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domenica 2 febbraio 2020

Indonesia, la regina dell’olio di palma

Oltre a essere conosciuta per la sua estesissima dimensione insulare e una cultura antica che ha prodotto splendidi monumenti che attirano ogni anno milioni di turisti, l’arcipelago indonesiano è purtroppo noto, specie dai suoi vicini asiatici, anche per via di un fenomeno chiamato haze, nebbia o foschia. Una nebbia prodotta però non dal calore e dall’umidità ma dai fumi provocati da migliaia di incendi dei residui vegetali delle piantagioni.

Dal 1991, haze è un fenomeno particolarmente grave nel Sudest asiatico proprio per via degli incendi appiccati a Sumatra e Kalimantan, le due grandi isole indonesiane dove la foresta primaria ha lasciato spazio alle piantagioni soprattutto di palma da olio, di cui l’Indonesia è la regina indiscussa con 33.4 milioni di tonnellate prodotte (seguono Malaysia con 19,9 e – a gran distanza - la Thailandia con 1,8). La vendita sul mercato internazionale – nel 2019 – ha totalizzato oltre 14 miliardi di dollari per quello che è il suo primo prodotto dell’export. Haze però ha sempre creato problemi a Giacarta: i Paesi del Sudest riuniti nell’Asean hanno concordato un piano d'azione contro l’haze già nel 1997 e nel 2002 hanno firmato un accordo sull'inquinamento da foschia transfrontaliera. Ma poiché l’haze non ha bisogno di visto, i problemi rimangono. Come gli incendi. Per l’Indonesia la palma da olio è del resto un prodotto irrinunciabile proprio perché è la regina dell’export.

Benché il Paese si stia avviando a diventare una delle economie più importanti del pianeta, anche solo per il fatto di essere la quarta nazione più popolosa al mondo con un mercato interno di 270 milioni di compratori, le esportazioni indonesiane sono diminuite a un tasso annuo superiore al 3% negli ultimi cinque anni. Nel 2019 son scese a 140 miliardi mentre si importa meno, con un import annuale sceso a 132 miliardi il che le ha consentito, a fine anno, di godere comunque di un saldo commerciale positivo di oltre 8 miliardi (nel 2017 era di 35) a fronte di un Pil di 932 miliardi. Il dato non deve trarre in inganno: una diminuzione dell’import export può infatti significare che aumenta la platea interna di consumatori, un elemento trainante nel caso di Paesi molto popolati in una classifica che vede l’Indonesia seconda solo ai tre grandi colossi mondiali: Cina, India e – a diverse lunghezze – Stati Uniti.

Testa testa con l’olio di palma, un altro principe dell’export indonesiano è il carbone di legna (da residuati della palma) che nel 2017 li vedeva alla pari con oltre 18 miliardi ciascuno di incasso. Nel 2019 l’olio è tornato in testa. Seguono gas, gomma e petrolio. Come si vede dunque, i settori più rilevanti sono i prodotti da piantagione e il fossile, quest’ultimo però insufficiente al mercato interno. Giacarta importa infatti petrolio raffinato e greggio seguiti da prodotti della telefonia, parti di veicoli e gas. Le importazioni principali sono soprattutto da Cina, Singapore e Giappone, seguite da Malaysia e Thailandia.
Le principali destinazioni di esportazione del Paese vanno ancora verso la Cina, seguita da Stati Uniti, Giappone, India e Singapore. Tutti Paesi con numeri importanti.

Quel che val la pena di notare, nel bilancio complessivo di import ed export, è la quasi totale assenza dell’Europa. Se gli Usa contano per l’11% dell’export e per quasi il 5% dell’import indonesiano, solo la Germania oltrepassa il 2% nei due sensi. L’Italia è all’1%. Gli altri partner europei non fanno molto meglio se non l’Olanda (importando l’1,8%), la grande colonizzatrice che rimase nell’arcipelago tre secoli.

Questo articolo è uscito sull'ultima inserto In Asia del manifesto

venerdì 31 gennaio 2020

I gamberi del Vietnam

Kieng Giang Vietnam – La provincia di Kieng Giang, che bordeggia il mare fino al confine cambogiano è – come un po’ tutto il Delta del Mekong – un allevamento di pesci a cielo aperto cui fan da contraltare le risaie. Se a Milano o a Roma chiedete al ristorante spaghetti ai frutti di mare o un risotto ai gamberetti, è molto facile che vengano da qui, dai vivai che - sul fiume, nel mare, persino nelle case - allevano pesci a gamberi di varia specie. E se non è ancora così – perché il vostro ristoratore serve gamberetti indiani surgelati (il maggior esportatore mondiale) – è solo questione di tempo. Il Vietnam, che è al terzo posto nell’export mondiale del gambero surgelato, da quest’anno darà l’assalto al mercato europeo, il più grande consumatore di questo crostaceo. Potrà infatti sfruttare una tariffa preferenziale grazie all'accordo di libero scambio Ue-Vietnam (Evfta), firmato il 30 giugno 2019. Truong Dinh Hoe, segretario generale dell'Associazione degli esportatori e produttori di pesce del Vietnam, si dice sicuro del grande balzo in avanti del gambero vietnamita. Ma non c’è solo il pesce.

