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giovedì 7 febbraio 2013

LA GUERRA IN MALI....

I risultati del sondaggio che Lettera22 ha condotto sui visitatori del suo sito a partire dalla prima settimana di guerra in Mali rivelano alcune cose, per quanto relativo sia un sondaggio sulla rete ma comunque su un sito che ha una specializzazione in politica estera, che pubblica soprattutto approfondimenti e che ha anche una buona percentuale di lettori fissi. Per 18 di loro (17,8%), la guerra Andava fatta senza se e senza ma, per 8 (8,2%) Andava condotta in altra maniera, per venti tra i votanti (20,5%) Era meglio trovare una via diplomatica e per la maggioranza(53,4%) invece La guerra è sempre sbagliata. Questi dati mi hanno stupito. Aggiungo due elementi.

Io avrei personalmente scelto l'ipotesi 2 per questi motivi: "senza se e senza ma" vuol dir tutto e nulla comprese le vittime civili. Insomma a qualsiasi costo. La sola via diplomatica, è in linea di principio la miglior strada, ma non al punto in cui eravamo arrivati in Mali. Pensandoci prima forse si poetva anche fare ma già un anno fa si capiva che le cose sarebbero andate in quella direzione: i jihadisti cercano lo scontro dunque bisogna prepararlo il problema è semmai come. Infine c'è il rifiuto totale della guerra. Mi trova d'accordissimo ma è un'aspirazione generale che, senza adeguati strumenti, resta solo un'enunciazione di principio. Credo che al punto in cui erano arrivati i fatti, il conflitto fosse inevitabile ma c'era ancora modo di fare altro: era meglio aspettare lo schieramento Ecowas (inclazando gli africani) e sarebbe bastata una schicchera per fermnare le colonne dei jihadisti perché il problema vero arriva adesso, col controllo territoriale. Infine non posso credere che non ci sia uno Stato africano con tre o quattro caccia che siano in grado di fermare una colonna di 150 jeep. E' un'azione che si può fare anche con gli elicotteri. Il conflitto era inevitabile ma è stato confotto more solito: uno Stato muscolare, e con passato coloniale, prende la testa del corteo e trascina tutti gli altri. E' la vecchia teoria che nel mondo sottosviluppato c'è sempre biosgno di noi. Così proprio non mi piace e c'era tutto il tempo di preparare per bene le cose visto che l'occupazione del Nord maliano era vecchia di mesi. Quanto all'Onu, che fa? Dorme sonni beati cullata dal dottor Ban Ki-moon, un uomo che si limita a prendere atto, risolutamente timido nel prendere l'iniziativa e specchio di quanto abbiamo esautorato la società delle nazioni. Guai a dar retta a chi continua a dire che l'Onu non serve a nulla: i suoi limiti dipendono solo dalle nostre scelte non dalla macchina in sé.

L'altra considerazione è che, vedendo man mano i risultati dei sondaggi, quello iperpacifista - La guerra è sempre sbagliata - ha preso forza via via che la guerra andava avanti. Quando se ne è parlato di più e quando, forse, son venute fuori le magagne. Tutti gli strateghi sanno - Hitler lo aveva chiarissimo - che la guerra lampo è la migliore proprio perché non lascia il tempo di riflettere. Ma questo genere di guerre, se mai sono esistite (perché un conflitto va poi sempre misurato sul lungo periodo), non funzionano più. La loro unica fortuna è il black out informativo e la sempre minor attenzione dei media e dei decisori politici ai conflitti. L'Italia ha mandato due aerei e un centinaio di soldati da quelle parti (non sappiamo bene dove) ma il passaggio parlamentare che ha autorizzato l'invio (dunque l'entrata in guerra) è avvenuto con...un'ordine del giorno...dopo un dibattito scarno e poco approfondito.

Certo, quando le cose vengono fatte così è meglio astenersi. Davvero la guerra è il peggiore dei mali soprattutto quando la si fa nel silenzio generale, tanto più potente quanto la guerra è lontana e non riguarda fratellini con la pelle bianca.

sabato 2 febbraio 2013

MALI, I NODI AL PETTINE

I nodi vengono al pettine. Nello stesso giorno, Amnesty International e Human Rights Watch, le maggiori organizzazioni di tutela dei diritti umani, hanno denunciato gli abusi commessi sulla popolazione civile nella guerra in Mali, dopo che francesi ed esercito di Bamako hanno ripreso le città sotto controllo islamista. Alle loro voci si aggiunge quella di testimonianze raccolte dai pochi giornalisti, tra cui quelli dell'Associated Press, che riescono a raggiungere le zone “liberate”.

