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sabato 5 ottobre 2024

Premio Gianni Rufini 2024


Ieri a Roma, grazie agli amici di Oxfam, ActionAid, Amnesty ed Msf abbiamo ricordato il grande lavoro di Gianni Rufini, un uomo a cui molti di noi erano legati da un grande affetto oltre che una potente stima professionale. Bella giornata di discussione su diversi temi (migranti, umanitario, giornalismo, neutralità) da ripetere. Ciliegina sulla torta di un bell’appuntamento, la cerimonia del premio Gianni Rufini 2024 consegnato da Patrick Zaki a Deepika Salhan, attivista che si batte per il riconoscimento del diritto di cittadinanza  per migliaia di giovani italiani e italiane de facto ma senza la parola magica sui documenti. 

Quando Deepika ha ricordato il viaggio di suo padre per venire nel Belpaese e il coraggio di sua madre nella lotta contro le forme di patriarcato, mi sono commosso e ho pianto – così si dice da noi contadini – come una vite tagliata. Gianni da lassù si sarà fatto una di quelle sue risate “a tutta bocca” che erano contagiose

domenica 16 ottobre 2022

In piazza il 5 novembre per la pace. E il cappello dei partiti

Stamattina alle 8 e mezza, il Gr del mattino di RadioPopolare - per me un appuntamento
fisso -  mi sbatte nell’orecchio come un colpo di frusta: alla manifestazione per la pace del 5 novembre, lanciata da Conte, ha aderito anche Letta, dicono nei titoli. E nel servizio
si ribadisce: un'iniziativa di Conte cui hanno aderito i movimenti della società civile e il segretario del Pd. Aderito?

Che Repubblica o il Corriere caschino nel trappolone dei partiti, che rincorrono con grande ritardo il movimento per la pace cercando di farlo proprio, non mi stupisce. Anzi, sono proprio loro ad alimentare la confusione. Ma da RP, di solito piuttosto attenta ai movimenti sociali, proprio non me lo sarei aspettato. Il movimento per la pace italiano ha cominciato a lavorare sodo dall’inizio dell’invasione russa, bersagliato dagli elmetti ben calcati in testa nelle redazioni dei giornali: sbeffeggiato, ridicolizzato, accusato di pelosa equidistanza quindi di filoputinismo. Quel lavoro è andato avanti nel silenzio assordante dei media italiani, sfidando le bombe a Odessa o Mykolaiv, organizzando carovane in Ucraina e decine di incontri nelle città e cittadine italiane. La sigla di StopTheWarNow è nota così come ora lo è quella di EuropeforPeace, il grande contenitore che ha raccolto attorno a una piattaforma non solo di NO alla guerra ma anche di proposte (Conferenza di pace Onu sul conflitto) oltre 600 associazioni e organizzazioni grandi e piccole.

Ed è qui che si è elaborata l’idea di una mobilitazione diffusa nel weekend prossimo in cento città (cento per dire tante), una fiaccolata a Roma il 21 sera e la manifestazione del 5 novembre. Lanciata dunque dal basso e su cui ora a tanti sembra una buona idea aderire. Aderire si, ma non metterci sopra il cappello. Certo, Conte ha avuto il merito – tra i partiti - di parlarne per primo ma con quell’abilità tutta politica di fiutare come va il vento. Il Pd si è accodato, come spesso accade, con ritardo (e dopo il flop di giovedi all’ambasciata russa). Altre coalizioni, come Potere al Popolo, ci saranno ma hanno evitato di rivendicarne l’idea. Che resta quella dei movimenti.

Mi auguro che quello di Rp, una redazione che stimo e per la quale ho fatto il mio primo servizio radiofonico (gratuito) nel secolo scorso (quando in Indonesia regnava Suharto!), sia stato un piccolo scivolone cui non è difficile porre rimedio. Più difficile convincere La Repubblica o Il Messaggero ma, in fondo, pazienza: con loro è una battaglia persa tanto per usare, di questi tempi maledetti, una frasario bellicista ancorché innocuo, mi pare, rispetto al fuoco incrociato (altro termine bellicista ahimè) di questi mesi contro il movimento per la pace. Ora in parte attenuato dalla consapevolezza che il movimento per la pace è l’unico soggetto (col Papa) che oltre a condannare offre altre soluzione che non la semplice scelta di mandare in Ucraina proiettili e pistole.

giovedì 7 luglio 2022

Il pacifismo italiano e la guerra ucraina

In Italia in questo momento ci sono almeno quattro fronti del movimento per la pace che guarda all’Ucraina. Danno il segno di una vitalità eccezionale così come, purtroppo e in onore a un vecchio mantra che sembra una condanna, del fatto che il movimento fatica a trovare una voce sola nonostante la strada sia comune. Tutti la pensano infatti e a grandi linee allo stesso modo: dialogo, no alle armi, non violenza, pressione sui governi, società civile. Ma ognuno va un po’ per la sua strada. Proveremo a darne conto pur con tutti i limiti di una conoscenza, tanto è vasto questo movimento assai poco raccontato, per forza di cose limitata e forse anche lacunosa.

L’aspetto forse più interessante sembra quello che riguarda la coalizione StoptheWarNow, nata grazie soprattutto alla spinta dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, nota anche per il suo impegno all’estero come “Operazione Colomba”. In pochissimo tempo la sigla ha agglutinato formazioni assai diverse: grandi e piccole, prettamente umanitarie, sindacali, laiche e cattoliche. La coalizione ha già organizzato due carovane a Leopoli e a Odessa trasportando tonnellate di generi di prima necessità e spesso riportando in Italia persone (nell’ordine delle centinaia) con fragilità. Ha aperto una base a Odessa e pianifica di aprirne altre due fisse a Kiev e Leopoli in modo da strutturare un lavoro di costruzione di relazioni al momento ai suoi inizi. Una terza carovana è prevista per fine agosto. Al suo interno si muovono progetti diversi come, per esempio, quello che Un ponte per sta costruendo con le realtà associative ucraine di Kiev o l’adesione alla manifestazione nazionale indetta da Europe for Peace per il 23 luglio per una conferenza internazionale di Pace .

Una seconda iniziativa si chiama Mean e Angelo Moretti e Marco Bentivogli l’hanno spiegata così su Repubblica: “è nato un ponte di dialogo straordinario ed inedito tra la cittadinanza attiva italiana e quella ucraina” da cui è nato il progetto di un “Movimento Europeo di Azione nonviolenta” con l’obiettivo di collegare le società civili europee, ucraine e russe. L’idea è di un’azione “corale e civica” che si trasformerà l’11 luglio in un’andata “in massa a Kiev” così che “i leader della società civile italiana ed ucraina prenderanno parola insieme per parlare della pace possibile”. E ancora: “La costruzione della pace è un valore da coltivare ogni giorno… La pace non è una bandiera di posizionamento. Non può essere strumentale”. Discorsi sacrosanti - forse un po’ enfatici - anche se il numero dei marciatori previsto si è realisticamente ridotto dai 5mila iniziali a un più saggio “limite di 150 attivisti, come la legge marziale prevede” (e anche la capienza dei rifugi anti aerei). Quel che stupisce è che non si sia stabilito un legame con StoptheWarNow, se non altro per essere stata la prima iniziativa e soprattutto per aver raccolto nella sua variegata coalizione, a oggi, 176 associazioni. Hai ormai un'esperienza importante di cui far tesoro. C’è stato uno scambio di lettere ma alla fine nessun accordo.

