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venerdì 4 novembre 2022

Imran Khan, Garibaldi del Pakhtunkhwa



Imran Khan l’ha scampata per un soffio. Uno o più uomini armati hanno cercato di uccidere l’ex premier pachistano durante la “lunga marcia” che ha per meta Islamabad l’11 novembre per chiedere elezioni anticipate. Il “leone del Pakhtunkhwa”, la provincia occidentale dove il suo partito è più forte e da cui ha scalato la gerarchia del potere pachistano, è stato ferito a una gamba e se la caverà. Anzi, non meno di un Garibaldi orientale, Imran diverrà probabilmente solo più popolare in un Paese spaccato e dove l’ex premier, sfiduciato questa primavera e poi sospeso come deputato, gode di un sostegno popolare vastissimo. Come dicono i numeri della sua marcia sulla capitale.

Dell’uomo – o del commando - che ha tentato di ucciderlo ieri sera e che ha ferito almeno altre sei persone tra cui dirigenti del suo partito, il Pakistan Tehreek-e-Insaf, per ora si sa poco e non è giunta nessuna rivendicazione. In serata la polizia del Punjab ha emesso un primo bilancio di sette feriti e un morto in seguito all’attacco.

La dinamica dell’attentato avvenuto a Wazirabad – città che si trova sulla direttrice della marcia tra Lahore e Islamabad - è ancora poco chiara ma una salva di proiettili ha investito il mezzo su cui Imran e altri viaggiavano. Per ora in manette c’è un solo sospetto catturato dalla polizia che ha affermato di aver voluto uccidere il presidente del Pti perché "stava fuorviando la gente". “Non potevo sopportare di guardarlo – dice in un video che girava ieri su twitter - quindi l'ho ucciso ... ho tentato di ucciderlo… Ho fatto del mio meglio per ucciderlo. Volevo uccidere solo Imran Khan e nessun altro". E’ un tipo smilzo che non avrà quarant’anni e che dice di aver fatto tutto da solo. L’ipotesi di un commando di più persone giustificherebbe però la salva di colpi. E sulla probabilità che l’arrestato sia il vero colpevole aleggia qualche dubbio visto che, stando al Pti, inizialmente la polizia aveva fermato una guardia del corpo di Imran scambiandola per l’assassino.

Il governo ha intanto deciso di formare un team investigativo congiunto per indagare l’accaduto che si è nel frattempo trasformato in una nuova occasione di pressione sull'esecutivo: da Peshawar a Karachi, da Quetta a Islamabad la gente è scesa nelle strade circondando gli edifici delle istituzioni o, come a Rawalpindi, la residenza del ministro dell'Interno Rana Sanaullah.

Il clima dunque si fa ancor più infuocato di quanto già non fosse quando Imran Khan ha deciso il 26 ottobre che il venerdì successivo sarebbe partita un’ennesima marcia sulla capitale (non è la prima) per chiedere elezioni anticipate: partenza da Lahore il 28 e arrivo a Islamabad l’11 novembre, sempre che adesso l’agenda venga rispettata. Il governo, che ha subito condannato l’episodio (e così i capi dei partiti che hanno sempre osteggiato Imran), ora vorrebbe approfittare dell’attentato per negoziare con il Pti ed evitare che la marcia si ingrossi ancora di più. Quanto al Pti, alcuni suoi esponenti non hanno nascosto qualche tesi complottista, alludendo ad alcuni sospetti che lo stesso Imran avrebbe confidato ai suoi prima di entrare in ospedale per farsi levare proiettile e schegge, anche se appare fin troppo chiaro che l’ultima cosa nella testa dei contrari a Imran nel governo sia quella di farne un martire più di quanto già non sia.

Le proteste dei sui sostenitori vanno avanti da quando, in aprile, il Parlamento lo ha sfiduciato e sono riprese con forza dopo che in ottobre la Commissione elettorale del Pakistan (Ecp) lo ha dichiarato colpevole di aver venduto illegalmente regali di Stato, rimuovendolo così anche dal suo seggio parlamentare e mettendo a rischio una sua futura candidatura all’Assemblea. La reazione alla sentenza dell’Ecp per false dichiarazioni e appropriazione di beni statali per 650 euro aveva già visto scendere in piazza migliaia di suoi sostenitori accompagnati dai primi incidenti. Poi Imran aveva chiesto alla piazza di calmarsi in attesa di una grande “marcia”, annunciata pochi giorni dopo. Tutto ciò mentre il presidente del Pti non solo gode di un’ampia popolarità ma il suo partito ha continuato a vincere in una serie di elezioni suppletive. Persino in Punjab, roccaforte dei suoi avversari, primo fra tutti il premier e capo della Lega musulmana Shehbaz Sharif.

sabato 27 agosto 2022

Il Pakistan tra due crisi: poliitca e monsoni


Giovedi è andato in scena un controverso capitolo che sconvolge la politica pachistana da che il primo ministro Imran Khan è stato
sfiduciato dal parlamento nel maggio scorso. Infatti l’ex premier ha dovuto andare in tribunale con due capi d’accusa sul collo per violazione della legge sul terrorismo: per le sue dure critiche a una donna giudice e a un funzionario di polizia e per aver violato un divieto di riunione pubblica. Ma le acque, molto agitate alla vigilia, si sono subito calmate quando il tribunale, che già gli aveva garantito sino a ieri una cauzione preventiva per non essere arrestato, l’ha riconfermata rimandando dunque la cosa più temuta non solo da Imran Khan: il suo arresto.

 I magistrati gli hanno rispettivamente concesso due nuove cauzioni provvisorie: una fino al 1 settembre contro una fideiussione di 100mila rupie e un’altra fino al 7 settembre contro altre 5mila rupie. In caso di arresto il partito di Khan aveva già chiamato la piazza per impedirlo così che la decisione del giudice non si sa se abbia favorito di più l’ex campione di cricket prestato alla politica o non piuttosto i suoi rivali: i due partiti che lo hanno buttato fuori dal Parlamento e che ora governano in coalizione tenendo a bada un movimento di piazza tumultuoso che chiede nuove elezioni. 

 Non è l’unica emergenza di questi giorni: il Pakistan è infatti attraversato anche dagli effetti devastanti di inondazioni che hanno già causato almeno 900 vittime. La ministra per Informazione Marriyum Aurangzeb ha chiamato il disastro derivato dalle torrenziali piogge monsoniche “un’emergenza nazionale”. Mentre gran parte del mondo soffre la siccità, il Paese dei puri se la vede con le piogge stagionali questa volta davvero in eccesso tanto che Islamabad, da mesi sull’orlo del default, non ha abbastanza soldi per farvi fronte e si chiede alla gente di fare versamenti privati.

mercoledì 13 aprile 2022

In Pakistan torna la vecchia guardia

La sfiducia parlamentare per Imran Khan domenica scorsa (174 voti su 342 seggi) ha visto protestare contro la sua defenestrazione decine di migliaia di suoi sostenitori che hanno invaso il Paese da Islamabad a Peshawar (dove Imran ha la sua base elettorale) scesi in piazza per difendere un leader definito populista ma che deve piacere a gran parte del popolino visto che è stato lui, mettendo a rischio la finanza pubblica, a scegliere di sussidiare beni primari per tentare di raffreddare la vertiginosa ascesa dei prezzi scaturita da una crisi economica che ha travolto nei mesi scorsi il Pakistan. La sostituzione, in attesa di nuove elezioni, ha fatto tornare al governo – con la nomina di Shehbaz Sharif – la Lega musulmana (Pml-N) di Nawaz Sharif, il tre volte premier poi condannato a 10 anni di galera e interdetto dai pubblici uffici il cui partito ha dominato la scena politica per decenni e che proprio l’ascesa di Khan nel 2018 aveva messo all’angolo col Partito del Popolo (Ppp) della famiglia Bhutto: aveva battuto proprio i candidati Shehbaz Sharif e Bilawal Bhutto Zardari (figlio di Benazir).

Scottati e benché sempre in rotta fra loro, i due perdenti si sono coalizzati e sono riusciti a cooptare anche gente del suo partito e alleati di governo. I 174 voti della sfiducia sono gli stessi, non a caso, che hanno eletto ieri Shehbaz, fratello minore di Nawaz. E’ il 23mo premier del Pakistan. Le elezioni sono lontane (agosto 2023) e dunque il governo a interim rischia di rimanere in vita per oltre un anno. Un anno di tempo per tenere testa a quello che rimane del Tehreek-e-Insaf (Pti) – il partito di Imran – che certo non sembra voler mollare la presa.

