Diciassette migranti vietnamiti che per giorni hanno tentato di raggiungere le coste australiane sono stati “catturati” in una zona di mangrovie infestata da coccodrilli del Far North Queensland. Catturati è la parola giusta perché il sistema di sorveglianza australiano sta già provvedendo a spedirli a Christmas Island, un’isola a 1500 chilometri dalla costa dove, come a Nauru e Manus in Papua Nuova Guinea (la “Libia” australiana), si trovano i centri di detenzione per chi ha forzato il varco marittimo. E’ la prima volta che succede in quattro anni: una falla nel sistema di sorveglianza che, nelle parole di Peter Dutton, il ministro dell’Interno di Canberra, “per 1400 giorni” ha garantito la tolleranza zero dell’Australia verso chi vi cerca rifugio. Quella politica di No way che piace tanto al suo omologo italiano. Ma non sono solo i migranti a passarsela male nel grande Paese dell’Oceania. In questi giorni, già al centro di polemiche per il recente rimpasto di governo, una denuncia del Guardian sui decessi degli aborigeni nelle galere australiane sta surriscaldando il clima.
Il giornale britannico ha documentato con un’accurata inchiesta la violenza costante verso i nativi. Violenza connotata, oltre che dalla negazione del diritto, anche dalla stessa venatura razzista che si proietta poi nelle politiche di protezione dai migranti. Una violenza che si è consumata ai danni di 147 aborigeni - alcuni dei quali bambini - uccisi negli ultimi dieci anni dal sistema carcerario. L’inchiesta – il cui risultato è stato bollato dall’opposizione come "vergogna nazionale" – ha fatto chiedere ai gruppi indigenisti di consentire un immediato monitoraggio indipendente di tutti i centri di detenzione, specie se vi sono prigionieri nativi: benché solo il 2,8% della popolazione australiana si identifichi come indigena, gli aborigeni costituiscono il 27% di quella carceraria, il 22% dei decessi in carcere e il 19% delle morti durante “custodia” in centri di polizia. Le notizie riferite dal Guardian arrivano poi in un momento in cui è in corso un'inchiesta nell'Australia del Sud per la morte di Wayne Morrison, un uomo che è morto in ospedale tre giorni dopo un alterco con le guardie penitenziarie di una prigione di Adelaide. Un filmato reso pubblico lunedi (che si può vedere sul sito del giornale britannico e su Youtube) mostra l'incidente che vede oltre una dozzina di funzionari di polizia affollare il corridoio dove alcuni colleghi stanno avendo ragione di Morrison. Nessuno interviene se non per dar man forte alle guardie.
Migrante o galeotto, peggio ancora se aborigeno, la vita è dura nella civile Australia, presa come
modello dai fautori della tolleranza zero. Oltre 400 aborigeni sono morti dalle conclusioni di una Commissione reale che, quasi trent’anni fa, aveva delineato le modalità che avrebbero dovuto prevenire il decesso di chi si trova in carcere con l’aggravante di essere un nativo. Ma le condizioni non sembrano affatto migliorate: gli aborigeni vengono trattati peggio sia sul piano sanitario sia sotto il profilo giudiziario. Sono i problemi di salute mentale a essere all’origine di quasi la metà dei decessi sotto custodia, mentre alcune famiglie hanno aspettato fino a tre anni per i risultati di inchieste relative al caso dei loro parenti.
La senatrice dei Verdi Rachel Siewert ha definito l’inchiesta del Guardian “un'iniziativa incredibilmente importante che fa luce su un problema devastante". Pat Dodson, un senatore laburista e aborigeno, ha commentato l’inchiesta con parole che sentiamo ogni giorno anche in Italia: “Come nazione stiamo andando indietro”. La polemica per altro infuria su tutti i fronti dopo il rimpasto di governo di qualche giorno fa, che agli australiani non è affatto piaciuto e che ha visto il nuovo primo ministro Scott Morrison succedere a Malcolm Turnbull dopo una votazione del gruppo parlamentare del Partito liberale in quella che la stampa locale ha definito una “civil war”: una guerra interna partita dalla fazione più conservatrice contro quella“moderata” di Turnbull. L’ultimo sondaggio pubblicato dall'Australian premia i laburisti che - nelle preferenze tra i due partiti - prevalgono con il 56% sul 44%. E il leader laburista Bill Shorten prevale nettamente su Morrison come premier futuro col 39% contro il 33 del rivale.
Morrison, famoso per le battaglie contro la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso
sesso e che era arrivato a proporre che fosse consentito ai genitori di allontanare i bambini dalle classi se si discuteva di unioni "non tradizionali", è uno dei grandi fautori del pugno di ferro: quando nel 2010, quarantotto richiedenti asilo morirono nelle acque della Christmas Island, Morrison criticò la decisione del governo laburista di pagare il viaggio a Sydney ai parenti delle vittime per i funerali, sostenendo che lo stesso privilegio non era esteso ai cittadini australiani (prima gli australiani!). Nel 2013 poi ha lanciato l'operazione Sovereign Borders, la nuova strategia del governo per impedire l'ingresso di imbarcazioni non autorizzate nelle acque australiane.
