Pena di morte per Pervez Musharraf dice la sentenza di una corte ad hoc pachistana che mette la parola fine alla lunga vicenda giudiziaria dell’ex dittatore, ex presidente ed ex generale dal 2016 rifugiatosi a Dubai. Pena capitale per alto tradimento – la condanna più grave in un Paese che ha tra l’altro sospeso la moratoria sulle esecuzioni di Stato - per aver sospeso la Costituzione durante gli anni del suo regime. La notizia arriva come una bomba e sembra mettere una pietra tombale sul destino dell’uomo che dal 1999 al 2008 ha retto il Paese. Ma è davvero la parola fine?
L’esecutivo del premier Imran Khan viene in soccorso, sebbene con prudenza, al generale. Il governo pachistano infatti "esaminerà in dettaglio" la decisione della corte le cui motivazioni saranno rese note a breve, come ha spiegato alla stampa l’assistente speciale del primo ministro Imran Khan per l'informazione e la radiodiffusione, Firdous Ashiq Awan.
E’ la prima volta nella storia del Paese che un capo dell’esercito viene dichiarato colpevole di alto tradimento e condannato per questo a morte e non sarebbe evidentemente un bel precedente. Awan ha aggiunto che gli esperti legali analizzeranno tutti gli aspetti legali e politici, nonché l'impatto sugli interessi nazionali, dopo di che una dichiarazione del governo verrà resa nota. E’ un distinguo che fa intravedere il fatto che la parola fine si allontana. Ma c’è di più. La condanna colpisce indirettamente gli uomini in divisa, vero potere neppur troppo occulto del Paese. E infatti i militari prendono subito posizione.
Una dichiarazione dell'Inter-Services Public Relations (Ispr), ala mediatica dell’esercito, dice che "la decisione è stata accolta con molto dolore e angoscia dalle forze armate” i cui alti gradi si sono riuniti nella sede generale di Rawalpindi subito dopo la notizia della sentenza. La dichiarazione porta la firma del generale Asif Ghafoor: “Un capo di stato maggiore e presidente del Pakistan, che ha servito per oltre 40 anni e ha combattuto guerre per la difesa del Paese non può essere un traditore", prosegue la nota aggiungendo critiche all’iter processuale.
I giochi dunque non sono affatto chiusi. Del resto il team legale di Musharraf, malato di cuore, può appellarsi ricorrendo alla Corte Suprema. E se questa confermasse il verdetto della corte speciale, il presidente avrebbe pur sempre l'autorità costituzionale ai sensi dell'articolo 45 per perdonare un imputato nel braccio della morte.
Le accuse a Musharraf riguardano il periodo che va dal 3 novembre al 15 dicembre 2007. In quel pugno di giorni il generale dittatore dichiara lo stato di emergenza e sospende la Costituzione cosa che gli permette di giurare come presidente non eletto. Ma non si ferma lì: per evitare ostacoli imprigiona 61 giudici dei gradi più alti del sistema giudiziario incluso l’uomo che sta all’apice della piramide, il Chief Justice Iftikhar Mohammad Chaudhry, che aveva già sospeso dal servizio ma che un vasto movimento popolare aveva fatto reinsediare. E’ forse il suo scivolone più grosso, un calcolo politico sbagliato che gli mette contro magistrati e società civile già turbati dall’ennesimo golpe militare. Il 2007 è davvero un pessimo anno per il Pakistan che si chiude con l’assassinio di Benazir Bhutto.
La sentenza è forse anche il segnale di un desiderio di autonomia della magistratura e di come debba essere giudicato traditore chiunque violi la Costituzione civile. Concetto che finisce per dire indirettamente che l’epiteto “traditore” si dovrebbe storicamente adottare per tutti i dittatori del Paese dei puri. Passati e futuri. In divisa e non.
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mercoledì 18 dicembre 2019
venerdì 12 ottobre 2018
Il cappio spezzato
Da settimana prossima la Malaysia potrebbe essere il 143simo Paese che abolisce la pena capitale.
Se il condizionale è d’obbligo – il parlamento discuterà la legge abolizionista solo lunedi – il risultato è praticamente certo perché è il governo a volere fortemente le legge e ha già imposto al boia di fermarsi: per ora gli oltre 1200 detenuti nel braccio della morte possono sperare che il loro destino muti clamorosamente da settimana prossima. La pena capitale in Malaysia viene comminata per impiccagione a chi si è macchiato di terrorismo, omicidio, sequestro, traffico di droga e vari altri reati e tra l’altro, Kuala Lumpur, pur avendo firmato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo, aveva espresso una riserva all'articolo 37, che vieta la pena di morte ai minori di 18 anni. L’Asia è un continente con un triste primato: non solo la pena capitale è diffusa in molti Stati dal Bangladesh (che due giorni fa ne ha condannati a morte 19) alla Thailandia, da Singapore al Vietnam, e annovera i Paesi dove si verificano più esecuzioni: come nella Repubblica popolare cinese o in Iran (che tra il 2015 e il 2018 ha giustiziato anche 90 minorenni).
