Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta genocidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta genocidio. Mostra tutti i post

sabato 17 novembre 2018

La parola genocidio


Pol Pot

La Corte straordinaria della Cambogia, un organismo giuridico misto creato dall’Onu, ha condannato ieri a Phnom Penh per genocidio Nuon Chea e Khieu Samphan, gli ultimi due capi khmer rossi al vertice della Kampuchea Democratica di Pol Pot, artefice di uno dei maggiori stermini di massa della seconda metà del secolo scorso. I due vecchi sono già stati condannati all’ergastolo per crimini contro l’umanità ma la rilevanza della notizia sta nell’uso di quella parola: “genocidio”. Che, finora, non era mai stata usata ufficialmente e legalmente nelle sentenze di una corte che non prevede la pena capitale e che dunque non ha potuto che reiterare la condanna già in essere alla catena perpetua.

martedì 28 agosto 2018

Myanmar, la parola "genocidio"

Genocidio. I vertici militari del Myanmar devono essere indagati e perseguiti per genocidio in seguito agli atti commessi negli Stati birmani di Rakhine, Kachin e Shan. Lo dice un in rapporto ad hoc stilato da una commissione indipendente incaricata dalla Consiglio per i diritti umani dell’Onu con sede a Ginevra. E questa volta non ci sono giri di parole: siamo oltre la violenza, la brutalità, l’apartheid, la pulizia etnica. Questa volta è “genocidio” e cioè un piano per la sistematica distruzione di una comunità che si accoppia ad altre due parole dal suono sinistro: “sterminio” e “deportazione”. L’oggetto dell’indagine, condotta da Marzuki Darusman, ex procuratore generale indonesiano, coadiuvato da due esperti di questioni di genere (Radhika Coomaraswamy) e dell’infanzia (Christopher Sidoti), sono le popolazioni rohingya, kachin e shan: tre comunità cui i militari birmani hanno dichiarato guerra. La più nota è la vicenda dei Rohingya, minoranza musulmana che, al contrario di Kachin e Shan, non ha nemmeno diritto alla riconoscimento della cittadinanza birmana e che è stata bollata come una comunità di immigrati bangladesi. Vessati al punto da soffrire in soli 12 mesi la morte di più di 6mila persone (così dice Medici senza frontiere) e la fuga forzata in Bangladesh di oltre 700mila. Condanne e sdegno sono noti da tempo e la parola genocidio era già stata usata ma non in forma così forte e argomentata. Tanto argomentata che il rapporto – che sarà ufficialmente presentato a Ginevra il 18 settembre – chiede alla Corte penale internazionale dell’Aja (Icc) di aprire un fascicolo contro il capo dell’esercito birmano, generalissimo Min Aung Hlaing, e cinque altri alti gradi di cui si fanno nomi e cognomi, accompagnati da una lista di imputati di minor rango che la Commissione consegnerà alla Corte.

Al tribunale con sede all’Aja non aspettano altro: solo alcuni giorni fa il Myanmar aveva vietato alla procuratrice generale Fatou Bensouda il diritto di poter investigare i crimini sui Rohingya perché i birmani non hanno mai sottoscritto l’accordo che ha creato l’ Icc a Roma nel 1998. Ma ora il rapporto consiglia di istituire un Tribunale ad hoc che non ha bisogno di un sì dalla capitale birmana. Certo, i generali potranno non presentarsi alla sbarra. Ma se condannati in contumacia non potranno mai più varcare una frontiera dove l’Interpol abbia mandato per arrestarli. Un’ombra che si allunga persino sulla Nobel Aung San Suu Kyi.

L'Alto Commissario Onu
Al Hussein. Sopra: Hlaing
Non è lei, la de facto premier del Paese, ad aver perpetrato gli omicidi di massa, le violenze sessuali pubbliche e ripetute, gli abusi sui minori, gli incendi dei campi e dei villaggi in quello che il rapporto chiama un “piano di distruzione” architettato con precisione e determinazione. Certo non è stata lei a dire, come ha fatto il generale Hlaing, che andava “terminato il lavoro incompiuto” per risolvere “il problema sopportato troppo a lungo dei bengalesi (i rohingya)”. Ma lei e il suo governo, al netto dell’impunità e dell’autonomia che la Costituzione birmana riconosce a Tatmadaw (le Forze armate), sono rimasti zitti: un’ “omissione” che non ha fatto valere quantomeno l’autorità morale che poteva tentare almeno di arginare o prevenire quegli eventi. La condanna è grave perché attiene a un’inazione ingiustificata anche se il documento sembra riconoscerle attenuanti che non esonerano però né lei né il suo governo dalle responsabilità. Il rapporto chiede dunque al Consiglio della Commissione Onu di farsi portavoce dell’esigenza che ora agisca la comunità internazionale con le armi che ha: il tribunale dell’Aja. Che potrebbe dunque chiamare alla sbarra anche la Nobel la cui immagine di eroina dei diritti umani si è stinta con l’andare degli eventi fino a restituire quella di chi è colpevole di aver avallato l’opera dei militari.

