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martedì 15 ottobre 2019

In morte di un ambientalista indonesiano

Golfrid (a sinistra) in uno scatto di Walhi
E’ del 6 ottobre la morte per “incidente” di Golfrid Siregar, avvocato indonesiano di 32 anni trovato con la testa fracassata in un sottopasso di Medan, capoluogo di Sumatra settentrionale. Golfrid, dato per scomparso il 2, viene trovato in fin di vita il 3 ottobre da un conduttore di risciò che lo porta in ospedale. E’ ancora vivo ma in condizioni critiche. Muore tre giorni dopo. La polizia liquida rapidamente il caso come incidente stradale ma, dopo i rilievi degli amici di Golfrid, cambia versione: furto. Mancano all’appello zaino, soldi, laptop e cellulare. Qualche giorni dopo le autorità spiccano mandati d’arresto per tre persone accusate di rapina. Caso chiuso? Non per gli amici di Siregar che non sono amici qualsiasi.

Golfrid è un avvocato che lavora nella sezione legale del Forum per l’ambiente (Walhi), organizzazione nazionale indonesiana con una sezione a Sumatra. La direzione di Walhi, che ha chiesto un’indagine indipendente, ha sollecitato la polizia a non giungere a conclusioni affrettate sulla causa della morte: “Lo stato fisico di Golfrid aveva poco a che vedere con un incidente. Il suo corpo – dicono - non aveva lesioni e la sua moto non era pesantemente rovinata”. "Sembrava che metà della sua testa fosse sparita. Aveva un livido sul lato destro del viso – dice ad Al Jazeera Khairul Bukhari, anche lui del Forum di Sumatra - e l'occhio destro era gonfio, ma il suo corpo non aveva altri segni”. Si muovono anche Amnesty International e Human Rights Watch.

Purtroppo le violenze contro gli ambientalisti non sono una novità nell’arcipelago: all'inizio dell’anno, il responsabile di Walhi della sezione Nusa Tenggara Ovest è sopravvissuto all’incendio doloso della sua casa. Secondo il sito ambientalista Mongabay, la morte di Golfrid è l'ultima di una serie di casi avvenuti in Indonesia in circostanze sospette come testimonia Ainul Yaqin dell’Indonesian Human Protection Foundation (Ypii): dal 2010 al 2018, ci sono stati 171 casi registrati di violenza contro attivisti e la maggior parte delle vittime erano attivisti ambientali. Ora la polizia sta procedendo all’autopsia sul corpo di Golfrid. Ma poiché il cadavere era stato inizialmente restituito alla famiglia, il risultato si annuncia già controverso perché Golfrid – dopo le pressioni esterne – è stato riportato alla Morgue: le autopsie vanno fatte entro poche ore altrimenti molti elementi probatori vanno persi.

Gli ultimi due casi di cui il giovane avvocato si era occupato riguardano il progetto di una diga idroelettrica a Batang Toru, nel Sud della reggenza di Tapanuli (Nord Sumatra), considerata una minaccia, secondo Greenpeace Indonesia, per l'habitat locale degli orangutan e delle tigri. Ma oltre alla salvaguardia dell’orango e della tigre, anche la valutazione di impatto ambientale era entrata nel mirino legale di Golfrid: era stata falsificata. Le sue indagini gli avevano fruttato minacce.
Il progetto idroelettrico da 1,6 miliardi di dollari gestito da una società con sede a Giacarta - PT North Sumatra Hydro Energy - è un progetto “protetto”. Considerato di interesse nazionale è addirittura un tassello del Paris Agreemnt del 2016 per mitigare il riscaldamento del pianeta. Secondo la società non è in contraddizione con la sopravvivenza degli oranghi e, una volta operativo nel 2020, potrà ridurre le emissioni di carbonio di circa 1,6 milioni di tonnellate l’anno. Dunque un progetto verde. Che però l’Asia Development Bank e la World Bank si sono rifiutate di finanziare proprio per le controversie ambientali. Lo ha fatto invece the Bank of China con la società costruttrice cinese Sinohydro. Sarà un pezzo della Belt and Road Initiative.

venerdì 14 dicembre 2018

Da isola verde a discarica

Crotta d’Adda è stata scelto da anni come Comune pattumiera per smaltire scorie di acciaieria e fanghi industriali. Ma di fronte all’ennesimo progetto di stoccaggio di rifiuti vegetali i cittadini dicono No