Quello che si temeva e che, senza essere facili Cassandre, era già stato denunciato dalle prime indicazioni emerse dopo i raid francesi iniziati a gennaio, è adesso una realtà codificata che ha sostituito alle ipotesi e alle illazioni prove e testimonianze oculari che raccontano di bombardamenti, arresti indiscriminati, esecuzioni, corpi abbandonati nel deserto descritti da che ha visto. In un clima, denunciano le organizzazioni umanitarie, nel quale l'esercito maliano agisce da censore, dando indicazioni a chi parla con la stampa o vietando contatti con stranieri in cerca di informazione.

Amnesty International ha reso noto ieri un dossier, il primo sulla situazione in Mali durante il conflitto e redatto al termine dell'ultimo lavoro (di cui abbiamo dato notizia il 22 gennaio) di una missione spedita sul posto per verificare voci e timori che già allora, a nemmeno due settimane dai primi raid, si stavano trasformando nella cruda normalità della guerra e nel tradizionale meccanismo di “pulizia” che segue di regola le operazioni militari dall'aria. Il dossier (il quarto dal 2012 e il primo del 2013 dopo le missioni a Ségou, Sevaré e Niono e nelle città di Konna and Diabaly dopo l'arrivo dei franco-maliani) dice che un “quadro più chiaro del costo del conflitto sta iniziando ad emergere” anche se resta “molto difficile confermare tutte le circostanze delle molte presunte violazioni”. Amnesty ha però ricevuto testimonianze “credibili” su civili vittime di “esecuzioni extragiudiziali da parte dell'esercito del Mali dal 10 gennaio 2013”, cioè dopo l'intervento francese. Inoltre, l'organizzazione ha avuto notizia che almeno cinque civili, tra cui tre bambini, sono stati uccisi in un attacco aereo lanciato durante la controffensiva congiunta franco maliana per riprendere la città di Konna. Amnesty ha anche raccolto “testimonianze di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte dei gruppi armati islamici” che si sono macchiati di omicidi hanno fatto uso di bambini soldato.

Ma se le nefandezze degli islamisti dei gruppi qaedisti, da cui la stragrande maggioranza dei residenti ha preso le distanze, non stupiscono, ciò che più colpisce del rapporto è l'accusa all'esercito maliano, in qualche modo coperto se non altro dal silenzio delle autorità francesi. “Le informazioni ricevute da Amnesty – dice ancora il rapporto First Assessment of the Human Rights situtione after three week Conflict - indicano che dopo che le forze franco maliane hanno assunto il controllo di Gao e Timbuctu, civili tuareg e arabi - accusati di essere vicini ai gruppi islamisti armati – sono stati presi di mira da parte dei residenti e parte dei loro beni sono stati saccheggiati”. AI ha ricevuto richieste d'aiuto da gente di Gao che si dichiaravano obiettivo di rappresaglia per i suoi presunti legami con tuareg o gruppi armati islamisti, mentre le forze governative sarebbero rimaste a guardare.

Sugli attacchi aerei ancora si sa poco, ma la testimonianza di un parente delle vittime è inequivocabile. E' l'11 gennaio a Konna: “Ho sentito il rumore di due elicotteri e immediatamente il lancio dei razzi...sono stato ferito da schegge nei piedi. Poi vengono sparate bombe contro le cinque finestre e le tre porte della mia casa dove ci sono mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Mi sono precipitato dentro e ho visto i miei fratelli coperti di sangue che scorreva a fiotti da diverse ferite...erano già morti”. Di quella famiglia ci sono nomi ed età: Aminata Maiga 40 anni, Adama dieci anni, Ali 11, Zeinabou sei. Un altro dei fratelli, Saouda, si è salvato: è stato ferito a un braccio e a una gamba. Poco più in là un siluro ucciderà un meccanico in bicicletta. Sono i primi effetti collaterali di cui abbiamo notizia certa.

