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giovedì 24 gennaio 2013

LA SOLITUDINE DELL'ELISEO

Gli americani fanno melina, i tedeschi tacciono, La Ue organizza riunioni. Gli africani arrivano col contagocce. E a Parigi cresce la sindrome di una guerra solo francese

Cominciano a essere nervosi i francesi. Temono, forse, di essere lasciati soli in quell'operazione Serval iniziata due settimane fa e che, per il momento, combattono in solitario con l'aiuto dell'esercito maliano. La partita si gioca sul piano diplomatico tra telefonate, riunioni, pressioni degli ambasciatori. L'Europa risponde con calma. Washington con ancor maggior lentezza. Per ora, l'unica vera certezza restano gli africani.

La missione Misma, decisa dall'Ecowas - l'organizzazione dei Paesi dell'Africa occidentale - dovrebbe rivedere al rialzo la stima di circa tremila soldati in gran parte ancora sulla carta. Secondo Ecowas, al loro fianco ci saranno anche Ciad, Sudafrica, Ruanda e forse Tanzania e Burundi e saranno gli europei a mettere a disposizione gli aerei di trasporto (due quelli italiani promessi dal ministro Terzi). Gli oltre 1500 uomini già pronti e i quadri superiori della catena di comando sono solo in parte arrivati a Bamako. Gli altri aspettano nel vicino Niger. Sul piano militare, oltre al sostegno informativo garantito anche dagli Stati uniti, tra i Paesi occidentali solo la Gran Bretagna ha mandato un drappello delle sue forze speciali. Lo rivelava ieri il Guardian, specificando però che non hanno compiti di combattimento. Altri offrono (pochi) aerei.

Mentre l'Unione europea ha convocato per il 5 febbraio una riunione a Bruxelles con Unione africana, Ecowass e Onu, le Nazioni unite preparano uno scenario in tre opzioni, come ha scritto al Consiglio di sicurezza Ban ki-moon: sostegno logistico bilaterale ma senza finanziamenti del Palazzo di vetro, un sostegno dello stesso tipo ma con quattrini sborsati dai membri delle Nazioni unite, un'entrata in campo dei caschi blu una volta che saranno terminate le operazioni “combat”. Ma gli scenari o le riunioni di coordinamento, dicono poco ai francesi in questo momento. La domanda che si fanno è se i “grandi” si muoveranno o no. Cosa farà la Germania? E, soprattutto, cosa fanno gli Stati uniti?

Washington risponde con lentezza. Ha messo a disposizione tre aerei per il trasporto truppe. Altri in futuro per rifornimenti in volo. Non solo, a Parigi sarebbe stato chiesto di pagare il servizio - scrive la stampa francese-, una richiesta senza precedenti e mal digerita. L'audizione della signora Clinton ieri al Congresso è stata del resto abbastanza chiara per farsi un'idea di come l'amministrazione se ne voglia star fuori. La Clinton si è concentrata sulla protezione di diplomatici e cittadini americani. Si, certo, il Mali ma...Gli Stati uniti hanno già fatto capire che di truppe di terra non se ne parla. Di più, sono riluttanti anche a rifornire in volo i cacciabombardieri. Vogliono starne fuori, almeno sino a quando il Mali non avrà cancellato il golpe militare del 2012. Infine le notizie dal fronte sulle violenze commesse dall'esercito maliano hanno tutta l'aria di lievitare. E l'esercito francese fa spallucce, dicendo a riguardo di non avere in mano alcuna prova.

C'è anche una partita moscovita e una orientale. Nella prima Mosca ha proposto ai francesi la possibilità che entrino in campo per il trasporto solo compagnie private russe. I cinesi invece stanno zitti, anche se Romano Prodi sta cercando di far loro capire che, nel continente dove spadroneggiano in campo economico, la partita è anche interesse di Pechino. Poi c'è il Giappone: la morte dei lavoratori nipponici in Algeria ha alzato i toni di una polemica mai sopita sul ruolo dell'esercito del Sol Levante. Con pruriti interventisti che per ora si sono solo tradotti nella chiusura dell'ambasciata a Bamako.