Questa fetta di territorio cremonese dove l’Adda si getta nel Po, attraversata da un canale navigabile quasi mai utilizzato ma con un’aria d’antan che non disturba il paesaggio, una volta la chiamavano l’”Isola Verde” . Oggi però a Crotta d’Adda, un pugno di chilometri da Cremona sulla statale che va a Codogno, di verde ce n’è sempre meno. E il pannello “Comune fiorito” che campeggia sotto il cartello autostradale che annuncia l’arrivo in paese sembra quasi una presa in giro. Territorio umido, famoso un tempo per i suoi ampi boschi, gli argini alti dell’Adda e i piccoli laghetti alimentati da acqua di risorgiva, Crotta è non a caso inserita nel Parco Adda Sud. Ma in quel parco, dove se sbagli a potare il tuo albicocco ti multa la forestale, di tutto quel passato rimane poco. La nebbia, sempre più rada in Val Padana, è stata sostituita dai fumi industriali e l’odore del sottobosco – in un paesaggio con alberi sempre più radi - da un puzzo di ammoniaca che, a sentir i residenti, in certe stagioni e in certi giorni diventa insostenibile tanto da dover tener le finestre chiuse.

Quell’odore pungente che arrossa gli occhi e prende in gola, si spande anche su una pista ciclopedonale ideata per una lunga ristoratrice passeggiata che oggi, in certi giorni, conviene abbandonare prima che la pedalata si faccia stanca. A Crotta d’Adda in effetti non si son fatti mancare niente: a una consolidata tradizione di vent’anni di smaltimento di fanghi industriali sui terreni agricoli, un impianto per la produzione di biogas, tre allevamenti intensivi di maiali, due di polli e tacchini, una pista internazionale di motocross, si è aggiunto anche quello che si avvia ad essere uno dei più grandi siti di residui ferrosi d’Italia. Provengono dalla vicina acciaieria Arvedi, un massiccio impianto industriale che, tra acciaieria e tuberia, impiega oltre 1600 persone e che ha trovato nella vicinissima Crotta il luogo deputato per innalzare le montagne di residui che sembrano la nemesi grigiastra dell’ex isola verde. Da 500mila metri cubi a 700mila e, in futuro, a oltre un milione e mezzo.

Il piccolo Comune di Crotta d’Adda (che non arriva a 650 abitanti) non è una delle tante vittime dirette dell’attività industriale del nostro Paese ma la vittima designata a far da discarica anche in ragione della sua bassa pressione demografica. Poco importa se i rifiuti sono organici, inorganici, puzzolenti e invasivi. Comune pattumiera. Adesso ci sarebbe in ballo anche un’altra attività di smaltimento rifiuti. Rifiuti verdi però e dunque, teoricamente, assai meno minacciosi di quelli creati da tutte le altre attività produttive. Ma a questo punto un manipolo di cittadini ha alzato la testa. E ha iniziato a dar battaglia. Quando è troppo è troppo.

La discarica della Sovea dovrebbe sorgere a fianco del sito di stoccaggio dell'acciaieria Arvedi (foto sopra) di cui si vedono
le montagne di scorie a poca distanza dal canale navigabile che collega il Po all'Adda. In alto, Via Roma a Crotta
Sulla codognese, che collega Cremona a Crotta per dirigersi poi all’altro polo industriale di Pizzighettone, l’imponente acciaieria Arvedi sembra annunciare l’imminente destino di Crotta, uno dei siti ecologicamente forse più interessanti del cremonese ma sacrificati alla vocazione industriale di un Paese che non ha ancora deciso che strada seguire. Più avanti, a Codogno, ha sede la Sovea srl, una piccola azienda con una decina di dipendenti, poco più di un milione di euro di fatturato e una specializzazione nel ritiro e compostaggio di rifiuti organici, dallo sfalcio delle aiuole pubbliche ai residui del giardinaggio. Piccola ma ambiziosa, con una concessione di smaltimento a Ghedi (Bs) fino al 2023, sceglie Crotta per un nuovo sito di compostaggio rifiuti. Uno più uno meno non sarà un dramma. Inoltre son eco rifiuti, meglio di così?