Hrw dal canto suo ha denunciato ieri (un giorno dopo l'uscita del suo Rapporto 2013) un episodio raccapricciate: si svolge a Sevaré il 9 gennaio, prima dell'attacco francese, e mentre Konna, 65 chilometri più a Nord, è sotto attacco dei ribelli islamisti. Qui la pulizia (in parte anche etnica visto che si tratta per lo più di peul, una minoranza maliana dalla pelle ambrata e dai tratti somatici nilotici) è preventiva. La cornice è la stazione degli autobus dove l'esercito ferma dei sospetti che non hanno documenti: i testimoni raccontano di attimi drammatici in cui gli arrestati, prima di essere portati via, cercano disperatamente tra il pubblico testimoni della loro identità. Poi 13 persone, forse di più, vengono portate in un campo e fucilate. I loro corpi finiscono nei pozzi vicini, il modo ormai usuale in Mali per far sparire i cadaveri. L'esercito nega. Non sa nulla nemmeno di cinque uomini scomparsi nelle guarnigioni di Konna e Sevaré sempre in gennaio. Non è l'unico crimine denunciato dall'organizzazione che certifica anche testimonianze su soldati sotto l'effetto patente dell'alcol. Hrw non risparmia certo gli islamisti che si sono distinti in violazioni di ogni tipo: esecuzioni sommarie, e, come già denunciato dall'organismo con sede a New York, l'utilizzo di bambini soldato, addirittura di solo 11 anni.

Alle voci di Hrw e AI si aggiunge quella dei giornalisti. Ieri l'Associated Press ha riferito di tre uomini arrestati dai maliani a Timbuctu e visitati in carcere. I tre, islamisti noti, hanno denunciato torture: “Mi hanno versato in bocca e sulle narici 40 litri d'acqua sino a soffocarmi...pensavo di morire – dice Ali Guindo – dormivo all'addiaccio e ogni notte mi vbuttavano addosso acqua gelata”. Tutti e tre riferiscono ad Ap una versione molto simile. Sino a che i soldati non fanno rapidamente smettere l'intervista.

giovedì 24 gennaio 2013

LA SOLITUDINE DELL'ELISEO

Gli americani fanno melina, i tedeschi tacciono, La Ue organizza riunioni. Gli africani arrivano col contagocce. E a Parigi cresce la sindrome di una guerra solo francese

Cominciano a essere nervosi i francesi. Temono, forse, di essere lasciati soli in quell'operazione Serval iniziata due settimane fa e che, per il momento, combattono in solitario con l'aiuto dell'esercito maliano. La partita si gioca sul piano diplomatico tra telefonate, riunioni, pressioni degli ambasciatori. L'Europa risponde con calma. Washington con ancor maggior lentezza. Per ora, l'unica vera certezza restano gli africani.

La missione Misma, decisa dall'Ecowas - l'organizzazione dei Paesi dell'Africa occidentale - dovrebbe rivedere al rialzo la stima di circa tremila soldati in gran parte ancora sulla carta. Secondo Ecowas, al loro fianco ci saranno anche Ciad, Sudafrica, Ruanda e forse Tanzania e Burundi e saranno gli europei a mettere a disposizione gli aerei di trasporto (due quelli italiani promessi dal ministro Terzi). Gli oltre 1500 uomini già pronti e i quadri superiori della catena di comando sono solo in parte arrivati a Bamako. Gli altri aspettano nel vicino Niger. Sul piano militare, oltre al sostegno informativo garantito anche dagli Stati uniti, tra i Paesi occidentali solo la Gran Bretagna ha mandato un drappello delle sue forze speciali. Lo rivelava ieri il Guardian, specificando però che non hanno compiti di combattimento. Altri offrono (pochi) aerei.

Mentre l'Unione europea ha convocato per il 5 febbraio una riunione a Bruxelles con Unione africana, Ecowass e Onu, le Nazioni unite preparano uno scenario in tre opzioni, come ha scritto al Consiglio di sicurezza Ban ki-moon: sostegno logistico bilaterale ma senza finanziamenti del Palazzo di vetro, un sostegno dello stesso tipo ma con quattrini sborsati dai membri delle Nazioni unite, un'entrata in campo dei caschi blu una volta che saranno terminate le operazioni “combat”. Ma gli scenari o le riunioni di coordinamento, dicono poco ai francesi in questo momento. La domanda che si fanno è se i “grandi” si muoveranno o no. Cosa farà la Germania? E, soprattutto, cosa fanno gli Stati uniti?

