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venerdì 8 marzo 2024

Quattro viaggi "fuori rotta" da ascoltare


“Fuori Rotta” è un podcast di 11Decimi, la collana di approfondimento giornalistico di Next New Media che proporne 4 racconti in collaborazione con Lettera22. E' un viaggio non turistico in alcune città del mondo spesso poco note al nostro sguardo, raccontate da chi le ha vissute e le ha viste cambiare negli anni. “Fuori Rotta. L’altro volto delle città” svela luoghi, persone, abitudini e mutamenti culturali
e sociali di città e metropoli al centro di profondi cambiamenti. La prima puntata, su Dacca, è uscita oggi e si può ascoltare qui con la voce di Giuliano Battiston.


Le prossime città sono Manila (Paolo Affatato), Juba (Irene Panozzo), Bangkok (Emanuele Giordana con Massimo Morello).

Coordinamento editoriale: Tiziana Guerrisi
Producer: Sara Sartori
Post-produzione e musiche: Pietro Snider e Lorenzo Sidoti
Progetto grafico: Beatrice Camberau
Coordinamento collana 11Decimi: Andrea Battistuzzi
Produzione Next New Media Srl. marzo 2024 ©️ tutti i diritti riservati.

giovedì 11 ottobre 2018

Benzina sul fuoco a Dacca

E’ un’atmosfera sempre più tesa quella che si respira a Dacca alla vigilia di elezioni che ancora non sono state messe in calendario. Sempre più tesa dopo che il tribunale ha comminato ieri ben 19 condanne a morte nelle file dell’opposizione e una sentenza di ergastolo al suo capo in esilio a Londra. La vicenda riguarda i gravissimi incidenti del 2004 quando un corteo dell’allora partito di opposizione – la Lega Awami ora al governo – fu attaccato anche con granate, con l’intento - secondo l’accusa - di uccidere il capo della Lega signora Sheikh Hasina, ora primo ministro. La donna fu circondata da un cordone di militanti del partito che le salvarono la vita ma negli incidenti morirono oltre venti persone tra cui personaggi di spicco del suo movimento. Per i giudici si è trattato di un “meticoloso complotto” per uccidere la leader dell’AL, guidando la mano del gruppo jihadista Harkatul Jihad al Islami. Per l'opposizione, il Bangladesh Nationalist Party, non è invece che un processo motivato politicamente. E in un momento molto delicato per la destra Bangladese, rappresentata appunto dal Bnp.

La pena di morte per i 19 include due ex ministri mentre l’ergastolo riguarda invece Tarek Rahman, figlio in esilio dell’ex premier Khaleda Zia. Non contenta la Lega Awami, partito teoricamente progressista e di sempre più tenue ispirazione socialdemocratica, vorrebbe la pena capitale anche per Tarek, che vive nel Regno unito dove si è rifugiato nel 2008 mentre si addensavano nubi sulla sua famiglia. La madre, premier sino al 2006 in alternanza con Sheikh Hasina, fa parte di una delle maggiori dinastie del potere locale: negli anni Sessanta aveva sposato Ziaur Rahman, un ufficiale diventato nel 1977, alcuni anni dopo l’indipendenza, presidente. Viene ucciso nel 1981 e Khalezda Zia si butta in politica. Come in ogni dinastia anche i due figli Tarek e Arafat le sono vicini. Nel 2007 vengono entrambi arrestati per corruzione ma riescono a uscire (nel 2015 Arafat muore). Ma i guai giudiziari tornano più volte per Tarek e nel 2018 per la madre, arrestata per una vicenda di corruzione legata a fondi esteri utilizzati per lo Zia Orphanage Trust, fondazione di famiglia. Condannata a 5 anni di galera ora Khaleda Zia, che alcuni giorni fa è riuscita a farsi spostare in un ospedale di Dacca per problemi di salute ma sempre sotto custodia, facilmente sarà interdetta dalle prossime elezioni. Ipotesi che ha reso il clima politico incandescente. La nuova sentenza butta benzina sul fuoco.

Quattromila agenti presidiavano ieri la capitale perché è chiaro che il Bnp non passerà la cosa sotto silenzio e reagirà con manifestazioni di piazza, un’attività che in Bangladesh costa molto spesso la vita a chi vi partecipa. Tarek è teoricamente il capo del Bangladesh Nationalist Party anche se a casa per ora non può tornare. Oltre all’ergastolo – e una possibile futura condanna a morte – deve sommare altri anni di galera per diversi guai giudiziari che riguardano il periodo in cui sua madre era al governo.

martedì 7 agosto 2018

Pugno di ferro a Dacca contro gli studenti (aggiornato)