Questo piccolo ma saldo Paese del Sudest asiatico non smette di stupire. Nel bene e nel male. La giustizia si è piegata spesso alle pressioni del potere politico (famoso il caso del vicepremier Anwar Ibrahim entrato in rotta di collisione con il primo ministro Mahathir Mohamad e finito a lungo in carcere) e la repressione violenta – dai casi di terrorismo al traffico di stupefacenti – son sempre stati punti fermi. Ma adesso il Paese è governato da una colazione molto eterogenea - Pakatan Harapan - che ha promesso una sterzata nel campo del diritto. Non in quello della politica: ha appena visto il ritorno sia dell'inossidabile Mahathir (classe 1925) sia di Anwar Ibrahim: il primo è il capo di PH e l’attuale premier. Il secondo è il leader... della medesima colazione. E per dirla tutta, dopo che Pakatan Harapan ha vinto le elezioni nel 2018, l’ex premier Najib Razak è stato arrestato per corruzione (libero con la condizionale). Prima di perdere era praticamente intoccabile.
La notizia comunque è buona. La Malaysia – il cui nuovo governo sembra deciso a mantenere le promesse - potrebbe spingere altri Paesi a seguire il suo esempio. Molti hanno aderito alla moratoria sulle esecuzioni, promossa da una lunga campagna di associazioni come Nessuno Tocchi Caino o Amnesty, ma la strada è ancora lunga.
Se il condizionale è d’obbligo – il parlamento discuterà la legge abolizionista solo lunedi – il risultato è praticamente certo perché è il governo a volere fortemente le legge e ha già imposto al boia di fermarsi: per ora gli oltre 1200 detenuti nel braccio della morte possono sperare che il loro destino muti clamorosamente da settimana prossima. La pena capitale in Malaysia viene comminata per impiccagione a chi si è macchiato di terrorismo, omicidio, sequestro, traffico di droga e vari altri reati e tra l’altro, Kuala Lumpur, pur avendo firmato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo, aveva espresso una riserva all'articolo 37, che vieta la pena di morte ai minori di 18 anni. L’Asia è un continente con un triste primato: non solo la pena capitale è diffusa in molti Stati dal Bangladesh (che due giorni fa ne ha condannati a morte 19) alla Thailandia, da Singapore al Vietnam, e annovera i Paesi dove si verificano più esecuzioni: come nella Repubblica popolare cinese o in Iran (che tra il 2015 e il 2018 ha giustiziato anche 90 minorenni).
Questo piccolo ma saldo Paese del Sudest asiatico non smette di stupire. Nel bene e nel male. La giustizia si è piegata spesso alle pressioni del potere politico (famoso il caso del vicepremier Anwar Ibrahim entrato in rotta di collisione con il primo ministro Mahathir Mohamad e finito a lungo in carcere) e la repressione violenta – dai casi di terrorismo al traffico di stupefacenti – son sempre stati punti fermi. Ma adesso il Paese è governato da una colazione molto eterogenea - Pakatan Harapan - che ha promesso una sterzata nel campo del diritto. Non in quello della politica: ha appena visto il ritorno sia dell'inossidabile Mahathir (classe 1925) sia di Anwar Ibrahim: il primo è il capo di PH e l’attuale premier. Il secondo è il leader... della medesima colazione. E per dirla tutta, dopo che Pakatan Harapan ha vinto le elezioni nel 2018, l’ex premier Najib Razak è stato arrestato per corruzione (libero con la condizionale). Prima di perdere era praticamente intoccabile.
La notizia comunque è buona. La Malaysia – il cui nuovo governo sembra deciso a mantenere le promesse - potrebbe spingere altri Paesi a seguire il suo esempio. Molti hanno aderito alla moratoria sulle esecuzioni, promossa da una lunga campagna di associazioni come Nessuno Tocchi Caino o Amnesty, ma la strada è ancora lunga.
giovedì 11 ottobre 2018
Benzina sul fuoco a Dacca
E’ un’atmosfera sempre più tesa quella che si respira a Dacca alla vigilia di elezioni che ancora non sono state messe in calendario. Sempre più tesa dopo che il tribunale ha comminato ieri ben 19 condanne a morte nelle file dell’opposizione e una sentenza di ergastolo al suo capo in esilio a Londra. La vicenda riguarda i gravissimi incidenti del 2004 quando un corteo dell’allora partito di opposizione – la Lega Awami ora al governo – fu attaccato anche con granate, con l’intento - secondo l’accusa - di uccidere il capo della Lega signora Sheikh Hasina, ora primo ministro. La donna fu circondata da un cordone di militanti del partito che le salvarono la vita ma negli incidenti morirono oltre venti persone tra cui personaggi di spicco del suo movimento. Per i giudici si è trattato di un “meticoloso complotto” per uccidere la leader dell’AL, guidando la mano del gruppo jihadista Harkatul Jihad al Islami. Per l'opposizione, il Bangladesh Nationalist Party, non è invece che un processo motivato politicamente. E in un momento molto delicato per la destra Bangladese, rappresentata appunto dal Bnp.