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domenica 10 maggio 2020

Pakistan Covid-19: confusi alla meta

Da sabato anche il Pakistan ha allentato il lockdown. Protestano Province e moschee

Alla vigilia delle misure di allentamento del lockdown attive da ieri, il Pakistan aveva già registrato giovedi la sua giornata peggiore con 26 morti in Punjab, sei nel Khyber Pakhtunkhwa e 14 nel Sindh proprio mentre il governo prendeva la decisione finale sul termine della fase 1. Venerdi non è andata meglio con l'aggiunta di 2mila nuovi infetti in 24 ore e sabato il Pakistan si è svegliato con un nuovo aumento dei casi – oltre 25mila - e dei decessi. Sebbene in termini relativi i numeri siano ancora bassi se paragonati ad altri Paesi (i morti sono poco più di 600), restano preoccupanti in un Paese ad elevata densità demografica con strutture sanitarie fragili e un alto tasso di povertà sia nelle aree urbane sia in quelle rurali. Il rischio, su cui molti esperti mettono in guardia, riguarda sia la scarsa capacità di test, che forse nasconde una realtà di contagi peggiore, sia una possibile nuova ondata di infezioni.

La scelta di allentare il lockdown da questo sabato è stata segnata da polemiche che non riguardano soltanto il fatto che il Pakistan sia l’unico Paese islamico del mondo dove di fatto le moschee restano aperte - unicità che ha attirato i riflettori della cronaca – e dove spesso si ignorano le più elementari regole di distanziamento fisico o addirittura vige l’assenza di disinfettanti e mascherine. I dissidi tra province e governo federale hanno creato un clima di confusione che lascia ampi spazi di manovra sia ai singoli ministri provinciali sia alle persone che non hanno indicazioni troppo chiare su cosa e come fare. Le province di Punjab e Sindh, per esempio, hanno chiarito che estenderanno ancora le restrizioni e la querelle sulla riapertura delle ferrovie ha visto un braccio di ferro tra Islamabad e le capitali provinciali alla fine risoltosi in loro favore.

Stretto tra la necessità di salvaguardare vite umane e la pressione dell’industria, il premier Imran Khan sembra aver ceduto (non è certo l'unico caso) alla seconda, anche perché molta economia è nelle mani dell’esercito che cumula così due poteri. Ma Khan doveva anche tener conto sia dei potentati provinciali sia delle moschee, sorta queste ultime di potere autonomo con la forza della piazza oltreché della scomunica. Risultato: scarsa chiarezza e programmi confusi. Del resto, il coordinatore nazionale responsabile del virus per il governo – citato su The Dawn da Sakib Sheraniha, ex consigliere economico di Khan – è un buon esempio: confrontando l'attuale tasso di mortalità tra Covid-19 e i decessi per incidenti stradali, è giunto alla conclusione che, poiché questi ultimi uccidono ma il traffico stradale non è vietato, la stessa logica dovrebbe applicarsi al virus. “Il difetto nel ragionamento? A differenza di Covid-19 – commenta Sheraniha - gli incidenti stradali non sono contagiosi… una matematica confusa”.

Quanto alle moschee, il governo aveva siglato un accordo in venti punti che è stato clamorosamente violato. Nel solo distretto di Rawalpindi, 450 tra mosche e imambargh (luoghi di raccolta degli sciiti) non avrebbero applicato completamente le linee guida. E un rapporto interno della provincia di Khyber Pakhtunkhwa ha dato conto di decine di incontri religiosi con assembramenti di 200 o 500 persone, spalla a spalla in preghiera. Già in marzo del resto, oltre 2600 casi erano stati imputati a un singolo raduno dell'organizzazione missionaria Tablighi Jamaat, già nell’occhio del ciclone in Malaysia, India e Indonesia per i suoi raduni di massa in epoca di Covid-19. Infine nelle ultime ore si sono aggiunti gruppi sciiti che hanno comunicato che non rinunceranno alle processioni per il martirio di Ali.

mercoledì 18 dicembre 2019

Pena capitale al dittatore pachistano

Pena di morte per Pervez Musharraf dice la sentenza di una corte ad hoc pachistana che mette la parola fine alla lunga vicenda giudiziaria dell’ex dittatore, ex presidente ed ex generale dal 2016 rifugiatosi a Dubai. Pena capitale per alto tradimento – la condanna più grave in un Paese che ha tra l’altro sospeso la moratoria sulle esecuzioni di Stato - per aver sospeso la Costituzione durante gli anni del suo regime. La notizia arriva come una bomba e sembra mettere una pietra tombale sul destino dell’uomo che dal 1999 al 2008 ha retto il Paese. Ma è davvero la parola fine?

L’esecutivo del premier Imran Khan viene in soccorso, sebbene con prudenza, al generale. Il governo pachistano infatti "esaminerà in dettaglio" la decisione della corte le cui motivazioni saranno rese note a breve, come ha spiegato alla stampa l’assistente speciale del primo ministro Imran Khan per l'informazione e la radiodiffusione, Firdous Ashiq Awan.

E’ la prima volta nella storia del Paese che un capo dell’esercito viene dichiarato colpevole di alto tradimento e condannato per questo a morte e non sarebbe evidentemente un bel precedente. Awan ha aggiunto che gli esperti legali analizzeranno tutti gli aspetti legali e politici, nonché l'impatto sugli interessi nazionali, dopo di che una dichiarazione del governo verrà resa nota. E’ un distinguo che fa intravedere il fatto che la parola fine si allontana. Ma c’è di più. La condanna colpisce indirettamente gli uomini in divisa, vero potere neppur troppo occulto del Paese. E infatti i militari prendono subito posizione.

Una dichiarazione dell'Inter-Services Public Relations (Ispr), ala mediatica dell’esercito, dice che "la decisione è stata accolta con molto dolore e angoscia dalle forze armate” i cui alti gradi si sono riuniti nella sede generale di Rawalpindi subito dopo la notizia della sentenza. La dichiarazione porta la firma del generale Asif Ghafoor: “Un capo di stato maggiore e presidente del Pakistan, che ha servito per oltre 40 anni e ha combattuto guerre per la difesa del Paese non può essere un traditore", prosegue la nota aggiungendo critiche all’iter processuale.

I giochi dunque non sono affatto chiusi. Del resto il team legale di Musharraf, malato di cuore, può appellarsi ricorrendo alla Corte Suprema. E se questa confermasse il verdetto della corte speciale, il presidente avrebbe pur sempre l'autorità costituzionale ai sensi dell'articolo 45 per perdonare un imputato nel braccio della morte.

Le accuse a Musharraf riguardano il periodo che va dal 3 novembre al 15 dicembre 2007. In quel pugno di giorni il generale dittatore dichiara lo stato di emergenza e sospende la Costituzione cosa che gli permette di giurare come presidente non eletto. Ma non si ferma lì: per evitare ostacoli imprigiona 61 giudici dei gradi più alti del sistema giudiziario incluso l’uomo che sta all’apice della piramide, il Chief Justice Iftikhar Mohammad Chaudhry, che aveva già sospeso dal servizio ma che un vasto movimento popolare aveva fatto reinsediare. E’ forse il suo scivolone più grosso, un calcolo politico sbagliato che gli mette contro magistrati e società civile già turbati dall’ennesimo golpe militare. Il 2007 è davvero un pessimo anno per il Pakistan che si chiude con l’assassinio di Benazir Bhutto.

La sentenza è forse anche il segnale di un desiderio di autonomia della magistratura e di come debba essere giudicato traditore chiunque violi la Costituzione civile. Concetto che finisce per dire indirettamente che l’epiteto “traditore” si dovrebbe storicamente adottare per tutti i dittatori del Paese dei puri. Passati e futuri. In divisa e non.

Oggi su il manifesto

mercoledì 28 agosto 2019

Kashmir, il rischio di un’isteria nucleare

Il 16 agosto scorso, durante una visita del ministro Rajnath Singh a Pokhran nell’anniversario della
morte dell’ex primo ministro Atal Bihari Vajpayee – l’ex premier indiano a capo del Bjp, partito ora al governo con Narendra Modi – il titolare indiano della Difesa ha scritto su Twitter una preoccupante dichiarazione sull’uso del nucleare. Dichiarazione fortemente condannata dalla leadership pakistana, in primis dal ministro degli Esteri di Islamabad Shah Mehmood Qureshi .