Darusman e i suoi collaboratori non hanno mai messo piede in Myanmar. Ci hanno provato ma l’attesa ha partorito un topolino. Il lavoro però non è mancato, coadiuvato da altre indagini indipendenti che certo son servite a chiarire il quadro (l’ultima è la denuncia di Human Rights Watch sulle torture che subiscono i pochi profughi rientrati dal Bangladesh). Sono 875 le testimonianza dirette che documentano il pano dei militari: gli stupri, le fosse comuni e l’accaparramento delle terre. Una sola frase viene riportata dalla sintesi del rapporto che ieri Darusman ha reso pubblico a Ginevra. Quella di una donna che ha raccontato di essere stata fortunata: “Sono stata violentata solo da tre uomini”.

venerdì 15 dicembre 2017

Colpirne uno per educarne cento

Non sono stati 400 i morti dell’ultimo pogrom scatenato in Myanmar contro la minoranza musulmana dei Rohingya. In un mese, dal 25 agosto al 24 settembre 2017, sono morte per cause violente nello Stato birmano del Rakhine, almeno 6.700 persone tra cui 730 bambini al di sotto dei 5 anni. Dei 9mila morti stimati (per difetto) durante l’esodo verso il vicino Bangladesh, molti sono probabilmente stati uccisi dalla fame e dalle malattie ma oltre 6mila – e cioè uno ogni cento per i 647mila fuggiti oltre confine – sono stati vittime di violenza. Lo dice un rapporto-indagine di Medici senza frontiere, una Ong che ha seguito la vicenda rohingya anche quando non era esplosa in tutta la sua brutalità.
Secondo le stime più prudenti, dice Msf, dei 9mila decessi accertati, nel 71.7% dei casi la causa della morte è legata direttamente alla violenza e in un solo mese 6.700 tra uomini e donne hanno perso la vita colpiti da armi da fuoco (69% dei casi negli adulti; 59% nei bambini), bruciati vivi nelle loro case (9% negli adulti; 15% nei bambini), per violenti percosse (5% negli adulti; 7% nei bambini) e a causa dell’esplosione di mine (2% nei bambini).

E’ un quadro ancora più oscuro rispetto a quanto sapevamo anche perché viene documentato da un’organizzazione umanitaria neutrale e che ha ricavato i numeri del dramma – per il quale sono già stati usati i termini genocidio, pulizia etnica, apartheid – da migliaia di interviste, racconto di una fuga imposta da incendi, stupri e, come ora sappiamo, da una ritorsione che aveva evidentemente lo scopo di fare piazza pulita e spingere chi partiva a non fare più ritorno. Ed è in questo quadro oscuro che, entro la fine di gennaio, dovrebbe ricominciare il rimpatrio dei profughi rohingya, secondo un accordo firmato tra il governo di Dacca e quello birmano. Accordo su un ritorno impossibile come hanno già certificato Amnesty International e Human Rights Watch e su cui ora anche Msf esprime dubbi: la firma di un accordo per il ritorno dei Rohingya tra i governi di Myanmar e Bangladesh è stata prematura, dicono i Medici senza frontiere, perché i profughi non possono essere costretti a ritornare in Myanmar e la loro sicurezza e i loro diritti devono essere garantiti prima che qualsiasi piano di rientro venga preso seriamente in considerazione.