C’è un’altra assenza molto rilevante nella coalizione StoptheWarNow ed è quella della Tavola della Pace o, per dirla in altri termini, del coordinamento della Marcia Perugia Assisi, di cui tutti conosciamo numeri e importanza. Assenza pesante e forse difficile da capire per chi marcia tutti gli anni da Perugia ad Assisi. Ed è proprio a questo popolo di “cani sciolti”, che non fanno parte di nessuna associazione, organizzazione, chiesa o sindacato, che resta da dedicare il finale di questa breve sintesi. Nel seguire le carovane e in diversi incontri in giro per l’Italia sulla guerra, non solo abbiamo registrato un desiderio (specie tra giovani e giovanissimi) di partecipare “fisicamente” ad azioni concrete, ma abbiamo toccato con mano più di una realtà, fatta magari di quattro ragazzi che, affittato un pulmino e riempitolo di pasta e pelati, son partiti per Kiev. Con grande entusiasmo (come ai tempi della guerra nei Balcani) e racimolando fondi qui e là e spesso anche mettendosi in rete con i propri Comuni. Ma senza guida o un’agenda che vada oltre la solidarietà umanitaria. Senza, insomma, un percorso politico che richiede tempo, ricerca, organizzazione. Facciamo nostro il commento di una grande testimone del pacifismo italiano: “Il movimento per la pace è la parte migliore della società italiana – dice Lisa Clark - ma se non si parte assieme, non si costruisce nulla”.

Questa analisi è uscita stamattina su ilmanifesto in edicola

sabato 25 giugno 2022

Al via per Odessa una nuova Carovana per la pace


Parte oggi una nuova marcia per la pace contro la guerra in Ucraina.Questa volta ci saranno meno
mezzi e meno persone nel convoglio che sabato mattina partirà da Gorizia alla volta di Odessa, in una nuova Carovana di pace il cui senso è continuare il percorso iniziato a Leopoli nell’aprile scorso. Allora furono 60 mezzi e diverse tonnellate di aiuti umanitari a raggiungere la città occidentale dell’Ucraina. Ma questa volta le associazioni aderenti al cartello StoptheWarNow – oltre 170 – hanno dovuto fare i conti con la guerra guerreggiata così che percorsi e date hanno subìto più che una variazione. Andare a Odessa è una scelta forte perché significa entrare nella fornace del conflitto col rischio di diventarne un target. Le cose sono state preparate con cura, riunioni virtuali, chat, punti di raccolta, dettagliate informazioni logistiche, avvisi alle autorità. A Odessa c’è un’antenna della coalizione che fa capo a StoptheWarNow che aggiorna di continuo la segreteria organizzativa.

Il senso politico è molto chiaro: portare aiuti umanitari e riportare in Italia che ne ha bisogno (anziani, bambini, disabili, mamme), ma anche affermare un principio – pacifista e non violento – di simbolica interposizione – anche di corpi – tra la logica della guerra e quella della pace. Le sensibilità diverse delle sfaccettate anime del movimento per la pace italiano scommettono su questo cartello unitario dove ci sono associazioni laiche, religiose, non violente. I cattolici – presenti con decine di sigle e forse i più numerosi – incassano anche il placet della Conferenza episcopale italiana dove, non a caso, è da poco presidente un cardinale, Matteo Zuppi, che oltre ad aver fama di “prete di strada”, ha un passato da mediatore nelle file di Sant’Egidio. Di più, la Cei assicura anche una presenza pesante: quella del vescovo di Cassano all’Jonio, Francesco Savino, Vice Presidente dell’istituzione. Parteciperà alla carovana in carne ed ossa accompagnato da alcuni volontari della Caritas. Le organizzazioni laiche ci saranno comunque con una vasta rappresentanza, testimoni anche di battaglie sull’obiezione di coscienza, sindacali o di attenzione alle minoranze Lgbtq+.

La carovana – oltre a raccogliere cibo e medicinali – si è nutrita infatti anche delle molte riunioni, incontri, festival (come l’Eirene Festival di maggio a Roma) in cui si è cercato di declinare la parola guerra nelle mille forme che purtroppo conosciamo: dalle fibrillazioni governative – triste spettacolo a fronte di un Paese che i sondaggi dipingono come fortemente contrario all’invio delle armi – al problema dell’accoglienza, in cui non mancano le discriminazioni verso comunità che hanno la sfortuna di non essere ucraine. Declinazioni complesse - dove appare evidente l’interesse dell’apparato militar industriale - ma in cui si muove , ragionando, un movimento che è una delle migliori espressioni della società civile italiana (come si può leggere nelle adesioni alla coalizione su stopthewarnow,eu).

Nella logica della carovana c’è anche l’evidente spinta dal basso a fare di più che non limitarsi a secretare la lista degli armamenti per l’esercito ucraino: una mancanza di diplomazia, un’assenza dell’Onu, un’incapacità europea di formulare proposte francamente imbarazzanti. Tant’è, nessuno si illude che marce e convogli possano fermare le guerre. Ma questa sfilata di corpi ha il senso di esserci. Con la propria presenza fisica oltreché con i pensieri, i medicinali e gli slogan. Non finirà a Odessa. A luglio si partirà di nuovo come a garantire un flusso virtuoso senza interruzioni. L’idea di fondo è quella di creare dei luoghi fisici fissi in almeno tre città ucraine: Leopoli, Kiev e Odessa, garantiti dalla presenza a rotazione di decine di volontari.

A Odessa sono previsti diversi incontri con autorità civili, religiose e associative. Ma l’agenda resta incerta come lo sono possibili spostamenti in altri luoghi fuori dalla grande città portuale. E forse non ci sarà la possibilità di una marcia simbolica, come avvenuto a Leopoli in aprile, perché le condizioni sul campo potrebbero non permetterlo. Ci sarà però la possibilità di far sapere agli Ucraini che c’è una solidarietà italiana che sembra ricalcare la grande mobilitazione che abbiamo visto durante la guerra nei Balcani dove all’aspetto umanitario, anche di singoli cittadini partiti da soli alla volta di Sarajevo, si accompagnava il ripudio netto della guerra. Espresso fisicamente da chi si espose come target sui ponti di Belgrado.


giovedì 26 maggio 2022

Appuntamenti: la scelta delle armi


La geografia della guerra e gli accordi sui traffici di armi 

Roma 4 Giugno  18:30 - 19:30
Verano Bertha Kinsky (von Suttner)

La guerra viene con le armi 
Incontro-Dibattito organizzato da OGzero; Atlante delle Guerre;  Afgana. 

 Il 2022 si è aperto con una crisi internazionale che riporta venti di guerra in Europa. Ma il mondo è teatro di infinite proxy war; conflitti a sfondo religioso sostenuti da milizie o eserciti irregolari; scontri regionali tra stati vicini; lotte contro il neocolonialismo predatore. Qual è in questo momento la geografia di questi conflitti? Da cosa ci distrae quello in Ucraina oggi, e ieri quello in Afghanistan, prima ancora in Iraq, infine Siria? Quel che è certo è che c’è comunque una costante: il traffico e la vendita di armi. OGzero e Atlante delle Guerre dedicano il 2022 ad accendere un faro sul traffico di armi, legale o illegale che sia. Su un’apposita sezione del sito www.ogzero.org a partire da gennaio, sono pubblicati articoli, inchieste, leaks che riguardano il commercio di armi globale. È un progetto editoriale comune che verrà presentato nel corso del Festival dove verranno illustrati anche i contenuti dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo edizione 2022, strumento per disegnare una geografia della guerra.

Interverranno: 

Adriano Boano (OGzero)
Alessandro De Pascale (Atlante delle Guerre) 
Emanuele Giordana (Afgana) 

giovedì 7 aprile 2022

La logica della guerra gli strumenti della pace. La lezione afgana


L’esperienza della marcia in Ucraina, che si è svolta sabato scorso a Leopoli,non è stata solo il tentativo di portare in quel Paese martoriato la parola pace. E’ stata l’occasione di una riflessione più profonda sulla difficoltà di affermare un principio: quello della superiorità della logica della pace su quella della guerra, l’unica che sembra in queste ore guadagnare sempre più terreno.