Facendo riferimento alla politica nucleare No First Use dell’India, Rajnath Singh ha dichiarato che: “L’India ha aderito rigorosamente a questa dottrina. Ciò che accadrà in futuro dipende dalle circostanze”. Un cambiamento nella politica nucleare indiana in questo senso può intensificare la corsa agli armamenti nell’Asia meridionale a seguito della continua escalation tra i due vicini nucleari, hanno rilevato alcuni giorni dopo diversi osservatori riuniti dal Center for International Strategic Studies di Washington.

Preoccupazione più che legittima dopo quanto avvenuto agli inizi di agosto quando l’India ha revocato lo status speciale per il Kashmir di cui godeva la regione himalayana che, com’è noto, è divisa tra India e Pakistan, due Paesi che si considerano l’un l’altro occupanti. Il Pakistan ha reagito con una serie di misure diplomatiche e commerciali, denunciando l’illegalità della decisione di Narendra Modi e del suo governo ipernazionalista che può contare su una rilevante vittoria alle ultime elezioni vinte dal Baratiya Janata Party. Infine Islamabad sta cercando per quanto possibile di internazionalizzare la questione ritenendo -non a torto – che una modifica dello statu quo possa portare addirittura a un nuovo conflitto.

In particolare il premier Imran Khan ha puntualizzato il fatto che entrambi i Paesi hanno l’arma nucleare e che se si dovesse arrivare a un ennesimo conflitto tra India e Pakistan il caso sarebbe ben più che solo bilaterale. In contrasto con la tesi del Pakistan, Donald Trump ha invece appena rincuorato Modi sul fatto che il Kashmir è una questione bilaterale. Musica per le orecchi di Modi e musica per i giornali indiani (vedi immagine sopra) le parole di Imran Khan diventate immediatamente una “minaccia nucleare” del Pakistan all’India. Un caso di isteria nucleare che mira a relegare Islamabad tra i reietti per far dimenticare quel che avviene in Kashmir: repressione durissima del dissenso e avvio – permesso ora dal nuovo status del Kashmir – di una campagna di induizzazione di una regione a maggioranza musulmana poiché la modifica dello status consente ora a chiunque di acquistare terra in Kashmir prendendovi la residenza.

Per ora il Consiglio di sicurezza, riunitosi su richiesta del Pakistan sulla questione, non ha proferito verbo. Per adesso, fortunatamente le armi tacciono, ma la guerra delle parole e della propaganda è già cominciata e rischia di far da leva sui muscoli sempre tesi dei militari dell’uno e dell’altro Paese, da sempre favorevoli a risolvere il contenzioso con una guerra. Un po’ di calma e sangue freddo non guasterebbero per evitare che il Pakistan – il cui comportamento è stato finora responsabile – non venga trascinato nel tritacarne (attualmente solo mediatico) alimentato da un’India dove, in questo momento, le voci indipendenti, laiche e critiche sono sempre più tenui.

mercoledì 7 agosto 2019

Il Kashmir tra India e Pakistan

Visto da Islamabad

Il Pakistan chiede l’intervento dell’Onu. Un articolo uscito oggi su il manifesto


Uno dei paradossi della Storia vuole che sia stata proprio l’élite hindu del Kashmir negli anni Venti a volere per la regione uno statuto speciale che li garantisse dall’intrusione dei vicini cui Hari Singh, l’allora maharaja, vietò residenza, acquisto di terre e possibilità di accedere a cariche pubbliche. In realtà Hari Singh, a capo di una comunità in maggioranza musulmana, avrebbe volto un Kashmir indipendente ma dovette cedere alle pressioni di India e Pakistan che se lo volevano inglobare e scelse Delhi. A patto che lo status speciale della regione fosse conservato garantendo ai suoi sudditi un'indipendenza che, seppur pagata a caro prezzo, era rimasta tale sino a lunedi scorso. Che la mossa di Delhi avrebbe rinfocolato le tensioni con Islamabad – che controlla il Nord del territorio conteso – era così scontato che Modi non solo deve averlo previsto ma – a giudicare dal suo piglio anti musulmano – deve averlo contemplato: anche per umiliare il vicino che, agli inizi di quest’anno, quando i due Paesi sono stati sull’orlo di una quarta guerra, aveva saputo gettare acqua sul fuco e risolvere con le armi della diplomazia l’ennesimo casus belli.

Imran Khan, il giocatore di cricket prestato alla politica, si sta dimostrando un uomo di grande abilità e forse persino il riformatore di quel sistema asfittico che strangola dalla sua nascita il Pakistan: ostaggio di una burocrazia pachidermica e di un potente apparato militare che sono una delle tante eredità della Partition del 1947 quando il Raj britannico figliò India e Pakistan. Ieri il premier, che ha chiesto che sulla questione intervenga il Consiglio di sicurezza dell’Onu, è andato a spiegare in parlamento la risposta a un atto definito “irrazionale” e “illegale”, due termini persino blandi davanti alla decisione liberticida di Delhi. Così blandi che le opposizioni, capeggiate dalla Lega musulmana, ne hanno approfittato per metterlo in croce. Ma alla fine il parlamento è stato a sentire un ragionamento lineare e convincente.

Il Pakistan si sta adoperando per la pace nella regione, convinto che la fine della guerra in Afghanistan e la risoluzione delle vicende kashmire beneficerà tutti, in primis il Pakistan stesso. Ma, aggiunge Khan, quando “ho incontrato Modi” per garantirgli il pugno duro con i militanti estremisti “ho avuto la sensazione che non mi ascoltasse e che prendesse per debolezza le mie aperture”. Purtroppo, conclude Khan, quel che è successo per il Kashmir non è che la messa in pratica del manifesto del partito di governo, padrino di un’ “ideologia razzista”. Che – dice Khan - potrebbe portare a una “pulizia etnica” in Kashmir e a colpirci di nuovo. “Risponderemo”. Fa capire però che, ancora una volta, non è la strada dello “strike” quella che adesso il Pakistan deve scegliere. Lascia intendere che forse questa è l’occasione buona per essere presi sul serio in un momento in cui la democrazia più popolosa del pianeta – come si suole chiamare l’India – ha commesso un atto che non coinvolge solo il Pakistan ma il mondo intero, l’Onu, grandi Paesi come Cina e Stati Uniti che non possono vedere che con apprensione l’escalation.

In altri tempi il gesto di Modi avrebbe favorito azioni terroristiche in Kashmir o in territorio indiano cui la Storia ci ha abituati: azioni condotte col beneplacito dei servizi pachistani e con una rete di protezione di gruppi sconfessati a parole ma coccolati in segreto. Anche se non sono da escludere, le cose ora potrebbero cambiare pur se la rete di connivenza e protezione degli oltranzisti è resistente. Khan però vuole giocare a carte scoperte non “in segreto”. E’ una scelta in controtendenza. Forse per questo ancor più in salita.

martedì 26 febbraio 2019

India vs Pakistan, la grande paura

E’ difficile dire dove porterà l’escalation di tensione tra India e Pakistan che ieri mattina ha visto l’aviazione di Delhi colpire obiettivi – campi di addestramento guerriglieri - a Balakot, in territorio pachistano.

 Le versioni dei due Paesi sono contrastanti: l’India dice di aver distrutto basi della guerriglia Jaish-e-Mohammad, il gruppo che ha rivendicato l’attentato a Pulwana, in Kashmir, il 14 febbraio scorso. Un autobomba che ha ucciso oltre 40 uomini delle forze paramilitari indiane. Il Pakistan sostiene che non ci sono stati danni né vittime e che anzi l’aviazione indiana, inseguita dai caccia del Pakistan, ha gettato il suo carico esplosivo nella foresta.

La realtà dei fatti è che comunque – benché Islamabad abbia fatto riferimento solo a una violazione della LoC, la linea di controllo che divide il Kashmir indiano da quello pachistano o Azad Kashmir - non si tratta solo di quello. Non è solo la prima violazione della LoC dalla guerra tra i due Paesi nel 1971 (quando Delhi compì diversi raid in territorio pachistano durante la secessione del Pakistan Orientale poi divenuto Bangladesh): si tratta della prima volta che, da allora, caccia indiani colpiscono un territorio del Pakistan violandone la sovranità. Un atto che, nel linguaggio militare, chiama guerra.