Shahidul Alam in uno scatto di  Rahnuma Ahmed
 sul Daily Star: Hrw accusa governo e polizia di pestaggi
e tortura al fotografo incarcerato durante le proteste
Da oltre una settimana la cronaca quotidiana di Dacca, capitale del Bangladesh, è attraversata da incidenti tra forze di polizia e studenti. Iniziate pacificamente, le manifestazioni degli studenti hanno incontrato sempre più resistenza e, un paio di giorni fa, la semplice azione di contenimento è diventata una vera e propria repressione senza esclusione di colpi. Cui non sono estranee squadracce del partito la governo, la Lega Awami, che si sta preparando per le elezioni di dicembre: appuntamento sempre contrassegnato da violenze in un Paese che vede da decenni uno scontro bipolare tra due partiti e due donne premier.

venerdì 23 giugno 2017

Lacrime sul golfo del Bengala - Passioni del 24 e 25 giugno

Sabato e domenica a "Passioni", programma di Radio3 a cura di Cettina Flaccavento con la regia di
Giulia Nucci, un viaggio nel lavoro esternalizzato. E nel dolore

alle 14.30 sulle frequenze di Radio3
Diretta
Podcast


Dacca non è solo la capitale del Bangladesh ma anche la capitale della globalizzazione del lavoro, dalle nostre scarpe alle magliette. Finisce così anche per essere una capitale del dolore in un Paese che cresce a ritmi vertiginosi ma dove i profitti vanno a vantaggio di un'élite molto ristretta. Dalle macerie del Rana Plaza alle concerie del cuoio in pieno centro città, viaggio nella nazione affacciata sul Golfo del Bengala. Che sembra lontanissima ed è invece presente nella quotidianità diffusa del "Made in Bangladesh".

Il viaggio che mi ha permesso di scrivere il capitolo sul Bangladesh di "A Oriente del Califfo"

domenica 1 gennaio 2017

Buon anno a Dacca

Ora la città sembra addormentarsi e, mancano dieci minuti a mezzanotte del 31, le strade diventano silenti. E’ solo che stasera la gente è tutta in casa a festeggiare. Le élite negli hotel a cinque stelle, mi dicono, gli altri nelle abitazioni, siano slum o alloggi popolari. E così il traffico-ossessione-di-questa-città riposa anche lui e con lui  le vostre orecchie. Ma ormai mi sono riappacificato con questa città che di primo acchito ti spaventa: sembra non avere identità ed essere solo un’accozzaglia di macchine e rikshaw (ce ne sono 150mila), di clacson e umanità, sporcizia e un mare di rifiuti. Mi sono riappacificato perché, come sempre, bisogna andare oltre. E, soprattutto in Asia, avere pazienza. Lo sapevo, lo so ma ogni volta ci casco.

Ti assale - in questi luoghi tentacolari - un panico sconfortante a metà tra l’idea che non si riuscirà a combinare nulla e l'idea che le ore passeranno inesorabili nello sconforto di una città senza volto. Ma quel volto c’è. C’è un’identità e persino un carisma.C’è un fascino. Perdersi è l’unica strada. Mi metto in tasca la Lonely Planet (davvero ben fatta per quel che ho visto e scritta da un viaggiatore attento e profondo) e mi aiuto con le mappe, percorsi consigliati, qualche buona dritta. Poi mi lascio trascinare. Prendo la barca sul fiume che attraversa Old Dhaka e poi, dopo un tè, la riprendo all’indietro. Dietro la puzza c’è un profumo. Dietro un’umanità che appare disperata c’è un sorriso e una curiosità che si riflette in gentilezza. Una gentilezza delicata e mai invasiva. Un modo di fare che a tutta prima sembra chiuso e scortese e invece è rispetto per gli estranei. Immaginavo una città violenta e oscura. E’ solare e gentile. Inquinata, certo, e sporca e con una densità tale che si ha sempre l’impressione di essere sul filobus che va in stazione nelle ore di punta. Eppure nessuno si tocca. Tutti e tutto ti sfiorano.

In città ci sono pochissimi semafori e,  soprattutto,
sono spenti. Come facciano a guidare senza
scontrarsi di continuo resta un mistero glorioso
Questo fascino nascosto della città forse più caotica al mondo non si può spiegare. Né si può spiegare perché io preferisca il caos del centro città ai quartieri di Banani o Gulsham dove una piccola Londra, passando per l’India, è sbarcata anche qui: viali ordinati, alberi e negozi come li vedi ovunque. Capisco chi ci vive perché lavora qui, ma per un viaggiatore sono non luoghi senza senso. Ma che senso abbia il resto, il quartiere di Shantinagar dove sto io, non saprei dire. Non c’è un palazzo antico, un parco pubblico, un ristorante degno di questo nome. Eppure passano queste seducenti ragazze con la carnagione scura e gli occhi a mandorla nei loro abiti eleganti e piccole taverne di strada offrono succulenti banchetti. Mi spiace solo non poter bere quell’intruglio di una specie di scorzonera mescolata con foglie di agave che deve fare benissimo ma è condita con acqua di dubbia provenienza. Guardo il maestro di tanta pozione prepararla con cura accovacciato all’incrocio dove sfrecciano autobus sfregiati e tutt’intorno sfrigolano fritture di pasta e patate. Più in là, venditori di ogni bendiddio in una città che è un bazar perenne di oggetti e rumori. Baccano che diventa colonna sonora di sottofondo. Diamine, ecco perché sono venuto. Ecco la sorpresa. Anche se non posso bere la tua acqua magica, maestro, potrò ben raccontare di averla vista preparare.

