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lunedì 1 novembre 2021

Il brutale sogno dei generali brimani


Human Security n.16 a cura di Stefano Ruzza
qui per scaricare il numero
qui l'articolo a 4 mani con Alessandro De Pascale sulle munizioni italiane in Myanmar

lunedì 20 settembre 2021

Pallottole italiane e proteste tailandesi

 I
l ritrovamento di bossoli di cartucce Made in Italy sulle strade della capitale tailandese sottolinea due elementi: l’inasprimento della repressione delle dimostrazioni di piazza che da quasi due anni invadono le strade di Bangkok e delle principali città, e una tenace perseveranza della società civile tailandese, che ha trasformato una battaglia studentesca in un movimento sociale diffuso. Benché l’attenzione generale sia richiamata altrove (soprattutto per l’inasprirsi della crisi birmana) il movimento che contesta la leadership del premier Prayut Chan-o-cha, un generale in doppiopetto affacciatosi nella politica locale con un golpe nel maggio 2014 contro il governo di transizione di Yingluck Shinawatra, è una realtà forte. 

Le proteste, iniziate nei primi mesi del 2020, sono ricominciate dopo una parentesi dovuta al Covid e sono riprese anche per contestare l’incapacità dell’esecutivo di far fronte al problema (quasi un milione e mezzo di contagi da inizio pandemia e quasi 15mila morti). Esecutivo che si è spesso servito del Covid proprio per vietare assembramenti e manifestazioni. Le ultime prove di forza del movimento risalgono a una settimana fa quando la protesta, fatta  con le automobili per sfuggire ai divieti, ha fatto i conti con la terza mozione di sfiducia presentata agli inizi del mese contro Prayut alla quale il premier è però sopravvissuto con una buona  maggioranza di sostenitori (264 contro 208).  

Il movimento di opposizione al premier, di cui chiede le dimissioni, vuole nuove regole costituzionali: cambiare la legge che garantisce un  Senato scelto e non eletto (che garantisce al premier una solida stabilità) e la modifica di alcune prerogative della casa reale, retta da un monarca che non gode tra l’altro di buona stampa tra i sudditi. Il tabù sulla monarchia più blindata del pianeta è stato rotto dalla richiesta che il re faccia un passo indietro rispetto alle vicende politiche e che siano anche separati i suoi beni personali da quelli della corona, ritenuti un tesoro della nazione e non della casa reale.
Intanto un tribunale di Bangkok ha garantito la libertà su cauzione a quattro leader della protesta arrestati in agosto ma ci sono 767 persone denunciate da luglio (522 gli arrestati finora) mentre uno  dei più noti leader del movimento - Parit "Penguin" Chiwarak –, cui era stato  garantito il rilascio su  cauzione, è stato riarrestato per accuse relative alle proteste dello scorso anno. 

lunedì 9 agosto 2021

Come la giunta birmana colpisce all'estero l'opposizione


Un complotto scoperto dall’Fbi per zittire e semmai uccidere l’ambasciatore birmano all’Onu è l’ultimo tassello delle operazioni d’oltremare messe in piedi dai golpisti del Myanmar per colpire l’opposizione. Un tassello in cui ne sbuca un altro – la Thailandia – che riconduce a un’operazione d’oltremare “italiana”: quella delle pallottole di una ditta di Livorno ritrovate in Myanmar forse proprio attraverso una possibile triangolazione tailandese. Un complotto che non sembra comunque intimidire gli oppositori: né i funzionari all’estero che lottano contro la giunta, come l’ambasciatore all’Onu Kyaw Moe Tun, né chi non si arrende al regime militare in Myanmar, né chi continua a manifestare all’estero contro i golpisti. Oggi, in tutto il mondo (Italia compresa), si ricordano la “strage degli studenti” dell’agosto 1988 (8.8.88) e quelle quotidiane in un Paese con quasi mille vittime e un bilancio di oltre 7mila arresti. Ma andiamo con ordine...

A quattro mani con Alessandro De Pascale su ilmanifesto,  su Lettera22 e su atlanteguerre

lunedì 19 luglio 2021

Pallottole italiane in Myanmar: il punto

La ditta livornese Cheddite, al centro della polemica su cartucce col suo marchio ritrovate in Myanmar nel marzo scorso nei teatri di scontro tra la popolazione civile e i militari golpisti birmani, continua a non rispondere alle nostre richieste di chiarimenti. Stesso discorso per l’azienda turca che detiene il marchio Yaf (la ZSR Patlayici Sanayi A.S.), attraverso la quale si sospetta siano arrivate su suolo birmano le cartucce italiane da caccia calibro 12 in questione.