Washington risponde con lentezza. Ha messo a disposizione tre aerei per il trasporto truppe. Altri in futuro per rifornimenti in volo. Non solo, a Parigi sarebbe stato chiesto di pagare il servizio - scrive la stampa francese-, una richiesta senza precedenti e mal digerita. L'audizione della signora Clinton ieri al Congresso è stata del resto abbastanza chiara per farsi un'idea di come l'amministrazione se ne voglia star fuori. La Clinton si è concentrata sulla protezione di diplomatici e cittadini americani. Si, certo, il Mali ma...Gli Stati uniti hanno già fatto capire che di truppe di terra non se ne parla. Di più, sono riluttanti anche a rifornire in volo i cacciabombardieri. Vogliono starne fuori, almeno sino a quando il Mali non avrà cancellato il golpe militare del 2012. Infine le notizie dal fronte sulle violenze commesse dall'esercito maliano hanno tutta l'aria di lievitare. E l'esercito francese fa spallucce, dicendo a riguardo di non avere in mano alcuna prova.

C'è anche una partita moscovita e una orientale. Nella prima Mosca ha proposto ai francesi la possibilità che entrino in campo per il trasporto solo compagnie private russe. I cinesi invece stanno zitti, anche se Romano Prodi sta cercando di far loro capire che, nel continente dove spadroneggiano in campo economico, la partita è anche interesse di Pechino. Poi c'è il Giappone: la morte dei lavoratori nipponici in Algeria ha alzato i toni di una polemica mai sopita sul ruolo dell'esercito del Sol Levante. Con pruriti interventisti che per ora si sono solo tradotti nella chiusura dell'ambasciata a Bamako.

La polemica, o il nervosismo, agitano ovviamente anche la Francia. E non solo per rendita politica visto che Sarkò ha polemizzato con Hollande sulla gestione della guerra. Ieri Isabelle Lasserre, una reporter del Figaro con molti anni di professione alle spalle, spiegava che il Mali non sarà una passeggiata. Sarà una «guerra lunga» se Parigi vuol davvero fare (imparando dalla lezione afgana, suggerisce il suo collega Renaud Girard) quel che il ministro della Difesa Le Drian ha promesso: «sradicare il terrorismo senza lasciare sacche di resistenza». Da soli?

mercoledì 23 gennaio 2013

CONTI INTASCA ALL'ITALIA AFRICANA

Saremo un nuovo piccolo gendarme africano? Dopo le audizioni a camere riunite dei ministri Terzi e Di Paola ieri mattina, ci si interroga su cosa succederà dopo quei «due o tre mesi» che il titolare della Difesa, nel suo intervento, ha prefigurato per la prima temporanea durata della missione militare in terra africana che segna di fatto il nostro ingresso nella guerra del Mali.

Il come dove quando della missione è da definire ma chi conosce la stanze della Difesa sostiene che, nel giro di una settimana, le cose saranno più chiare a cominciare da dove avranno la loro base operativa i soldati dall'aeronautica militare italiana che dovranno accudire i due C-130 (trasporto truppe e/o merci) e il Kc-767 (aereo da rifornimento in volo) che l'Italia manderà a breve in soccorso delle forze Ecowas, l'organizzazione regionale dell'Africa occidentale che si sarebbe impegnata a mandare in Mali circa 4mila soldati da Nigeria (1200), Niger, Togo, Sierra Leone, Senegal e altri anche non appartenenti all'organizzazione (il Ciad ad esempio). Gli aerei italiani avrebbero il compito di trasportarli nel teatro operativo ma anche di servire come sostegno logistico dall'Europa, almeno stando al ministro. Dove si appoggeranno a loro volta? Di Paola ha prefigurato la possibilità che la base operativa possa anche essere a Bamako ma non è escluso, sostengono altre fonti, che si utilizzi un Paese confinante, il Niger ad esempio, dov'è attiva la missione Eucap Shael nella quale sono già impegnati militari italiani che “presterebbero” i primi 15-24 istruttori già promessi dall'Italia per la formazione dell'esercito maliano. Ma una base significa anche uomini che la gestiscono, assistenza tecnica, manutenzione, servizi di polizia militare.

Un calcolo approssimativo è che servirebbero almeno cento uomini (più o meno la stessa quantità schierata ad Al Bateen, negli Emirati, da dove si seguono le operazioni logistiche per e dall'Afghanistan e, prima, in Iraq). Cento soldati che si affiancherebbero a quelli già schierati nelle vari missioni (Congo, Sudan, Uganda, Libia, Minurso dove però sono attive poche unità, in media 3-5 persone) e a Gibuti dove per adesso ci sono alcune decine di marò, ma il cui numero dovrebbe però salire nei prossimi mesi. Fino a duecento, sostiene una fonte (assai di meno e appoggiati a strutture Nato, secondo notizie ufficiali).

