari feriti da un’autobomba – sia dello Stato islamico – che a Natale ha colpito a Kabul un ufficio dell’intelligence afgana (Nsd) – eppur qualcosa si muove. Proprio ieri infatti si è conclusa la due giorni convocata dall’Alto consiglio di pace, una struttura del governo che dovrebbe gestire il processo di pace, e quel che ne è uscito è una novità: la richiesta che a Kabul si apra un ufficio politico dei talebani. Una rappresentanza della guerriglia non più a Doha, in Pakistan o altrove, ma nella capitale afgana. Una sorta di riconoscimento politico de facto e un’apertura sinora senza precedenti.

La richiesta non arriva direttamente dal Consiglio capeggiato da Karim Khalili, un alim già vicepresidente con Karzai, ma da circa settecento ulema convocati dall’Acp per discutere di una possibile via negoziale in stallo ormai da almeno un anno e dopo qualche maldestro tentativo di aprire una trattativa. Il Consiglio non gode di per sé di ottima fama e i talebani lo hanno sempre ignorato ma, questa volta, la richiesta proviene da religiosi giovani e anziani di diverse parti del Paese che – per quanto favorevoli alla fine della guerra – si differenziano sostanzialmente dall’Acp o del governo diretto da Ashraf Ghani. Lo stesso Ghani ha subito accettato di buon grado la suggestione augurandosi che i talebani facciano altrettanto, il che fa pensare che la proposta sia stata sicuramente o concordata prima o durante la Conferenza consultiva di Kabul ma resta di fatto una novità che indirettamente riconosce alla guerriglia di mullah Akhundzada un ruolo politico e che finalmente fornirebbe un “indirizzo”, come hanno detto i religiosi, al quale rivolgersi per parlare con i talebani: uno spiraglio da cui iniziare.

Il passo successivo resta il più complicato: proprio quattro giorni fa un comunicato ufficiale dei talebani ha reiterato la richiesta di un’uscita dal Paese delle truppe straniere, richiesta “legittima” e precondizione per iniziare il negoziato. Non di meno la nota si concludeva con un’apertura a un dialogo inter-afgano, le stesse parole usate da Ghani.

Gli americani e la Nato però non hanno nessuna intenzione di lasciare il Paese dove hanno anzi aumentato il contingente e triplicato i bombardamenti aerei. Infine la presenza dello Stato islamico (che secondo l’intelligence russa conterebbe 10mila uomini in Afghanistan) complica il quadro anche se, paradossalmente, l’”invasore” islamista è un nemico comune sia per il governo filoamericano sia per i talebani. La sua presenza rischia dunque persino di essere un elemento a favore del dialogo.

lunedì 4 maggio 2015

Governo e talebani a Doha: un pugno di mosche o una svolta?

Si è conclusa per ora con un nulla di fatto la due giorni che ha visto in una località balneare del Qatar - Al-Khor, resort vicino a Doha (nell'immagine) -  partecipare una delegazione talebana e una del governo afgano composta, a quanto si desume, da esponenti dell'Alto consiglio di pace e funzionari. Sull'incontro "informale" a porte chiuse vige il massimo riserbo ma qualcosa è filtrato. Il governo avrebbe chiesto un cessate il fuoco e i talebani - per dirla in soldoni - avrebbero risposto picche adducendo il fatto che finché restano soldati stranieri  in Afghanistan, di tregua non se ne parla (vedi il bollettino quotidiano di morti e attentati). Il governo ha rilanciato sottolineando che le truppe combattenti non ci sono più ma sono rimasti solo istruttori. I talebani hanno però tenuto il punto ma c'è da dubitare che avessero mandato per trattare. Chi ha partecipato con loro alla conferenza organizzata da Pugwash? Secondo Reuters anche esponenti di Usa, Cina e Pakistan.