giovedì 22 dicembre 2016

Dacca. Annusare una città

La Lombardia, con oltre 10 milioni di abitanti, ha una densità media di 2.136 abitanti per chilometro quadrato. Giava, uno dei posti più popolosi della terra e dove ho passato molto tempo, ne ha "solo" 1.120 che in Asia ne fa però uno dei luoghi più popolati. Ma se si passa alle aree urbane e si esclude Manila con 41mila per kmq (l'area metropolitana è piccolissima ma si tratta in sostanza di un centro ristretto rispetto alla Grande Manila), il luogo con la maggior densità al mondo è Dacca (Dhaka): questa città che si estende su 300 kmq con una popolazione che ha superato gli otto milioni e mezzo di abitanti, ha una densità per kmq di 28.410! E' dunque, anche se con meno abitanti, più densamente abitata di Delhi (11 milioni) dove siamo sui 25mila. Me lo aspettavo e mi aspettavo un po' di caos ma devo dire che Dacca supera le aspettative. La città non ha praticamente semafori anche se il flusso - di macchine, bus, risciò a pedali, bipedi e quadrupedi (tantissimi cani) - ha persino un suo ordine anche se del tutto incomprensibile. Direi che la velocità  media è sui 10 km orari che, fatti in risciò, vi costano un paio di euro e in molti casi questo mezzo antico come il mondo è più rapido del taxi o dei rikshawcar, la nostra Vespa a tre ruote diffusa in tutta l'Asia. Si formano code per minuti o mezzore. Poi, improvvisamente, la colonna riparte e via. Lo smog è elevato e le piante sono abbastanza asfittiche, ricoperte come sono da uno strato di polveri che deve generare molte sofferenze polmonari. Ma mi stupisce - per quel che ho visto - la quasi assenza di mendicanti e il numero abbastanza esiguo di chi vive per strada.

 Ci sono molti lavori in corso soprattutto stradali e una sorta di bolla edilizia per  una classe media che evidentemente esiste anche se non sembra molto diffusa. Questa città ha due sindaci (un'introduzione recente e contrastata dal maggior partito di opposizione) e le elezioni sono sempre un problema da questa parti anche se oggi è giorno di buone notizie: nella vicina Narayanganj si elegge il sindaco che sarà probabilmente Selina Hayat Ivy, candidata dell'Awami League, partito al potere. Dicono i giornali che queste elezioni municipali possono essere prese a modello: nessun incidente, una campagna senza violenze, operazioni di voto trasparenti. Staremo a vedere. Per ora mettiamo nel cassetto le prime suggestioni e cerchiamo di capire di che Paese si tratta e qual è il suo fascino forse un po' nascosto da una città abnorme che, a tutta prima, non sembra avere né un centro né una particolare identità. Ma la gente è gentile e, anche se l'inglese è meno diffuso che nelle campagna indiane, ci si arrangia senza problemi. Ci vuole solo un po' di pazienza.

martedì 5 luglio 2016

Se il terrorista è di buona famiglia

Se qualcuno è rimasto spiazzato dall’appartenenza “castale” del giovane commando di Dacca, e sostiene dunque che l’equazione povertà, ingiustizia, terrorismo non funziona, si potrebbe rispondere che la cosa non fa differenza. I motivi per cui si aderisce a Daesh sono diversi e vanno dall’ideologia più radicale alla necessità di avere uno stipendio a fors’anche un malriposto desiderio di avventura eroica che ha qualcosa di perversamente romantico. Ma in un caso, nell’altro o nell’altro ancora, l’equazione povertà, ingiustizia continua a esistere anche se si è studiato a Oxford. Se l’equazione è chiara per chi è in stato di necessità (gli stipendiati di Daesh o Al Qaeda, i martiri a pagamento della cui morte beneficia la famiglia), nel caso del giovane rampollo benestante c’è comunque un’adesione ideologica che affonda le sue radici nella constatazione della povertà o dell’ingiustizia. Non la sua certo. Ma quella appresa anche solo osservando i servi di casa che per due rupie servono il pasto nei quartiri residenziali. Di Dacca o della Mecca. Il terrorismo e, soprattutto la sua brutalità, sono fenomeni complessi, difficili da analizzare ma, benché ingiustificabili, con radici che affondano prepotentemente in un mondo ineguale e dove la violenza è un modello quotidiano: un modello che, nel caso dei terroristi, viene declinato nel modo più brutale. Povertà e ineguaglianza c‘entrano sempre. Cominciare a eradicarle, come si fa con la malaria, sarebbe un passo avanti.