Il Pakistan per ora ha risposto solo con il tono fermo che si addice a chi è stato preso alla sprovvista ma minacciando ritorsioni a tempo debito. Quali? Il Paese con l’arma nucleare, tanto quanto l’India, sa che colpire con un raid aereo l’India sarebbe un passo che potrebbe davvero innescare un conflitto. Un conflitto di cui Islamabad non ha affatto bisogno. I toni, nei giorni scorsi, sono stati quelli di una Paese che non vuole prendere le armi. Imran Khan, il neo premier, ha offerto a Delhi collaborazione nelle indagini sulla strage di Pulwana ma l’India ha rispedito la proposta al mittente. Gruppi come Jaesh-e-Mohammad, che da anni è fuori legge, sono probabilmente appoggiati e sostenuti da una parte dei militari e dell’intelligence, ma sono per Imran Khan e il suo governo un problema. Che continua a lasciare il Pakistan tra i Paesi a rischio: tra i Paesi “paria”, per usare un’espressione indiana... continua su atlanteguerre.it


martedì 25 dicembre 2018

L'atomica e la lezione della Guerra Fredda

Nuovi documenti desecretati dai National Security Archives spiegano come l'invasione sovietica dell'Afghanistan nel dicembre 1979 abbia avuto   un impatto immediato sulla politica degli Stati Uniti nei confronti del Pakistan, che preoccupava Washington per il suo programma nucleare. I colloqui del Segretario alla Difesa Brown con importanti funzionari cinesi, ispirati da Deng Xiao Ping, rivelano come vi fosse una preoccupazione, tanto cinese quanto americana, che gli aiuti incanalati attraverso Islamabad alla resistenza anti-sovietica potessero spingere  Mosca a  mettere sotto pressione Islamabad: e che dunque c'era un  interesse americano a migliorare le relazioni con il Pakistan abbassando la guardia sulla priorità della questione nucleare.

Come Brown spiegherà a Deng: "metteremo da parte [la questione nucleare] per il momento e ci concentreremo sul rafforzamento del Pakistan contro la possibile azione sovietica". In altre parole, gli obiettivi della Guerra Fredda si rivelarono prioritari rispetto ai problemi della non proliferazione nucleare. In realtà, mentre Deng sosteneva che Pechino si opponeva al programma nucleare pachistano, Cina e Pakistan avevano già sviluppato una speciale relazione nucleare che stava a cuore al generale Zia.

Anche su atlanteguerre.it

domenica 11 novembre 2018

Quanto costa la guerra al terrore

Fort Snelling National Cemetery Usa. Costruito
nel 1939. Quanti ne continuano a seguire?
Quanti morti è costata e sta costando la guerra al terrore scatenata dopo l’11 settembre? Se il dolore ha un numero, nel novembre del 2018 questo numero ha superato quota 500mila. E solo in Afghanistan, Pakistan e Irak, i luoghi ormai iconici della guerra infinita. Lo dice un progetto della Brown University, università privata americana, che studia il costo umano delle guerre scatenate contro il terrore. Guerre iniziate e mai finite come se il crollo delle Torri gemelle avesse generato un mostro a più teste. Tra 480 e 507.000 persone – dice l’aggiornamento del novembre di quest’anno - sono state uccise dalle guerre scatenate dopo quella data fatidica in tre soli Paesi: Irak, Pakistan e Afghanistan (147mila nel Paese dell'Hindukush come già riferivamo ieri). Human Cost of the Post-9/11 Wars, curato da Neta C. Crawford, docente del Department of Political Science della Boston University and Co-Director del Costs of War Project della Brown University, non tiene infatti conto delle stime dei decessi della guerra in Siria (oltre 500mila) o di altre guerre (Yemen) o conflitti minori. Il documento, che si basa su fonti aperte, guarda a quanto fatto dagli Stati Uniti nelle sue guerre, per così dire, ufficiali. Cifre che in realtà hanno a che vedere anche con i loro alleati, dunque con l’Italia, ancora partecipe a pieno titolo della guerra afgana con il terzo contingente più importante presente in Afghanistan.

Nelle tre guerre citate i civili conquistano un triste primato: tra 244 e 266mila. Seguono - entrambi con oltre 100mila caduti - militari e forze di polizia locali assieme agli “Opposition Fighters” (per una volta non si usa l’odioso termine “insurgent”). Ma un dato abbastanza impressionante riguarda le forze statunitensi: a fronte di 6.951 caduti con la divisa stellestrisce, 7.820 sono i paramilitari (contractor) uccisi durante l’ingaggio per combattere o lavorare a fianco dei soldati “regolari”. Una novantina sono morti in Pakistan (dove formalmente la guerra non c’è) mentre quasi 4mila sono morti sia in Irak sia in Afghanistan, un Paese dove le compagnie private vorrebbero ora addirittura in appalto tutte le operazioni militari, uno scenario ricorrente e tenuto molto sotto traccia dall’Amministrazione. Gli alleati degli Usa hanno perso 1.464 uomini (tra cui oltre 50 sono soldati italiani) ma un tributo importante è stato pagato anche da operatori umanitari di Onu e Ong: 566 (di cui 409 in Afghanistan) e giornalisti: 362 (di cui 245 nel solo Irak).

Accanto alla fredda e drammatica aritmetica della guerra, non vanno dimenticati gli effetti dei conflitti sugli spostamenti di popolazione: al 2017, risultavano 4 milioni e 780mila gli afgani sfollati interni o con lo status di rifugiati. Tre milioni e 250mila gli iracheni e 12 milioni i siriani per un totale di 20 milioni di individui. Un bilancio inevitabilmente per difetto perché non tiene conto delle migliaia di “clandestini”, senza alcuno status, fuggiti dai conflitti per tentare il viaggio della speranza sulle rotte verso l’Europa.

Vedi le schede coi numeri sull'Atlante delle guerre

sabato 3 novembre 2018

Scommessa Imran Khan

Dopo aver condannato le proteste dei gruppi radicali in seguito alla liberazione di Asia Bibi, il governo del Pakistan ha fatto un accordo con i gruppi islamisti per por fine alle proteste cedendo di fatto alle loro richieste: il divieto per Asia Bibi di lasciare il Paese e la possibilità di una petizione alla Corte suprema che chiede la revisione del procedimento che ha assolto la donna cristiana accusata di blasfemia. A complicare il quadro, negli stessi giorni, è stato assassinato Sami Ul Haq, teologo della scuola Deobandi e uno degli ideologi del movimento talebano sia pachistano sia afgano tanto da esser stato chiamato "padre dei talebani" (sulla sua morte si è acceso un dibattito). Al centro della controversia e delle preoccupazione per le reazioni degli islamisti il neo premier Imran Khan, personaggio controverso e che, dicono diversi osservatori, si è rimangiato il discorso con cui aveva inizialmente condannato le proteste. Ne tracciamo un profilo.

La scena politica del Pakistan, abbastanza abituata agli scossoni politici, ha appena assistito all’ennesimo cambio della guardia. Impensabile soltanto pochi mesi fa. L’ex cricketer Imran Khan, un personaggio dal solido linguaggio populista e fino ad ora rimasto sempre un po’ al margine della scena, ha vinto clamorosamente le elezioni parlamentari dello scorso luglio, guadagnando al suo partito della giustizia - Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI) – gran parte dei seggi dell’Assemblea nazionale. Da 35 nelle passate consultazioni ai 149 attuali. Da comparsa a protagonista ora a capo del partito più forte nel Paese.