A Leopoli non è stato facile. Come si fa a spiegare a un aggredito che per combattere il suo aggressore non è con la logica delle armi che l’Europa può aiutare l’Ucraina? Non soltanto perché regalare armi significa gettare benzina sul fuoco, ma soprattutto perché non è con la guerra che la guerra si può fermare. Concetto difficile da digerire per un aggredito che certo preferirebbe cannoni e non fiori da infilare negli obici. E Concetto difficile da spiegare anche agli italiani che hanno sottoscritto l’invio di armi, apparentemente la cosa più logica da fare e che risponde a una reazione di pancia: ti mando i proiettili così ti potrai difendere. Ma abbandonarsi a questa logica significa rinunciare ad altro e ignorare le lezioni della Storia recente, dai Balcani all’Afghanistan. Una Storia nella quale non abbiamo sempre chiamato le cose con il loro nome e ci siamo, nel caso afgano, abbandonati a figure retoriche come “Enduring Freedom” o “Operazione Nibbio”, anziché usare il termine che ora usiamo per l’Ucraina: invasione, parola in Russia ovviamente vietata come lo era – anche se non con un diktat - per noi. Con la sola differenza che chi l’avesse usata non si sarebbe preso 15 anni di carcere.

Sul piano formale e sostanziale l’Afghanistan fu un’invasione. Con l’obiettivo di difendere la sicurezza nazionale e di cambiare un regime. La ammantammo degli stessi principi con cui un’invasione precedente, quella sovietica del 1979, aveva ammantato la sua: diritti delle donne, distribuzione della ricchezza, istruzione, sviluppo. I sovietici se ne andarono dopo dieci anni con oltre 14mila soldati e circa 800mila mujahedin uccisi e con un bilancio di vittime civili tra gli 800mila e i 2 milioni. Noi ce ne andammo il 15 agosto scorso con un bilancio di oltre 200mila morti: 4mila soldati Usa e alleati, 70mila soldati afgani, 52mila guerriglieri e - tra Afghanistan e Pakistan - almeno 70mila vittime civili, una cifra probabilmente per difetto. Lasciammo inoltre un Paese, è bene ricordarlo, dove sette afgani su dieci vivevano ancora sotto la soglia di povertà proprio a causa del conflitto. Il costo totale di vent’anni di War on terror (Afghanistan, Iraq, Siria) è stato valutato in 900mila morti e 8 trilioni di dollari. Logica (e risultati) della guerra.

Il paradosso è che su questi anni di guerra la riflessione è stata ed è completamente assente e sembra non se ne sia tratta nessuna lezione. Rispondemmo alle crisi investendo in armi e lasciando che i conflitti si propagassero come metastasi. Chi chiamava allora le cose col loro nome e cercava di dimostrare quanto nefasta fosse la logica della guerra, restava una voce nel deserto, sbeffeggiata come si fa ora con chi alza la bandiera della pace.

Il problema è che i governi del pianeta hanno abbandonato la ricerca di strumenti per contenere le guerre ed evitare i conflitti. Non esiste una diplomazia preventiva e l’unico vero strumento che avevamo, l’Onu, è stato svuotato e annichilito, confinato al massimo nel ruolo umanitario di infermiere. L’Europa infine, incapace di darsi una Costituzione condivisa, è andata al seguito di decisioni altrui rinunciando a parlare con una voce sola e in grado tutt’al più di imporre sanzioni ma mai soluzioni. Non lo ha fatto in Iraq né in Afghanistan e non riesce a farlo ora nella guerra ucraina.

Il rischio di scivolare nell’ennesima “guerra giusta” è così vicino che bisogna tentare il tutto per tutto per dichiarare le guerre sempre e comunque illegittime anche se ciò non significa affatto negare agli aggrediti il diritto di difendersi dagli aggressori. Non è questo il punto. Il punto è la necessità di uscire per sempre dalla logica della guerra: una strada in salita fatta di accordi, negoziati, messa al bando di armi distruttive (atomica in primis) ristabilendo la credibilità di forze di interposizione internazionali. Passi che richiedono una riforma dell’Onu, la fine del diritto di veto, l’allargamento del Consiglio di sicurezza. Una strada di saggezza che l’Italia aveva imboccato e che ha poi accantonato.

Senza partire dal ripudio delle guerre, senza costruire gli strumenti per prevenirle e senza esaminare con onestà gli errori del passato, resta solo un’autostrada dove al casello si paga col 2% della nostra ricchezza l'ennesima corsa agli armamenti: l’asfalto per il prossimo conflitto.

Oggi anche su ilmanifesto

mercoledì 6 aprile 2022

La marcia della pace a Leopoli. Un bilancio


  (di ritorno da Leopoli) – La giornata di sabato scorso a Leopoli ha concluso, con una brevemarcia dalla stazione al centro città, l’iniziativa che, partita dall’associazione papa Giovanni XXIII, ha raccolto un fiume di adesioni e fatto partire per l’Ucraina 221 persone. Giornata intensa con l’intento di portare una ventata pacifista in una guerra guerreggiata in Ucraina ma che sembra aver contagiato il mondo intero. Facendolo schierare da una parte o dall’altra in un’escalation di toni che contribuisce, coi missili, a mettere in difficoltà il già fragile processo negoziale.

Ma se venerdi era stato stato il giorno dell’entusiasmo, a marcia finita la riflessione è d’obbligo. Se questa eterogenea congerie di intelligenze e passioni non si interrogasse, avrebbe infatti ragione chi, dal salotto di casa, ha già definito i marciatori di pace degli idioti utili solo al meschino disegno di un nuovo Zar. Così, quel bicchiere coi colori della pace ha i suoi lati oscuri, le domande inevase e il rifiuto di risposte troppo semplici. Giudicata nell’ottica di un bicchiere mezzo vuoto, la marcia è stata utile soprattutto a chi vi ha partecipato. E ha un po’, inevitabilmente, coinvolto più gli italiani – e, chissà, qualche europeo – che non gli ucraini, che guardavano a quel bizzarro corteo di un centinaio di giovani e vecchi attivisti pacifisti senza capire bene cosa rappresentasse.

Nell’incrociare il corteo, il cronista incontra una sola persona che fa il segno della V vedendo i manifestanti. Ma quella V è apprezzamento per la scritta No War – in un Paese dove l’inglese è semi sconosciuto – o è il simbolo della vittoria, parola risuonata più di una volta nei discorsi di rito degli amici ucraini – sacerdoti cattolici in maggioranza – che qui hanno accolto i partecipanti alla marcia StopTheWar?

In quei discorsi, in una riunione del primo pomeriggio, paradossalmente, nessuno degli ucraini che hanno parlato ha nominato la parola pace: mir (o meglio мир), parola che i duecento erano venuti a suggerire. Anche queste sono lezioni. Che possono far male, se anche il sindaco di Leopoli ha preferito glissare e mandare un segretario che ha imbastito un discorso di rito: non bellicista ma non certo pacifista. Unica presenza istituzionale di rilievo (e molto apprezzata), l’ambasciatore italiano Francesco Zazo ma che alla fine ha solo sottolineato un eccesso di italianità.

Bisogna però andare a vedere anche nel bicchiere mezzo pieno: se la laica Carla si dispiace di “questa mancanza di un legame forte col pacifismo ucraino che pur ci dev’essere” e si chiede come altri “che senso ha una marcia di cento italiani?”, il religioso arcivescovo di Bari, Giuseppe Satriano, sottolinea che “intanto ci si è ritrovati, laici e cattolici”, uniti da un obiettivo comune che è il ripudio della guerra: lo dice papa Francesco ma anche la suprema Carta. E se dunque Leopoli – scelta organizzata in due settimane da Apg23 – ha avuto questa forza di coesione (le adesioni su stopthewarnow.eu continuano a crescere) significa che da un primo passo ne può maturare anche un secondo.