giovedì 24 aprile 2014

Rana Plaza un anno dopo

La foto è tratta dal JktGlobe
C'è una piccola fotografia che gira nelle redazioni dei giornali asiatici. E' del 2012 e raffigura un parlamentare dell'Awami League, il rampante Towhid Jung Murad, che bacia in testa Sohel Rana, il proprietario del Rana Plaza di Dacca, un palazzone malandato di otto piani più uno in costruzione che, la mattina del 24 aprile del 2013, implode su se stesso come colpito dall'urto di un terremoto. Uccide più di mille persone. Sohel, destinato nel giro di pochi giorni a cadere, come il suo palazzo, dalle stelle alla polvere, diventa il volto del cattivo accusato di strage ma, anche grazie a quella foto, emerge il dettaglio di un antico sodalizio tra e politici e speculatori, parlamentari e affaristi, “thug” (banditi) che la fanno franca grazie a chi dà una mano a far timbrare le carte. Anche quelle di palazzinari senza permessi, con materiali scadenti e una solerte rapidità edilizia che gode del grande boom che ha investito il Paese tanto da aver fatto del tessile la prima voce dell'export bangladese.

Oggi Sohel Rana però amici non ne ha più. Lui che era un giovane rampante attivista del braccio giovanile del partito al potere e che, grazie alle sue amicizie anche politiche, era diventato un ras di Savar, zona periferica della capitale, adesso fa i conti con inquirenti che sono andati a spulciare nei permessi, nelle licenze, nei pezzi di carta. Jung Murad, che un anno prima lo baciava in testa, è invece corso tra i primi sul luogo della tragedia: camicia verde ben stirata e piglio da consumato arringatore, lo si vede immortalato mentre, come un po' tutti han fatto, chiede giustizia per le vittime. Meglio tacere del fatto che Savar è il suo regno e che Rana era tra i suoi amichetti. Quella foto imbarazzante è del resto una delle tante che ha ricostruito i dettagli di quella tragedia, costata la vita a 1138 persone e che ha lasciato centinaia di malati e invalidi. Centinaia di famiglie senza impiego perché, dice oggi che lavorava al Rana Plaza, se hai quel marchio addosso non lavori più. Sohel pagherà per tutti?

138 morti, centinaia di invalidi, famiglie senza lavoro, un solo colpevole. In piazza chiedono la pena di morte per Rana Sohel. Ma l'unico colpevole è lui? I grandi marchi anche italiani intanto, come Benetton, Manifattura Corona,Yes Zeenon risarciscono

mercoledì 26 febbraio 2014

Ehi, c'è una macchia sulla tua Tshirt!


Il disastro del Rana Plaza
L'immagine è tratta dal sito della Fondazione Sneha
Il 23 aprile dell'anno scorso, nel popoloso quartiere di Savar, un edifico di otto piani di cemento armato mostra una crepa preoccupante che ferisce il colosso urbano che si erge nella area periferica della grande Dacca, la capitale del Bangladesh. Il Rana Plaza è uno di quei mostri di cemento nati con la speculazione edilizia e che ospitano un po' di tutto: uffici, negozi, fabbriche. Nonostante la crepa però, che avrebbe consigliato l'evacuazione immediata o almeno un monitoraggio attento della Protezione civile, si fa come se nulla fosse. The business must go on ed è difficile dire di no all'invito – imperioso - a entrare lo stesso: nel Rana Plaza lavorano oltre 3mila operai del tessile che hanno bisogno di portare a casa lo stipendio. I capi reparto sono perentori e gli operai entrano. L'invito si ripete anche il giorno dopo quando la crepa si è allargata a tal punto da diventare un'incisione verticale nell'enorme catafalco di cemento. Alle 8 e 45 di quel mercoledi mattina, l'edifico improvvisamente implode e si accartoccia su se stesso come capita nei terremoti. Le foto aree mostrano un ammasso di macerie che ha frantumato in briciole i quattro piani più alti che schiacciano gli altri tre fino al pianoterra. I morti superano il migliaio. Alla fine se ne conteranno 1134, oltre a duemila feriti, chi più chi meno gravemente. L'inchiesta accerterà che i quattro piani più alti erano stati edificati senza permesso. Un nono era in costruzione. Il progettista del Rana Plaza, Massud Reza, dirà a giustificazione che l'edifico era stato pensato per ospitare negozi e uffici, non certo fabbriche con relativi magazzini. Fabbriche di vestiti, di magliette e di Tshirt esposti con grazia nei negozi di mezzo mondo. Negozi che non crollano.