Ma la preoccupazione vera riguarda il futuro. Cosa accadrà nei mesi successivi ai tre menzionati dal ministro? E, soprattutto, l'iniziativa prefigura un impegno di lungo periodo e l'impiego di altri soldati? Secondo un parlamentare, la scelta temporale non è casuale: intanto andiamo, poi si vedrà. Ci penserà il prossimo governo a gestire la base a Gibuti pianificata da La Russa (da cui sono partiti i due marò arrestati in India) e la nuova collocazione africana per i nostri aerei. Grane rimandate al prossimo esecutivo.

martedì 22 gennaio 2013

SE I TIMORI DI AMNESTY IN MALI DIVENTANO REALTA'

A una settimana dall'inizio dell'offensiva francese in Mali si affaccia il volto più odioso della guerra: le violenze sui civili. Commesse dalla guerriglia islamista, cosa già nota da tempo, ma anche dalle forze regolari maliane. Una denuncia che si basa su prove raccolte dalle maggiori organizzazioni per la difesa dei diritti umani e che comincia a fare i conti anche con i bombardamenti indiscriminati.

La prima messa in guardia su quanto accadeva e poteva accadere in Mali, Amnesty International l'aveva già detta e scritta il 14 gennaio scorso, chiedendo «a tutte le parti coinvolte nel conflitto armato del Mali di garantire che i civili siano protetti perché vi è il concreto timore che gli scontri possano dar luogo ad attacchi indiscriminati o altri attacchi illegali in zone in cui i membri dei gruppi armati islamisti sono mescolati alla popolazione civile» e che dunque «le forze che prendono parte agli attacchi armati devono a ogni costo evitare bombardamenti indiscriminati e fare il massimo per evitare vittime civili». Ma adesso la preoccupazione è diventata realtà e si basa su una raccolta di casi e prove che certificano come non siano soltanto gli islamisti a usare modi sbrigativi coi civili. Ci sono infatti evidenze di esecuzioni sommarie e abusi compiuti anche dai militari maliani. Una sorta di vendicativa ritorsione nelle città riconquistate accanto alla quale si somma l'accusa per l'esercito di Bamako di aver bombardato in maniera indiscriminata i campi dei nomadi tuareg (per ora molto poco si sa invece sugli effetti dei bombardamenti francesi).

La voce di Amnesty non è isolata: ha preso posizione Human Rights Watch, la Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) e la sua emanazione maliana (Amdh). Pressioni insomma per vederci più chiaro anche perché la recente decisione del procuratore della Corte penale internazionale Fatou Bensouda – che alcuni giorni fa ha aperto un'inchiesta sui crimini commessi nel Nord del Mali – si concretizzi in un'azione in profondità: vada cioè sino in fondo, anche se la stessa Amnesty ammette che l'inchiesta della corte rischia di essere riduttiva se non si impegneranno al suo fianco sia la giustizia maliana sia la comunità inernazionale...Leggi tutto su Lettera22

domenica 20 gennaio 2013

ROMPICAPO AMERICANO

Per adesso gli americani stanno alla finestra. Guerra senza frontiere ai terroristi, logistica e intelligence ma dalla poltrona di casa. Leon Panetta è stato chiaro: Washington intraprenderà «tutti i passi necessari per proteggere gli americani» ma resta da decidere se si tradurranno o meno «in un'assistenza ad altri nelle operazioni militari o in una collaborazione nella messa a punto di operazioni nella zona». Il segretario alla Difesa aveva già escluso missioni di terra, facendo eco al Dipartimento di Stato: «Stiamo valutando le richieste», aveva detto lunedi scorso la portavoce Victoria Nuland, aggiungendo però che Washington non era dell'idea di sostenere direttamente i soldati del Mali prima che un processo democratico avesse fatto pulizia del golpe militare. Tutte voci all'unisono? Non proprio.