Per creare un movimento solidale e a contenuti forti ci vuole tempo, impegno e discussioni perché il secondo passo superi il primo. Significa che, ora, chi ha aderito deve fare la sua parte e portare il suo granello di sapienza nel mare sempre in tempesta dei movimenti della società civile che, proprio perché civile, non ama prendere decisioni a cuor leggero. Il passo di Leopoli dunque – almeno nella testa dei più – andava fatto. Andava, come dice il presule di Bari, “toccato il dolore”: andando alla stazione di Leopoli e dimostrando quella solidarietà che è l’unica empatia da cui partire per combattere un conflitto con altri mezzi che non quelli ormai stantii dell’arte della guerra. Strada in salita ma che vale la pena di percorrere.


lunedì 23 marzo 2020

Afghanistan, tre fronti caldi per un negoziato


L'inviato  degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad ha twittato ieri una notizia molto attesa e cioè che il governo afgano e i talebani hanno tenuto una riunione sulla liberazione dei prigionieri e sul processo di pace. Colloqui dunque che sembrano superare lo stallo che si trascina dalla firma dell'accordo di Doha. Eccone una sintesi prima del tweet di un uomo al centro da mesi di una delle più difficili e  tortuose maratone diplomatiche per far uscire l'Afghanistan dalla palude della guerra. Inshallah...

Martedi 10 marzo doveva essere un giorno particolarmente importante nel calendario della pacificazione dell’Afghanistan. In quella data, secondo quanto stabilito dall’accordo firmato a Doha il 29 febbraio tra americani e Talebani “per portare la pace in Afghanistan”,* sarebbe dovuto iniziare il vero e proprio negoziato intra afgano, tra il governo di Kabul e il governo ombra di mullah Akhundzada, rappresentato sinora dal team negoziale talebano in Qatar capeggiato da mullah Baradar. Se l’accordo di Doha tra guerriglia e parte delle forze di occupazione doveva pavimentare la strada per la pace, la prima data negoziata del vero e proprio processo di pace doveva essere appunto quel 10 marzo. Ma i guai sono iniziati ben prima. E su più fronti.

Il primo fronte caldo da menzionare è quello interno che riguarda l’esecutivo di Kabul cui spettava presentare, per il 10 di marzo, la lista del team negoziale in capo alla Repubblica. Un esecutivo che ancora non c’è e che si è spaccato, se così si può dire, ancor prima di nascere. Ancor prima infatti che la maratona negoziale di 18 mesi condotta da americani e Talebani a Doha partorisse il documento definitivo, Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, rispettivamente presidente e capo dell’esecutivo uscenti, si erano già divisi sui risultati delle presidenziali del settembre 2019, resi noti in forma definitiva dalla Commissione elettorale nazionale il 18 febbraio. I risultati, che hanno confermato Ghani come presidente, sono stati immediatamente respinti dall’eterno secondo Abdullah; né l’intervento americano, né quello di notabili locali sono riusciti a ricomporre una crisi che il 9 marzo – il giorno prima del fatidico 10 – li vedeva entrambi prendere possesso della carica di presidente. Ghani con l’avvallo – seppur senza fanfare - di personalità politiche nazionali e internazionali. Abdullah Abdullah con l’appoggio di diversi personaggi politici dell’arena afgana. Infine, dopo il fallimento dei tentativi di conciliazione tra i due, veniva abolita nei primi decreti di Ghani la carica di capo dell’esecutivo (una figura istituzionale inventata nel 2014 per risolvere la prima crisi tra i due contendenti che aveva portato alla nascita di un governo bipolare).

Il secondo fronte caldo riguarda i rapporti con i Talebani. Se a Kabul non c’è un esecutivo che rispecchi l’equilibrio delle forze non c’è ovviamente nemmeno una lista condivisa per aprire i negoziati né, pertanto, una linea politica univoca – più o meno inclusiva – che rappresenti la Repubblica. La faccenda si complica sia per le colorazioni etniche (Ghani è pashtun come la stragrande maggioranza dei Talebani) sia per gli equilibri e i rapporti di forza, visto che ad Abdullah fa capo quel che resta della famosa e potente “Alleanza del Nord”, la coalizione di signori della guerra considerata la peggior nemica dei Talebani e la forza che, con l'aiuto esterno, determinò la fine dell’Emirato di mullah Omar nel dicembre 2001. A complicare le cose è nata una diatriba immediata sul rilascio di 5mila detenuti talebani rinchiusi nelle carceri della Repubblica cui doveva far seguito il rilascio di circa mille prigionieri (soprattutto militari) nella mani della guerriglia. Abdullah non è nemmeno entrato nel merito della questione mentre Ghani ha posto il rilascio dei primi detenuti talebani non come premessa ma semmai punto di discussione del futuro negoziato di pace. Ghani ha poi con un decreto dato luce verde alla liberazione di 1500 detenuti ma legandola a un calendario e, ancora una volta, non come una premessa per iniziare i colloqui. I Talebani, che in proposito agitano l’accordo di Doha sostenendo che la liberazione di 5mila combattenti è una precondizione e non un punto di discussione, hanno respinto il piano Ghani e, nel frattempo, ricominciato a intensificare le azioni contro l’esercito afgano, attenuatesi per una settimana alla vigilia dell’accordo di Doha del 29 febbraio.

Il terzo fronte caldo riguarda gli Stati Uniti, il loro rapporto coi Talebani e quello con Kabul, a sua volta diviso in due tronconi. Ma c’è anche un fronte interno al Congresso, a una parte del Pentagono poco convinta dagli accordi di Doha e a un clima di sfiducia che dopo la firma ha contagiato un po’ tutte le parti in causa con l'esclusione di Zalmay Khalilzad, l’inviato americano artefice degli accordi di Doha la cui maratona diplomatica non si è mai fermata. Prima, durante e dopo l’accordo di febbraio. Va aggiunta infine la variabile Donald Trump. Il presidente americano, che ha investito sulla riuscita degli accordi buona parte della sua campagna elettorale per la rielezione, si è distinto per una posizione ondivaga sin dall'inizio del suo mandato: favorevole al ritiro durante la prima campagna elettorale era tornato interventista da presidente con la decisione di un aumento degli “stivali sul terreno”, salvo poi caldeggiare il negoziato di Khalilzad. E si deve a Trump se una prima firma dell’accordo è saltata a settembre (famosa la sua frase: “Il negoziato coi Talebani è morto”), costringendo i negoziatori di Doha a una nuova maratona di oltre cinque mesi. Infine il presidente americano ha probabilmente indispettito i più tiepidi verso l’accordo di Doha, sia a Kabul sia a Washington, con una telefonata a mullah Baradar immediatamente dopo la firma del 29 febbraio. Una conversazione così poco gradita che dopo un’altra telefonata tra Trump e Ghani, il neo presidente afgano si affrettava a chiarire che non c’era alcun impegno a liberare 5mila prigionieri talebani, argomento nemmeno trattato nell'amichevole chiacchierata con Donald: “Questione di sovranità nazionale”.

Quanto al fronte interno americano, è sufficiente riportare qualche dichiarazione in merito al ritiro delle truppe (da 13mila a 8.600 in 135 giorni), i cui preparativi sarebbero già iniziati settimana scorsa: Il generale Kenneth "Frank" McKenzie, comandante dell’United States Central Command (Centcom), ha sottolineato a denti stretti la celebrazione degli accordi di Doha da parte di Al Qaeda, che li ha definiti "una grande vittoria storica" del movimento jihadista: “Nell'accordo di ritiro delle forze occupanti – continuava la nota dei qaedisti - c’è un'evidente vittoria e una sconfitta umiliante per l'America e i suoi alleati". Infine il generale notava che il livello di attacchi talebani seguiti alla fine della settimana di tregua di febbraio “non sono coerenti con un'organizzazione che intenda mantenere la sua parola". Gli faceva eco il segretario alla Difesa Mark Esper: "Possiamo fermare il ritiro in qualsiasi momento e metterlo in pausa". Una clausola prevista dagli accordi di Doha se i talebani non dovessero rispettare gli impegni. Ma negli Stati Uniti, già al momento dell’accordo del 29, molti timori erano già venuti a galla surriscaldando il clima: con i repubblicani preoccupati dal calendario del ritiro e poco fiduciosi sugli impegni presi dai Talebani e i democratici a chiedere un maggior coinvolgimento del Congresso nelle decisioni della Casa Bianca. Infine molti parlamentari restano sospettosi sui due annessi “segreti” all’accordo di Doha - ammessi dal segretario di Stato Pompeo - che stabiliscono nel dettaglio le regole sul ritiro delle truppe. Trump però ha sempre respinto tutte le critiche confermando tra l'altro di voler incontrare di persona i Talebani. Le primarie e in seguito il Covid-19, lo hanno poi aiutato a distogliere l’attenzione dalla guerra più lunga del Paese che, al momento, deve comunque a Trump quantomeno la possibilità di un inizio della sua fine.