A due mesi da quella data, il 24 aprile 2014 primo anniversario della strage, gli stessi attivisti che allora non fecero passare sotto silenzio quel disastro e che, soprattutto, puntarono l'indice sulle Tshirt macchiate, seppur indirettamente, di sangue bangladeshi, tornano a girare il coltello nella piaga. La piaga è quella dei marchi internazionali che, col beneplacito degli industriali locali e con gli occhi semichiusi del governo, avrebbero girato la testa dall'altra parte se qualcuno non li avesse chiamati in causa. A Dacca, lavoratori e lavoratrici tessili, sindacalisti e attivisti hanno creato lunedi scorso una lunga catena umana e chiesto in una conferenza stampa interventi rapidi in risposta alle richieste di risarcimento. «I lavoratori e le lavoratrici del Rana Plaza – dice Hameeda Hossein del Bangladesh Worker's Safety Forum - hanno atteso pazientemente per dieci mesi che le loro richieste di risarcimento venissero soddisfatte. I commissari inizieranno presto ad esaminare ogni richiesta in modo che i fondi possano essere erogati. È ora che i marchi internazionali contribuiscano al Fondo Rana Plaza affinché quelle persone non soffrano ancora». La sua e quella delle vittime rischiano di essere voci in un silenzio assordante.

Questa settimana segna però l'inizio di una nuova campagna che mira a sfondare quel muro di silenzio. E' stata lanciata dalla Clean ClothesCampaign (“Abiti puliti” in Italia) e dai lavoratori e lavoratrici del Bangladesh, sindacati locali e internazionali. “Pay up!” chiede infatti ai marchi della moda che si riforniscono nel Paese asiatico di effettuare immediatamente i versamenti nel Rana Plaza Donors Trust Fund. Il Fondo è stato istituito ormai da mesi ma il piatto piange anche se dovrebbe servire, sulla base di contributi volontari, a risarcire le vittime, come stabilito dal Rana Plaza Arrangement, un accordo supervisionato dall’International Labour Organization (Ilo) e siglato però solo da alcuni marchi internazionali (Bonmarché, El Corte Ingles, Loblaw, Primark). In due parole la Campagna Abiti Puliti chiede ai principali marchi internazionali - Benetton, KiK e Children’s Place - oltreché alle altre aziende italiane come Manifattura Corona e Yes Zee (che avevano tutti ordini presso una delle cinque fabbriche presenti al Rana Plaza al momento del crollo) di dare il buon esempio con significativi versamenti. Lo faranno (i marchi coinvolti in totale sono 27)?

venerdì 17 maggio 2013

DA DACCA A PHNOM PENH, IL FILO CHE LEGA LE MORTI NELLE FABBIRCHE DEL TESSILE

Non è il Rana Plaza di Dacca la fabbrica cambogiana di scarpe dove il crollo di un mezzanino ha ucciso ieri almeno due persone (bilancio provvisorio) tra cui Sim Srey Touch di soli 15 anni, e ferito gravemente diversi lavoratori a Kampong Speu, a ovest di Phnom Penh. Le operazioni di soccorso, nella fabbrica che ospita 2mila operai, si sono svolte in fretta ma l'episodio “minore”, che non avrebbe normalmente occupato la cronaca internazionale, rimbalza sui giornali e in rete. Troppo fresca la memoria dell'implosione del palazzo del Bangladesh che ha ucciso più di 1100 persone. Fresca la polemica sulle condizioni di lavoro e sulle fabbriche in cui, nei Paesi più poveri, si lavora per i più ricchi. Qui si tratterebbe di una firma giapponese: la fabbrica appartiene a un marchio di Taiwan, Wing Star Shoes, trai cui clienti c'è la nipponica Asics, scarpe sportive, il cui acronimo starebbe paradossalmente per...Anima sana in corpore sano, latino traslato con licenza. In Bangladesh i marchi coinvolti sono invece tantissimi, da Benetton a H&M o Tesco, per citare alcuni tra quelli che, in questi giorni (ultima proprio Benetton) hanno firmato l'accordo che garantisce ispezioni nelle fabbriche perché non si ripeta una strage come a Dacca o un omicidio colposo plurimo come a Kampong Speu (disinvolta ignoranza della possibile catastrofe: un lavoratore ha testimoniato di pezzi di mattone e ferro che cadevano dal soffitto poi rovinato sotto il peso delle masserizie) .



Tra i due eventi c'è un nesso fin troppo evidente e che proprio ieri, sul New York Times, giornale di un grande Paese del tessile che delocalizza molto lavoro, era al centro di un'inchiesta che approfondiva la reazione di chi ha investito, negli ultimi trent'anni, nelle fabbriche e nel lavoro a poco prezzo dei Paesi più o meno sviluppati. E che ora, in fuga dal Bangladesh, cerca altre strade. La Cambogia ad esempio. In questo Paese, vessato dalla guerra e retrovia storico del Vietnam che lo occupò a fine anni Settanta, i salari non sono a livello del Bangladesh ma comunque al di sotto dei 100 euro/mese per i 650mila operai del settore. Le leggi, come in Bangladesh, ci sono. Pochi le rispettano.