L’area del Delta del Mekong, la cosiddetta “ciotola di riso” del Paese, produce parte del cereale che vale quasi l’1% dell’export di una nazione che ha la bilancia commerciale in attivo: 220 miliardi di dollari contro 204.

Lungo le strade dei miseri paesini della provincia, stuoie ricolme di pepe fan bella mostra accanto al pesce essiccato da cui si ricava il Nuoc Mam, la gradevolissima colatura per cui è famosa la vicina isola di Phu Quoc. I gourmet considerano il pepe locale tra i migliori del mondo. Un chilo al bazar può arrivare a 4 euro al chilo (più o meno il prezzo del mercato internazionale dominato dal pepe indiano). E che dire poi del caffè, in grado di rivaleggiare con le tostature nazionali. Ma se ci limitassimo agli alimenti saremmo davvero fuori strada.
Membro dell’Asean dal 1995 e del Wto dal 2007, il Vietnam è tra i sostenitori della Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), che integrerà in una cornice unica i Paesi del Sudest asiatico con Cina, Corea, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e India (che però rema contro), costituendo un network pari alla metà della popolazione globale e a 1/3 del Pil mondiale. La sua struttura industriale è costituita al 96% da piccola e media industria in forte ascesa. Specializzata. Le principali esportazioni del Vietnam sono infatti apparecchiature di teleradiodiffusione, telefoni e circuiti integrati che, assieme, totalizzano oltre 60 miliardi, quasi un terzo del’export Seguono tessile e calzature di cuoio.

Il comparto delle importazioni va di pari passo: circuiti integrati e telefoni per oltre 25 miliardi, petrolio raffinato, parti elettriche. Secondo il governo di Hanoi, il trend guidato dai circuiti integrati vale il 7,6% dell’import totale seguito dai cellulari (5%). I suoi mercati esteri principali sono quelli di due nemici storici: Stati Uniti, che comprano per 46 miliardi, e Rpc che compra per 40. Seguono Giappone, Corea del Sud e Germania, il Paese europeo forse meglio piazzato in Asia. Il Vietnam invece compra quasi tutto “in casa”: da Cina, Corea, Giappone e dalle due città Stato di Singapore e Hong Kong.

Se dunque al grande balzo in avanti non partecipano solo i gamberi e se l’economia di questo Paese, vessato da decenni di guerre, sta dimostrando una vivacità formidabile, una voce importante del mercato vietnamita è anche il turismo: nel 2019 il Vietnam ha “importato” circa 18 milioni di arrivi internazionali. Erano poco più di due nel 2000. Se c’è una cosa che il Vietnam non ha imparato dai gamberi, verrebbe da dire, è andare all’indietro.

Questo articolo è uscito sull'ultimo inserto "Asia" de il manifesto curato da S. Pieranni

sabato 15 ottobre 2016

Non solo guerra: Le ombre del futuro afgano

Nel gennaio del 2015, a sei mesi dalle ultime elezioni presidenziali, un sondaggio di Acso-Lra (Afghan Center for socio economic and opinion research con Langer Research Associates) rivelava un atteggiamento positivo sulle aspettative prodotte dalla nuova tornata elettorale, pur se per il 53% degli intervistati le elezioni erano state fraudolente e solo il 44% le aveva valutate trasparenti. Inoltre la bizzarra alchimia istituzionale, che ha posto accanto al presidente un capo dell’esecutivo che ha quasi gli stessi poteri, era ritenuta accettabile dall’87% del campione. Una percentuale elevatissima. Ma soltanto 11 mesi dopo, nel novembre del 2015, i risultati di Asia Foundation (Af) – che conduce sondaggi da diversi anni in Afghanistan studiando soprattutto il consenso – rivelava quasi esattamente il contrario: il 57% del campione di Af sosteneva che il Paese andava nella direzione sbagliata e il 75,3% di consenso guadagnato dalle promesse della campagna elettorale del 2014 (come abbiamo visto salite all’87% dopo la tornata elettorale) erano calate al 57,8%. Più della metà degli intervistati, il 56,3%, oltre a esprimere paura per la crescente insicurezza del Paese (le vittime civili sono in costante aumento), era fortemente insoddisfatto dei servizi erogati in quasi tutti i settori pubblici: elettricità, strade, acqua potabile, sanità, agricoltura e persino dello stato dell’istruzione, realtà che, dall'inizio della guerra nel 2001, ha visto un rilevante salto in avanti. Unica vera luce nel tunnel della guerra afgana.