Tutto avviene all’insaputa dei cittadini. Poi un giorno Miriam, volontaria della Protezione civile, sente al bar la storia della Sovea: “Ma lo sai che….”. Miriam convoca un po’ di amici e racconta la chiacchiera di questa società che avrebbe in concessione circa 3 ettari di territorio di Crotta sul confine con la vicina Acquanegra. Gli amici rimangono prima perplessi, poi si organizzano. Il testimone lo raccoglie subito Cristina Cavalli, psicoterapeuta, ma poi si aggregano Luigi, pensionato, Cristiano, operaio, Costantino, agronomo, Antonella, Samuele, Mariateresa, Andrea, Luciano, Canio, ovviamente Miriam e persino il parroco di Crotta, don Angelo. Comitati ne sorgon due: “Tuteliamo il nostro ambiente” a Crotta e “Orizzone Libero” ad Acquanegra. Chiedon lumi in municipio ma la frittata è fatta. Il 27 ottobre, il decreto n 740 della Provincia, previa integrazione di alcuni dati, autorizza il progetto di Sovea consentendole di... bypassare la Valutazione di impatto ambientale: 50mila tonnellate all’anno di rifiuti vegetali con un via vai stimato a di 100 camion al giorno e compostaggio che inevitabilmente aggiungerà nuovi miasmi che il vento disperderà su Crotta e Acquanegra. I due comitati fan fuoco e fiamme e alla fine costringono il Comune a prendere posizione. Ma han contro tutti.

Una vignetta sulla "sindorme Nimby".
 La stampa locale non ha trovato di meglio
che tacciare i residenti di numbysmo...
Il giornale locale, La Provincia, li taccia di sindrome di Nimby (non nel mio giardino), facendoli figurare per retrogradi che si oppongono a progresso e sviluppo. Il presidente della Provincia Davide Viola (Pd) si trincera dietro i suoi tecnici che han dato parere favorevole benché tutto l'associazionismo locale, ambientalista e non, da Legambiente alle Acli, dall’Arci a piccole e grandi sigle della provincia si schieri con Crotta. Il progetto di Sovea rallenta ma va avanti. Ci son ben quattro Conferenze dei servizi e adesso si attende l’ultima, da cui dovrebbe uscire la sentenza definitiva. I politici locali saltabeccnao qui e là, promettendo interventi ma con un occhio alle imminenti amministrative e in fondo Crotta conta solo qualche centinaio di voti. Davvero pochi per spendersi troppo. I cittadini non demordono: appendono le lenzuola alle facciate delle case, raccolgono firme, cercano alleanze. Costringono il Comune a fare ricorso al Tar ma anche li la cosa si perde: il ricorso è del dicembre scorso ma non si sa nemmeno quando sarà discusso. “La politica - dice uno di loro – ha abdicato al suo ruolo. E se si lascia fare a tecnici, avvocati, geometri il gioco è fatto. Perché l’industria privata, se non c’è la politica, vince sempre”. E’ solo questione di tempo. Alla prossima Conferenza dei servizi, davanti ai tecnici provinciali cui spetta l’ultima parola, ci sarà il Comune, Arpa (ambiente), Ats Valpadana (sanità), Sovea. Ci saranno anche i Comitati e Legambiente ma come uditori, senza diritto di parola. Mica son tecnici… Facile che il presidente della Provincia salti, com’è suo diritto, la seduta. E che anche le altre forze politiche si girino dall’altra parte. Da quella, verrebbe da dire, dove non si vedono le facce dei residenti.


Dimenticavamo! Quest’area è anche una riserva di caccia con rischio certificato di impallinamento, ossia con responsabilità personale per chi si avvicina agli argini durante il periodo in cui si cercano lepri e fagiani. Di cui, fino a qualche anno fa, c’era a Crotta un allevamento intensivo...