Un ultimo punto val forse la pena di essere sottolineato. E’ una sorta di peccato originale e al contempo un’ipoteca sul futuro di negoziati che appaiono ancora nebulosi. Purtroppo il dialogo Usa-Talebani si è svolto senza padrini né mediatori. E lo stesso sembra dover accadere per il processo di pace intra afgano – qualora cominci veramente e sempre che compaia una lista di negoziatori. Una lista di possibili parti terze è circolata alcune settimane fa ma gli interessati, citati da un servizio della Cnn, hanno smentito. E’ una delle tante nubi sul futuro, una cattiva stella sotto la quale si è cominciato a trattare senza che il negoziato di Doha fosse, in qualche modo, “accompagnato” da terzi e dunque garantito anche sulla sua interpretazione. Una mancanza cui sarebbe bene – per il dialogo intra afgano - porre rimedio in fretta.

* Come recita il titolo dell’accordo: Agreement for Bringing Peace to Afghanistan between the Islamic Emirate of Afghanistan which is not recognized by the United States as a state and is known as the Taliban and the United States of America



domenica 23 febbraio 2020

La prudenza necessaria sulla tregua afgana

La tregua iniziata in Afghanistan alla mezzanotte di venerdi e che dovrebbe preludere alla firma di un accordo tra Stati Uniti e Talebani già a fine mese è la miglior notizia che proviene dall’Hindukush dopo 18 mesi di trattative e gli ultimi vent’anni di guerra (quaranta se li calcolassimo dall’invasionesovietica del 1979). Ma il pragmatismo invita ad essere estremamente prudenti.

Innanzi tutto più che di una tregua si tratta di una riduzione delle ostilità (reduction in violence plan – piano di riduzione della violenza) il che significa che le pistole possono ricominciare a sparare in ogni momento e anche che possono continuare a farlo nelle aree escluse dal piano. Del resto, l’esercito afgano – tagliato fuori dai negoziati come il resto del governo e della società afgana – aveva già messo in guardia che avrebbe tenuto il dito sul grilletto pronti a ogni evenienza. Ieri sera, la televisione afgana ToloNews riferiva infatti di diversi incidenti in Faryab, Uruzgan, Paktia, Balkh, Baghlan, Badghis, Helmand e Kapisa... continua su atlanteguerre

domenica 3 marzo 2019

Imran Khan, una mossa da cricket per gestire la guerra tiepida

Questo articolo è uscito oggi
su il manifesto
La guerra vera tra India e Pakistan, per ora, forse non si farà. Ma la tensione rimane alta e il conflittodi bassa intensità, che da decenni caratterizza ormai la “guerra fredda” tra i due colossi asiatici nati dalla Partition dell’India britannica, continua. Quando nella notte tra venerdi e sabato le autorità pachistane hanno restituito il pilota indiano Abhinandan Varthaman, catturato nell’Azad Kashmir (l’area kashmira controllata da Islamabad), alle autorità indiane di frontiera, la tensione innescata dal raid di Delhi del 26 febbraio si è improvvisamente raffreddata. E il gesto di buona volontà del Pakistan sembra aver offerto una via d’uscita per interrompere l’escalation di botta e risposta che avrebbe (e ancora potrebbe) portare a un conflitto. La prudenza resta d’obbligo.

I due eserciti hanno infatti ricominciato il gioco delle artiglierie dall’una e dall’altra parte della LoC, la Linea di Controllo che divide la regione disputata dai due Paesi: quella più piccola e quasi disabitata del Pakistan, e il fertile giardino del Kashmir sotto amministrazione indiana. Islamabad lamentava ieri pomeriggio due soldati e due civili uccisi e almeno altri tre feriti. Da parte sua l’India accusava il Pakistan di cannoneggiare aree civili del Kashmir indiano da cinque giorni. Pallottole vere con esagerazioni e propaganda? Fuochi d'artificio per far vedere che non si molla? Tutte le cose assieme ma i bollettini di ieri, se possono sembrar una coda delle tensioni dei giorni scorsi o l’avanguardia di nuove, sono anche l’ordinaria amministrazione del Kashmir diviso dalla LoC. Cui vanno aggiunte manifestazioni su base settimanale contro quella che per molti kashmiri (in maggioranza musulmani) è una “occupazione” che produce vittime. Tra cui la verità.

"I due Paesi con l’arma nucleare, armati                           fino ai denti    (da americani, cinesi, israeliani,           europei) si guardano  in cagnesco dal 1947"

Se la guerra calda si allontana, e se la guerra fredda rituale torna a far rullare i suoi tamburi, chi l’ha vinta la “guerra tiepida” che ha tenuto il mondo col fiato sospeso? Due Paesi con l’arma nucleare e armati fino ai denti (da americani, cinesi, israeliani, europei) si guardano dal 1947 in cagnesco. Hanno già combattuto tre guerre (due per il Kashmir e una quando nacque il Bangladesh) e sono stati sull’orlo di una quarta qualche anno fa: mettono paura quando alzano i toni. Quando dal rimpallo diplomatico con mille forme (diplomazia del cricket, della ferrovia o degli autobus transfrontalieri) si passa alle bombe, la preoccupazione è più che motivata. Ma in realtà, sostengono molti osservatori, nessuno la guerra la voleva veramente. E se Narendra Modi – che non poteva tollerare la strage di Pulwama del 14 febbraio con 42 paramilitari indiani uccisi dai terroristi di Jaesh-e Mohamad - ha vinto la partita interna, a un pugno di giorni delle elezioni e accogliendo il pilota come un eroe simbolo della capitolazione pachistana, la guerra vera l’ha vinta Islamabad. O meglio il suo nuovo leader, quell’Imran Khan, ex giocatore di cricket, che sembrava un parvenu della politica ostaggio dei militari. E’ lui che nell’arena internazionale giganteggia. E’ lui che, consegnando il pilota, offre la via d’uscita per evitare l’escalation. E’ stato abile: l’India colpisce in territorio pachistano? Il Pakistan risponde ma solo bombardando oltre la LoC, non nell’India propriamente detta. L’India risponde mandando gli aerei? Il Pakistan risponde e abbatte ma rilascia il prigioniero. Imran Khan ha saputo tenere a freno i suoi generali assai più di Modi che ne rimane forse in parte ostaggio.
 "Imran ha spiazzato con una sorta di imprevedibile reverse swing, o oscillazione inversa, che nel cricket è l'arte di lanciare la palla giocando sulle sue oscillazioni per ingannare il battitore"
Ora si tratta di vedere come va la partita. Ma finora la partita – anche perché resta da dimostrare che l’India abbia davvero colpito i campi di addestramento dei terroristi e non solo capre e pietre - segna un punto per Modi e due per Imran. Un ex diplomatico indiano ha suggerito al corrispondente dall’India della Bbc - Soutik Biswas – che Imran ha spiazzato con una sorta di imprevedibile reverse swing, o oscillazione inversa, che nel cricket è l'arte di lanciare la palla giocando sulle sue oscillazioni per ingannare il battitore. Imran sembra averla lanciata con l’oscillazione giusta.

sabato 26 gennaio 2019

Si tratta, si negozia, forse si decide

Dal Qatar, dove ha sede l'ufficio politico dei talebani nella capitale Doha,arrivano segnali sempre più importanti. Segnali importanti dai colloqui tra l’inviato degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad e il movime nto con cui si tratta, si negozia, si decide. Tutto bene? Fino a un certo punto:  il presidente afgano Ashraf Ghani se n’è uscito ieri  a Davos con un nuovo bilancio delle vittime tra le forze di sicurezza del suo Paese. Non lpo ha fatto a caso:  che è sembrata una risposta al nodo forse tra i più complessi del possibile processo di pace: chi deve trattare con chi.