La polemica, o il nervosismo, agitano ovviamente anche la Francia. E non solo per rendita politica visto che Sarkò ha polemizzato con Hollande sulla gestione della guerra. Ieri Isabelle Lasserre, una reporter del Figaro con molti anni di professione alle spalle, spiegava che il Mali non sarà una passeggiata. Sarà una «guerra lunga» se Parigi vuol davvero fare (imparando dalla lezione afgana, suggerisce il suo collega Renaud Girard) quel che il ministro della Difesa Le Drian ha promesso: «sradicare il terrorismo senza lasciare sacche di resistenza». Da soli?

mercoledì 23 gennaio 2013

CONTI INTASCA ALL'ITALIA AFRICANA

Saremo un nuovo piccolo gendarme africano? Dopo le audizioni a camere riunite dei ministri Terzi e Di Paola ieri mattina, ci si interroga su cosa succederà dopo quei «due o tre mesi» che il titolare della Difesa, nel suo intervento, ha prefigurato per la prima temporanea durata della missione militare in terra africana che segna di fatto il nostro ingresso nella guerra del Mali.

Il come dove quando della missione è da definire ma chi conosce la stanze della Difesa sostiene che, nel giro di una settimana, le cose saranno più chiare a cominciare da dove avranno la loro base operativa i soldati dall'aeronautica militare italiana che dovranno accudire i due C-130 (trasporto truppe e/o merci) e il Kc-767 (aereo da rifornimento in volo) che l'Italia manderà a breve in soccorso delle forze Ecowas, l'organizzazione regionale dell'Africa occidentale che si sarebbe impegnata a mandare in Mali circa 4mila soldati da Nigeria (1200), Niger, Togo, Sierra Leone, Senegal e altri anche non appartenenti all'organizzazione (il Ciad ad esempio). Gli aerei italiani avrebbero il compito di trasportarli nel teatro operativo ma anche di servire come sostegno logistico dall'Europa, almeno stando al ministro. Dove si appoggeranno a loro volta? Di Paola ha prefigurato la possibilità che la base operativa possa anche essere a Bamako ma non è escluso, sostengono altre fonti, che si utilizzi un Paese confinante, il Niger ad esempio, dov'è attiva la missione Eucap Shael nella quale sono già impegnati militari italiani che “presterebbero” i primi 15-24 istruttori già promessi dall'Italia per la formazione dell'esercito maliano. Ma una base significa anche uomini che la gestiscono, assistenza tecnica, manutenzione, servizi di polizia militare.

Un calcolo approssimativo è che servirebbero almeno cento uomini (più o meno la stessa quantità schierata ad Al Bateen, negli Emirati, da dove si seguono le operazioni logistiche per e dall'Afghanistan e, prima, in Iraq). Cento soldati che si affiancherebbero a quelli già schierati nelle vari missioni (Congo, Sudan, Uganda, Libia, Minurso dove però sono attive poche unità, in media 3-5 persone) e a Gibuti dove per adesso ci sono alcune decine di marò, ma il cui numero dovrebbe però salire nei prossimi mesi. Fino a duecento, sostiene una fonte (assai di meno e appoggiati a strutture Nato, secondo notizie ufficiali).

Ma la preoccupazione vera riguarda il futuro. Cosa accadrà nei mesi successivi ai tre menzionati dal ministro? E, soprattutto, l'iniziativa prefigura un impegno di lungo periodo e l'impiego di altri soldati? Secondo un parlamentare, la scelta temporale non è casuale: intanto andiamo, poi si vedrà. Ci penserà il prossimo governo a gestire la base a Gibuti pianificata da La Russa (da cui sono partiti i due marò arrestati in India) e la nuova collocazione africana per i nostri aerei. Grane rimandate al prossimo esecutivo.