Questo reportage è uscito ieri sull'inserto Extra del Manifesto

venerdì 8 dicembre 2017

Buddismo ecologismo

Chetsang Rinpoche: ambientalista
monaco e ambasciatore della Fao 
Chetsang Rinpoche è un monaco tibetano abbastanza singolare. Non è solo il rappresentante di una scuola e uno studioso molto apprezzato per la sua ricerca spirituale: è anche un ...eco monaco o, se preferite, un venerabile lama ambientalista. Oggi è a Roma per tenere una conferenza proprio su ecologia e ambiente e sull’attualità, secondo il lama, della prospettiva buddista.
Ma chi è in realtà Chetsang Rinpoche? Nato in una famiglia aristocratica di Lhasa e riconosciuto fin da bambino come la reincarnazione di uno dei più importanti tulku del Tibet (la reincarnazione del custode di uno specifico insegnamento), dopo l’insurrezione tibetana del marzo 1959 non scappa dal Tetto del Mondo ed è quindi un testimone diretto dell’occupazione cinese che gli farà pagare la sua formazione spirituale con la reclusione. Nel 1975 però riesce a fuggire in India e poi si trasferisce negli Stati Uniti. Tornerà nel subcontinente indiano solo alla fine degli anni Settante per stabilirsi a Dehradun, nell’Uttarakand, da dove inizia il suo lavoro per la la rinascita della scuola Drikungkagyu, di cui è appunto uno dei custodi. Ma il monaco ha anche altro per la testa. Alcuni anni fa crea il progetto Go Green & Go Organic e a Jangthang, in Ladhak, e inaugura nel 2014 un progetto che prevede la piantumazione di giovani alberi su ettari ed ettari di terra per un estensione di cento chilometri.

I tibetani, a cominciare dal Dalai Lama, apprezzano Chetsang Rinpoche per il suo lavoro di cura alla rinascita della scuola Drikungkagyu e per diverse opere letterarie tra cui una monumentale Storia dell’impero tibetano, frutto di una ricerca decennale, essenzialmente basata su fonti tibetane e cinesi e su manoscritti dell’ottavo-nono secolo ritrovati in una grotta circa un secolo fa. Ma il monaco deve la sua fama all’attività ambientalista che, oltre alla teoria, ne fa un eminente ecologista che mette in pratica le più svariate idee. E non solo le sue.

Una di quelle più più interessanti e innovative si deve ad esempio a Sonam Wangchuk, un ingegnere ladachi fondatore della Secmol Alternative School, una scuola di formazione ambientalista. Wangchuk si era inventato un sistema per raccogliere l’acqua durante l’inverno per poi rilasciarla nella stagione secca: un metodo semplice quanto ingegnoso. Durante il grande freddo, l’acqua viene convogliata in una sorta di “stupa di ghiaccio”. Lo stupa è un classico monumento buddista la cui funzione principale sarebbe quella di conservare reliquie ma, in questo caso, conserva l’acqua che, solidificandosi all’esposizione delle bassissime temperature, viene accumulata in una piramide di ghiaccio che si viene a formare man mano che l’acqua affluisce in un’area prescelta protetta dal sole. Questa “diga piramidale” naturale, che richiede solo un complesso sistema di tubature, rilascerà l’acqua al momento opportuno: acqua che altrimenti andrebbe dispersa. Wangchuk però aveva bisogno di fondi ed ecco che arriva Chetsang Rinpoche, un uomo che crede nella sua idea, che ha i contatti, che può trovare il modo di finanziare lo “stupa di ghiaccio”. Così il prototipo che Wangchuk e i suoi studenti elaborano un paio di anni fa – un cono ghiacciato largo venti metri e alto quaranta in grado di conservare 16 milioni di litri d'acqua – diventa un progetto: un’idea semplice e relativamente poco costoso che consente di avere un mini ghiacciaio alle porte di casa.

mercoledì 28 marzo 2012

COM'E' ANDATA A FINIRE

Il controverso articolo del dl (il numero 44) è stato riscritto dopo la levata di scudi di ambientalisti e magistrati. Soddisfatto D'Ambrosio ma Pardi lancia l'allarme. Nel dl c'è un altro articolo che può far danni all'ambiente e al mare


SEMPLIFICAZIONI, SALTA LA DEPENALIZZAZIONE DEGLI ABUSI


La “semplificazione” che avrebbe sostanzialmente aperto la strada a nuovi e più semplificati abusi ambientali è saltata. La norma, contenuta nell'articolo 44 del maxi decreto semplificazioni, su cui domani mattina il governo porrà la fiducia, è stata levata, d'accordo con il ministro Patroni Griffi e con l'assemblea dei capigruppo, dopo una levata di scudi generale cui si è associata anche la Lega. E' stato in particolare il senatore Gerardo D'Ambrosio a convincere capigruppo e ministro dell'importanza di far saltare, nel maxi emendamento che integra il decreto, le norme che di fatto depenalizzavano reati ambientali definiti di “lieve entità”. Depenalizzazioni di cui si erano accorti ambientalisti, magistrati e alcuni senatori che oggi hanno posto urgentemente la questione a Patroni Griffi.