Imran ha dovuto però molto in fretta far i conti con la realtà e frenare le promesse elettorali che la crisi economica in cui versa il Paese non gli consente per ora di mantenere. Durante la campagna aveva promesso un nuovo welfare (un welfare “islamico” come quello prospettato a Medina dal Profeta), la riduzione delle tasse, giustizia sociale, dieci milioni di posti di lavoro e soprattutto una lotta senza quartiere alla corruzione. Ma appena raggiunto lo scranno di primo ministro si è trovato tra le mani una patata davvero bollente. Non certo la palla di pelle di cervo con cui era abituato a giocare nel campionato dello sport più popolare del Paese e dell’intero subcontinente indiano. La grana si chiama Fondo monetario internazionale. In altre parole, bisogno di denaro. Bisogno impellente che lo sta costringendo a giocare una partita non molto diversa da quella che avrebbero giocato sia il Partito del popolo della famiglia Bhutto, rimasto ormai importante solo nella provincia del Sindh, sia la Lega musulmana dei fratelli Sharif (Nawaz, l’ex premier, è stato condannato a 10 anni per lo scandalo emerso coi famigerati Panama Leaks, mentre Shahbaz è appena stato arrestato per dieci giorni per un indagine su un caso di corruzione) Imran si è ritrovato con 18 miliardi di dollari di deficit e la necessità di doverne sborsare a breve circa una dozzina per ripagare i debiti a breve termine. La necessità di un salvataggio finanziario ha costretto Islamabad a rivolgersi al Fondo monetario e a quel punto il terreno è diventato una sabbia mobile. Non solo sul piano interno ma perché gli americani, che col Pakistan hanno una politica del bastone e della carota – dettata soprattutto dalla situazione in Afghanistan – han fatto sapere che non sarebbe stato certo l’organismo nato a Bretton Woods a ripagare i debiti contratti dai pachistani soprattutto con i cinesi, che pure sono membri dell’Fmi. Uno scontro politico mirato forse a prender le misure sul nuovo inquilino di palazzo e a disturbare Pechino.

giovedì 1 novembre 2018

Asia Bibi è libera. Gli islamisti sfidano Imran Khan e la Corte

L’assoluzione dal reato e la liberazione di una donna da otto anni nel braccio della morte con l’accusa di blasfemia e ritenuta innocente dall’Alta Corte del Pakistan. La reazione, verbalmente violenta e con manifestazioni di piazza di gruppuscoli islamisti radicali. La presa di posizione forte in difesa della magistratura da parte del neo premier Imran Khan. Sono, in questa sequenza, i tre fatti che hanno ieri connotato una delle giornate più calde che il nuovo esecutivo pachistano si è trovato ad affrontare e che raccontano con quanta difficoltà stia cambiando il Paese dei puri. Il caso è quello di Asia Bibi.

giovedì 26 luglio 2018

Sangue sulla scheda in Belucistan

Alle sei pomeridiane di ieri le urne pachistane, aperte dalla mattina per eleggere i deputati dell’Assemblea nazionale – la Camera bassa del Pakistan – hanno chiuso i battenti dando luogo al conteggio dei voti espressi da una larga fetta degli oltre cento milioni di aventi diritto. Ma la giornata del voto, come si temeva nonostante il forte dispiegamento di soldati e poliziotti, è stato macchiato dal sangue come accade spesso in questo grande ma disgraziato Paese. Succede a Quetta quando aprono i seggi. Nella capitale del Belucistan, provincia riottosa del confine occidentale e che ha già pagato un altissimo tributo di sangue durante la campagna elettorale, un kamikaze si fa strada tra la gente che va a votare. Ma viene intercettato e si fa esplodere fuori dal seggio: uccide oltre trenta persone e altrettante ne ferisce. Qualche ora dopo, tramite l’agenzia Amaq, il sedicente Stato Islamico rivendica.

La giornata trascorre poi con episodi minori (ma anche con vittime e ferimenti) che vedono al lavoro poliziotti (450mila) e soldati (370mila) in veste di controllori. Scattano le manette, altrove si spara ma poi le operazioni di voto si svolgono nella “calma” sospesa che ha caratterizzato la vigilia mentre gli adepti di Al Bagdadi preparavano la strage. Forse gli stessi che, a metà luglio, hanno firmato la strage sempre in Belucistan dove in un solo giorno hanno ucciso quasi 150 persone che seguivano le mosse di un partito autonomista moderato in ascesa. Perché, viene da chiedersi, proprio lì, tutto sommato marginale al confine con Iran e Afghanistan? Lì è forte autonomismo e secessionismo, la criminalità organizzata ha buone basi, la guerriglia scessionista ha i suoi santuari. Lì intingono la penna i servizi segreti di molti Paesi, quelli indiani in primis.

Il Belucistan è sia una provincia marginale – povera e ai confini del mondo pachistano propriamente detto concentrato su Punjab e Sindh - sia un luogo strategico. Non è solo la porta d’accesso all’Iran sciita e non è solo il luogo che i talebani afgani hanno eletto a domicilio nella città “afgana” di Quetta dove ha sede la shura più importante, il Consiglio politico guidato da mullah Akhundzada, leader dei talebani e che a fatica governa il disomogeneo movimento dei turbanti armati. Il Belucistan è anche il luogo dove ha sede il porto di Gwadar, nato con soldi cinesi per portare gas e petrolio dal Golfo – o meglio dall’Iran – alle assetate industrie del Pakistan, dell’India e ovviamente della Cina. Con tutti quegli occhi addosso, il Belucistan è un posto difficile nel quale si aggiungono tensioni etnico religiose. E’ Quetta la località dove gli Hazara afgani – minoranza sciita vessata in patria – scelgono di andare quando decidono di lasciare una patria che non li protegge e tentare il grande salto verso l’Europa. Ed è a Quetta che i gruppi settari pachistani, non estranei ai circuiti di finanziamento mediorientali, fanno strage di sciiti colpendo una comunità di paria per religione e tratti somatici (turco mongoli).

Ed è ancora il Belucistan la regione dove i maneggi della Lega Nawaz, il partito di centrodestra dominante che in questi giorni è alla prova del fuoco, ha perso consensi in favore di un nuovo partito beluci nato proprio per dissidi interni al partito (a sua volta diviso in due fazioni nazionali): il Baluchistan Awami Party, così duramente colpito durante la campagna elettorale. Dietro all’estremismo islamico radicale si muovono da sempre padrini molto poco religiosi e che, in passato, hanno usato gruppi settari e radicali per fini politici interni. E’ così anche adesso?
Comunque si è votato e tra poco si saprà chi ha vinto la corsa.

mercoledì 25 luglio 2018

Terrore elettorale

Nonostante il timore suscitato dall'ondata di sangue che, alla vigilia della consultazione si è abbattuta sul Paese dei puri alla vigilia del voto, oggi in Pakistan si vota. Una giornata che è stata subito bagnata dal sangue di 29 persone in Belucistan per un attentato con la firma Stato islamico e nonostante 370mila uomini delle forze di sicurezza siano stati mobilitati per garantire il voto nelle varie circoscrizioni e negli 85mila seggi elettorali. I morti erano già già stati a decine con quasi 150 persone in un solo colpo a metà luglio proprio in Belucistan.

L'appuntamento è importante in un Paese ufficialmente in pace ma attraversato da una guerra di bassa intensità con l'islam radicale: per la prima volta nella storia del paese il cambio di governo avverrà tra uomini che non portano la divisa. Gli aventi diritto sono 105 milioni contesi da 110 partiti e oltre 3.700 candidati. Il risultato è incerto con l'interrogativo di brogli e intimidazioni, ma le elezioni sono un fatto rilevante che aiuta un Paese a lungo sotto tutela militare a uscire dal tunnel di una fosca tradizione. Si vota nelle quattro grandi province chiamati alle urne in Sindh, Belucistan, Punjab e Khyber Pakhtunkhwa e preoccupazioni sulla trasparenza elettorale sono state espresse dalla Human Rights Commission of Pakistan e da altri organismi locali. il voto sarà seguito da missioni di diversi osservatori internazionali tra cui Free and Fair Elections Network, la Ue e il Commonwealth.

In palio ci sono 342 seggi dell'Assemblea nazionale (di cui 60 riservati alle donne e 10 per i non
musulmani). Sono così ripartiti : Belucistan - la provincia sudoccidentale al confine con Iran e Afghanistan: 17 seggi; Khyber Pakhtunkhwa - la ex provincia della Frontiera che ora include anche le aree tribali al confine con l'Afghanistan: 43 seggi; Punjab - la provincia più industrializzata e più ricca che fu divisa in due tra India e Pakistan dalla Partition del Raj britannico nel 1947: 183 seggi; il Sindh, agricolo e feudo della famiglia Bhutto con la grande città-porto di Karachi: 75 seggi; le Federally Administered Tribal Areas, da poco incluse nella Khyber Pakhtunkwa: 12 seggi; Islamabad capitale federale: 2 seggi (i territori del Nord Gilgit/Baltistan seguono un sistema a parte e non partecipano al voto).