Cambieranno le cose se i laburisti dovessero vincere? La domanda riguarda non solo chi è aborigeno o chi cerca di sbarcare in Australia ma anche, come abbiamo visto, chi è in galera: 40mila nelle prigioni nazionali, gli oltre 200 migranti detenuti a Christmas Island e i 1600 profughi in “custodia” a Nauru e Manus.
Questo articolo è uscito oggi sul quotidiano il manifesto
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mercoledì 29 agosto 2018
mercoledì 20 luglio 2016
Un intrigo tra Australia e Palestina
C’è una località di Tel Aviv che si chiama Colonia Tedesca e che è una meta turistica abbastanza nota: case in pietra con tetti spioventi e il richiamo a uno stile immediatamente identificabile. Non è l’unico luogo di Israele con un’architettura simile. La colonia dei Templari tedeschi era stata fondata in diverse città della Palestina nel 1869 da una gruppo di cristiani convinti che Cristo sarebbe tornato nelle terre d’origine e che il terreno andava preparato. In realtà i nuovi templari prepararono il terreno a qualcos’altro. Negli anni Trenta, con l’ascesa del nazionalsocialismo, le idee di Hitler cominciarono a diffondersi anche fuori dalla Germania e già nel 1931 era stata creata la Nsdap/Ao, un organismo del partito che coordinava gli iscritti al Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (Nsdap) che risiedevano fuori dai confini patrii (Auslands Organisation). I templari di Palestina, fino a quel momento una pacifica comunità millenarista, strizzarono l’occhio alle promesse del Führer e alle sue teorie. La storia è poco conosciuta quanto efferata. Cominciarono ad appendere bandiere nazi alle loro finestre e a sventolarle dalle automobili e promulgarono una serie di editti che comprendevano il saluto nazista e una sorta di divieto a fare affari con gli ebrei. Ci fu chi si limitò al braccio teso e un’adesione ideologica, chi invece prese sul serio l’idea che gli ebrei dovessero sparire dalla faccia della terra. In un romanzo che ha il sapore del giallo, il giornalista e scrittore Eric Salerno, molti anni in Israele come corrispondente del Messaggero, ricostruisce questo pezzo di Storia minore utilizzando uno scenario ancora più lontano: l’Australia.
Intrigo, da poco uscito per Il Saggiatore, è ambientato a Melbourne dove un orologiaio di nome Felix, che aveva combattuto come partigiano i nazisti in Europa orientale e aveva poi scelto l’ospitalità offerta dall’Australia, vive un’esistenza monotona osservando le impercettibili movenze degli orologi che ripara nella sua piccola bottega. Sembra un uomo tranquillo e in pace con se stesso, ma in realtà Felix è ossessionato da un desiderio di vendetta. L’Australia poi, apparentemente ospitale con gli ebrei dopo la caduta del nazismo, si è rivelata un Paese dove a loro è toccato finire in un nuovo ghetto: non di mura e recinti ma costruito dall'isolamento psicologico verso un gruppo di persone da cui diffidar. Ritenute “pericolose” per via della provenienza di molti fra loro dalle truppe partigiane. La civile Australia, che guarda con sospetto i nuovi arrivati, è invece decisamente più aperta ad altri immigrati dall'Europa: tedeschi, magari con qualche neo sulla coscienza. Magari con un passato da sterminatori. Ma certamente anticomunisti.sabato 13 giugno 2015
Australia sotto accusa: tangente anti migranti nel Pacifico
Il premier australiano Tony Abbott (nella foto a dx), a capo del Partito liberale e uomo dai saldi principi conservatori, nonrappresenta un'eccezione sulle chiusure verso i migranti che hanno caratterizzato la politica dell'accoglienza negli ultimi anni. Ma questa volta ha superato se stesso e persino il suo compagno di partito David Leyonhjelm che nel 2013 aveva proposto una “tassa” da 50mila dollari a chi sbarcava in Australia in cerca di rifugio. La notizia è che, secondo la polizia indonesiana, a pagare questa volta siano state invece le autorità australiane che – intercettata una nave di migranti - avrebbero riempito le tasche dei traghettatori per riportare al largo il loro carico umano in cerca di altre sponde. Anziché perseguire i trafficanti – in una parola – li hanno ricompensati per girare la prua e risolvere la questione in mare a aperto. E non una bazzecola, ma qualcosa come 30mila dollari.
Nonostante la patata bollentissima che campeggia sui giornali locali e su quelli indonesiani e, adesso, anche sui media internazionali, il premier australiano si è rifiutato di smentire la notizia che costituirebbe uno dei più gravi precedenti della storia recente della tratta dei migranti. Incalzato dai giornalisti, Abbott ha fatto orecchie da mercante dando la sensazione che il fattaccio non sia solo una speculazione ma un brutto pasticcio che non è forse la prima volta che accade. Alludendo nelle prime interviste a caldo a «strategie creative» per fermare i barconi di cui si è detto «orgoglioso» - e che comunque a suo dire non spetta al premier commentare - Abbott ha aggiunto che: «Quello che facciamo è fermare le barche con le buone o con le cattive, perché questo è quello che dobbiamo fare e questo è quello che abbiamo fatto con successo». In seguito ha mondato dalle dichiarazioni la locuzione «con le buone o con le cattive» ma si è rifiutato di entrare nel dettaglio delle operazioni in mare.
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