In sostanza l'articolo di legge andava a modificare il cosiddetto Codice Urbani, una legge del 2004 che regolava e fissava le pene sugli abusi che riguardano il paesaggio e i beni di notevole interesse pubblico, in cui veniva abrogata tra l'altro la norma che fissava una pena da 1 a 4 anni per chi commetteva reati ambientali. L'abrogazione della norma, che di fatto avrebbe dato alla sola autorità amministrativa il potere di decidere sanzioni e permessi senza che vi fosse più lo spauracchio della prigione, restituisce adesso al Codice la sua originaria funzione: evitare che l'Italia continui a deturpare il suo ambiente, il suo paesaggio e i suoi beni di interesse collettivo.

D'Ambrosio è soddisfatto: “Il rischio – dice - era che una norma tanto importante potesse sfuggire all'attenzione dei senatori ma così non è stato. Avrebbe di fatto, se approvata, allargato la possibilità di commettere abusi. Una volta che abbiamo spiegato l'importanza di abrogare la norma, tutti i capigruppo si sono detti d'accordo e lo stesso ministro ha accolto i nostri suggerimenti senza difficoltà”. Persino la Lega ci ha messo del suo “anche se con motivazioni diverse”, conclude D'Ambrosio. Francesco Pardi, uno dei senatori che si era accorto con D'Ambrosio del pasticciaccio, spiega che in sostanza il nuovo articolo di legge avrebbe “allargato le maglie” che consentono agli evasori di “trasformare, come mi è capitato di vedere, un piccolo abuso edilizio in un villaggio vacanze”. In pratica spiega Pardi, “per interventi edilizi di lieve entità tutti da stabilire, non si sarebbe applicata più la sanzione penale una volta ottenuta la sanatoria paesaggistica”, che dipende dall'autorità amministrativa”. Con cui è in sostanza più facile arrivare a un compromesso.

Ma Pardi, contrariato con diversi senatori anche da altri articoli del decreto legge (come quello che riguarda la ricerca) lancia l'allarme anche su un altro articolo del decreto che riguarda l'ambiente: “Si tratta – spiega - dell'articolo 24 che prolunga per legge la validità delle autorizzazioni di prospezione in mare (interessate le coste nazionali e il Golfo di Taranto). E che esclude, a nostro avviso in modo non conforme alle direttive comunitarie, la necessità di via in caso di proroga. In sostanza una volta 'bucato' un tratto di mare si può andare avanti all'infinito senza più determinare cosa comporta la prospezione dal punto di vista dell'impatto ambientale. Inoltre, col medesimo articolo, si rimettono alla discrezionalità di un intervento interministeriale tutte le eventuali modifiche alla parte di codice ambientale riguardante le emissioni, con conseguenze a cascata in termini di valori di emissione, responsabilità, autorizzazioni e così via”

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sabato 24 marzo 2012

AMBIENTE, "SEMPLIFICAZIONE" GALEOTTA AL SENATO

Il titolo è rassicurante “Semplificazioni in materia di interventi di lieve entità”. Ma l'articolo 44 del nuovo decreto legge (semplificazioni e sviluppo), che sarà discusso nuovamente da mercoledì prossimo al Senato, nasconde scappatoie per delitti ambientali: una sorta di condono mascherato che non sembra affatto di lieve entità. Già passato alla Camera indenne, l'articolo 44 - sufficientemente fumoso da sembrare, a prima vista, del tutto innocuo - dovrebbe rendere più semplici gli adempimenti riparatori qualora sia stato commesso un abuso edilizio in aree di particolare valore paesaggistico e su beni di importante valore storico culturale. Ma di fatto, se un bravo avvocato vi aiuta decifrare la gimcana tra commi, regolamenti e riferimenti giuridici, depenalizza tutta una serie di reati che fino ad ora la legge sanzionava anche con il carcere senza la condizionale. “Delitti ambientali” che potrebbero diventare semplici abusi da riparare con una semplice ammenda.

