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sabato 26 novembre 2022

Anwar Ibrahim nuovo premier della Malaysia

Le turbolenze politiche post elettorali della Malaysia non meriterebbero forse un
particolare approfondimento se il vincitore finale della partita, Anwar Ibrahim, non fosse un personaggio davvero particolare. Che, da tre decenni, ha alternato il potere alla prigione riuscendo comunque sempre a riemergere nel panorama politico locale mettendosi alla testa di movimenti progressisti. Islamista modernista, intellettuale raffinato, parlamentare già vicepremier e più volte ministro, Anwar Ibrahim, classe 1947, fu accusato nel 1999 e incarcerato per sodomia, “reato” ancor più grave – da cui è stato assolto uscendo di galera nel 2004 – in un Paese governato dalla morale islamica e dove la sua supposta “devianza” fu un evidente grimaldello politico per rimuoverlo dalle stanze del potere: le sue riforme avrebbero messo in difficoltà un'economia che non ne voleva certo sapere di finanza islamica dove gli istituti di credito – nella testa di Anwar - dovevano funzionare da volano popolare e non da generatori di profitto per le banche stesse. Era tanto scomodo che nel 2015 un secondo processo per sodomia lo vide di nuovo dietro le sbarre cosa che non gli impedì di correre
per le elezioni 2018 (mentre era in carcere) e di vincerle, mossa che gli consentì di ottenere il perdono reale per uscire definitivamente di galera. Ma andiamo con ordine.

Anwar è da giovedi 24 novembre il nuovo primo ministro della Malaysia, la federazione del Sudest asiatico conosciuta in passato come “tigre” di un boom economico senza precedenti nonché per la capacità non scontata di essere un Paese multietnico (malesi, cinesi, indiani, autoctoni) che è sempre riuscito, benché su una fragile faglia, a mantenere un certo equilibrio tra nazionalismo malese, radicalismo islamico e scontento delle minoranze. Nelle ultime elezioni, dopo un avvicendarsi di “governi del re”, repentini cambi della guardia, bizzarre alchimie nelle coalizioni, è stato il sultano, cui la Carta di questa monarchia costituzionale dà diritto all’ultima parola, a scegliere il primo ministro. E ha scelto Anwar Ibrahim.

La cronaca recente racconta che nelle ultime elezioni la coalizione Pakatan Harapan (PH) guidata da Anwar vince 82 seggi ma gliene mancano 30 per ottenere la maggioranza di 112 in parlamento. La coalizione conservatrice Perikatan Nasional (PN), guidata dall'ex primo ministro Muhyiddin Yassin, ne ottiene invece 73. Entrambi reclamano la presidenza del governo e segue una situazione di stallo. In parlamento c’è dunque da corteggiare sia la coalizione Barisan Nasional (BN), che ha dominato la scena politica malaysiana fino al 2018 ma ha raggranellato solo 30 seggi, sia altri che vanno da uno a 23 scranni. Scampoli per fare la differenza.

Lo stallo viene risolto dal sultano Abdullah, un re a “rotazione” con altri del suo rango, cui spetta il titolo di Yang di-Pertuan Agong. Incontra sia Muhyiddin, sia Anwar e propone un governo di unità nazionale ma il primo rifiuta. Altro giro col Barisan Nasional e gli altri partiti. Alla fine della verifica nomina Anwar.

Il suo passato “sodomitico” è ora alle spalle e così una vicenda piena di lati oscuri, menzogne, propaganda e un processo che è stato criticato aspramente per le trame politiche di corridoio. Ma la Malaysia è anche un Paese di paradossi: l’artefice della prigionia di Anwar è sempre stato visto nel suo ex mentore Mahathir Mohamad, uno dei leader più inossidabili della Storia. Il vecchio burattinaio malese (classe 1925), che ha appena ricevuto una batosta alle ultime elezioni in cui non è stato eletto, ha accumulato oltre settant’anni di attività politica di cui 24 come premier (dal luglio 1981 all'ottobre 2003 e dal maggio 2018 al marzo 2020) il che ne fa uno dei più longevi primi ministri del mondo. E’ lui che dà ad Anwar la possibilità di emergere. Ma quando il rampollo emerge troppo gli tarpa le ali. La popolarità di Anwar però cresce anche quando è in galera. Le voci su una possibile montatura, l’attivismo di sua moglie Azizah, la sua vocazione riformista e la scelta di fare della Malaysia un Paese sempre più inclusivo gli fanno guadagnare consensi. La sua visione è quella di un islam democratico e liberale che possa essere un modello di giustizia sociale basato sui bisogni e non sull'appartenenza etnica in un Paese dove i malesi (bumiputra) sono sempre stati favoriti. Un altro paradosso? Nel 2018, mentre Anwar era in cella, fu Mahathir, dopo un accordo, a guidare la sua Pakatan Harapan alla vittoria! Ora però la scena è tutta solo per lui.