La partita elettorale si gioca tra tre organizzazioni storiche del panorama politico e con tre candidati che rappresentano altrettante dinastie. La più antica è quella del Partito popolare pachistano (Pakistan Peoples Party – Ppp) guidato da Bilawal Bhutto Zardari, classe 1988, figlio dell’ex presidente Zardari - e soprattutto della scomparsa ex premier Benazir - e nipote di Ali Bhutto, leader socialdemocratico impiccato dal dittatore militare Zia ul-Haq. Il suo feudo elettorale è la provincia agricola del Sindh, ma raccoglierà voti anche altrove. Non abbastanza, dicono gli osservatori, per contrastare la vera sfida: quella tra la Lega musulmana (Pakistan Muslim League-Nawaz – Pml-N) e la tradizionale opposizione del partito capeggiato dall’ex giocatore di cricket Imran Khan (Pakistan Tehreek-e-Insaf – Pti), che si presenta e autopresenta come il favorito alla carica di premier.

La speranza di ottenere abbastanza seggi per formare il governo non è in realtà affatto scontata per Imran, personaggio istrionico e robante che sta sfruttando con abilità la tempesta che si è abbattuta sulla Lega, rimasta priva - alla vigilia delle elezioni - sia del suo leader sia dell’uomo che è stato – senza concluderlo - a capo dell’ultimo mandato sancito dalla vittoria elettorale del 2013. Nawaz Sharif, premier a più riprese a capo di un partito di centrodestra, è stato infatti destituito dalla carica di premier in seguito allo scandalo dei cosidetti Panama Papers, che hanno rivelato maneggi di denaro in conti esteri e proprietà immobiliari a Londra non dichiarate. Accuse che gli sono costate 10 anni (più 7 alla figlia Maryam): arrestato con la figlia al suo ritorno in patria, per tentare di rivitalizzare un’immagine distrutta dai guai giudiziari e che stava costando cara al parito, vedrà la battaglia elettorale dalla sua cella.

Suo fratello Shehbaz è il cavallo su cui punta la Lega soprattutto in Punjab, la provincia ricca e più popolosa dove gli Sharif sono dei rais: Shahbaz è stato chief minister, guadagnandosi la fama di abile amministratore. Inutile dire che aveva un appoggio forte nel governo del fratello.
Imran Khan se la sta giocando da favorito ma sapendo bene che dalla sua roccaforte del Khyber Pakhtunkhwa muovere alla conquista delle altre province non è facile. In casa poi, gli gioca contro anche la rinascita della Muttahida Majlis–e–Amal, una coalizione di partiti islamisti di destra che ha già governato sia nel Khyber sia in Belucistan.
Di Imran si è detto molto, persino che fosse sponsorizzato dai militari che, stando a quanto si racconta nei circoli della Lega, avrebbero deciso di cambiare cavallo sciftando dalla destra degli Sharif verso un partito "nuovo" e paladino di legalità e buon governo ma che scarseggia di esperienza. C’è chi sostiene che alla fine, la potente macchina militare abbia preferito puntare ancora una volta sulla Lega e sulla dinastia che, nel tempo, si è dimostrata più solida. Senza il rischio di grandi scossoni.

Questo articolo è stato scritto per il sito dell'Atlante delle guerre










venerdì 11 maggio 2018

La morte di Sana tra verità e sciacallaggio

Mustafa Ghulam, il padre di Sana Cheema, già in stato di fermo da tre settimane e ora agli arresti in Pakistan con altri due famigliari, ha confessato di aver ucciso la figlia, morta a casa dei genitori il 18 aprile scorso. La confessione del padre della ragazza - che abitava a Brescia ed era venuta in visita a Gujrata nel Punjab, chiude il cerchio di una vicenda messa in luce dal Giornale di Brescia e che era diventata un giallo anche per le autorità pachistane. Ma proprio il clamore delle notizie in Italia aveva convinto la giustizia del Paese dei puri e riesumare il cadavere e a praticare l’autopsia.

I risultati del Punjab Forensic Laboratory – responsabile del distretto di Gujrat dove risiede la famiglia - hanno svelato mercoledi che la ragazza non era morta per un attacco cardiaco, come i suoi famigliari avevano detto, ma per strangolamento: facendosi aiutare da uno dei figli maschi – così riferiscono i media locali – il padre l’ha soffocata fino a romperle l'osso del collo, come ha evidenziato l'autopsia eseguita sul corpo disseppellito in aprile. La confessione non fa oggi che confermare l’evidenza dell’esame autoptico.

Scelte editoriali. Diversi media hanno subito dato
 per scontato, oltre all'omicidio, anche il modo barbaro
con cui sarebbe stato eseguito dai pachistani
Sana, 25 anni, cresciuta a Brescia (che ha aperto un fascicolo) dove lavorava e aveva un fidanzato, sarebbe stata uccisa per aver rifiutato un matrimonio combinato ma su questo si tratta per ora soltanto di ipotesi non ancora confermate in ambito giudiziario. L’iter, che con la confessione di ieri apre le porte del carcere per i colpevoli, è dunque quello di un procedimento che parte da un’accusa di omicidio per strangolamento. Per ora gli arrestati sarebbero tre: Mustafa, il padre (che, come la figlia, ha cittadinanza italiana), il fratello Adnan, e lo zio Iqbal Mazhar. Ma le cose si mettono male anche per un cugino di Sana ( e forse anche per la madre) che avrebbe trasportato il cadavere fino al luogo di sepoltura. Infine c’è il medico che ha firmato il certificato di morte anche se sarebbe stato proprio il dottore ad accusare la famiglia, come ha spiegato all’Ansa Raza Asif, segretario della comunità pachistana in Italia. Una comunità che ha preso subito le distanze da qualsiasi giustificazionismo e che ha anche dovuto difendersi dalle strumentalizzazioni sempre in agguato (alcuni media e lo stesso Matteo Salvini avevano scritto su fb di una ragazza “sgozzata”).
Stando alle ultime ricostruzioni, padre, zio e fratello avrebbero anche avuto in mente una fuga in Iran ma le autorità pachistane hanno agito con rapidità e fermezza smentendo un lassismo che viene di solito attribuito al Paese asiatico.

Difficile dire cosa succederà ora: il Pakistan ha sospeso la moratoria sulle esecuzioni capitali e dunque il padre e forse anche i complici rischiano persino la pena di morte, a maggior ragione dopo tanto clamore internazionale sulle vicenda. Difficile per gli avvocati ricorrere all’escamotage del delitto d’onore perché qui si tratterebbe di un omicidio preventivo dovuto forse a un semplice rifiuto verbale della ragazza. In Pakistan inoltre sono molto attivi movimenti e associazioni della società civile che hanno messo sotto accusa leggi che ancora prevedono che tali delitti siano in qualche modo giustificati.

Sui giornali pachistani il caso ha fatto rumore: e nonostante i molti passi avanti della società pachistana – dove il delitto d’onore è ormai sempre più spesso messo sotto accusa dagli attivisti come dalla magistratura – il timore è che il caso di Sana – purtroppo non l’unico – possa alimentare odio e discriminazione verso una comunità numerosa che risiede e lavora nel nostro Paese.

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto

martedì 24 aprile 2018

La terza via (di pace) afgana

Mentre continuano gli attentati ai centri di registrazione per il voto di ottobre, entra nel secondo mese la protesta di un movimento pacifista autoconvocato. In Afghanistan e in Pakistan.

Sarebbero ormai una sessantina i morti dell’ultimo attacco stragista rivendicato dallo Stato islamico che domenica, a Kabul, ha ucciso in un quartiere a maggioranza sciita chi si stava registrando per le elezioni che si terranno in ottobre. Lo stesso giorno, nella provincia di Baghlan, un altro attentato uccideva sei persone, sempre in un centro di registrazione per il voto. La notizia delle stragi, ormai pane quotidiano da che anche gli emuli del califfato operano nel Paese, non è che l’ennesimo boicottaggio di un processo elettorale cui credono davvero in pochi. La mancanza di sicurezza gioca sicuramente a sfavore, ma c’è altro. La gente non ci crede, dicono i giornali afgani indipendenti, e sta per altro trovando nuove vie per dimostrare cosa vuole veramente: né col governo, né coi talebani, né ingerenze esterne ma una tregua pur che sia, come chiede ormai da un mese un vasto movimento autoconvocato dal basso e che raccoglie – già in diverse province – il vero sostegno popolare di cui non gode né il governo, né la guerriglia, né le truppe di occupazione.

