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lunedì 29 febbraio 2016

Kabul, il Duce e il caso Piperno. Marò ante litteram

La copertina del libro di Tanzi
alla Biblioteca del Pime a Milano
Nel 1923 il Duce spedì in Afghanistan una missione tecnica guidata da Gastone Tanzi, Dario Piperno e Giuseppe Mazzoli. L'idea era probabilmente quella non solo di un assessment (come si dice oggi) in tema di cooperazione soprattutto tecnico.-sanitaria ma anche quella di un corteggiamento rivolto ad Amanullah Khan, monarca afgano in rotta coi britannici, nemici giurati di Mussolini. La storia di Amanullah l'abbiamo già affrontata e con questa la melina disgustosa che il regime fece con l'ormai ex monarca quando Amanullah dovette prendere la via dell'esilio conclusosi in Italia (in realtà il re morì in Svizzera) dove aveva traslocato con la sua famiglia e dove tutt'ora abitano alcuni dei suoi discendenti diretti. Mi soffermo invece sia  su Gastone Tanzi e sul suo libro di viaggio dove un capitolo è dedicato all'incontro con Amanullah sia su una vicenda che accompagnò la fine di quel soggiorno. Il libro l'ho trovato alla biblioteca del Pime a Milano e gli ho dato una rapida occhiata. Al netto di una serie di luoghi comuni ormai assodati sul Paese ( e che si ripetono negli anni), il libro non presenta un gran interesse e anche la conversazione con il re non dice molto né su Amanullah né sui suoi rapporti con Roma. Ma è uno spaccato di quelle relazioni lontane che Roma tenne con Kabul, capitolo poco noto e piuttosto oscuro visto poi come il Fascismo si comportò con il monarca pashtun:  lo blandì e lo illuse che avrebbe appoggiato il suo ritorno al trono che era però ostacolato dalla Germania nazista che non voleva grane con Londra sul fronte asiatico. Non se ne face nulla e Amanullah morì con l'illusione che gli amici italiani lo avrebbero aiutato.

Dal libro di Tanzi: re Amanullah al centro con il classico
karakuli, lo stesso copricapo amato da Karzai
Interessante è però la vicenda a latere che riguardò l'ingegner Piperno, che era finito in galera per aver ucciso un poliziotto. Non è chiara l'origine della diatriba (ho trovato su un sito destrorso una ricostruzione che gli affibbia un amorazzo afgano che sarebbe stato il casus belli, ma l'articolo è talmente pieno di errori che non ci si può far conto). La storia è invece ben ricostruita dall'Istituto di Studi Giuridici Internazionali (ISGI) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). In due parole la mette così: «Il 27 luglio 1924, le Autorità afghane arrestavano l'ingegnere italiano Dario Piperno, per aver ucciso un gendarme, tale Mohamed Yasin, che voleva forzarlo a presentarsi al posto di polizia L'Italia non poteva opporsi a che il Piperno fosse sottoposto alla giurisdizione dei tribunali locali, dato che non esisteva in Afghanistan il regime delle capitolazioni. Egli veniva quindi condannato a morte, in prima ed in seconda istanza. Per evitare l'esecuzione, il Governo italiano decideva di pagare il cosiddetto prezzo del sangue, previsto dal diritto consuetudinario musulmano, secondo il quale, in caso di omicidio, spettava alla famiglia dell'ucciso perdonare l'uccisore in cambio di un'indennità. Il perdono dei familiari era una condizione indispensabile perché il Governo dell'Emiro regnante, Amanullah Khan, potesse concedere la grazia».