La foto di Anwar è tratta da wikipedia

sabato 29 febbraio 2020

Pasticcio malese

Il primo ministro ad interim della Malaysia, Mahathir Mohamad, ha rivelato  che nessun candidato premier è  in grado di ottenere il sostegno della maggioranza dei 222 parlamentari de Paese e che quindi la questione sarà sottoposta al Parlamento il prossimo 2 marzo.

Una delle più floride e tranquille società asiatiche che in nome della stabilità ha istituzionalizzato l’autoritarismo di Stato e che è però stata in grado di mantenere l’unità in un Paese dove quasi la metà dei suoi abitanti sono cinesi, attraversa in queste ore una crisi al buio. La Malaysia, con Singapore faro dello sviluppo tra le tigri dell’Asia di Sudest, è da lunedi in balia di una crisi di governo complessa e dagli esiti incerti, al momento nelle mani del Yang di Pertuan Agong, il monarca costituzionale scelto a rotazione tra i principi malesi. Che, per la prima volta nella storia della Malaysia, ha condotto consultazioni a larghissimo raggio per decidere la scelta del nuovo premier. Tutto comincia nel week end.

Il luogo è la capitale, Kuala Lumpur, dove una cena riunisce domenica notabili politici di segno opposto. Ci sono i plenipotenziari dell’Umno, la balena bianca della Malaysia, partito di centro destra sulla scena sin dalla proclamazione dell’Unione malese (poi federazione) negli anni Cinquanta quando, buono ultimo, il Paese si liberò della corona britannica. Umno ora è all’opposizione ma è ancora forte, più nelle reti di potere che nei numeri elettorali. Per anni è stato guidato da Mahatir  Mohamad, diventato nuovamente premier nel 2018 ma non nelle file dell’Umno, da cui si era sfilato, ma in quelle della coalizione Pakatan  Harapan (Ph). A cena ci però sono anche uomini del Ph e, anzi, sia del partito di Mahatir (Parti Pribumi Bersatu Malaysia) sia di quello del suo vice, Anwar Ibrahim a capo del Parti Keadilan Rakyat.
Leggi l'articolo aggiornato domenica su atlanteguerre.it

venerdì 12 ottobre 2018

Il cappio spezzato

Da settimana prossima la Malaysia potrebbe essere il 143simo Paese che abolisce la pena capitale.
Se il condizionale è d’obbligo – il parlamento discuterà la legge abolizionista solo lunedi – il risultato è praticamente certo perché è il governo a volere fortemente le legge e ha già imposto al boia di fermarsi: per ora gli oltre 1200 detenuti nel braccio della morte possono sperare che il loro destino muti clamorosamente da settimana prossima. La pena capitale in Malaysia viene comminata per impiccagione a chi si è macchiato di terrorismo, omicidio, sequestro, traffico di droga e vari altri reati e tra l’altro, Kuala Lumpur, pur avendo firmato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo, aveva espresso una riserva all'articolo 37, che vieta la pena di morte ai minori di 18 anni. L’Asia è un continente con un triste primato: non solo la pena capitale è diffusa in molti Stati dal Bangladesh (che due giorni fa ne ha condannati a morte 19) alla Thailandia, da Singapore al Vietnam, e annovera i Paesi dove si verificano più esecuzioni: come nella Repubblica popolare cinese o in Iran (che tra il 2015 e il 2018 ha giustiziato anche 90 minorenni).

Questo piccolo ma saldo Paese del Sudest asiatico non smette di stupire. Nel bene e nel male. La giustizia si è piegata spesso alle pressioni del potere politico (famoso il caso del vicepremier Anwar Ibrahim entrato in rotta di collisione con il primo ministro Mahathir Mohamad e finito a lungo in carcere) e la repressione violenta – dai casi di terrorismo al traffico di stupefacenti – son sempre stati punti fermi. Ma adesso il Paese è governato da una colazione molto eterogenea - Pakatan Harapan - che ha promesso una sterzata nel campo del diritto. Non in quello della politica: ha appena visto il ritorno sia dell'inossidabile Mahathir (classe 1925) sia di Anwar Ibrahim: il primo è il capo di PH e l’attuale premier. Il secondo è il leader... della medesima colazione. E per dirla tutta, dopo che Pakatan Harapan ha vinto le elezioni nel 2018, l’ex premier Najib Razak è stato arrestato per corruzione (libero con la condizionale). Prima di perdere era praticamente intoccabile.

La notizia comunque è buona. La Malaysia – il cui nuovo governo sembra deciso a mantenere le promesse - potrebbe spingere altri Paesi a seguire il suo esempio. Molti hanno aderito alla moratoria sulle esecuzioni, promossa da una lunga campagna di associazioni come Nessuno Tocchi Caino o Amnesty, ma la strada è ancora lunga.