Il riferimento
è a una legge dello Stato - innovativa in materia ambientale – che nel 2004 fu firmata dall'allora ministro per i Beni culturali Giuliano Urbani e nella quale il legislatore aveva definito assolutamente inestinguibili e insanabili tutta una serie di abusi che violavano le leggi di tutela del paesaggio, anche urbano, e dei beni culturali di primaria importanza pubblica. In sostanza, se spostare una finestra può adesso costare solo un'ammenda e il piccolo abusivo se la può cavare con una sanzione amministrativa, se mette mano a vistosi cambiamenti di un certo edificio rischia sino a quattro anni di carcere. Che ora potrebbero sparire, se non in casi di estrema gravità.

Ovviamente, spiega chi è competente della materia, l'ultima parola spetta alle Soprintendenze e ai tecnici comunali, e non è che la nuova normativa faccia carta straccia della vecchia legge. Ma l'articolino inserito adesso nel decreto “lenzuolo” delle semplificazioni (che dopo il Senato tornerà alla Camera) apre la porta a una nuova stagione di abusi: possibili ecomostri sanzionabili prima col carcere, adesso riparabili col portamonete.

Il mondo degli ambientalisti italiani, ma anche i magistrati che si occupano di tutela ambientale, temono non tanto un colpo di spugna sul passato, ma una nuova era di sfregi all'ambiente, al paesaggio, agli immobili di pregio del Belpaese.
Guido De Maio, presidente titolare della III sezione penale di Cassazione esprime la «preoccupazione di coloro che hanno a cuore le sorti del patrimonio artistico e culturale del nostro Paese». Oltre a una nota di Legambiente, Rosalba Giugni, presidente di MareVivo e una delle prime ambientaliste italiane a essere venuta a conoscenza dell'articolo nascosto nelle pieghe del decreto, aggiunge carne al fuoco: «In un momento in cui i nostri Beni culturali e ambientali sono sotto attacco, un peggioramento della legge o un allentamento della maglia che tiene a bada gli abusi viene visto dal mondo ambientalista con grande timore. Ci auguriamo che ci sia un grande dibattito parlamentare e ci auguriamo un'attenzione particolare da chi ama il nostro maggior gioiello e il nostro maggior bene primario. I paesaggi, i centri storici, le coste e la natura».

Fortunatamente
anche qualche parlamentare ci ha fatto caso. Anzi, per la verità uno soltanto in maniera orizzontale. Il senatore dell'Idv Francesco Pardi, che ha presentato, in Commissione Affari costituzionali, un emendamento che chiede la soppressione dell'intero articolo. In cui, secondo il parlamentare (che non siamo riusciti a raggiungere telefonicamente), ci sarebbe anche un'eccezione di congruità giuridica della norma che di fatto viola lo spirito del cosiddetto “Codice Urbani” (Codice dei beni culturali e del paesaggio), la legge che ormai quasi dieci anni fa modificò la legislazione sugli abusi rendendola più specifica e nettamente punitiva. Un passo indietro dunque rispetto a quella che allora apparve come invece un primo deciso passo avanti a tutela del paesaggio in senso lato.

In buona sostanza si tratta di una modifica di alcune parti dell'articolo 181 che prevede ora due distinte ipotesi di reato: la prima (comma 1) è semplicemente una contravvenzione, punita con l'arresto fino a due anni (quindi coperta dalla condizionale) e un'ammenda; l'altra (comma 1-bis), nella quale si sottolinea la gravità dell'abuso su beni vincolati di particolare interesse pubblico (evidentemente non quello di spostare una porta), configura l'azione come un delitto e lo punisce con la reclusione da uno a quattro anni. La gravità riguarda infatti lavori abusivi in aree vincolate o su beni dichiarati di notevole interesse pubblico e che quindi necessitano di maggiori tutele. A tal punto che, secondo la legge attuale, il reato non si estingue nemmeno quando il trasgressore ripristina spontaneamente la situazione precedente all'abuso (abbattendo o risistemando le cose come erano prima).