I dati della registrazione elettorale parlano chiaro: in dieci giorni si sono registrate poco più di 290mila persone, ossia un segmento irrisorio degli aventi diritto. E un quarto di loro sono kuchi, i nomadi afgani (pashtun ma non solo) che, proprio grazie al loro nomadismo che li tiene un po’ fuori dai giochi, sembrano sfuggire più dei residenti ad attentati, bombardamenti e bombe sulla strada. La gente insomma non va volentieri a registrarsi: nel Paese ci sono 1400 centri per farlo di cui 83 del resto sono chiusi (20 dei quali nella capitale). Andrà a votare?

Il movimento pacifista, nato dal basso dopo l’ennesima strage a Lashkargah, in una delle aree più conflittuali del Paese, si è allargato a macchia d’olio con sit in, manifestazioni, scioperi della fame e una proposta a governo e guerriglia (e dunque alle forze straniere): tregua subito senza ma o se. La cosa – come spiega bene unrapporto uscito ieri dal centro di ricerca afgano Afghanistan Analysts Network – ha messo in imbarazzo sia la guerriglia in turbante, sia il governo, latore di un piano di pace sempre snobbato dai talebani. Adesso che la richiesta di pace viene dal popolino – analfabeta, ignorante, povero e disarmato, vessato dalla guerra e unico vero pagatore degli effetti del conflitto – i combattenti della fede sono spiazzati tanto quanto la leadership di Kabul. Il governo tace e manda emissari più o meno dissimulati. I talebani han fatto prima il muso duro (accusando i manifestanti di essere eterodiretti) poi han scelto un imbarazzato silenzio.


Reazioni spontanee hanno cominciato a fiorire prima nella provincia di Helmand (Lashkargah è la capitale) poi nella vicina Kandahar. Poi in giro per il Paese in ben 16 province, come testimonia il resoconto del ricercatore afgano Ali Mohammad Sabawoon: sit in di appoggio alla protesta dei famigliari delle vittime di Lashkargah si contano a Herat, Nimruz, Farah, Zabul, Kandahar, Uruzgan, Ghazni, Paktia, Kunduz, Kunar, Nangrahar, Balkh, Parwan, Daykundi, Maidan Wardak e Jawzjan. La novità consiste proprio nella resistenza nel tempo della protesta pacifica e nell’assenza di una leadership: un moto spontaneo che potrebbe essere un’occasione eccezionale per tutti. Per lo stesso governo, i talebani e l’insipiente diplomazia internazionale, chiusa nelle sue ambasciate-fortino che ormai non rilasciano più visti agli afgani. Colpevoli di cercare la pace nei Paesi dei loro supposti alleati.

Il fatto interessante è che nel vicino Pakistan accade qualcosa di molto simile. Qui c’è un movimento pashtun strutturato - Pashtun Tahaffuz Movement – e una piattaforma pragmatica che ha visto domenica a Lahore migliaia e migliaia di pashtun criticare governo e militari il cui pugno di ferro anti terroristico colpisce indiscriminatamente. La manifestazione era vietata ma la polizia è rimasta immobile anche se il governo ha obbligato molti media a censurare la notizia della protesta che, per l’establisment militare, sarebbe – guarda caso – eterodiretta. Si ripeterà a breve a Karachi. La protesta ha molto in comune con quella oltre frontiera. E a Islamabad, come a Kabul, come nelle montagne dove si rifugiano talebani pachistani e afgani, l’imbarazzo è palpabile.

domenica 22 aprile 2018

I nemici delle donne nel Paese dei puri

Sana Cheema, pachistana di origine ma bresciana
d'adozione. Il Giornale di Brescia ha dato la notizia
della sua morte: delitto d'onore.
L’anno scorso, in occasione dell’8 marzo, il magazine del quotidiano Dawn – un giornale
progressista pachistano – pubblicava un’inchiesta sulla condizione femminile nel Paese che iniziava così: “Trent'anni fa non erano necessari argomenti ideologici per identificare i mali che opprimevano le donne o per sostenere che la religione le ostacolava… (ma) un'ortodossia resuscitata è stata incoraggiata a negare i loro diritti, che erano stati accettati dopo cento anni di marcia della società musulmana verso riforme liberali… Non è un caso che la prima pagina del rapporto della Commissione sullo status delle donne, cerchi di assolvere la donna dall'accusa di spingere Adamo fuori dal paradiso!...”. L’articolo dava dunque conto di due cose: la prima è che il Pakistan, nato come “paese per i musulmani” ma con una Costituzione laica, aveva riscoperto un’ortodossia che la nascita del Paese dei puri non aveva utilizzato per creare il nuovo Stato nato dalle ceneri del Raj britannico nel 1947. Il Paese aveva dunque fatto un passo indietro. La seconda però era che, nel citare la Commission on the Status of Women dell’Onu, si certificava il fatto che il Pakistan teneva ormai in conto – anche se spesso disattendendole – le nuove regole che anche in quel Paese hanno preso forma. Grazie a un vasto movimento della società civile che preme sulla politica e l’apparato legislativo e che si muove quando una donna è oggetto di violenza. Non sempre, ma assai più di prima
I nemici delle donne pachistane sono dunque la tradizione, che in tutti i Paesi del mondo è maschile, e questa rinata ortodossia religiosa il cui processo di riaffermazione, alimentato dal generale dittatore Zia ul Haq, è iniziato negli anni Ottanta del secolo scorso ed è stato in seguito utilizzato a fini politici dai diversi partiti locali, persino quelli – come il Partito popolare di Benazir Bhutto - di ispirazione laica. Allevare la pianticella dell'ortodossia significherà non solo far crescere la pianta del terrorismo jihadista, ma coccolare il mostro che vuole ancora la donna colpevole della cacciata di Adamo dal Paradiso.

giovedì 29 marzo 2018

Potere e morte a Islamabad

Figlia del destino
Benazir Bhutto, figlia
di Zulfikar: assassinata

Bhutto: la tragica epopea di una dinastia asiatica

Il potere e la morte. Sembrano questi i due segni distintivi di una famiglia asiatica che ha attraversato i momenti più cruciali della storia recente del subcontinente indiano. La famiglia Bhutto, originaria dell’attuale Rajastan (india), ha infatti dato al Pakistan premier, presidenti e diversi protagonisti della vita politica e pubblica del Paese dei puri. E’ la storia di una dinastia ma anche di un susseguirsi di tragedie e omicidi politici, successo e consenso ma anche anni di prigione, arresti domiciliari, esilio. I Bhutto oggi fanno ancora parlare di sé e benché le vicende politiche contemporanee li vedano un po’ in disparte, potranno forse giocare un nuovo ruolo nella politica del Paese. Eredi di una dinastia che, come l’Araba fenice, sembra continuamente risorgere dalle sue ceneri.


Patriarca: Shah Nawaz.
Muore nel suo letto
Cominceremo dunque dalle origini di questa famiglia di rajputi che, con Sheto Khan Bhutto, migra nel 1700 dal Rajputana al Sindh, dove elegge a residenza questa odierna provincia del Pakistan. I Bhutto dall'induismo si sono convertiti nel 1600 all’islam durante l’epoca dell’imperatore mogul Aurangzeb per il quale sono diventati collettori di imposte. E’ un mestiere che rende e procede bene fino alla divisone del Raj quando i Bhutto, che sono intanto diventati anche funzionari del nawab di Junagadh, devono abbandonare la loro posizione nel momento in cui il principato passa all’India. Si ritirano definitivamente nel Sindh dove già hanno accumulato una vasto impero fondiario: nel 1957, alla morte di Shah Nawaz, padre di Zulfikar Ali, posseggono 100mila ettari di terra nei distretti di Larkana, Sukkur e Jacobabad. Zulfikar Ali, terzo figlio di Nawaz, fonda dieci anni dopo la morte del padre il Partito del popolo pachistano (Ppp), organizzazione di ispirazione socialista, nazionalista e secolare.