Ghani, intervenendo al World Economic Forum, ha snocciolato cifre finora tenute nascoste: 28mila uomini uccisi nel solo 2018 e oltre 45mila da che è presidente (settembre 2014). Ma non si è fermato qui: non solo ha ricordato che le perdite tra gli internazionali ammontano a una settantina, ma ha concluso con una frase non certo sibillina. E cioè che questi numeri indicano “chi davvero sta facendo la guerra”.

Il problema del dialogo interafgano, tra ribelli in turbante nero e governo di Kabul, è uno dei nodi sensibili del negoziato con lo Special Representative del Dipartimento di Stato. Ma intanto alcuni punti forti attorno ai quali prendere una decisione sarebbero emersi e visto che i colloqui non si sono risolti in poche ore ma han preso giorni, la lunghezza della trattativa, dicono a Kabul, non è che un buon segnale. Si tratta su un’agenda di disimpegno graduale delle truppe (gli Usa hanno 14mila soldati, di cui 8.500 inquadrati nei circa 17mila della Nato), sulle garanzie per un’uscita tranquilla dal Paese, sul taglio di ogni rapporto col jihadismo sovranazionale. Il passo successivo dovrebbe essere però una tregua generale e quello ancora dopo dovrebbe finalmente riguardare la possibilità che allo stesso tavolo si siedono solo afgani, non importa quale sia il colore del turbante.

Nei giorni scorsi Khalilzad ha cercato di tenere il punto, ossia che ai colloqui di Doha avrebbe dovuto esserci anche chi rappresenta il governo di Kabul. Ma davanti al muro di gomma dei talebani, il diplomatico ha preferito tirar dritto anche senza Ghani. La cosa non è passata inosservata come prova proprio la reazione del presidente a Davos.

Ma c’è anche un altro segnale importante da parte della guerriglia: la nomina come mediatore di mullah Baradar. Il grande vecchio della vecchia guardia, fondatore con Omar del movimento, arrestato e poi liberato dai pachistani, è considerato una colomba oltre che un uomo forse in grado di ricucire la tante anime del movimento.

martedì 26 giugno 2018

Afghanistan, se la politica batte un colpo

Il consigliere regionale della Lombardia Michele Usuelli ha presentato il 24 giugno questa raccomandazione  al Comitato nazionale Radicali Italiani. Nel pubblicarla lo ringrazio come cittadino e come persona che vorrebbe vedere la pace in Afghanistan. Compiango il fatto che sia l'unica iniziativa politica italiana, per quanto ne so, su quanto avviene soprattutto nella società civile locale. Invito chi fosse a conoscenza di altre attività a farmelo sapere per poterne dare conto ai lettori.

"Salutando con speranza la recentissima novità di 3 giorni di cessate il fuoco, rispettato da soldati del Governo Afghano e Talebani, con migliaia di combattenti Talebani disarmati accolti nelle maggiori città afghane tra cui Kabul, Kunduz e Ghazni, sostenendo la marcia nonviolenta di 80 cittadini afghani da Lashkargah, capitale dell’Helmand a Kabul per chiedere il proseguimento del cessate il fuoco, sostenendo la disobbedienza civile di molti combattenti Talebani che hanno formalmente fraternizzato con i soldati del governo, cosa a loro vietata dai termini del cessate il fuoco, per stessa ammissione del Mullah Yaqoob, leader talebano figlio del Mullah Omar, considerando il recente incontro tra i ministri Moavero e Trenta con H.E. Aboullah Aboullah, chief executive del Governo afghano

Invita gli eletti nelle liste più Europa con Emma Bonino e gli altri Parlamentari eventualmente interessati di approfondire quali iniziative diplomatiche il Governo Italiano abbia intenzione di intraprendere per favorire le condizioni della apertura di un tavolo di pace".

lunedì 18 giugno 2018

Un bilancio della tregua afgana e un consiglio al governo italiano

Mentre il convoglio partito dall’Helmand 38 giorni fa è arrivato stamane a Kabul, si può tentare un bilancio della tregua decisa da governo e talebani in Afghanistan. Ghani lancia la proposta di otto giorni di cessate il fuoco a cavallo di Eid el-fitr, la festa che celebra la fine del digiuno rituale. I talebani aderiscono all’idea per soli 3 giorni (da giovedi notte a domenica notte). Ghani in seguito si spinge a proporre un prolungamento cui chiede aderiscano anche i turbanti in armi. I talebani dicono no e aggiungono che la loro non è stata una decisione dovuta all’appello del governo ma una scelta autonoma che comunque prevedeva una tregua solo con gli afgani e non con gli stranieri. Da oggi, a loro dire, riprende la guerra contro invasori e “puppet” locali. Ma il dato resta. La tregua ha funzionato con scene incredibili di abbracci e strette di mano tra talebani e parenti ma anche con soldati e ufficiali dell’esercito. Molti guerriglieri sono entrati nelle città e nei villaggi - dove da anni non possono mettere piede – aderendo alla richiesta che non lo facessero armati.

La tregua ha tenuto e, trattandosi della prima in assoluto, si conferma un successo totale. La speranza di un prolungamento era appunto una speranza e può anche darsi che abbiano influito i due attentati nella provincia di Nangarhar (uno dei quali rivendicato dallo Stato islamico) che hanno ucciso civili, soldati e talebani facendo scattare, da quel momento, il divieto per i guerriglieri di recarsi a incontri con parenti o soldati. Lo Stato islamico ce l’ha messa tutta per far deragliare questa anticamera di uno spazio negoziale, ma le sue stragi hanno solo un effetto tattico e in realtà rafforzano il desiderio di pace.

E' un desiderio che è ormai esploso pubblicamente e di cui la marcia di circa 800 chilometri dall’Helmand è il segno. La gente comune vuole la pace, dall’Helmand a Kunduz, da Herat a Kabul. Le donne di Helmand ieri hanno chiesto ai talebani di aderire al prolungamento della tregua e gli attivisti della marcia sono pronti a consegnare a governo e talebani un piano in 4 punti: estensione del cessate il fuoco; colloqui di pace tra governo e talebani; accordo su leggi condivise; ritiro delle truppe straniere. Programma chiaro, condivisibile e accettabile.

Cosa succederà adesso? Un successo raggiunto non è per forza l’apertura di una via maestra senza intoppi ma se la tregua ha funzionato è anche perché la gente comune si è data da fare: marciando, protestando, alzando la voce, reiterando le richieste. La saggezza imporrebbe a governo e talebani – ma anche a noi stranieri – di capire che l’occasione è storica. E se davvero volessimo la pace, noi occidentali che ce ne riempiamo sempre la bocca, dovremmo essere i primi a sostenere le proposte dei marciatori, cioè del popolo afgano. Vediamo se il governo pentasalvinato – espressione di due gruppi da sempre favorevoli al ritiro – batterà un colpo. Per ora non mi pare che abbia detto mezza parola (a parte 4 righe in un comunicato della Farnesina del 17 giugno peraltro bilanciate da una trentina sull'incontro tra Moavero e Jens Stoltenberg a Roma il 10). Del resto anche Trump era per il ritiro delle truppe salvo poi decidere di triplicare i bombardamenti.

sabato 16 giugno 2018

Scommessa Eid el fitr

Per un giorno, in Afghanistan le armi hanno taciuto e si sono levate le voci di pace. Ieri, in occasione dell’Eid el-Fitr, la festività che segna la fine del sacro mese del Ramadan, in tutto il Paese c’è stato un giorno di tregua. È il primo dei tre giorni di cessate il fuoco che la leadership talebana ha deciso di accordare, dopo che il presidente Ashraf Ghani aveva annunciato una settimana di tregua unilaterale da parte del governo. Le date delle due tregue si sovrappongono per tre giorni. Ieri è stata la prima giornata. Una giornata storica: da Kabul alle città più periferiche, in molti sono scesi per strada per celebrare la pace, per quanto provvisoria ed effimera. Sulle reti social, per tutto il giorno si sono alternate immagini mai viste prima: soldati in uniforme al fianco di Talebani, funzionari governativi a braccetto con barbuti col turbante nero, strette di mano, sorrisi, pacche sulle spalle, bandiere tricolori dell’Afghanistan unite allo stendardo bianco con scritte nere degli studenti coranici.