In attesa che in parlamento si discuta del caso, viene da chiedersi per quale motivo il ministero di Beni culturali, che ha introdotto la modifica nel “lenzuolo” delle semplificazioni, abbia deciso la controversa innovazione. Necessità di cassa? O semplicemente il primo scivolone del Professor Lorenzo Ornaghi?

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martedì 26 aprile 2011

BUONI PROPOSITI PASQUALI

Un ambientalista è per forza un pacifista? Non sempre e non per forza, come il dibattito sull'intervento in Libia ha dimostrato e come dimostra l'interrogativo che, dall'ingerenza umanitaria in avanti, caratterizza un modo di interrogarsi che va oltre schemi e ideologie. Pur se, per forza di cose, non si può eludere il rapporto che la guerra ha, oltre la distruzione degli esseri umani, con le offese e le ferite che porta al territorio, agli animali che lo popolano, alle specie vegetali che lo ricoprono. Basterebbero le immagini del napalm, in un certo senso, a marcare una linea netta tra chi ama la Terra e chi pensa che sia solo un luogo su cui fare esercizi muscolari.

Ma se un ambientalista è abbastanza pragmatico e abbastanza deideologizzato da porsi comunque una serie di domande (come posso difendere un mio simile) c'è qualcosa su cui forse è legittimo interrogarsi a priori. Non è vero infatti che sulla guerra finiamo sempre per esprimerci (e condannarla) una volta che è scoppiata? Se a Pasqua, come a Natale, si fanno buoni propositi, non sarà il caso, questa volta, di chiederci cosa si può fare prima che la guerra, ultima e pessima ratio, diventi lo strumento principale per tentare (spesso fallacemente) di risolvere un problema?

Il dibattito sul conflitto in Libia ha messo in luce due elementi: il primo è che, per la prima volta, la comunità internazionale ha messo nero su bianco in una risoluzione largamente condivisa il concetto di protezione dei civili. Giusto, sacrosanto, indubitabile passo avanti. Ma il secondo elemento è che, per proteggere, abbiamo utilizzato strumenti che si stanno rivelando, come già in passato, pericolosi e per nulla risolutivi. Le bombe non scacciano le bombe: le chiamano. E un 'organizzazione regionale (la Nato) non può assumersi l'incarico a nome degli oltre 180 Paesi che compongono il mondo. Abbiamo bisogno di strumenti nuovi. E sarebbe ora che ci pensassimo prima. Perché, dopo la Libia, potrebbe esserci lo Yemen, il Bahrein o, nuovamente, il Sudan....(CONTINUA SU LETTERA22)

venerdì 31 ottobre 2008

LA MATTANZA DELLE BALENE



Succede in Danimarca. Ho ricevuto una mail che sta girando sul web e che contiene una serie di immagini raccapriccianti (qui ne vedete una). Non so molto di questa storia ma la mail chiede di far girare il messaggio e lo faccio volentieri. Storie da stomaci forti ma su cui non so dirvi molto di più. Di seguito il testo che mi è stato inviato

Grindabo. Fiesta para la virilidad en las islas Feroe.
Septiembre 2008
El espantoso hecho ocurre como una fiesta en las costas de las Islas Feroe, ubicadas en el mar Atlántico. Hasta allí, los delfines calderones son guiados cada verano hacia las costas, donde quedan atrapados y son asesinados a sangre fría por jóvenes.
Ante la mirada indiferente de la Unión Europea, los delfines calderones y ballenas son asesinados de manera brutal y salvaje en las costas de las Islas Feroe -Dinamarca-, donde esta macabra matanza es celebrada por los jóvenes del lugar como una fiesta que demuestra la virilidad de los hombres.
El impresionante panorama se repite cada temporada de verano en este territorio constituido por 18 islas ubicadas en el centro del mar Atlántico Norte. Hasta allí, llegan cada año al menos 900 ballenas en busca de alimentos y guiadas por los hombres que desde barcos lanzan piedras para conducirlas hacia la bahía, quedando atrapadas en la costa por el empuje constante de los demás animales que quieren seguir avanzando.
Ya atrapadas por la baja marea y sin poder retroceder, comienza el denominado 'Grindabo' o 'Grindadráp' -cazar ballenas- donde los adolescentes protagonizan la matanza con ganchos llamados blásturongul y sierras para cortar la espina dorsal tratando de quebrar y romper sus principales arterias.