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domenica 28 marzo 2021

Myanmar, un altro giorno della vergogna


Oltre 80 secondo il bilancio di Myanmar Now e 90 secondo l’Assistance Association for Political Prisoner ma ben oltre 110 morti secondo la Reuters., numeri che fanno salire il totale delle vittime in Myanmar dall’inizio delle proteste a oltre 420 morti con più di 3mila arresti. Cifre che hanno segnato un sabato di sangue, un’ennesima “giornata della vergogna. Purtroppo era previsto. Alla vigilia della giornata delle Forze armate di ieri, la TV di Stato del Myanmar aveva avvertito venerdi che a scendere per strada “si può essere in pericolo di essere colpiti alla testa e alla schiena". Così è stato.

Il bilancio dei morti del sabato di sangue in varie aree del Paese, dove il Movimento di disobbedienza civile ha sfidato il divieto, non ha fatto che salire dalla mattina di una giornata nella quale la giunta al potere dal 1 febbraio ha fatto sfilare nella capitale Naypyidaw oltre 7000 soldati, mentre caccia a reazione ed elicotteri dell'aeronautica accompagnavano la macabra sfilata col senso anche di una dimostrazione di forza. Mentre i soldati sfilavano decine di persone, tra cui persino un bimbo di 5 e una giovinetta di 13 anni, morivano in diverse zone del Paese. Continuano intanto a giungere dalla periferia notizie di scontri tra le milizie armate delle autonomie regionali e con loro le prese si posizione delle autorità Karen, Kachin e Shan, le più importanti realtà (armate) del Myanmar che rinnegano il golpe, la Costituzione del 2008 (voluta dai militari) e chiedono il ripristino del parlamento democraticamente eletto l’8 novembre scorso e una riedizione della Carta come base per un nuovo Stato federale.

Quanto alla parata di ieri, il paradosso è che il 76mo anniversario delle forze armate birmane corrisponde al giorno in cui il Paese iniziò la sua resistenza armata contro l'occupazione giapponese nel 1945....  segue su atlanteguerre


Nell'immagine  uno dei collage scelti da Aapp nel suo consueto rapporto giornaliero sulla repressione in Myanmar

giovedì 29 dicembre 2016

Com'è dura rompere il silenzio

Anche se non c’è differenza tra “loro” e chi vive da questa parte delle acque, in Bangladesh, son certo che questo signore davanti a me - che mi guarda silenzioso bere il te - è un rohingya. Lo deduco perché, in questa terra di povertà estrema, nemmeno il più disgraziato sarebbe vestito come lui. E’ alto, il volto segnato e amaro. Una giacca troppo lunga e troppo larga, nera, che gli copre un corpo secco come un’acciuga e due spalle esili e aguzze. Mi guarda e non ordina niente. Poi se ne va. In silenzio. Il silenzio è la più brutta malattia di questa oscura vicenda. E ci sono voluti tre mesi e forse i buoni auspici del natale per far si che l’Unione europea aprisse la borsa tirando fuori 300mila euro per loro e che, notizia di oggi, 13 premi Nobel (da Muhammad Yunus a Desmond Tutu a Malala Yousafzai) e diversi personaggi di rilievo internazionale (Bonino e Prodi tra gli italiani) scrivessero al segretario dell’Onu perché si dia da fare per risolvere la situazione. Alla buon’ora. Una lettera forse è proprio il minimo che si può scrivere anche se c’è di mezzo un’altra Nobel, la signora Aung San Suu Kyi.

Ma anche una lettera - un'autorevole lettera - è rompere il  silenzio.   Anche un articolo, nel suo piccolo, può farlo anche se oggi un settimanale italiano mi ha risposto che no, grazie, non interessa. E tanti auguri di buon anno. Due righe per dire che questi 34mila disperati che solo negli ultimi tre mesi son stati spinti via dalla loro terra non sono un pane appetibile per te, lettore italiano.  La Raggi vale di più. Bersani pure. Non mi stupisco. Nessun giornale del mio Paese si è scandalizzato per l'espulsione annunciata di 80mila afgani dalla sacra terra europea. Né fa scalpore quel milione di afgani che, a centinaia per volta, il Pakistan sta espellendo dalla sua terra, che la geopolitica val più della solidarietà. Dunque 34mila rohingya possano soffrire in silenzio. Non meritano la tua attenzione, lettore italiano.

Varcano il fiume che separa le due frontiere e che diventa  un braccio di mare. Ma è riparato e dunque tranquillo e la stagione è buona. Cento, duecento, cinquecento al giorno. Dicono che ora il loro arrivo si è stabilizzato. Non cresce più. Ma non sappiamo, non possiamo saperlo, quanti vorrebbero fuggire e non possono farlo. In Myanmar, su quel confine non si può andare. Anche in Bangladesh il confine è off limits. Ma si può venire qui a Ukhia, trenta chilometri da Cox Bazar, la Rimini del Paese, a vedere dove vive questa gente. Teloni neri di plastica appoggiati su aste di bambù. E la solidarietà quotidiana di chi non è molto più  povero di loro ma condivide un pasto, un posto per la tenda. Durerà? La pressione è forte anche se i rohingya son del tutto simili ai bengali. Pare siano circa 300mila i rohingya in Bangladesh, un terzo della loro popolazione totale. Dispersi qui e là, su fino a Chittagong e forse anche a Dacca. Lavori stagionali e, immagino, un senso di ingiustizia, di precarietà, una sofferenza che non valgono questo silenzio. Grazie, non interessa. Abbiamo altro cui pensare.

venerdì 10 ottobre 2014

Brava Malala


Malala urges India, Pakistan to settle disputes... di dawn-news

Dopo aver vinto il Nobel per la pace, l'attivista pachistana Malala Yusafzai fa un discorso politico sulla tensione del momento alla frontiera tra i due Paesi vicini e invita Narendra Modi e Nawaz Sharif a venire entrambi alla consegna del Nobel in dicembre (vinto ex aequo con l'indiano Kailash Satyarthi).