Scene inattese ed eccezionali, accolte con entusiasmo dai civili, che celebrano l’Eid el-Fitr chiedendo con forza il prolungamento della tregua. Tanti afghani sono sorpresi: mai avrebbero immaginato di poter vedere Talebani e “governativi” gli uni accanto agli altri, né che la tregua – almeno nella prima giornata – abbia davvero tenuto, un po’ ovunque nel paese. È uno stimolo a proseguire lunga la strada del negoziato. Una strada che il leader dei Talebani, il mawlawi Haibatullah Akhundzada, nel suo discorso per l’Eid ha definito percorribile: “se gli americani vogliono davvero una conclusione a questo imbroglio afghano allora devono presentarsi direttamente al tavolo negoziale così che questa tragedia (invasione) si possa risolvere attraverso il dialogo”. Ma già il fatto che si rivolga a Washington, e non a Kabul, indica che la strada che dalla tregua conduce alla pace è ancora tutta in salita.

martedì 24 aprile 2018

La terza via (di pace) afgana

Mentre continuano gli attentati ai centri di registrazione per il voto di ottobre, entra nel secondo mese la protesta di un movimento pacifista autoconvocato. In Afghanistan e in Pakistan.

Sarebbero ormai una sessantina i morti dell’ultimo attacco stragista rivendicato dallo Stato islamico che domenica, a Kabul, ha ucciso in un quartiere a maggioranza sciita chi si stava registrando per le elezioni che si terranno in ottobre. Lo stesso giorno, nella provincia di Baghlan, un altro attentato uccideva sei persone, sempre in un centro di registrazione per il voto. La notizia delle stragi, ormai pane quotidiano da che anche gli emuli del califfato operano nel Paese, non è che l’ennesimo boicottaggio di un processo elettorale cui credono davvero in pochi. La mancanza di sicurezza gioca sicuramente a sfavore, ma c’è altro. La gente non ci crede, dicono i giornali afgani indipendenti, e sta per altro trovando nuove vie per dimostrare cosa vuole veramente: né col governo, né coi talebani, né ingerenze esterne ma una tregua pur che sia, come chiede ormai da un mese un vasto movimento autoconvocato dal basso e che raccoglie – già in diverse province – il vero sostegno popolare di cui non gode né il governo, né la guerriglia, né le truppe di occupazione.

I dati della registrazione elettorale parlano chiaro: in dieci giorni si sono registrate poco più di 290mila persone, ossia un segmento irrisorio degli aventi diritto. E un quarto di loro sono kuchi, i nomadi afgani (pashtun ma non solo) che, proprio grazie al loro nomadismo che li tiene un po’ fuori dai giochi, sembrano sfuggire più dei residenti ad attentati, bombardamenti e bombe sulla strada. La gente insomma non va volentieri a registrarsi: nel Paese ci sono 1400 centri per farlo di cui 83 del resto sono chiusi (20 dei quali nella capitale). Andrà a votare?

Il movimento pacifista, nato dal basso dopo l’ennesima strage a Lashkargah, in una delle aree più conflittuali del Paese, si è allargato a macchia d’olio con sit in, manifestazioni, scioperi della fame e una proposta a governo e guerriglia (e dunque alle forze straniere): tregua subito senza ma o se. La cosa – come spiega bene unrapporto uscito ieri dal centro di ricerca afgano Afghanistan Analysts Network – ha messo in imbarazzo sia la guerriglia in turbante, sia il governo, latore di un piano di pace sempre snobbato dai talebani. Adesso che la richiesta di pace viene dal popolino – analfabeta, ignorante, povero e disarmato, vessato dalla guerra e unico vero pagatore degli effetti del conflitto – i combattenti della fede sono spiazzati tanto quanto la leadership di Kabul. Il governo tace e manda emissari più o meno dissimulati. I talebani han fatto prima il muso duro (accusando i manifestanti di essere eterodiretti) poi han scelto un imbarazzato silenzio.


Reazioni spontanee hanno cominciato a fiorire prima nella provincia di Helmand (Lashkargah è la capitale) poi nella vicina Kandahar. Poi in giro per il Paese in ben 16 province, come testimonia il resoconto del ricercatore afgano Ali Mohammad Sabawoon: sit in di appoggio alla protesta dei famigliari delle vittime di Lashkargah si contano a Herat, Nimruz, Farah, Zabul, Kandahar, Uruzgan, Ghazni, Paktia, Kunduz, Kunar, Nangrahar, Balkh, Parwan, Daykundi, Maidan Wardak e Jawzjan. La novità consiste proprio nella resistenza nel tempo della protesta pacifica e nell’assenza di una leadership: un moto spontaneo che potrebbe essere un’occasione eccezionale per tutti. Per lo stesso governo, i talebani e l’insipiente diplomazia internazionale, chiusa nelle sue ambasciate-fortino che ormai non rilasciano più visti agli afgani. Colpevoli di cercare la pace nei Paesi dei loro supposti alleati.

Il fatto interessante è che nel vicino Pakistan accade qualcosa di molto simile. Qui c’è un movimento pashtun strutturato - Pashtun Tahaffuz Movement – e una piattaforma pragmatica che ha visto domenica a Lahore migliaia e migliaia di pashtun criticare governo e militari il cui pugno di ferro anti terroristico colpisce indiscriminatamente. La manifestazione era vietata ma la polizia è rimasta immobile anche se il governo ha obbligato molti media a censurare la notizia della protesta che, per l’establisment militare, sarebbe – guarda caso – eterodiretta. Si ripeterà a breve a Karachi. La protesta ha molto in comune con quella oltre frontiera. E a Islamabad, come a Kabul, come nelle montagne dove si rifugiano talebani pachistani e afgani, l’imbarazzo è palpabile.

giovedì 28 dicembre 2017

Talebani a Kabul

L'immagine è tratta da Tolonews
La guerra in Afghanistan continua ogni giorno con azioni sia dei talebani - ieri nell’Helmand 14 militari feriti da un’autobomba – sia dello Stato islamico – che a Natale ha colpito a Kabul un ufficio dell’intelligence afgana (Nsd) – eppur qualcosa si muove. Proprio ieri infatti si è conclusa la due giorni convocata dall’Alto consiglio di pace, una struttura del governo che dovrebbe gestire il processo di pace, e quel che ne è uscito è una novità: la richiesta che a Kabul si apra un ufficio politico dei talebani. Una rappresentanza della guerriglia non più a Doha, in Pakistan o altrove, ma nella capitale afgana. Una sorta di riconoscimento politico de facto e un’apertura sinora senza precedenti.

La richiesta non arriva direttamente dal Consiglio capeggiato da Karim Khalili, un alim già vicepresidente con Karzai, ma da circa settecento ulema convocati dall’Acp per discutere di una possibile via negoziale in stallo ormai da almeno un anno e dopo qualche maldestro tentativo di aprire una trattativa. Il Consiglio non gode di per sé di ottima fama e i talebani lo hanno sempre ignorato ma, questa volta, la richiesta proviene da religiosi giovani e anziani di diverse parti del Paese che – per quanto favorevoli alla fine della guerra – si differenziano sostanzialmente dall’Acp o del governo diretto da Ashraf Ghani. Lo stesso Ghani ha subito accettato di buon grado la suggestione augurandosi che i talebani facciano altrettanto, il che fa pensare che la proposta sia stata sicuramente o concordata prima o durante la Conferenza consultiva di Kabul ma resta di fatto una novità che indirettamente riconosce alla guerriglia di mullah Akhundzada un ruolo politico e che finalmente fornirebbe un “indirizzo”, come hanno detto i religiosi, al quale rivolgersi per parlare con i talebani: uno spiraglio da cui iniziare.