Intanto anche la Croce Rossa fa il punto della situazione dall’altra parte della frontiera e cioè sul luogo del futuro rimpatrio. Dominik Stillhart, che dirige le operazioni nel Rakhine del Comitato internazionale (Icrc) – una delle poche agenzie internazionali autorizzate – sostiene che la tensione tra i pochi musulmani ancora residenti e la maggioranza buddista è ancora molto alta così che l’aspetto del Rakhine, nelle zone rohingya, è simile a quello di un paesaggio senza vita: tensione elevata, paura e negozi chiusi in una situazione normalizzata. «La situazione nel Rakhine settentrionale si è definitivamente stabilizzata, ci sono incidenti molto sporadici, ma le tensioni sono enormi tra le comunità» dice l’inviata di Icrc. Una situazione normalizzata per gli ormai solo 180mila rohingya rimasti in Myanmar a fronte di una stragrande maggioranza che ha cercato salvezza in Bangladesh da un Paese dove vivevano oltre un milione di Rohingya e che ora ne vede solo un sesto rimanere nel paese accanto a un gruppo di sfollati dalle precedenti operazioni militari e rinchiusi in campi profughi.

L’ultima di queste operazioni, la più violenta, è iniziata dopo l’attacco che il gruppo armato di difesa dei Rohingya (Arsa) aveva compiuto contro obiettivi militari in agosto. Accusato di terrorismo, il gruppo è stato oggetto di una caccia all’uomo che è però servita ad allestire un esodo di massa della piccola comunità musulmana. Tutto ormai documenta che non fu un semplice caso di paura diffusa ma il frutto di un’operazione determinata a cacciare per sempre chi viene definito “bengalese immigrato”. La comunità internazionale non ha fatto molto se non col ricorso a misure deboli e di facciata. In prima linea in difesa dei Rohingya si è schierata l’Onu, le associazioni della società civile e papa Francesco. Ma per ora tutto quel che ne è uscito è un accordo per il rientro su cui gravano troppi dubbi. Rafforzati oggi dai numeri terribili documentati da Msf.


lunedì 5 dicembre 2016

Il genocidio dei Rohingya e il silenzio della Nobel

C'è voluto l'intervento di un primo ministro, il premier malaysiano  Najib Razak, per pronunciarla
quella parola: genocidio. E per usare quell'altra locuzione, pulizia etnica, che avevamo ascoltato per la crisi nei Balcani e poi in quella dei Grandi Laghi. Questa volta l'oggetto è un popolo di un milione di persone a cui il Paese in cui vive nega persino la cittadinanza e il riconoscimento come comunità. Sono i Rohyngya  del Myanmar, un Paese a maggioranza buddista governato dal connubio tra la casta militare e un governo civile uscito vittorioso dalle elezioni e rappresentato dalla Nobel Aung San Suu Kyi. Ma i Rohyngia sono musulmani e poveri. Per i birmani, sono solo immigrati bangladesi.

 Razak è musulmano come loro e sa anche come vive la minoranza musulmana in Thailandia, quindi non si stupisce. Ma per esser franchi non è solo un problema umanitario e politico (ha chiesto l'intervento del Tribunale penale internazionale). E' che i profughi rohingya, quando scappano vanno verso Sud e tra i Paesi sulla rotta c'è proprio la Malaysia anche perché è un Paese in gran parte musulmano. Subito dopo c'è l'Indonesia. C'è già stata una crisi dei profughi oltre un anno fa e la Malaysia, una piccola mecca asiatica dove il livello di vita è alto, teme una nuova invasione. Anche perché Bangkok non scherza: non prende profughi e li rispedisce in mare, semmai li "accompagna" a Sud. Attualmente, i Rohyngia sono i siriani dall'Asia (o gli iracheni, o gli afgani se preferite). Ma a differenza di Bashar al Assad, un criminale patentato, il loro primo ministro (in realtà facente funzioni e ministro degli Esteri) è Aung San Suu Kyi. Che sulla pulizia etnica chiude occhi, bocca e orecchie per salvare il difficile equilibrio in cui si trova impantanato il suo governo.

sabato 29 agosto 2015

La verità del vescovo

Nel gennaio scorso ho scritto una serie di servizi per il manifesto dallo Sri Lanka. Ieri, in vista della  pubblicazione del rapporto della Commissione Onu per i diritti umani, ne ho scritto ancora allegando una breve intervista al presule di Mannar, monsignor Rayappu. Qui ne do conto con più particolari.