A tutta prima sembrerebbe che l'opzione scelta da Obama sia quella di dare una mano e forse anche due ma senza sporcarle. In questo senso andrebbe il progetto di una lunga visita nei Paesi africani che prevede diversi stop in altrettante democrazie del continente. Stare alla finestra infatti non vuol dire stare a guardare in un pianeta dove, oltre alla minaccia qaeduista, si fa sentire la concorrenza cinese. Ma se nell'amministrazione c'è chi pensa che un ruolo troppo diretto degli Stati uniti potrebbe alimentare anziché frenare la propaganda jihadista, non tutti la pensano così. Bruce Hoffman, influente specialista di terrorismo vicino alla Rand Corporation, citato ieri dal Wall Street Journal, la vede in modo opposto: “In Libia ci siamo mossi da dietro ma non penso che i risultati a lungo termine si siano rivelati a nostro vantaggio. Quel che è successo ha lasciato un Paese instabile che poi ha creato nuovi problemi. Non penso che dovremmo ripetere l'esperienza in Mali o Algeria”. Potrebbe essere una voce isolata oppure segnalare che non tutti sono d'accordo con la posizione sino ad ora assunta da Washington.

Inoltre il capo della Difesa americana è a fine mandato: il suo sostituto Chuck Hagel, dovrebbe subentrargli a metà febbraio e nessuno fa mistero del fatto che l'uomo che ha sconfitto bin Laden e che è stato a capo della Cia, avrebbe preferito non sorbirsi questa grana. Un suo collaboratore ha confidato al New York Times che Panetta avrebbe voluto lasciare già dopo il lavoro alla Cia.

Adesso però deve decidere se seguire l'orientamento soft indicato dalla Casa bianca o spingere sull'acceleratore. Nei due casi rischia di sbagliare. A quanto si dice la Cia vorrebbe espandere la politica dei droni ritenuta un successo in Pakistan, Yemen e Somalia. Qualcosa in più dunque del semplice sostegno logistico ai francesi. Si tratterebbe in sostanza di spostare gli uffici di pilotaggio in un Paese “amico” da cui spiare i deserti maliani. L'Europa non sarà un problema ma l'Algeria si. E non solo per la crisi degli ostaggi. Gli americani hanno già fatto avance chiedendo da tempo il permesso di sorvolo per missioni di ricognizione a lungo raggio. Che Algeri avrebbe negato in più di un'occasione, promettendo di concederlo solo se avesse potuto condividere le informazioni raccolte dagli americani, che hanno rifiutato temendo fughe di notizie. Una vecchia grana che adesso è esplosa.

Nondimeno, secondo il Washington Post, gli Usa sono diventati “dipendenti” dalle informazioni raccolte dagli algerini, gli unici ad avere cognizione della costellazione jihadista nordafricana. Gli algerini inoltre, estremamente cauti sulla vicenda maliana, hanno fatto agli americani un altro sgarbo, negando loro di mettere in piedi a Tamanrasset, dov'era stato istituito una sorta di centro di monitoraggio condiviso con maliani,nigeriani e mauritani, una postazione permanente stellestrisce.

sabato 19 gennaio 2013

BAMAKO NON E' KABUL


Il Mali non è l'Afghanistan sebbene in questi giorni il paragone vada forte. Sul New York Times di ieri il titolo “Mali Need Not Be France’s Afghanistan” riproponeVA un leit motiv nel quale finiscono a trovar posto una serie di luoghi comuni dove inevitabilmente campeggia il “tribalismo”, già visto in Afghanistan, già sentito per la Libia, un conflitto, quest'ultimo, che ha molto a che vedere con la crisi maliana.

In realtà se c'è un minimo comun denomimatore, questo non riguarda le paludi, umide o desertiche, evocate dai conflitti contemporanei: Vietnam o Afghanistan a seconda dei casi, e cioè dei Paesi coinvolti. Riguarda semmai lo strumento della guerra per come viene ormai impiegato: azioni di singoli, con un mandato internazionale vago e individualmente interpretato.

Ha scritto
P. G. Spinelli su “Ispi Dossier” che alla base dell'intervento c'è «...la risoluzione adottata nell’ambito del capitolo 7 della Carta dell'Onu, legittimante l’uso della forza per intraprendere le azioni necessarie per contrastare una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali...ma è pur vero che la risoluzione, a tal fine, autorizza esplicitamente non qualunque tipo di azione bensì la costituzione e il dispiegamento sul terreno di una forza multinazionale “a conduzione africana”... sotto l’egida dell’Ecowas» mentre l’azione militare francese si pone «come abbozzo di una nuova ed ennesima coalizione dei volenterosi». Questa si una cosa già vista nel caso afgano...

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