La pena di morte per i 19 include due ex ministri mentre l’ergastolo riguarda invece Tarek Rahman, figlio in esilio dell’ex premier Khaleda Zia. Non contenta la Lega Awami, partito teoricamente progressista e di sempre più tenue ispirazione socialdemocratica, vorrebbe la pena capitale anche per Tarek, che vive nel Regno unito dove si è rifugiato nel 2008 mentre si addensavano nubi sulla sua famiglia. La madre, premier sino al 2006 in alternanza con Sheikh Hasina, fa parte di una delle maggiori dinastie del potere locale: negli anni Sessanta aveva sposato Ziaur Rahman, un ufficiale diventato nel 1977, alcuni anni dopo l’indipendenza, presidente. Viene ucciso nel 1981 e Khalezda Zia si butta in politica. Come in ogni dinastia anche i due figli Tarek e Arafat le sono vicini. Nel 2007 vengono entrambi arrestati per corruzione ma riescono a uscire (nel 2015 Arafat muore). Ma i guai giudiziari tornano più volte per Tarek e nel 2018 per la madre, arrestata per una vicenda di corruzione legata a fondi esteri utilizzati per lo Zia Orphanage Trust, fondazione di famiglia. Condannata a 5 anni di galera ora Khaleda Zia, che alcuni giorni fa è riuscita a farsi spostare in un ospedale di Dacca per problemi di salute ma sempre sotto custodia, facilmente sarà interdetta dalle prossime elezioni. Ipotesi che ha reso il clima politico incandescente. La nuova sentenza butta benzina sul fuoco.
Quattromila agenti presidiavano ieri la capitale perché è chiaro che il Bnp non passerà la cosa sotto silenzio e reagirà con manifestazioni di piazza, un’attività che in Bangladesh costa molto spesso la vita a chi vi partecipa. Tarek è teoricamente il capo del Bangladesh Nationalist Party anche se a casa per ora non può tornare. Oltre all’ergastolo – e una possibile futura condanna a morte – deve sommare altri anni di galera per diversi guai giudiziari che riguardano il periodo in cui sua madre era al governo.
La pena di morte per i 19 include due ex ministri mentre l’ergastolo riguarda invece Tarek Rahman, figlio in esilio dell’ex premier Khaleda Zia. Non contenta la Lega Awami, partito teoricamente progressista e di sempre più tenue ispirazione socialdemocratica, vorrebbe la pena capitale anche per Tarek, che vive nel Regno unito dove si è rifugiato nel 2008 mentre si addensavano nubi sulla sua famiglia. La madre, premier sino al 2006 in alternanza con Sheikh Hasina, fa parte di una delle maggiori dinastie del potere locale: negli anni Sessanta aveva sposato Ziaur Rahman, un ufficiale diventato nel 1977, alcuni anni dopo l’indipendenza, presidente. Viene ucciso nel 1981 e Khalezda Zia si butta in politica. Come in ogni dinastia anche i due figli Tarek e Arafat le sono vicini. Nel 2007 vengono entrambi arrestati per corruzione ma riescono a uscire (nel 2015 Arafat muore). Ma i guai giudiziari tornano più volte per Tarek e nel 2018 per la madre, arrestata per una vicenda di corruzione legata a fondi esteri utilizzati per lo Zia Orphanage Trust, fondazione di famiglia. Condannata a 5 anni di galera ora Khaleda Zia, che alcuni giorni fa è riuscita a farsi spostare in un ospedale di Dacca per problemi di salute ma sempre sotto custodia, facilmente sarà interdetta dalle prossime elezioni. Ipotesi che ha reso il clima politico incandescente. La nuova sentenza butta benzina sul fuoco.
Quattromila agenti presidiavano ieri la capitale perché è chiaro che il Bnp non passerà la cosa sotto silenzio e reagirà con manifestazioni di piazza, un’attività che in Bangladesh costa molto spesso la vita a chi vi partecipa. Tarek è teoricamente il capo del Bangladesh Nationalist Party anche se a casa per ora non può tornare. Oltre all’ergastolo – e una possibile futura condanna a morte – deve sommare altri anni di galera per diversi guai giudiziari che riguardano il periodo in cui sua madre era al governo.
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