Il passo successivo resta il più complicato: proprio quattro giorni fa un comunicato ufficiale dei talebani ha reiterato la richiesta di un’uscita dal Paese delle truppe straniere, richiesta “legittima” e precondizione per iniziare il negoziato. Non di meno la nota si concludeva con un’apertura a un dialogo inter-afgano, le stesse parole usate da Ghani.

Gli americani e la Nato però non hanno nessuna intenzione di lasciare il Paese dove hanno anzi aumentato il contingente e triplicato i bombardamenti aerei. Infine la presenza dello Stato islamico (che secondo l’intelligence russa conterebbe 10mila uomini in Afghanistan) complica il quadro anche se, paradossalmente, l’”invasore” islamista è un nemico comune sia per il governo filoamericano sia per i talebani. La sua presenza rischia dunque persino di essere un elemento a favore del dialogo.

mercoledì 5 ottobre 2016

Un po’ meno poveri ma sempre in guerra

La Conferenza di Bruxelles sull’Afghanistan promette nuovi aiuti alla ricostruzione. Ma il Paese è a ferro e fuoco e i veri nodi per pacificarlo restano un tabù


Mentre i talebani hanno lanciato una nuova massiccia offensiva proprio alla vigilia della Conferenza sull’Afghanistan che si è aperta ieri a Bruxelles, nella capitale belga arriva il momento delle promesse per un Paese dove – sono dati Ue – il 40% della popolazione vive sotto la linea di povertà e un terzo degli afgani ancora non sa leggere né scrivere. Mentre scriviamo si combatte a Kunduz, nell’Helmand e in altre aree a Nord e a Sud. E si litiga: in parlamento e nel governo, scaricandosi le responsabilità per l’ennesima battaglia in una città - Kunduz – tenuta un anno fa dalla guerriglia per quasi una settimana. C’è chi dice che l’offensiva finirà per favorire l’apertura della borsa dei Paesi amici. E c’è chi invece pensa che sia l’ennesimo colpo basso a un governo in perenne crisi e a una presenza della Nato che, pur ridotta nel numero dei soldati, è rimasta nel Paese a presidiare soltanto le caserme che proteggono i suoi militari.


Sempre in guerra: combattenti anti inglesi
in una stampa del 1800. Sotto la bandiera Nato
Ieri l’Unione Europea ha promesso, in aggiunta al suo programma 2014-2020 (circa 1,4 miliardi di euro) oltre 200 milioni annui per due anni dal 2017 per sostenere l’agenda del governo di Ashraf Ghani, il presidente “dimezzato” insediato due anni fa dopo faticose elezioni presidenziali (ora dovremmo essere alla viglia di una nuova corsa elettorale per il parlamento) che alla fine hanno sancito un governo a due teste: quella di Ghani e quella di Abdullah Abdullah, ex mujaheddin cui, in barba alla Costituzione, gli americani, veri artefici della nascita del nuovo governo, hanno ritagliato – per raffreddare le sue accuse di brogli - un ruolo di primo piano che lo apparenta al presidente. Col risultato che il governo a due teste – si sa ma non si dice – non funziona. Oggi, se tutto va secondo i piani, gli americani dovrebbero annunciare altri 3 miliardi di dollari l’anno cui dovrebbero aggiungersi – oltre ai 200 milioni figli dell’accordo Ue per favorire lo “State building” - il miliardo che l’insieme dei Paesi membri* verserà annualmente a Kabul almeno sino al 2020. Poi ci sono altri attori (a Bruxelles siedono settanta Paesi e venti tra organizzazioni e agenzie internazionali) e quindi il piatto si arricchirà. Ma con molti però e legando l’aiuto futuro a quanto gli afgani sapranno e soprattutto vorranno fare. Non è un assegno in bianco né per gli europei né per gli americani.

venerdì 5 agosto 2016

Libia, Siria, Afghanistan: la saggezza dell'esperienza

Mentre i caccia americani volano sui cieli libici e quelli russi sui cieli siriani, qualcuno che di bombardamenti se ne intende commenta i raid che sull'Afghanistan non sono mai smessi. «Sbagliati – dice in un'intervista al britannico Guardian l'ex presidente Karzai – molto sbagliati. Chi chiede agli stranieri di bombardare l'Afghanistan non rappresenta il popolo e i suoi interessi». Furberia post presidenziale? No, il discorso è più articolato perché – dice - la presenza straniera è la negazione dell'autodeterminazione e «provoca frustrazione e rabbia che alimentano il conflitto... Se non possiamo combattere da soli, non possiamo chiedere agli stranieri di farlo per noi», dice l'ex presidente che, come ora Faraj, avallò la presenza straniera. Da sempre contrario ai raid, rincara la dose: «Ho detto al governo di non chiedere agli Usa nuovi raid. Usano prodotti chimici ogni giorno: uccidono i nostri campi e diffondono malattie senza por fine alla guerra». La Nato è stata qui per 14 anni, dice ancora, ma le forze straniere stanno combattendo per gli stessi distretti come quando c'erano 150mila soldati... «Stiamo meglio? C'è più sicurezza? No. Vuol dire che qualcosa non va». Per Karzai le forze straniere devono ritirarsi e semmai concentrarsi sui sostenitori stranieri dei talebani.

mercoledì 13 gennaio 2016

Compleanni: i vent'anni della Tavola della pace

La Tavola della pace, quel collettivo di uomini e donne che ogni anno organizzano la marcia Perugia Assisi e che continuano a preoccuparsi dei diritti di tutti, compie vent'anni. 20 anni. Il compleanno lo ha festeggiato a Senigallia  qualche giorno fa dove aveva organizzato un percorso formativo sui conflitti per docenti della scuola secondaria (previsti 150 ma arrivati in 250!). La Tavola ha avuto, specie in tempi recenti, momenti difficili e sopratutto li ha avuti il suo referente storico, Flavio Lotti, accusato persino di aver distratto fondi! Lui - e la gente che tutti i giorni gli dà una mano come sua moglie Randa o Emanuela o Ivetta e tanti altri - è finito a un certo punto nella macchina del fango dopo aver scelto di candidarsi alle politiche (improvvidamente forse ma solo - in realtà -  perché non è stato eletto e in politica perdere diventa subito un peccato di superbia). Tant'è, quel periodo è forse alle spalle. Molti non lo hanno mai abbandonato, altri adesso sono meno concentrati su di lui, altri ancora - saggiamente - preferiscono mettere una pietra sopra a una vicenda triste che ha diviso ancora di più il movimento per la pace. La Tavola adesso continua comunque ad andare avanti e in un processo che coinvolge enti locali, scuole, associazioni di base, cattoliche e non, cittadini senza sigle.

A Kabul con la bandiera della pace sulla collina
che sovrasta la capitale afgana
Per quel che mi riguarda sono da diversi anni un suo sostenitore pur essendo un laico impenitente. Durante le mie battaglie per l'Afghanistan, la Tavola non ha mai mancato di fornirmi aiuto e sostegno e non posso dimenticarlo. Con una decina fra loro andammo a Kabul a sventolare, sulla città martire, la bandiera multicolore. E' ovviamente la cosa che ricordo con maggior commozione. Ma al di là dell'Afghanistan ne condivido gli obiettivi generali e mi pace far parte di questa comunità allargata che rappresenta specificità diverse. Per saperne di più posto qui un link che fa un po' la storia della Tavola. Una storia in divenire ovviamente.
Come Senigallia, nel week end appena trascorso, ha ampiamente dimostrato.


Leggere: Com’è nata la Tavola della pace

A Senigallia con la bandiera della pace qualche giorno fa. Sullo sfondo la famosa rotonda dove si è tenuto il meeting