Zulfikar Ali, figlio
di Shah Nawaz: impiccato
Nel 1971 il padre di Benazir ricopre la carica di presidente del Pakistan. Capo dello Stato dal ‘71 al ‘73 e poi premier dal ‘73 al ‘77, è una speranza. E’ un civile e non un militare. E’ un socialista, visto con timore e sospetto a Washington ma anche indigesto a Mosca perché il Pakistan guarda con simpatia alla Cina. Oratore appassionato e instancabile, ama i bagni di folla e sa entusiasmare la platea. La sua carriera politica viene però fermata da un generale: Zia Ul-Haq, cui non piace il socialismo di Bhutto e che vuole un ritorno all’islam che per Zia deve essere il collante del Paese. Bhutto in realtà, popolare tra i poveri, piace poco anche a molti del suo partito che gli remano contro e che, dopo le elezioni legislative che lo premiano, decretano illegittima la sua vittoria. La situazione di caos giustifica agli occhi dell’esercito il ritorno al potere delle divise e nel luglio del 1977 Bhutto viene arrestato. Ma Zia lo vuole morto. Il generale, che ribalterà la politica di nazionalizzazioni di Bhutto privatizzando le aziende nazionalizzate, nel 1979 lo fa condannare a morte per omicidio.

Benazir racconterà nella sua autobiografia intitolata “Figlia del destino” le ultime ore di suo padre prima dell’impiccagione. Anche lei è in prigione, ai domiciliari. Ha solo 26 anni ma già si sente figlia del destino. Un destino che deve aspettare fino al dicembre del 1988 quando viene eletta e scelta a guidare il governo. La sua forza sta anche nell’ondata emotiva che ha travolto il Paese con la morte del padre e quando, nell’agosto del 1988 l’aereo che trasporta il dittatore Zia precipita, arriva l’occasione. Il Ppp riprende vigore e la casta militare fa un passo indietro. Quel cognome è una carta che si può spendere dal Punjab al Belucistan, da Lahore a Peshawar. Benazir, che intanto si è sposata con Asif Zardari, può guidare il Paese e tornare da Londra, dove vive con la famiglia. Londra, perché il Pakistan è un posto pericoloso per i Bhutto: nel 1985 suo fratello Shah Nawaz è stato avvelenato, forse proprio su ordine di Zia. Il governo Bhutto però non dura due anni. Nell’agosto del 1990 il governo cade e Benazir affronta per la prima volta il peso di accuse a lei e al marito che il popolino chiama mister 10%. Asif Zardari non è amato. Lei piace, lui no. Nel 1993 Benazir ci riprova e vince di nuovo. Coopta il marito nel governo come ministro e gli affida i servizi segreti. Non tutti digeriscono.
Murtaza, figlio di Zulfikar
Vittima  di uno scontro a fuoco 

Tra chi non digerisce c’è anche il fratello di Benazir, Murtaza: coraggioso, spericolato, vendicativo. La prima vendetta la vorrebbe fare per vendicare la morte di suo padre e durante la dittatura di Zia si è macchiato di due delitti. Scappato in Afganistan, viene condannato a morte in contumacia. Quando torna in Pakistan nel 1993 con sua sorella al governo, lei lo fa arrestare. E quando Murtaza esce comincia una campagna politica che vuole un ritorno alle origini del Ppp e Zardari fuori dai piedi. Son scintille con Benazir di cui Murtaza diventa uno dei più fieri critici. Nel 1996, in un controverso incidente con la polizia, viene ucciso. Va male anche a Benazir che viene sfiduciata dal presidente mentre si diffonde l’idea che con l’omicidio di Murtaza c’entri Zardari.

Eppure Benazir resta l’icona di un Pakistan guidato da un governo civile, di un Paese islamico dove al potere è andata una donna. Il mito resiste, dagli slum di Karachi, alle periferie di Peshawar, dal Sindh rurale ai circoli diplomatici. La sua fortuna è la dittatura di Pervez Musharraf. Il dittatore, che la comunità internazionale ha messo all’angolo, negozia con lei il suo rientro dall'ennesimo esilio. Firma un’amnistia che proscioglie lei e il marito. Nell’ottobre 2007, dopo otto anni di esilio, torna e incarna ancora una promessa di riscatto. Ma è un trionfo che non dura. In dicembre viene uccisa. Vent’anni dopo quel dicembre del 1988, questa volta ad aspettarla non c’è lo scranno da primo ministro ma la morte che se la prende dopo l'ultimo bagno di folla. La sua eredità politica è adesso nelle mani di suo figlio Bilawal che il padre chiama alla guida del Ppp. C’è chi mormora: “Non è un Bhutto, è un Zardari”. E c’è chi gli preferirebbe Fatima, figlia di Murtaza. Ma lei si schermisce, almeno per ora. Vuole stare lontana dai giochi politici della sua tragica dinastia.

Questo articolo è stato scritto per l'inserto Asia de il manifesto
Una storia radiofonica dei Bhutto  preparata per  Wikiradio


Fonte: Wikipedia

martedì 28 novembre 2017

Pakistan, la vittoria degli islamisti

Il corpo senza vita di un poliziotto, probabilmente sequestrato dagli islamisti radicali durante l'assedio di Faizabad, è stato ritrovato con segni di tortura. E' solo l'ultimo degli episodi di un blocco stradale durato oltre venti giorni che si è concluso con l'arresa dello Stato, dell'esercito e di tutte le istituzioni (con l'esclusione della magistratura) del Pakistan. Un fatto senza precedenti e di estrema gravità, quanto il fatto che la sua eco sia stata (non parliamone in Italia) del tutto secondaria. Gli islamisti, qualche centinaio, chiedevano la testa di un ministro è molte altre richieste e hanno ottenuto tutto anche se si trattava di tre minuscole organizzazioni radicali e violente. Quando, dopo uno stallo di tre settimane, la polizia è intervenuta, alcune migliaia di dimostranti sono scesi in strada in appoggio al blocco stradale e hanno iniziato una fitta sassaiola. Anziché rispondere, la polizia è arretrata. Alla fine, dal governo all'esercito, tutti hanno ceduto alle richieste di un gruppetto di radicali. Una delle pagine più buie della storia del Paese.

martedì 21 novembre 2017

Se l'islamista sequestra la capitale

Lo svincolo della discordia: unisce
Islamabad a Pindi
Lo svincolo di Faizabad è la porta principale tra le due città pachistane di Islamabad, la capitale
amministrativa del Pakistan col suo milione di abitanti, e Rawalpindi, uno snodo commerciale importante del Punjab con oltre tre milioni di residenti. Bloccarlo con un sit-in, come ormai avviene da tre settimane, vuol dire creare un caos che divide le due città gemelle su un’importante arteria che collega la capitale all’aeroporto. A sequestrare lo svincolo è un manipolo di qualche centinaio di radicali che chiedono la testa del ministro Zahid Hamid, considerato dagli zeloti di alcune formazioni islamiste alla stregua di un apostata. Il caso, innescato dalla protesta degli islamisti, è un emendamento apportato alla legge che regola le candidature in vista delle prossime elezioni generali che si terranno in Pakistan l’anno prossimo.

L’emendamento, che riguarda l’atteggiamento del candidato verso il messaggio del Profeta Maometto, ha sostituito con la locuzione “I belief” (credo) la precedente “I solemnly swear” (giuro solennemente). La nuova viene considerata assai meno forte e rispettosa dell’originaria e una porta aperta a credenti troppo tiepidi. Nel formulario per candidarsi, secondo gli ulema radicali, chi si dichiara musulmano (se non lo è viene aggiunto in una lista apposita) lo deve fare in una forma solenne e non con una semplice professione di fede. Cavilli da dottori della legge e, secondo alcuni, un modo per preparare la campagna elettorale. Ma sufficienti a scatenare una bufera.

Zeloti: un momento del raduno che va
avanti da un mese pubblicato da Pakistan Today
 A destra sotto un'immagine del posto
La legge è stata rapidamente emendata dall’emendamento ed è tornata alla formula originaria, un cedimento che laici e progressisti non hanno visto di buon occhio. Ma gli ulema non mollano e continuano a chiedere che il ministro si dimetta altrimenti il blocco continuerà. Quel che è peggio è che, in un Paese dove le manifestazioni politiche o di rivendicazione sindacale vengono messe sotto schiaffo dalla polizia per molto meno, nessuno ha osato sgomberare manifestanti noti per le loro dichiarazioni al vetriolo. All’Alta corte di Islamabad però non l’hanno digerita e hanno chiamato il ministro dell’Interno a rendere conto dello stallo. Così, il ministro Ahsan Iqbal, d’accordo con i magistrati, ha reso nota l'ultima data utile per lo sgombero: giovedi 23 novembre, ma senza che si capisca cosa accadrà se gli islamisti delle tre formazioni (Tehreek-i-Khatm-i-Nabuwwat, Tehreek-i-Labaik Ya Rasool Allah, Sunni Tehreek Pakistan) insisteranno.