Al Nyt Bennett Model, a capo di una “fashion factory” di New York, spiega che accostare un prodotto al nome Bangladesh è oggi “politicamente scorretto”. Per questo molti guardano altrove. E non da oggi. Model iniziò a lavorare coi cinesi nel 1975, un lustro prima che si avviasse il boom del settore in Bangladesh dove il tessile occupa oltre due terzi dell'export. Vietnam e Cambogia sono i Paesi più gettonati perché tutto sommato l'Asia resta il luogo preferito, sia per la capacità della manodopera, sia per la lunga tradizione tessile (che la rivoluzione industriale mise in crisi con i telai meccanici) sia per la reperibilità di materia prima. Anche India e Pakistan figurano nella lista per la loro capacità, tra l'altro, di garantire sistemi industriali di confezione, impacchettamento, spedizione.

L'Indonesia sembra però il preferito di questa nuova “colonizzazione”. Con l'eredità della dittatura ormai alla spalle, produce ottimo cotone (kapok) e ha già una lunga esperienza nella produzione concentratasi a Giava e Bali. Politicamente corretta e con bassi salari, per chi fugge dalla Cina (troppo cara), o da tentativi in America latina e Africa (lente nella produzione), l'Indonesia è la terra promessa: il centro di formazione di Semarang ad esempio forma 12mila persone l'anno. Poco in un Paese dove stanno per aprire 4 nuove fabbriche con 30mila nuovi posti di lavoro.

mercoledì 15 maggio 2013

BENETTON/DACCA: UNA BUONA NOTIZIA E LA VITTORIA DEL BUON SENSO

L'azienda di cui è a capo sottoscrive il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un accordo che prevede controlli stringenti sulla sicurezza nel settore manifatturiero locale di cui anche Benetton è cliente. Nel Paese chiuse altre 200 fabbriche preventivamente

Ci sono due buone notizie oggi sul Bangladesh. Una viene dall'Italia, dove l'amministratore delegato di Benetton Group ha fatto sapere che l'azienda di cui è a capo sottoscrive il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un accordo che prevede controlli stringenti sulla sicurezza nel settore manifatturiero locale di cui anche Benetton è cliente. Ciò significa per il gruppo trevigiano un esborso per garantire i controlli ma, soprattutto, un'assunzione di responsabilità, seppur tardiva, che le rende merito e soprattutto cancella le ombre che il crollo aveva disegnato sulla firma italiana famosa nel mondo col marchio United Colors of Benetton. L'altra arriva dal Paese dove il crollo del Rana Plazza ha imposto un'accelerazione sugli accertamenti che riguardano la sicurezza delle fabbriche tessili con la conseguente chiusura preventiva di 200 impianti...Continua su Lettera22

Leggi il comunicato della Campagna Abiti puliti

sabato 4 maggio 2013

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA. MA UNO SOLO. ANCORA SU DACCA

Il mostro in prima pagina è Sohel Rana, proprietario del Rana Plaza, crollato dieci giorni fa a Dacca con un bilancio che ha superato i 500 morti. Gli è stato contestato il posssso di una pistola ritrovata nelle macerie e rischia la pena di morte. Se la cavano invece i comprimari di quel dramma: le decine di marchi occidentali che in Bangladesh fanno profitti grazie ai pochi scrupoli di molti signor Rana e a salari da un dollaro al giorno che hanno scioccato persino papa Francesco. L'Ufficio internazionale del lavoro (Ilo) ne ha approfittato per ricordare al governo che è ora di un programma che preveda un serio utilizzo della legge, garanzie di salute e sicurezza, diritti e salari. Un programma che non si può disgiungere dal senso di responsabilità che anche il mondo degli affari dovrebbe dimostrare.

Una petizione online, promossa tra gli altri dalla campagna “Abiti puliti” chiede a tutti i marchi coinvolti nel lavoro del tessile bangladeshi di firmare il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement promosso dall'International Labor Rights Forum per evitare nuovi drammi (prevede controlli e che ogni azienda produttrice straniera versi una piccola somma per garantirli). «Dal crollo della fabbrica Spectrum nel 2005, il rispetto della sicurezza degli edifici e delle norme antincendio è stato ripetutamente chiesto ai marchi che si riforniscono in Bangladesh. Questi – dice Deborah Lucchetti di “Abiti puliti” - non possono più nascondere le loro responsabilità per l’inerzia dimostrata nell’evitare che queste tragedie si verifichino. Non vi è alcuna ragione per ulteriori ritardi nella firma dell'accordo». C'è però chi ancora non l'ha firmato o non si è fatto avanti per garantire un compenso alle famiglie delle vittime.

