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lunedì 20 settembre 2021

Pallottole italiane e proteste tailandesi

 I
l ritrovamento di bossoli di cartucce Made in Italy sulle strade della capitale tailandese sottolinea due elementi: l’inasprimento della repressione delle dimostrazioni di piazza che da quasi due anni invadono le strade di Bangkok e delle principali città, e una tenace perseveranza della società civile tailandese, che ha trasformato una battaglia studentesca in un movimento sociale diffuso. Benché l’attenzione generale sia richiamata altrove (soprattutto per l’inasprirsi della crisi birmana) il movimento che contesta la leadership del premier Prayut Chan-o-cha, un generale in doppiopetto affacciatosi nella politica locale con un golpe nel maggio 2014 contro il governo di transizione di Yingluck Shinawatra, è una realtà forte. 

Le proteste, iniziate nei primi mesi del 2020, sono ricominciate dopo una parentesi dovuta al Covid e sono riprese anche per contestare l’incapacità dell’esecutivo di far fronte al problema (quasi un milione e mezzo di contagi da inizio pandemia e quasi 15mila morti). Esecutivo che si è spesso servito del Covid proprio per vietare assembramenti e manifestazioni. Le ultime prove di forza del movimento risalgono a una settimana fa quando la protesta, fatta  con le automobili per sfuggire ai divieti, ha fatto i conti con la terza mozione di sfiducia presentata agli inizi del mese contro Prayut alla quale il premier è però sopravvissuto con una buona  maggioranza di sostenitori (264 contro 208).  

Il movimento di opposizione al premier, di cui chiede le dimissioni, vuole nuove regole costituzionali: cambiare la legge che garantisce un  Senato scelto e non eletto (che garantisce al premier una solida stabilità) e la modifica di alcune prerogative della casa reale, retta da un monarca che non gode tra l’altro di buona stampa tra i sudditi. Il tabù sulla monarchia più blindata del pianeta è stato rotto dalla richiesta che il re faccia un passo indietro rispetto alle vicende politiche e che siano anche separati i suoi beni personali da quelli della corona, ritenuti un tesoro della nazione e non della casa reale.
Intanto un tribunale di Bangkok ha garantito la libertà su cauzione a quattro leader della protesta arrestati in agosto ma ci sono 767 persone denunciate da luglio (522 gli arrestati finora) mentre uno  dei più noti leader del movimento - Parit "Penguin" Chiwarak –, cui era stato  garantito il rilascio su  cauzione, è stato riarrestato per accuse relative alle proteste dello scorso anno. 

venerdì 29 gennaio 2016

Se un uccello (protetto) cambia la geopolitica

Esemplare di ubara, dall'arabo hubara,
della famiglia degli otididi.
Una sorta di otarda (avis tarda)
La Corte suprema di Islamabad, ribaltando una precedente sentenza, ha annullato venerdi scorso il bando in Pakistan sulla caccia all'ubara, un volatile a rischio di estinzione di cui vanno ghiotti teste coronate ed emiri del Golfo. Ecco come come un piccolo animale è diventato l'emblema di un grande problema di sovranità nazionale

A volte le cose più strane creano conflitti o diventano soluzione di problemi. E' il caso di un uccello dal piumaggio colorato, di una dinastia di paludati monarchi del Golfo e di un Paese povero dell'Asia meridionale. L'uccello si chiama ubara – in inglese Houbara bustard - ed è un animale grazioso della famiglia conosciuta come Chlamydotis undulata. E' originario del Nord Africa ma comprende una specie diffusa in Asia, detta MacQueen's bustard. In origine considerata una sottospecie della famiglia africana, è in realtà il tipo di ubara più numeroso. Ma ha un problema: la caccia. La caccia avviene quando l'ubara migra dalle steppe dell'Asia centrale, predilette dalla famiglia MacQueen, per andare a svernare in India e nel Sud del Pakistan, un Paese cui il caldo non manca mai. E qui abbiam detto dell'uccello e del Paese povero. Ora veniamo ai cacciatori: questi abitano tra Riad e Kuwait City, sono ricchi e appassionati della caccia col falco. Per loro, le steppe dell'Asia centrale son lontane. Il Pakistan invece, è il caso di dire, è a un tiro di schioppo. Ed è anche un Paese dove è facile ottenere il permesso per una specie protetta come è nel caso dell'ubara. Non è però la solita storia del ricco che va a caccia nel giardino del povero infischiandosene della legge. L'ubara è diventato un affare di Stato, anzi di Stati, che finisce a raccontare più di geopolitica che di arte venatoria o di giusta indignazione animalista. E' una storia che vale la pena di raccontare.

Se la geopolitica fosse fatta solo di confini, accordi diplomatici e, in caso di guerra, di forniture di
armi, mezzi e soldati, la lettura di come va il mondo sarebbe molto semplice. In poche parole, per capire cosa accade tra il Pakistan e l'Arabia saudita, dopo che Islamabad ha prima negato i suoi soldati a Riad nella guerra in Yemen e, recentemente, si è dimostrata molto fredda verso la coalizione anti sciita messa in piedi dai sauditi per contenere l'Iran, basta guardare la carta geografica: il Pakistan confina con l'Iran, Paese a maggioranza sciita con cui ha accordi commerciali importanti e progetti in corso. Il Pakistan è interessato al petrolio e al gas iraniano e infine ospita una minoranza sciita importante. Se volete c'è anche di mezzo l'Afghanistan, Paese in guerra e con cui i nostri due confinano. Si capisce dunque la riluttanza di Islamabad a schierarsi coi sauditi nel loro jihad anti irano-sciita. Ma c'è dell'altro, un uccello appunto. Il nostro, o la nostra, ubara.