La risposta del governo all’interrogazione parlamentare di Erasmo Palazzotto -  di cui ilmanifesto ha dato conto giovedi - su come l’embargo sulle armi al quale l’Ue sottopone il Myanmar dagli anni ‘90 possa essere stato aggirato, è molto dettagliata anche grazie ad un controllo effettuato dalla Questura di Livorno all’azienda franco-italiana. La risposta, affidata al  sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano (5 Stelle), conferma  quella che ilmanifesto aveva definito “la pista turca”, ovvero la fornitura alla ditta anatolica in questione di «kg 400.000 di polvere senza fumo per la produzione di cartucce da caccia e da tiro per fucili ad arma liscia» il 26 febbraio 2020 e il 20 gennaio 2021. Del resto, fino a pochi anni fa, l’azienda italo-francese Cheddite, come dimostrano le visure camerali, aveva partecipazioni dirette nella Yaf turca che avrebbero consentito alla ditta anatolica di produrre in proprio e commercializzare cartucce a marchio Cheddite-Yaf molto probabilmente direttamente in Turchia. Un rapporto, questo tra le due aziende, che quindi non si è interrotto dopo la vendita delle quote Yaf da parte di Cheddite, visto che l’esecutivo italiano ha confermato la vendita ai turchi della materia prima utile alla produzione di quelle cartucce (in questo caso la polvere senza fumo) anche in tempi recenti. Nella sua risposta a nome del governo, il sottosegretario Di Stefano ha parlato anche della richiesta, avanzata dalla Cheddite nel settembre 2018 e ritirata esattamente un mese dopo, per esportare direttamente in Myanmar 600.000 cartucce calibro 12. Confermando, quindi, l’esistenza, almeno in un caso accertato, di contatti diretti con quel Paese.

Salta poi all’occhio, la presenza nel consiglio di amministrazione dell’azienda, di  Frederic Yvan Tung
Gia Pham, cittadino francese il cui cognome riconduce a probabili origini in quella che è l’ex Indocina  francese. Da una semplice ricerca online, Pham, dopo aver avuto a Parigi una propria azienda (la Euro-Outdoor) finita al Tribunale fallimentare, sembra attualmente ricoprire ruoli, oltre che  nel cda della Cheddite di Livorno, anche in altre aziende attive nella produzione e nel commercio di armi e munizioni, dalla Francia al Quebec, passando per la Spagna, quali ad esempio la Mary Arm SA, la Nobel Sport Espana SA e la Munitions Challengers.

La risposta a Palazzotto (pende ancora quella alla deputata Lia Quartapelle) era stata sollecitata anche da una rete della società civile italiana che, dopo aver chiesto chiarimenti alla Cheddite il 18 marzo (senza risposta) si era poi incontrata col sottosegretario. “La risposta di Di Stefano - commenta Giorgio Beretta di Opal -  è molto articolata e conferma l’effettiva possibilità che munizioni o parti di esse prodotte in Italia siano tuttora esportate dall’azienda turca in Myanmar, come è avvenuto nel 2014. Succede perché, la legge 110/1975 (che regolamenta le esportazioni di armi e munizioni comuni, sportive e da caccia) a differenza della legge 185/1990 (che regolamenta l’export di armi e munizioni di tipo militare) non richiede che l’azienda notifichi alle autorità italiane il destinatario  e utilizzatore finale delle armi e munizioni esportate.  Un problema che va al più presto risolto”.  

Anche a Cecilia Brighi di Italia Birmania Insieme la risposta a Palazzotto sembra “puntuale” anche se, aggiunge, “il sottosegretario non si pronuncia sul fatto se il governo intenda o meno sostenere le modifiche alla legge 185/90 presentate in parlamento in modo da ricondurre  tutte le esportazioni di armi e munizioni al regime previsto dalla 185/90." Un punto condiviso anche da Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante delle guerre: “E’ chiaro che il buco legislativo va colmato in modo da impedire che cartucce per cacciare cinghiali diventino proiettili per uccidere persone”.  

Questo articolo a 4 mani con Alessandro De Pascale è uscito ieri su ilmanifesto