Le aziende italiane (cinque) che avevano a che fare con le fabbriche coinvolte nel crollo hanno in parte ammesso con vari distinguo (vecchi ordini, affari ormai conclusi) ma non hanno fatto accenno a compensazioni o alla firma dell'accordo. I nomi ormai sono noti: Itd, Pellegrini, De Blasio, Essenza, Benetton. Quest'ultima aveva addirittura negato ma poi il ritrovamento di un ordine commerciale e di etichette tra le macerie del Plaza le hanno fatto ammettere il coinvolgimento. Sarebbe interessante sapere che passi intendono fare: se hanno deciso, come la Disney, di ritirarsi dal mercato per non correre rischi di immagine o se invece, come alcune società occidentali, pensano che sia giusto partecipare al lutto facendo fare un passo avanti ai diritti dei lavoratori che ci cuciono T-shirt e pantaloni.

mercoledì 1 maggio 2013

PRIMO MAGGIO A DACCA

Il primo maggio del Bangladesh oggi si chiama Rana Plaza, l'edifico crollato una settimana fa e in cui sono rimaste sepolte centinaia di vittime e le ambizioni dell'industria tessile del Paese, il maggior polo di sviluppo e profitto ma anche la causa di altrettanti drammi. Un dramma che ha coinvolto anche molte aziende occidentali, che in Bangladesh delocalizzano le produzioni.



Qualcuno ha fatto spallucce. Altri, come la canadese Loblaw e la britannica Primark hanno ammesso di essere clienti di alcune delle fabbriche ospitate nel palazzo e hanno proposto una compensazione alle famiglie delle vittime. Altri hanno plaudito a un'iniziativa che convertirà la spesa per l'acquisto di una T-shirt in un contributo ai lavoratori del Bangladesh. Altri ancora invece, come l'italiana Benetton, una decisione non l'hanno ancora presa. La Benetton, incastrata dal ritrovamento tra le macerie di etichette United Colors e di un ordine commerciale, ha ammesso di aver avuto a che fare con la New Wave, una delle fabbriche ospitate nel palazzone crollato. Ma ha aggiunto che “nessuna delle aziende coinvolte nel tragico incidente di Dacca è ad oggi un nostro fornitore”. Una “ricerca attenta” e, aggiungiamo noi, tardiva, ha verificato che “quantomeno un ordine in passato c'è stato, forse due: si tratta di una fornitura occasionale, one shot, e probabilmente in subfornitura come capita nel settore del tessile. Ma a fine marzo – ha detto un portavoce dell'azienda trevigiana all'Ansa - lo avevamo già eliminato dai nostri fornitori regolari per gli audit non convincenti che ci erano arrivati”. Audit che, a detta di Benetton, non comprendono “informazioni sulle strutture degli edifici''.

Fornitura occasionale dunque - almeno che non emergano nuovi elementi – pur se stupisce che in questa occasione Benetton rivendichi di essere “in prima fila sia per gli audit approfonditi con cui verifica condizioni ambientali e sociali delle società presso cui si rifornisce sia per la sensibilità sull'ecocompatibile”. Come che sia, poiché l'azienda sostiene di non “volersi lavare le mani” sulla vicenda si può sperare in un gesto significativo che renda quell'essere in prima fila un'evidenza e non uno slogan.

Intanto,
mossa dalla rabbia della protesta popolare e dalle pressioni che soprattutto nei Paesi anglosassoni hanno messo sotto inchiesta il settore, la magistratura bangladeshi si dà da fare. L'alta corte di Dacca ha ordinato l'immediata confisca di tutti i beni mobili e immobili di Sohel Rana, il proprietario di cinque fabbriche di indumenti che avevano i loro laboratori nel Rana Plaza, sempre di sua proprietà. Dopo il crollo, annunciato da una grossa crepa che era stata ignorata, Rana si era dato alla macchia ma il suo arresto, nei pressi della frontiera indiana, è arrivato con una velocità rara in un ambiente dove l'impunità è di solito di casa: molti imprenditori che commettono reati contro la sicurezza non vengono perseguiti e se vengono arrestati, dopo poco escono di prigione. Questa volta però la giustizia locale non vuole lasciar nulla al caso e Sohel Rana rischia di pagare per tutti, persino con la morte in un Paese che prevede la pena capitale.