Mannar – La città di Vavunya si trova alla base di una sorta di triangolo territoriale che grosso modo include le regioni tamil nel Nord e nel Nordest dello Sri Lanka. E' una sorta di porta d'accesso (o di uscita) da cui si può accedere - passando dalla città di Killinochi (la “capitale” delle Tigri tamil durante la guerra) - a Jaffna, la capitale del Nord, o a Mullaitivu nell'Est (dove si verificò nel 2009 la strage che portò alla sconfitta defintiva delle Tigri) o ancora all'isola di Mannar a Ovest. Ognuno di questi punti cardinali ha sofferto la sua tragedia durante un conflitto durato quasi trent'anni e conlusosi con un massacro che, secondo la commissione d'indagine Onu sarebbe responsabile di circa 40mila vittime: un numero enorme che il governo ha sempre contestato e che secondo altri è per difetto. Un numero impressionate perché la strage avvenne anche in zone di salvaguardia dichiarate no fly zone e comprende – oltre alle Tigri per la liberazione del Tamil Eelam (Ltte) civili locali e sfollati scappati da altre zone del Paese e concentratesi, alla vigilia dell'assalto finale, in un fazzoletto di terra a Nordest, a Sud du Mullaitivu. Tutto si svolse in pochi mesi, dall'ottobre 2008 a febbraio 2009 quando arrivò la spallata finale. Il mondo era allora alle prese con l'operazione Piombo fuso a Gaza e prestò poca attenzione a quel che accadeva nella “lacrima dell'India”, nella Perla dell'Oceano indiano, metà di turisti in cerca di spiagge assolate e di sabbia finissima circondate da stupa buddisti che inneggiano alla compassione. Ora anche il turismo comincia a far capolino nel Nord del Paese. Un'avanguardia ancora solitaria e scoraggiata, fino a a metà gennaio scorso, da permessi da richiedere e continui check point cui mostrare passaporti e lasciapassare.

Tra chi ritiene che i 40mila scomparsi siano in realtà molti di più c'è il vescovo di Mannar, Joseph Rayappu, un uomo noto per la franchezza con cui parla e la 
Aree rivendicate dai secessionisti tamil
risolutezza con cui ha sempre condotto la sua personale battaglia di verità su quei tragici cinque mesi sepolti ormai da una pace imposta col pugno di ferro dall'ex presidente Mahinda Rjapaksa, sconfitto alle elezioni del gennaio scorso da un suo sodale di partito che, alla vigilia del voto, si è proposto come candidato sbaragliandolo inaspettatamente. La residenza del presule si trova alla periferia della cittadina di Mannar, sull'omonima isola a una cinquantina di chilometri da Vavunya. I lavori di ristrutturazione della vecchia stazione sono allo stadio finale e tra poco anche il treno tornerà a sottrarre passeggeri agli autobus mal in arnese e sempre stracolmi che collegano l'isola alla terraferma attraverso un ponte di tre chilometri che sovrasta terre basse inondate dalle alluvioni monsoniche in inverno o dalla furia del mare, il cui livello è spesso più alto della costa, piena di sbarramenti per convogliare l'acqua dolce o impedire a quella salta di penetrare.

venerdì 31 ottobre 2008

LA MATTANZA DELLE BALENE



Succede in Danimarca. Ho ricevuto una mail che sta girando sul web e che contiene una serie di immagini raccapriccianti (qui ne vedete una). Non so molto di questa storia ma la mail chiede di far girare il messaggio e lo faccio volentieri. Storie da stomaci forti ma su cui non so dirvi molto di più. Di seguito il testo che mi è stato inviato

Grindabo. Fiesta para la virilidad en las islas Feroe.
Septiembre 2008
El espantoso hecho ocurre como una fiesta en las costas de las Islas Feroe, ubicadas en el mar Atlántico. Hasta allí, los delfines calderones son guiados cada verano hacia las costas, donde quedan atrapados y son asesinados a sangre fría por jóvenes.
Ante la mirada indiferente de la Unión Europea, los delfines calderones y ballenas son asesinados de manera brutal y salvaje en las costas de las Islas Feroe -Dinamarca-, donde esta macabra matanza es celebrada por los jóvenes del lugar como una fiesta que demuestra la virilidad de los hombres.
El impresionante panorama se repite cada temporada de verano en este territorio constituido por 18 islas ubicadas en el centro del mar Atlántico Norte. Hasta allí, llegan cada año al menos 900 ballenas en busca de alimentos y guiadas por los hombres que desde barcos lanzan piedras para conducirlas hacia la bahía, quedando atrapadas en la costa por el empuje constante de los demás animales que quieren seguir avanzando.
Ya atrapadas por la baja marea y sin poder retroceder, comienza el denominado 'Grindabo' o 'Grindadráp' -cazar ballenas- donde los adolescentes protagonizan la matanza con ganchos llamados blásturongul y sierras para cortar la espina dorsal tratando de quebrar y romper sus principales arterias.