L'alta corte ha anche ordinato all'ispettorato generale del registro di emettere una circolare che vieti rapidi passaggi di mano delle società di Rana. Ma non se la passano bene nemmeno gli altri quattro proprietari di fabbriche tessili (tra cui Samad Adnan e Mahbubur Rahman Tapash, capo e direttore della New Wave, la ditta che aveva Benetton come cliente), anch'essi agli arresti.
Intanto, anticipazione del primo maggio, le proteste hanno invaso le piazze della capitale anche ieri dando fiato a una rabbia che si alimenta di voci sulla possibilità che alcuni cadaveri siano stati nascosti dalle squadre dei soccorritori e che tiene alta una tensione che non farà dimenticare la festa del lavoro. In questo Paese, oggi, listata a lutto.

martedì 30 aprile 2013

DACCA, RICOMPARE BENETTON

C'è un filo di imbarazzo forse negli uffici della Benetton. Un filo, è il caso di dirlo, molto simile a quello che si intesse sui telai che fabbricano magliette e che dal trevigiano arriva sino alla tragedia di Dacca. Nonostante proprio qualche giorno fa l'azienda italiana, presente come Gruppo in 120 Paesi con oltre 5.500 negozi, avesse preso le distanze dalle fabbriche bangladeshi coinvolte nel crollo del Rana Plaza sostenendo che i laboratori coinvolti non collaborano in alcun modo con i marchi del gruppo Benetton, adesso spuntano fotografie e documenti, persino magliette etichettate United Colors of Benetton.



Le T-shirt, fotografate sul luogo del disastro dall'Associated Press potrebbero forse riferirsi anche a un caso di contraffazione ma l'ordine di acquisto alla New Wave, una delle aziende coinvolte nel crollo e sul cui sito la Benetton Asia Pacific appariva come uno dei quattro clienti italiani (Itd, Pellegrini, De Blasio), è un documento imbarazzante. Nell'ordine, che da ieri appare sul sito della “Campagna Abiti Puliti”, un network che coinvolge in Italia una decina di soggetti e nel mondo (Clean Clothes Campaign) centinaia di associazioni, nel prestampato col logo della New Wave - il nome Benetton è come quello del Buyer con tanto di quantità, ricevute e numero d'ordine. Il nome ricorre più volte come quello della Benind Spa di Ponzano Veneto, società trevigiana di trasporto merci, o quello della Benetton Messico. A questo punto una semplice presa di distanza non basta. Abiti puliti chiede spiegazioni. L'azienda per ora ribadisce che la New Wave non è tra i suoi clienti ma sta comunque cercando di accertare quanto accaduto.

«La gravità della situazione richiede un’assunzione di responsabilità da parte dei marchi internazionali coinvolti, del governo e degli industriali locali, che devono porre fine a tragedie come questa, l’ennesima per totale negligenza del sistema imprenditoriale internazionale», dice Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna. «Aziende come Benetton hanno la responsabilità di accertare a quali condizioni vengono prodotti i loro capi e di intervenire preventivamente per garantire salute e sicurezza nelle fabbriche da cui si riforniscono».

Se a Benetton tocca chiarire se quell'ordine risponde al vero e se le etichette sono sue (poco importa se ordinate da una sussidiaria cinese o messicana) Lucchetti mette il dito nella piaga. Una piaga che si chiama delocalizzazione e che, dall'altra parte del mondo, va sotto il nome di “boom economico”. Boom che in molti casi è di altro tipo. Quello del tessile in Bangladesh è degli anni Ottanta ma se nel 1985 totalizzava un miliardo di dollari nel 2012 è arrivato a venti, tre quarti dell'export. Il segreto sta in tre parole: lavoro a basso prezzo, sostegno fiscale alle aziende e porto franco per l'import di attrezzature. Forte di almeno 5mila società la potente Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association difende un settore chiave dell'economia che dà lavoro a quattro milioni di persone. Ma proprio la sua forza finisce a garantire una “cultura dell'impunità” come l'ha efficacemente definita Sabir Mustafa del Bengali Service della Bbc cui un ispettore del governo ha detto: «a mio avviso metà delle fabbriche tessili si trovano in luoghi che non sono sicuri». A questo punto, la convergenza di interessi – in Bangladesh per produrre di più, in Occidente per risparmiare – diventa una miscela esplosiva cui con difficoltà si riesce a far argine e dove i deboli sindacati locali possono contare solo sulla coscienza di campagne come “Abiti puliti” o “Labour Bhind the Label” (per la firma del Fire and Building Safty Agreement a garanzia diella sicurezza sul lavoro).

Le resistenze sono tante, a cominciare dal rischio di perdere il lavoro o le commesse che potrebbero dirigersi altrove. Ma la rabbia di piazza questa volta potrebbe portare a qualcosa come dimostra l'accelerazione impressa dalla giustizia locale. Un pezzo del lavoro però resta da fare qui, dove tessile e moda vanno a braccetto con delocalizzazione a basso costo lontano dagli occhi. Garantire sicurezza e diritti per altro renderebbe meno competitive le fabbriche asiatiche e forse ribalterebbe il corso di una globalizzazione strettamente legata all'assalto dei luoghi dove ancora si lavora senza far domande. Un riequilibrio che passa anche dal dramma di Dacca in un pianeta dove i confini (dei diritti e dei doveri) si fanno sempre più porosi.